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mercoledì 28 marzo 2018

Volume 44 dei Rendiconti online della Società Geologica Italiana - Tre secoli di geologia in Italia

Sul sito della Società Geologica Italiana è stato pubblicato il volume 44 dei Rendiconti online della Società Geologica Italiana, dedicato al tema “Tre secoli di geologia in Italia” edito da Alessio Argentieri, Marco Pantaloni, Marco Romano, Gian Battista Vai.
Questo volume dei Rendiconti Online della Società Geologica Italiana raccoglie in forma di short notes i contributi collegati all'analoga sessione dell'88° Congresso societario, tenutosi a Napoli dal 7 al 9 Settembre 2016 presso l’Università “Federico II”.
I soci della Società Geologica Italiana possono scaricare il volume attraverso il proprio account personale al seguente indirizzo: http://rendiconti.socgeol.it/210/ultima_uscita.html



Questo i contributi presenti nel volume:

  • Argentieri A., Cosentino D., Dal Piaz G.V., Pantaloni M., Petti F.M. & Zuccari A. - Ritratto di un gentiluomo con il papillon: Achille Zuccari, Segretario Generale della Società Geologica Italiana.
  • Battista F., Citton P., Leoncini C., Riti L. & Nicosia U. - The paleontological collection of Egidio Feruglio at MUST.
  • Fabbi S., Cestari R. & Pichezzi R.M. - The “Subiaco stone” and the early studies on the carbonate successions of the Upper Aniene Valley.
  • Laureti L. - The mapping of the Lombard geologists in the XIX Century from Brocchi to Taramelli.
  • Dal Piaz G.V. - Felice Ippolito, il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari e la ricerca di minerali radioattivi nel basamento cristallino delle Alpi.
  • Candela A. - Per una storia sperimentale delle Scienze della Terra: dal documento alla prova sul terreno.
  • Perini P. - Cartografia geologica del confine calabro-lucano alla fine del XIX secolo: il contributo di Giovanni Battista Bruno, “amatore di geologia”.
  • Lipparini L., Bencini R. & Gerali F. - “Sgorga il Petrolio dalla Terra d’Abruzzo”: oil exploration and production history in the Abruzzo region (Central Italy) across the 20th century.
  • Lipparini L., Gerali F. & Bencini R. - “Dighe di pece e di asfalto”: bitumen exploitation history in the Abruzzo region (Central Italy) across the 20th century.
  • Barale L., Mosca P. & Fioraso G. - Il “periodo d’oro” degli studi geologici nelle Alpi Marittime tra il XIX e il XX secolo.
  • Salvador I., Romano M. & Avanzini M. - Gli “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo”: gli effetti delle eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815) nelle cronache delle regioni alpine.
  • Abate T. & Branca S. - L’introduzione del colore per la rappresentazione dei prodotti vulcanici: il caso della cartografia geologica dell’Etna nel XIX secolo.
  • Lanzini M. - La geologia e le catacombe romane. Michele Stefano De Rossi (1834-1898), un geologo inventore.
  • Romano M. & Nicosia U. - Tributo a Bruno Accordi: la prima riscoperta e valorizzazione moderna delle ‘gloriose’ radici geopaleontologiche Italiane.
  • Argentieri A., Occhigrossi B.C., Piro M. & Rotella G. - Natural and anthropogenic cavities and sinkholes in Rome metropolitan area: from geological and speleological research to land management.
  • Marchetti L., Petti F.M., Bernardi M., Citton P., Rossi R. & Schirolli P. - On the first description of tetrapod footprints from Italy: re-analysis of the original specimen after 150 years.
  • Console F., Fabbi S. & Pantaloni M. - La cartografia geologica in Calabria nel XIX secolo.
  • Visconti A. - Paesaggi geo-mineralogici e produzione siderurgica in Lombardia tra Sette e Ottocento: un’interconnessione sempre più stretta.


venerdì 5 febbraio 2016

Dante Alighieri e la geologia: l’orgoglio latente di essere italiani

di Marco Romano
  
Tra gli illustri italiani che nei secoli precedenti hanno scritto di scienze naturali e geologia sensu lato, la penna più divina appartiene senza dubbio alcuno al Sommo Poeta: Dante.

Figura 1. Ritratto di Dante Alighieri (da De Marzo, 1864).
Durante di Alighiero degli Alighieri (1265-1321), bardo per eccellenza, padre della lingua italiana, filosofo, linguista, politico e molto altro. Dante capace di commuoverci con la delicatezza ed estetica dei versi immortali nella preghiera alla Vergine, il “Termine fisso d'eterno consiglio”, colei “che l'umana natura/ nobilitasti sì, che il suo Fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura”. Dante capace di infiammarci con invettive roboanti, come quella contro Pisa “vituperio de le genti del bel paese là dove 'l sì suona”, e lamentando la lentezza dei nemici a distruggere questa novella Tebe, esorta a muoversi la “Capraia e la Gorgona” in modo che “faccian siepe ad Arno in su la foce,/ sì ch'elli annieghi in te ogne persona!”. Questo Dante è capace di stupirci ancora una volta, rivelando tra i suoi versi una profonda conoscenza anche del mondo naturale e di numerosi fenomeni che oggi definiremmo di carattere geologico.
D’altronde la Divina Commedia rappresenta a tutti gli effetti un compendio olistico della conoscenza o “canoscenza” umana (per dirla con le parole del Poeta) agli inizi del quattordicesimo secolo, spaziando dalla filosofia, teologia, medicina, scienze naturali, etica, politica, geografia, lettere, arti in generale e astronomia. Nei versi di Dante si trovano chiari riferimenti all’organizzazione degli esseri viventi con particolare riferimento al loro comportamento (etologia), utilizzata come sorgente primaria di metafore con implicazioni prettamente etiche. Tutti questi elementi di carattere scientifico e artistico non sono riportati in lunghi e tediosi discorsi accademici, ma risultano immersi qui e la in versi di rara bellezza e raffinatezza, spesso solo menzionati velocemente per stimolare la curiosità del lettore che volesse approfondirne e carpire il loro significato più profondo. Dopo la stagione dei poeti classici dell’antichità, possiamo affermare senza alcun dubbio che la profonda impressione esercitata dal mondo della natura nella mente umana inizia esattamente e definitivamente con l’opera di Dante. Questa caleidoscopica cornucopia di scienze e arti, che costituisce l’impresa quasi sovra umana che è l’opera di Dante, ha portato giustamente autori come Carlo Ossola a definire la Divina Commedia come la più gremita enciclopedia del mondo medievale.

lunedì 11 gennaio 2016

11 gennaio: 378° compleanno di Niels Stensen

di Marco Romano

Nato a Copenaghen, ma italiano di adozione è il noto naturalista, geologo, anatomista (nonché vescovo cattolico) Niels Stensen, conosciuto anche con il nome latino Nicolaus Steno e italianizzato Niccolò Stenone.
Stenone nasce a Copenaghen nel 1638 dove intraprende gli studi in medicina sotto la figura centrale di Thomas Bartholin. Nel corso della sua vita ebbe la possibilità di viaggiare molto, entrando a contatto con le migliori realtà scientifico-culturali dell’epoca.


