domenica 26 aprile 2020

Il 25 aprile 1945 dell'Italienische Militarinternierte n. 6168

di Alessio Argentieri

Il 25 Aprile del 1945, l’Internato Militare Italiano n. 6168 si trovava ancora nello Stalag XIB di Fallingbostel, in Bassa Sassonia, in cui era recluso da diversi mesi. Pochi giorni prima, il 16 di quel mese, una divisione corazzata inglese aveva liberato il campo di concentramento, salvando i prigionieri da una sorte infausta: i nazisti, prossimi alla disfatta, avevano infatti deciso di trasferirli in quelli di sterminio di Bergen Belsen e Buchenwald. Il protagonista di questa storia, in grave denutrizione e ammalato di pleurite, fu trasferito nel maggio 1945 nel non lontano campo di Bomlitz, trasformato in ospedale militare inglese; dopo quattro mesi di degenza egli fece ritorno in Italia, il 30 agosto 1945, per riprendere la propria vita dopo la tragica parentesi bellica.



Nel 1941, quale tenente di fanteria del Regio Esercito, egli era stato inviato al fronte, prima in Albania dove fu impegnato in combattimenti di posizione, e poi in Grecia. L’8 settembre 1943 egli si trovava a Istmia, preso il canale di Corinto, dove in virtù delle sue competenze di geologo svolgeva l’incarico di sorveglianza della stabilità delle sponde. Lì, all’indomani dell’armistizio, i tedeschi catturarono i militari italiani, deportandoli in Polonia con un travagliato viaggio durato un mese in vagoni bestiame piombati, attraversando Grecia, Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria e Germania. Il tenente, come circa 700.000 altri connazionali, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di partecipare alla guerra civile, scegliendo la prigionia. Agli internati militari italiani (Italienische MilitärInternierte, contrassegnati dall’acronimo IMI) fu negato lo status di prigionieri di guerra. La sua lunga cattività durò quasi due anni, passati in diversi campi (ottobre 1943 a Luckenwalde, presso Berlino; dal novembre 1943 a Beniaminowo, vicino Varsavia; poi in Bassa Sassonia, dapprima Stalag XB di Sandbostel dal marzo 1944 e poi Stalag XIB di Fallingbostel dal gennaio 1945). Tra i suoi compagni di sventura alcuni personaggi famosi, tra cui lo scrittore Giovannino Guareschi. Per il nostro geologo, montanaro della Val di Non, la pena aggiuntiva del piatto e desolato paesaggio del bassopiano germanico, anziché le amate Dolomiti.
Ma il personaggio diede a questa esperienza tragica un grande significato, grazie alla sua passione per la fotografia, coltivata clandestinamente durante tutta la reclusione a rischio dell’incolumità. Grazie ad una Zeiss Super Ikonta, poi sostituita da una Voigtländer Leica celata anche nelle mutande, tanti scatti impressi su pellicole custodite e sviluppate solo dopo la fine della guerra. Fotografie di enorme importanza storica e simbolica, che documentarono la prigionia e la liberazione. La prova di una sfida azzardata, combattuta e vinta a mano disarmata dagli oppressi contro i potenti oppressori, una sorta di ‘Resistenza passiva’ di gran parte degli internati militari italiani che, scegliendo per varie ragioni la prigionia, rifiutarono la guerra civile e diedero comunque un contributo alla sconfitta del nazifascismo.
Il personaggio, per chi di questa storia non è a conoscenza, era Vittorio Vialli (Cles, Trento 1914- Bologna 1983) insigne paleontologo e geologo, curatore presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, poi professore di paleontologia e di geografia fisica all’Università di Bologna e direttore dell’Istituto di Geologia e Paleontologia, nonché del Museo Geologico “Giovanni Capellini”. La produzione scientifica di Vialli è composta da trentasei tra articoli e carte, oltre ad alcuni testi didattici, che spaziano dalla paleontologia (stratigrafica, sistematica e di evoluzione) a temi prettamente geologici, incluso il rilevamento e la cartografia. In termini quantitativi pesa il decennio scarso che le vicende belliche gli sottrassero allo studio e alla ricerca, peraltro proprio nella fase cruciale tra la trentina e la quarantina; grande impegno dedicò inoltre alla didattica e alla conservazione museale. Il suo profilo umano e professionale, già raccontato in molti libri e saggi, è di prossima pubblicazione nel volume 99 del Dizionario Biografico degli Italiani edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani (Argentieri, in stampa).