Ritratto di Stenone nel Museo di Geologia
di Copenhagen (foto mp)
A seguito della laurea, conseguita nel 1663, si sposta a Parigi sotto le grazie del grande mecenate Melchisédech Thévenot, vera figura di riferimento e catalizzatore delle più grandi menti scientifiche dell’epoca. Nel 1666 si trasferisce a Firenze presso la corte di Ferdinando II dei Medici, Granduca di Toscana, dove operano già da tempo scienziati del calibro di Malpighi, Viviani e Redi. Fu proprio in Toscana, grazie all’estesa esposizioni di affioramenti geologici, che Stenone inizia a interessarsi anche a temi delle Scienze della Terra, oltre che a continuare gli studi di anatomia che rappresentavano il suo impiego ufficiale principale. Giunse quindi a formulare alcuni dei principi fondamentali per la geologia, che trovano applicabilità fino ai giorni nostri.

Stenone, di fede Luterana, si convertì a Firenze al cattolicesimo nel 1667. Tra il 1672 e il 1675 si alternò tra la Danimarca, dove venne nominato ‘regio anatomico’ e Firenze, dove tornò quando il Granduca Ferdinando era già morto ma instaurando da subito un ottimo rapporto con il suo successore Cosimo III. In seguito Stenone si sposta ad Amburgo e a Schwerin dove vive come sacerdote fino al sopraggiungere della sua morte avvenuta nel 1686. La salma venne trasferita a Firenze per volere diretto di Cosimo III, con esequie solenni nella Basilica di San Lorenzo il 13 ottobre del 1687, e dove trova tuttora sepoltura.
In campo medico-anatomico Stenone scoprì il dotto parotideo denominato ‘dotto di Stenone’ e di aver compreso e interpretato la distinzione tra ghiandole secernenti e linfonodi. Conduce studi sul cervello umano, approfondisce la funzione delle tube uterine e delle ovaie e dimostra empiricamente che il cuore non rappresenta la sede dell’anima o la fonte del calore corporeo, ma che deve essere considerato a tutti gli effetti un muscolo.


Iscrizione dedicata a Stenone
nel Museo di Geologia di Copenhagen (foto mp)

In campo geologico l’opera principale di Stenone è il De solido intra solidum naturaliter contento dissertationis prodromus pubblicato a Firenze nel 1669. L’opera, di fondamentale importanza per l’avanzamento delle Scienze della Terra, contiene alcuni concetti fondamentali per la geologia, come i principi di orizzontalità originaria degli strati, i principi di sovrapposizione e intersezione, l’ordine o classazione nella deposizione in accordo alla granulometria dei sedimenti a partire da materiale in sospensione (Morello, 2003; Romano, 2013).
Stenone è probabilmente il primo scienziato a riconoscere e interpretare correttamente i concetti di calco interno (lapidae) ed esterno (conchae aereae) dei fossili, in un periodo in cui tali oggetti erano ancora creduti scherzi della natura e non resti ‘pietrificati’ di organismi una volta viventi (Romano, 2013, 2014). La sequenza del processo di fossilizzazione a quell’epoca poteva essere accettata solo considerando i fossili come animali vissuti in precedenza in un ambiente marino, rappresentando quindi un evidenza fortissima per falsificare l’interpretazione inorganica ancora imperante tra i naturalisti. Gli stessi ragionamenti vennero utilizzati dal naturalista e pittore Agostino Scilla nella sua famosa opera “La Vana Speculazione disingannata dal senso”, pubblicata a Napoli l’anno successivo all’uscita del prodromo di Stenone. L’elegante ragionamento contenuto nel De solido intra solidum di Stenone, rappresenta quindi uno dei principali rubiconii nella storia della geologia, con riconoscimento epocale dei fossili come resti organici. Tali evidenze comporteranno una sorta di reazione a catena di inferenze, che porteranno inesorabilmente a rivoluzionare il concetto di una Terra fissa e immobile nel corso del tempo. 

Per saperne di più:

  • Morello, N. 2003. The question on the nature of fossils in the 16th and 17th centuries. Four centuries of the word geology. Ulisse Aldrovandi, 1603, 127-152.
  • Romano M. 2013. “The vain speculation disillusioned by the sense”: the Italian painter Agostino Scilla (1629–1700) called “The Discoloured”, and the correct interpretation of fossils as “lithified organisms” that once lived in the sea. Historical Biology, 26(5):631-651.
  • Romano M. 2014. From petrified snakes, through giant “foraminifers”, to extinct cephalopods: the early history of ammonite studies in the Italian peninsula. Historical Biology, 27(2):214-235.


mercoledì 6 gennaio 2016

1872: Felice Giordano e la Carta Geologica del San Gottardo

di Fabiana Console

Oggi, 6 gennaio, vogliamo ricordare lo stesso giorno del 1815, data di nascita di Felice Giordano.
Uomo emblema della geologia italiana, senza il quale la cartografia geologica del nostro paese probabilmente avrebbe avuto un diverso corso storico e, forse, ancora più difficoltoso. Sulla poliedricità di Giordano ed i suoi complessi rapporti con i rappresentanti di Governo di un "giovane" Stato alle prese con i problemi economici e politici dettati dall'unità appena raggiunta e il mondo accademico e scientifico in fermento culturale molto è stato scritto.



Per questo motivo ricordiamo la sua figura attraverso una delle sue Carte geologiche più "moderne" e anticipatrici di un progetto che, tra varie evoluzioni tecnologiche e ammodernamenti, si sta ancora completando: la ferrovia nel traforo del San Gottardo.
Stiamo parlando della Carta geologica del S. Gottardo, realizzata nel 1871 alla scala 1:50.000 e della relativa relazione di accompagnamento dal titolo " Esame geologico della catena Alpina del San Gottardo che deve essere attraversata dalla grande galleria della ferrovia italo-elvetica", pubblicata nel 1872.


Carta geologica del S. Gottardo, di Felice Giordano,
pubblicata dal R. Comitato geologico nel 1873, in scala 1:50.000
(tratta da opac.isprambiente.it)

mercoledì 16 dicembre 2015

Delle necessarie relazioni ed armonia fra le Scienze geologiche

di Marco Pantaloni

Da alcuni anni si sviluppano, in diverse sedi, grandi discussioni circa il ruolo delle Scienze geologiche nella società e nel rapporto tra la Geologia, intesa in senso lato, e le discipline ad essa afferenti.
Già nel 1908 Alessandro Portis, eletto quell'anno Presidente della Società Geologica Italiana, nel suo discorso di insediamento pronunciato il 20 settembre in occasione dell’Adunanza generale ordinaria, si soffermò sul ruolo della Geologia, sul suo valore nell'ambito scientifico, sui vantaggi che “arreca a chi la cura,” e sui “danni che lascia avvenire a chi la neglige”.


Alessandro Portis è stato uno di più eminenti geologi del periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900.
Nato a Torino nel 1853, si laureò in Scienze naturali e si specializzò in Germania e in Francia. Fu libero docente di Paleontologia a Torino, dove si dedicò con passione allo studio dei Cheloni fossili del Terziario ligure-piemontese. Nel 1886 vinse la cattedra di geologia e mineralogia alla Scuola degli Ingegneri di Roma e due anni più tardi, alla morte di Giuseppe Ponzi, gli successe alla cattedra di Geologia e Paleontologia all'Università di Roma. Qui trascorse 39 anni, fino al 1927, svolgendo, oltre all'attività didattica, ricerche perlopiù di natura paleontologica, producendo una vasta mole di pubblicazioni scientifiche e arricchendo il museo e la biblioteca di reperti fossili e materiale bibliografico.

Portis fu tra i soci fondatori della Società Geologica Italiana, fino a diventarne Presidente, appunto, nel 1908. In quell'occasione pronunciò un magnifico, e quanto mai attuale, discorso di insediamento, poi pubblicato e allegato al Bollettino della Società Geologica (Portis A. (1908) Delle necessarie relazioni ed armonia fra le scienze geologiche. Tip. della Pace, Roma, 20 pp.).



A seguito del discorso dell’ex Presidente (Federico Sacco), dopo un anno di ragionamenti, riflessioni e tormenti (sic), il nostro Portis ritorna a quanto detto da Tibaldi a Siena cinque anni prima e, ben 17 anni indietro, a Terni, da Giovanni Capellini.

Portis ritiene che:
"Essi volessero dire: Fratelli, amici, consoci, Noi siamo troppo isolati, Noi parliamo troppo poco tra noi; noi parliamo troppo poco cogli altri; noi, volendo essere troppo presto geologi, troppo presto ci scordiamo di esser uomini come gli altri; ed è questo il nostro danno. Noi ci isoliamo troppo presto dalla restante umanità alla quale pur vorremmo giovare; usiamo un linguaggio che la restante umanità più non intende. E la restante umanità si allontana da noi e compie il nostro isolamento; e si scorda di noi credendoci i misteriosi sacerdoti di un dio ignoto, in un tempio appartato; alla porta del quale viene talora con intenzione di consultare l’oracolo.

E continua, sfiduciato:
"Onde ne avviene che ancor più gli individui e le masse si sfiduciano di noi cultori di una scienza generale, sublime nell'immensità che essa abbraccia […] e la obliano precisamente in quel punto in cui loro è più necessaria […].

lunedì 7 dicembre 2015

Memex ‐ La scienza raccontata dai protagonisti.

Nella settimana dal 23 al 27 novembre 2015, RAI scuola ha trasmesso quattro puntate della trasmissione “MEMEX – la scienza raccontata dai protagonisti” che aveva per tema “Il passato”.


La trasmissione, condotta da Marco Avanzini, responsabile della sezione geologia del MUSE (Museo delle Scienze di Trento), ha visto la partecipazione di ospiti di diversa provenienza (Università di Bologna, ISPRA, Società Geologica Italiana). Tutti gli ospiti, tuttavia, sono accomunati da una identica passione: la storia della geologia.
Qui sotto la breve descrizione introduttiva alle puntate, così come appare sul sito di RAI scuola, oltre al link per rivedere le singole puntate.


Prima puntata.
Ospite in studio: Giambattista Vai, direttore del Museo Capellini, Università di Bologna


Da quando siamo piccoli ci hanno insegnato a leggere la storia umana. Le testimonianze degli eventi preistorici non ci sono altrettanto familiari.
Eppure imparare a leggere la storia della terra non è difficile, occorrono solo un po’ di studio ed esperienza e quando il terreno diventa roccia ecco che l’archeologo si trasforma in geologo.
Oggi sappiamo che il nostro pianeta ha più di 4 miliardi e mezzo di anni e gli studiosi ci hanno insegnato che la vita si sviluppò nelle acque degli oceani primordiali. Ognuno di noi sa che milioni di anni fa vissero sul nostro pianeta creature mostruose che si racconta si siano estinte per la caduta di un grande meteorite.
Tutte queste informazioni fanno parte di quella storia complessa che precede la nostra capacità di tramandare gli avvenimenti tramite la scrittura. Ma come è cambiata la terra nella sua storia, come possiamo misurare il tempo delle sua storia attraverso i suoi cambiamenti e modificazioni?
Questa storia è il tempo della terra, questa è la preistoria. Un viaggio straordinario.



Seconda puntata
Ospite in studio: Fabio Massimo Petti, Società Geologica Italiana
e dalla Sapienza, Università di Roma, Carlo Doglioni.


Di cosa è fatta la terra, com'è fatta la Terra la superficie del nostro mondo e cosa c’è nelle sue viscere? Come si è trasformata la crosta terrestre? Cosa sono le placche tettoniche, a cosa servono le eruzioni, perché i terremoti sconquassano la superficie del Mondo? Come si sono formate le montagne e come continuano a trasformarsi? Cosa c’era un tempo dove oggi sono gli oceani? Perché un fiume è vivo? Perché e come, in poche parole, ogni singolo elemento della nostra terra, anche le rocce più immobili, in realtà sono elementi vivi, vivissimi e parte dinamica e trasformativa di quel corpo – unico e organico che è la Terra?



Terza puntata
Ospite in studio: Federico Fanti, Università di Bologna
e dalla Sapienza, Università di Roma, Umberto Nicosia.


I dinosauri. Tutti li conosciamo, tutti sappiamo cosa sono stati, ma a cosa serve studiarli? Ed a cosa serve studiare gli atri fossili.
Quali insegnamenti possono darci ed a quali progressi scientifici possono condurci? I fossili ci documentano un quando e un dove altrimenti impossibili da decifrare e proprio perché erano organismi viventi ci forniscono informazioni essenziali sui cambiamenti che il pianeta ha affrontato nel corso del tempo.
Il singolo fossile ci può dire molto su una specie in particolare, ma quando combiniamo insieme i diversi tipi di fossili (piante, vertebrati, invertebrati, impronte, macro e micro, ecc.) Allora abbiamo uno strumento per capire un ecosistema e di confrontarlo con altri dello stesso periodo trovati in altre parti del mondo.
Questo processo si può ‘replicare’ in diversi contesti geografici e temporali. Proprio per questo i fossili sono oggi considerati una fonte insostituibile di notizie sul passato del nostro pianeta. I fossili una memoria fondamentale per capire la vita e la Terra.



Quarta puntata
Ospite in studio: Marco Pantaloni, Servizio geologico d'Italia - ISPRA


La geologia è una scienza che dialoga con la società, che cerca soluzioni ai problemi del nostro vivere quotidiano, si pone interrogativi su come risolvere la crescente necessità di approvvigionamento idrico e di smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi, si chiede come conciliare il grande sviluppo demografico con le necessità alimentari, indaga e sperimenta il reperimento di nuove fonti energetiche sostenibili, si occupa di scoprire nuovi bacini di risorse minerali e di risorse di altro genere.
Ma non solo. Coopera alla salvaguardia dei nostri patrimoni urbani e monumentali, dalle megalopoli, alle città, ai paesi, ai siti archeologici. Per il futuro dell’uomo la geologia può fare molto e in molti modi. E nell’”Officina delle idee”, Massimo Temporelli fa capire in che modo la composizione del sottosuolo possa influire sugli organismi vegetali, compresi i nostri alimenti.



lunedì 23 novembre 2015

La sosta di Papa Pio VII, mecenate della mineralogia

di Alessio Argentieri



Papa Pio VII (Cesena 1742- Roma 1823)
Il percorso storico dello sviluppo delle scienze geologiche a Roma è segnato da diverse “pietre miliari”. Uno degli eventi più significativi fu l’istituzione presso l’Archiginnasio romano, nell’anno del Signore 1804, della prima cattedra di mineralogia da parte di Papa Pio VII, su proposta del cardinale Alessandro Lante, tesoriere generale pontificio. Primo titolare fu un religioso, padre Carlo Giuseppe Gismondi, a cui succedettero in sequenza Pietro Carpi (dal 1824 al 1861), Vincenzo Sanguinetti (1861-1864), Giuseppe Ponzi (1864-1873), Johann Strüver (dal 1873). Fu sempre Pio VII a ristabilire nel 1814 la Compagnia di Gesù, soppressa da Clemente XIV nel 1773, che ebbe un ruolo centrale nello sviluppo delle scienze astronomiche e della Terra, a Roma in particolare, nel XIX secolo.
Ma questa è un’altra storia, e torniamo perciò a Pio VII: nato a Cesena nel 1742, Barnaba Chiaramonti prese i voti nell’ordine benedettino nel 1758 con il nome religioso di don Gregorio; nel 1784 fu nominato vescovo di Imola e il 14 marzo 1800 salì al soglio pontificio succedendo al suo concittadino Angelo Braschi, papa Pio VI. 
Chiaramonti, pontefice illuminato, resse la Chiesa negli anni convulsi di inizio XIX secolo. Nonostante i contrasti politici e religiosi tra la Francia e lo Stato Pontificio, egli, personaggio mite e conciliante, fu inizialmente in buoni rapporti con Napoleone Bonaparte, di cui fu chiamato a presenziare nel 1804 la cerimonia di incoronazione a Imperatore dei Francesi nella cattedrale di Notre-Dame de Paris, assistendo passivo e silenzioso all’autoconsacrazione della coppia regale ritratta nel famoso dipinto di Jacques-Louis David. 


Jacques-Louis David, Sacre de l'empereur Napoléon 1er et couronnement de l'impératrice Joséphine dans la cathédrale Notre-Dame de Paris, le 2 décembre 1804, (1806-1808; Paris, Musée du Louvre).

Seguirono progressivi contrasti, culminati nella definiva rottura dei rapporti dopo l’invasione di Roma nel 1808 da parte delle truppe francesi guidate dal generale Miollis, con il Papa che si autorelegò a prigioniero nel Palazzo del Quirinale. Nel 1809 il Pontefice fu sequestrato dai Francesi e deportato a Savona, dove fu segregato per quasi tre anni fino al 1812, quando gli fu  imposta- nonostante l’età avanzata- una ulteriore “cattività transalpina” traducendolo a Fontainebleau, dove permase per diciannove mesi, sottoposto a progressive umiliazioni da parte di Napoleone. Finalmente nel 1813 Bonaparte, dopo i disastrosi esiti della campagna di Russia,  fece ricondurre Pio VII a Savona, decretandone poi la liberazione nel marzo dell’anno successivo. Dopo l’abdicazione di Napoleone  (6 aprile 1814), fu ripristinata l’autorità papale su Roma.

Tra le complesse vicende della vita di Pio VII, mecenate degli studi mineralogici, va ricordato anche un singolare episodio, meno epico e rilevante dal punto di vista storico, che si svolse due secoli fa, durante una delle tappe del convulso peregrinare a cui egli fu sottoposto. 
Durante i “Cento giorni”, nel timore di un possibile ritorno al potere di Napoleone in Francia, il Papa lasciò Roma nel Marzo 1815 fuggendo a Genova per sottrarsi alla minaccia delle truppe di Gioacchino Murat. Il 2 giugno 1815 il convoglio papale, sulla via del ritorno, transitava lungo la Via Francigena quando fu necessaria una sosta d’emergenza per consentire all’anziano Pontefice di espletare un’esigenza fisiologica. Che fu espletata presso Barberino Val d’Elsa, a breve distanza da Poggibonsi, utilizzando i servizi (non si sa quanto igienici) di una casa colonica posta sulla Via Cassia.
Oggi la frazione del Comune di Barberino, detta “Sosta del Papa”, conserva nella toponomastica rimembranza di quell’episodio. L’edificio che ne fu teatro ospita una trattoria tipica toscana dall’identico nome. 


La sosta del Papa
Per completezza di informazione dobbiamo però precisare che la località, nella regione che delle arguzie vernacolari è la patria, è anche nota colloquialmente come “La pisciata del Papa”. E sul medesimo filone ci sia perciò consentito di riservare perciò una “minzione speciale” alla lapide commemorativa apposta sull’edificio, che così recita:
«Pio VII PONT SOMMO Pei timori della guerra da Gioacchino Napoleone accesa per farsene signore in Italia partito providam il dì 22 marzo 1815 da Roma e per lo spazio di 2 mesi mentre discacciavasi per le armi austriache e toscane lo autore di tale intrapresa da Napoli trattenutosi in Genova ritornando il dì 2 giugno alla sua sede da fisiche necessità costretto questa casa della sua augusta presenza onorò.Lo avvenimento memorabile volle tramandare in questo marmo alla posterità Batista Filippo Pandolfini patrizio fiorentino»


La lapide commemorativa
Anche per questo episodio, un posto d’onore nel novero dei GEOITALIANI è riservato a Papa Pio VII, che all’indomani del Secolo dei Lumi diede decisivo impulso allo studio delle discipline mineralogiche nell’area romana, aprendo la via allo sviluppo delle moderne scienze geologiche in Italia centrale.
 La simpatia per il personaggio non potrà poi che essere rafforzata nel rivederne, ne “Il Marchese del Grillo” di Mario Monicelli (1981), la memorabile interpretazione di Paolo Stoppa, che incassa con stile l’irriverente scherzo perpetratogli da Sordi nei panni del nobile romano Onofrio.


Paolo Stoppa (Pio VII), Alberto Sordi (Onofrio del Grillo) e Camillo Milli (Cardinal Consalvi)



lunedì 9 novembre 2015

1930: la fondazione di una "strana" sezione scientifica

di Marco Pantaloni

La Società Italiana per il Progresso delle Scienze (SIPS) nasce a Pisa nel 1839, molti anni prima dell’Unità del paese, dietro la spinta di un gruppo di scienziati di tutte le discipline provenienti da tutte le parti d’Italia. La fondazione della Società segue l’onda emotiva “positivista” di quel periodo, mirando al progresso e al benessere, attraverso il contributo della scienza. Tra i fondatori della SIPS va ricordato Paolo Savi, botanico, zoologo e geologo, tra i principali artefici della scuola pisana di geologia.

Nel 1930 si tenne, a Bolzano e Trento, la XIX Riunione della SIPS. L’Ufficio di presidenza del congresso venne tenuto dall'illustre prof. Gian Alberto Blanc, fisico, geochimico e paleontologo.
La SIPS è suddivisa in diverse Sezioni scientifiche, denominate Classi, ciascuna delle quali divisa poi per discipline, presiedute da un diverso scienziato; nella Classe A, quella di Scienze fisiche, matematiche e naturali, il settore Mineralogia e Geologia era presieduto dal prof. Federico Millosevich.

A latere del Congresso, alcuni dei partecipanti all'importante consesso fondarono, goliardicamente, una nuova sezione, denominata “sezione enologica”.
Nell’archivio Dal Piaz, che conserva con cura tutto il materiale epistolare, manoscritti, relazioni, fotografie e ….. cartoline, è stata rinvenuta, appunto, una cartolina illustrata che ricorda la fondazione della nuova “sezione” avvenuta il giorno 10 settembre, a quanto sembra, presso la Ca’ de Bezzi - Batzen Häusl di Bolzano.




Forse l’antica osteria, aperta ancora oggi dopo oltre 600 anni dalla fondazione, conserva l’eco delle risa e delle battute pronunciate dai geologi presenti; forse tra quelle battute c’erano anche affermazioni serie, che riguardavano studi, teorie e vedute scientifiche che, a distanza di molti anni, sono ormai radicate nella nostra conoscenza.
Suscita comunque emozione vedere, sul retro della cartolina, le firme di illustri personaggi che hanno fatto la storia della nostra disciplina e che, allora come oggi, dopo intense giornate di discussioni scientifiche passavano volentieri la sera in allegra compagnia di amici e di buon vino.


Tra le firme si riconoscono:
Giorgio Dal Piaz, Gian Battista Dal Piaz, Angelo Bianchi, Emanuele Grill,
Paolo Gallitelli, Ciro Andreatta e moglie, Piero Leonardi.

Per saperne di più:
Gian Alberto Blanc: http://www.treccani.it/enciclopedia/gian-alberto-blanc_(Dizionario-Biografico)/
Federico Millosevich: http://www.treccani.it/enciclopedia/federico-millosevich_(Dizionario_Biografico)/
Ca’ de Bezzi - Batzen Häusl: http://www.batzen.it/it/batzen-hausl-losteria-delle-specialita/

mercoledì 7 ottobre 2015

Tacchi a spillo, capigliature corte alla garconne, continenti alla deriva: Federico Sacco contro tutti

di Marco Romano

Nel 1929 il grande geologo italiano Federico Sacco, pubblica uno spassoso e incendiario contributo dove si lancia in critiche pungenti e lapidarie contro tutte le tendenze del momento, passando dal mondo della moda femminile, alla musica, l’arte fino alle recenti teorie in campo geologico e astronomico. Sacco non è nuovo a incursioni di tale tipo dalla forte carica provocatoria e aneddotica. Basti pensare ad esempio alle prove e motivazioni, al limite del ridicolo e del grottesco, portate da Sacco per dimostrare “l’italianità dei territori irredenti” e giustificare quindi l’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Esempio paradigmatico sono gli elementi addotti riguardo l’italianità dell’Adriatico, che, secondo il geologo, altro non è che una fase transitoria, destinata ad essere interrata dall’avanzamento del “Delta Padano”: “E siccome questa mirabile e benefica trasformazione adriaca si compie per l’abrasione dei monti italiani, per il trasporto fatto dai fiumi italiani e per l’opera continua, plurimillenaria… … eseguita dalle braccia e diretta dalla mente degli italiani, è ben giusto che la regione terracquea dell’Adriatico appartenga liberamente all’Italia”.


Fig. 1. Federico Sacco, da archivio Società Geologica Italiana.

Federico Sacco, nato a Fossano nel 1864 iniziò la carriera universitaria al Regio Politecnico di Torino, ricoprendo il ruolo di professore di paleontologia tra il 1886 e il 1917, per divenire poi ordinario in geologia dal 1897 al 1935. Tra le differenti e prestigiose cariche, Sacco ricoprì quelle di Presidente della Società Geologica Italiana, del Comitato Geologico Italiano e del Comitato Glaciologico Italiano; fu membro del Consiglio Superiore delle Miniere dell’ Accademia dei Lincei e dell’ Accademia delle Scienze di Torino. Gran parte delle sue ricerche in ambito geologico si concentrarono sullo studio delle Alpi Occidentali, con la pubblicazione di una famosa monografia sull’argomento; nel corso della sua carriera pubblicò oltre 600 lavori, molti in ambito paleontologico.
Nel testo dal titolo evocativo, “Aberrazioni”, che non lascia spazio ad alcun tipo di fraintendimento, Sacco passa come un trita sassi su tutte le mode più stravaganti che, a detta dell’autore, rappresentano veri e propri controsensi e irregolarità che sembra “quasi impossibile che abbiano potuto concepirsi e svilupparsi”. Il geologo passa in rassegna le mode femminili, vicine e lontane, parlando delle acconciature più stravaganti, le alte e complicate coiffures con chignons, le capigliature corte alla garconne, che non ci permettono secondo l’autore di distinguere una testa femminile da quella maschile. I busti oltre modo stretti che “martirizzano il corpo” per ottenere la tanto desiderata “vitina da vespa” e gli abiti più moderni che definisce addirittura “insaccature”. E ancora le vesti talmente strette da impedire perfino di camminare a chi le indossa, o talmente lunghe da raccogliere la spazzatura in terra. Fa riferimento ai lunghi tacchi delle calzature che “ci fanno apparire le donne come camminanti sui trampoli” fino ad arrivare al “semplicismo con denudamento superiore facilitante le broncopolmoniti ed accorciamenti inferiore sin sopra le ginocchi in modo da lasciare più poche illusioni sul corpo femmineo”.


Fig. 2. “Coiffures Vues Au Théâtre De La Porte Saint-Martin À La Répétition Générale Du "Destin Est Maître" Et Monsieur Bretonneau” anno 1914 by Maury R.
From http://digitalcollections.nypl.org/items/510d47e1-0821-a3d9-e040-e00a18064a99.

mercoledì 30 settembre 2015

1593, Johannes Baptista Pinellus: Carminum.

di Marco Pantaloni

Why the wind blow ....






"Nosti cur spirent venti, cur terra dehiscat,
Cur mare turgescat, pelago cur tantus amaror,
Cur caput obscura Phoebus ferrugine condat,
Quid toties diros cogat flagrare cometas,
Quid pariat nubes, veniant cur fulmina coelo,
Quo micet igne lris, superos quis conciat orbes
Tam vario motu quod numen sidera verset."




venerdì 11 settembre 2015

In guerra con le aquile. Geologi e cartografi sui fronti alpini del primo conflitto mondiale. MUSE, Trento, 17-20 settembre 2015

L’ambiente alpino, e quello dolomitico in particolare, rappresentarono per le truppe degli eserciti contrapposti durante la Prima Guerra Mondiale le condizioni più estreme nelle quali si trovarono a combattere. Le difficoltà incontrate non furono dovute solo alla conformazione topografica dell’area dolomitica, ma anche ai caratteri geologici e geomorfologici del territorio.
Il ruolo svolto dai geologi e dei cartografi in quegli anni verrà messo in luce nel convegno “In guerra con le aquile. Geologi e cartografi sui fronti alpini del primo conflitto mondiale” che si svolgerà al MUSE, Museo delle Scienze di Trento, dal 17 al 20 settembre.


Il convegno vuole raccontare e ricordare da un punto di vista storico e geologico i luoghi, gli eventi e i personaggi coinvolti nel conflitto nella ricorrenza del centenario dell’ingresso italiano nelle ostilità. Verranno evidenziati, inoltre, gli effetti che le azioni militari hanno avuto sull’ambiente ma anche i nuovi rapporti culturali che si sono creati tra uomo e gestione/tutela del territorio nel secolo trascorso dal primo conflitto mondiale.
Organizzato da ISPRA, Società Geologica Italiana, Geologische Bundesanstalt di Vienna e MUSE, il convegno prevede quattro sessioni tematiche: Geologia e guerra; La montagna studiata; La montagna addomesticata e ferita; La montagna ricorda. Chairmen delle sessioni saranno Giambattista Vai, direttore del Museo Capellini dell’Università di Bologna, esperto di storia della geologia; Carlo Doglioni, professore di Geodinamica alla Sapienza, Università di Roma, uno dei massimi esperti della geologia dell’area dolomitica; Camillo Zadra, Direttore del Museo storico italiano della guerra di Rovereto; Giorgio Vittorio Dal Piaz, già professore di Geologia all’Università degli Studi di Padova.
Gli interventi previsti spaziano dall’analisi geologico-geomorfologica delle zone teatro della guerra, all’analisi storica dei materiali cartografici e documentali originali del periodo. Attenzione sarà poi dedicata all’impatto delle attività militari sul territorio e all’alterazione del delicato equilibrio tra attività antropica e territorio. Una delle sessioni, poi, analizzerà lo sviluppo delle tecnologie che, in tempo di pace, verranno utilizzate per scopi di ricerca territoriale e ambientale.
Nella prima giornata si terrà una tavola rotonda con esperti del settore dal titolo “La montagna ricorda. Gestione e condivisione del patrimonio culturale come strumento per la tutela e la valorizzazione del territorio”, moderata da Franco Foresta Martin, giornalista scientifico del Corriere della Sera.
Il convegno sarà seguito da una escursione che ripercorrerà alcuni dei luoghi teatro del conflitto nei quali i caratteri geologici e geomorfologici del territorio hanno profondamente condizionato le azioni militari. Verrà percorsa la Galleria del Lagazuoi, realizzata durante il conflitto per la cosiddetta “guerra di mina” e visitato il Forte Pozzacchio, inserito strategicamente in una situazione geologico-geomorfologica particolarmente adatta agli scopi militari.
Il convegno ha avuto il patrocinio del Comitato Interministeriale per il Centenario della Prima Guerra Mondiale della Presidenza del Consiglio e del Consiglio Nazionale dei Geologi.

I saluti di apertura verranno fatti dal MUSE, dalla Provincia Autonoma di Trento, dal Comune di Trento, dal Comando Militare Territoriale, dal Consiglio Nazionale dei Geologi, dalla Società Geologica Italiana e dall’ISPRA.

Il programma el convegno è disponibile al download su:

lunedì 13 luglio 2015

Una disputa geo-archeologica

di Marco Pantaloni

Pochi anni orsono, nel 2010, nella frazione di Santa Maria di Castellabate, località turistica in provincia di Salerno, nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è stato identificato un sito di straordinario interesse geo-archeologico.
Il sito si trova sul litorale, e consiste in una antica cava estesa per circa 300 m dalla quale venivano estratti dei “rocchi” cilindrici destinati alla realizzazione di colonne; si presume che la cava fosse attiva già nel VI sec. a.C., rappresentando quindi una delle più antiche testimonianze archeologiche del Cilento.
La spiaggia dei rocchi, a Santa Maria di Castellabate (SA)
L’analisi del sito permette di comprendere le modalità di lavorazione della pietra locale e del loro impiego nelle costruzioni e nei colonnati dei templi dei siti archeologici di Velia e Paestum da parte dei Dori Trezeni, uno dei numerosi gruppi etnici che fondarono la Magna Grecia in Italia meridionale.
La cava è impostata su una piattaforma di calcareniti bioclastiche e in alcuni luoghi è possibile ancora individuare le strutture cilindriche già abbozzate e pronte per l’estrazione e destinate alla costruzione di colonne.


Stralcio della Carta geologica del
Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, in scala 1:110.000,
realizzata dall'Ente Parco, dal Ministero dell'Ambiente e dal Servizio geologico d'Italia - ISPRA.
La carta è disponibile 
sul sito ISPRA in visualizzazione html (link) o in formato viewer (link)
Legenda della Carta geologica del Parco;
nel riquadro viene descritta l'unità 9, affiorante nella spiaggia dei rocchi.
Alcuni studiosi ritengono che tali rocchi fossero destinati alla costruzione di un tempio dedicato a Poseidone sul promontorio di Tresino, mentre altri ritengono essere destinati ai maestosi templi di Poseidonia, l’attuale Paestum. Questa seconda ipotesi sembra non essere plausibile; una rapida osservazione delle colonne dei tre meravigliosi templi della città greca mostrano i chiari segni di una natura diversa da quella arenacea; si tratta, infatti, di blocchi di origine continentale, costituiti da travertino.
É proprio l’uso di questa pietra che ha decretato la fortuna e la conservazione, pressoché perfetta, dei templi di Paestum. Si tratta di una roccia che occupa l’intera piana di Paestum; la sua formazione è avvenuta per la calcificazione e concrezione di materiale vegetale grazie alle acque circolanti del fiume Salso, che ha permesso la formazione di un materiale fortemente alveolato, che ha dato prova di grande durabilità.
Probabilmente, un’analisi più approfondita potrebbe permettere l’identificazione di blocchi della pietra estratta dalla “spiaggia dei rocchi” in altri edifici di Paestum.
Di certo blocchi di arenaria sono stati usati come intercalazioni decorative nel fregio del Tempio di Hera, sposa di Zeus e principale divinità di Poseidonia, più noto come Basilica, dal nome che gli dettero gli archeologi del settecento per la quasi totale sparizione dei muri della cella, del frontone e della trabeazione.
L’immagine mostra infatti la sequenza di blocchi arenacei bruno-rossastri intercalati tra quelli bianco-rosati di origine travertinosa, rendendo un magnifico effetto di contrasto cromatico, specialmente durante le ore del tramonto.


Il Tempio di Hera a Paestum (foto MP)
Dettaglio del fregio del Tempio di Hera a Paestum;
si noti l'uso dell'arenaria come elemento decorativo
(foto MP)
A prescindere dall'effettivo utilizzo del materiale estratto dalla cava, argomento di squisito interesse archeologico ma che vede il geologo come fondamentale supporto scientifico, è nostra opinione che il sito della spiaggia dei rocchi, particolarmente affollato durante i mesi estivi, dovrebbe essere maggiormente tutelato, in modo da preservare quest’area di particolare interesse geo-archeologico, posto all'interno di un territorio di inestimabile valore geologico-naturalistico.




Per saperne di più

Carta geologica con elementi tematici e Carta dei Paesaggi sottomarini del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, in scala 1:110.000, realizzata dall'Ente Parco, dal Ministero dell'Ambiente e dal Servizio geologico d'Italia - ISPRA.
La carta è disponibile sul sito ISPRA in visualizzazione html (link) o in formato viewer (link)

Salvatore D’Agostino, Luigi Stendardo, IL RESTAURO STRUTTURALE DEI TEMPLI DI PAESTUM DALL’OTTOCENTO ALL’ATTUALITA'. XXIV Conv. Int. “Scienza e Beni Culturali”, Bressanone, Arcadia Ricerche, 2008 http://associazionearco.blogspot.it/2009/10/il-restauro-strutturale-dei-templi-di.html


giovedì 25 giugno 2015

Enrico Coleman e i Monti Simbruini

di Marco Pantaloni


Correva l’anno 1881 ed Enrico Coleman, pittore romano caposcuola del naturalismo, trentacinquenne, effettua insieme a Martinori, segretario della Sezione romana del Club Alpino, una lunga escursione sui Monti Simbruini.

Parte da Roma col tramway per Tivoli, effettuando un “solito nojoso viaggio per la mancanza dei compagni”, e da lì fino a Subiaco in diligenza. Restano fermi il pomeriggio e la sera, a causa di un forte temporale, passando la serata fumando ed importunando le cameriere dell’albergo dove sono alloggiati. Una bruna, snella e simpatica, l’altra ”bionda, bellissima, con certi occhi da far cadere anche un S. Antonio”.

La mattina del 13 aprile, alle 5.30, partono in direzione di Jenne; passano il Monastero di Santa Scolastica, poi scendono sul fondovalle dell’Aniene, incassato “tra le ultime pendici di Monte Livata e il boscoso Monte Carpineto”.
Salendo nel fondovalle inizia “una lunghissima e dotta(?) discussione con Martinori sull’inclinazione degli strati calcarii della montagna”, fino all’arrivo alla Grotta dell’Inferniglio.



Affamati arrivano a Cominacchio, storpiatura di Comunacque, la località dove i fiumi Aniene, proveniente da Filettino, e Simbrivio, proveniente da Vallepietra, si incontrano.
Proseguono passando la cascata di Trevi e risalendo il corso del Simbrivio, verso Vallepietra. I due vengono accompagnati dal guardiano di Vallepietra che con i suoi “forte, giovenotti” li spinge a proseguire il percorso, arrivando a intravedere il Santuario della Trinità e il Monte Autore.



Passano la notte in casa dell’arciprete, Don Mercuri, lasciandogli in dono alcuni strumenti meteorologici portati da Roma. Si addormentano al suono dei cinque torrenti che formano il Simbrivio, con un suono che “rassomigliava al lontano fragore del mare”.



Il 14 aprile lasciano Vallepietra per salire sul Monte Autore e proseguire per Camerata. Li accompagna un cugino dell’Arciprete, incuriosito dalle discussioni della sera precedente sulle “varie formazioni geologiche”. Il loro accompagnatore sollecita alla discussione con un “Ripijamo il discorso de sera”; i due, allora, dialogano con “quel pochino che ne sappiamo a discutere di strati e vallate di erosione ecc.”.
Ammirano poi “un banco di travertino nel quale le foglie di faggio sono ammassate come sotto un torchio” e che “sono tanto perfette che sembrano soltanto tinte del colore del travertino”.
Giungono al Santuario, “colla sua rupe che ci mostra in modo veramente imponente, una roccia di calcare grigio, ranciata qua e là dall’ossido di ferro che cade a picco come una casa per 250 metri sul pendio ripidissimo della montagna, .... e i grandi alberi dei vicini monti paiono semplici cespugli”.
Il Santuario è, ancora oggi, un luogo di grande devozione e Coleman, preoccupato, dice “giunti sotto la roccia perpendicolare, era realmente spaventoso guardare su, vedere dei massi di più metri cubi contornati da profonde screpolature, e apparentemente sul punto di precipitare in basso”.
Si rifanno della scarsa cena quaresimale del giorno precedente mangiando un quarto di capretto, poi salgono verso il Monte Autore, accompagnati dal brutto tempo. Dalla cima osservano il meraviglioso paesaggio dell’Appennino centrale: il Terminillo, il Gran Sasso, il Velino e la pianura del Fucino. Più vicini il Tarino  il Viglio, la valle dell’Aniene, l’altopiano di Arcinazzo, il Monte Semprevisa e il Mare Tirreno. A ponente il monte Scalambra, il Guadagnolo, il monte Gennaro e la Campagna romana. Costruiscono, abitudine presente già allora, un uomo di pietra; Coleman abbandona l’opera dopo un maldestro pestone al dito e dopo aver, eufemisticamente, “sparato qualche colpo di revolver”.
Scendono quindi in direzione di Camerata e dopo un’ora arrivano alla piana di Camposecco.



La piana “è una valle senza sbocco apparente alta 1300 metri circa sul mare, coperta di verde erbetta nascente e tempestata di viola tricolore ed altri fiori che mi rincresce non potere specificare. Qua e là ci sono delle voragini dove pare che l‛acqua si ingolfi. Lo traversiamo per la lunghezza d‛un 3 kilometri, quindi rincominciamo a discendere”.



Proseguono, arrivando a Camerata vecchia nella quale, dopo l’incendio di venti anni prima, “non vi rimangono che pochi abitanti e delle stalle pel bestiame”. Frattanto rincominciò a piovere, e "riparatici sotto un‛arco della chiesa diroccata, la scena era veramente lugubre. Le nuvole salendo e scendendo danzavano una ridda infernale, oscurandoci il panorama e tutto intorno rumoreggiava il tuono, in un angolo dell'arco, in una buca varii crani e stinchi di antichi Cameratani, aggiungevano allegria alla scena”.
Arrivati a Camerata nuova, trovarono alloggio in un’osteria e affacciandosi all'uscio, rimasero “a bocca aperta allo strano e meraviglioso spettacolo di qui Camerata Vecchia, il paese in cui mezz'ora prima eravamo discesi. La sua forma si potrebbe quasi paragonare ad un fiasco cui si sarà spezzato irregolarmente il collo; quando poi più tardi ci vedemmo sorgere dietro la luna, la scena era proprio degna della matita di Dorè”.
La mattina dopo, alle 3, si alzano per partire in direzione di Rocca di Botte; dopo la pioggia notturna la strada è un pantano, e la luna “dà appena abbastanza luce per scambiare i sassi bianchi dai buchi d‛acqua, e viceversa, di tanto in tanto la strada si confonde con un fosso (deve essere il principio di fosso Fiojo, una delle sorgenti del Turano). Notiamo che v‛è già gente nei campi, e sentiamo zappare”.
Oltrepassato lo spartiacque tra Aniene e Turano, giungono finalmente a Arsoli, giusto in tempo per la coincidenza con la diligenza. Che però è costretta ad una sosta di 5 ore a Vicovaro, a causa di una frana che interrompeva la strada. Sostano il pomeriggio a Tivoli, dove Martinori riprende nell’attività di importunare le cameriere; viene bloccato con grida di “statte fermo” e “mo te do na zampata ‘n petto”. Lasciano Tivoli col treno delle 5.50, pronti a “rompere le scatole agli amici”.

Oggi, dopo molti anni, l’itinerario percorso da Coleman e da Martinori è diventato uno dei sentieri più belli e suggestivi del Parco Naturale dei Monti Simbruini; ottimamente attrezzato, ben mantenuto, percorre il cuore del Parco, attraversando i paesaggi più caratteristici di questo settore dell’Appennino centrale.
Ripercorrere questo sentiero, indicato da tabelle con la sigla SC dedicate alla memoria dello “spiritoso” pittore  Coleman, magari dopo aver letto integralmente il suo diario, apre a nuove prospettive di rispetto e tutela della natura e dell’ambiente e, magari, permette di compiere interessanti osservazioni geologiche e geomorfologiche a pochi chilometri da Roma.

Per saperne di più:
http://www.cameratavecchia.it/diario-originale-di-enrico-coleman-1881-escursione-sui-monti-simbruini