Ieri, nel settantacinquesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, era programmata la presentazione a Bologna di una nuova edizione (curata anche dai figli Silvana e Bruno Vialli) del suo libro del 1975 Ho scelto la prigionia, in cui egli, tre decadi dopo gli eventi, narrò per immagini e parole la sua esperienza di internato militare. Fu la moglie Liana Mazzoldi ad assisterlo allora nel lavoro, impegnativo soprattutto emotivamente, di riordino del materiale fotografico.
L’emergenza sanitaria globale in corso ha imposto il rinvio di questo, come di moltissimi altri eventi ordinari e straordinari. Ecco un motivo in più per attendere con speranza la fine della pandemia, per onorare la memoria di questo illustre Geoitaliano. Un esempio di resistenza e di sopportazione delle difficoltà, capace di sopravvivere alle tragedie e di riprendere il percorso interrotto, a cui guardare con ammirazione.





domenica 5 aprile 2020

Prize “Quintino Sella for the History of Geosciences” in honor of Nicoletta Morello and Bruno Accordi


The Società Geologica Italiana is proud to announce that has been published the first edition of the “Biennial Prize “Quintino Sella for the History of Geosciences” in honor of Nicoletta Morello and Bruno Accordi - Competition notice 2020 for the two-year period 2019 - 2020.

The Prize, sponsored by the Banca Sella, consists of € 2.000. The winner will receive the membership to the Società Geologica Italiana for the year following the prize assignment, or the renewal if already a member.

The Prize is conferred to the author of the best scientific paper in the field of the History of Geosciences, published on national or international reviews in the two years before the call. The Prize is indivisible.

The Competition is open to all those who, on the deadline for the submission of applications, meet the following requirements:
  • under the age of 35;
  • are not tenured university professors.
The application form must be submitted by self-certification, in which the general details must be reported, as well as the candidate's personal and residence data according to the format available on the Società Geologica Italiana website, and must reach the Secretary of the Società Geologica Italiana by April 30th, 2020 accompanied by the following documentation on free paper:
  • the pdf file of the scientific paper presented for the competition (already awarded papers are not admitted);
  • the "curriculum vitae";
  • the list of any other publications of the candidate.
The documentation should be sent in pdf format to the following address: premi@socgeol.it

The announcement of the winner and the awarding of the prize will take place on the occasion of the General Assembly of Members to be held in Trieste at the headquarters of the 90th National Geological Congress of the Società Geologica Italiana in September 2021.



sabato 22 febbraio 2020

Corso di Storia della geologia alla Sapienza, Università di Roma


di Alessio Argentieri e Marco Pantaloni

La Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana è lieta di annunciare che presso il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza Università di Roma, è stato attivato l’insegnamento di Storia della Geologia. L’incarico di docenza è stato conferito a Marco Romano, che da giovane ricercatore fu fra i primi adepti della Sezione progetto GEOITALIANI ed oggi, dopo qualche anno, affronta questo importante impegno della sua maturazione didattica e scientifica.
Il corso è collocato nel secondo semestre dell’Anno Accademico 2019/20 ed avrà inizio il prossimo giovedì 27 febbraio (ore 16). Le lezioni si svolgeranno presso il Dipartimento di Scienze della Terra nei seguenti orari: giovedì 16-18 (aula 16) e venerdì 11-13 (Aula 5).
L’evento è motivo di orgoglio e vanto per la nostra Sezione, a nome della quale formuliamo i migliori auguri al collega Romano e ringraziamo il Dipartimento di Scienze della Terra per la lungimirante scelta.
E’ un momento significativo per la comunità geoscientifica italiana, che con questo ulteriore passo rimette la propria tradizione culturale quale base fondante della formazione delle nuove leve di geologi. Che si diventi tecnici, ricercatori, didatti, pubblici funzionari o liberi professionisti, è imprescindibile conoscere le proprie radici, sapere da dove si proviene, per capire dove dirigersi.
Oltre sette anni fa con questo spirito ci si lanciò nell’impresa GEOITALIANI, come ricordato di recente nel celebrare il settimo anniversario della nascita della Sezione (https://www.geoitaliani.it/2019/12/the-seven-year-itch.html).

Ed è una ottima notizia che in questo 2020, proprio nel luogo in cui Bruno Accordi concepì e realizzò il suo Storia della geologia (pubblicato nel 1984, e ad oggi l’unico trattato organico sulle geoscienze italiane), finalmente si ritorni a parlare del passato quale chiave del presente e del futuro. Per giunta nello stesso anno in cui si attribuirà il nuovo premio co-intitolato a Bruno Accordi e Nicoletta Morello che la SGI, con il fondamentale supporto della Fondazione Banca Sella, attribuirà a giovane studiosa/o di storia delle geoscienze.
Ci concediamo perciò con sollievo un poco di ottimismo rispetto alle considerazioni fatte nel 2013 sulle capacità delle varie discipline scientifiche italiane nel valorizzare la propria tradizione culturale (http://www.geoitaliani.it/2013/12/le-vite-degli-altri-storia-e-memoria.html).




martedì 31 dicembre 2019

La rota porphyretica nella Basilica di San Pietro in Vaticano


di Marco Pantaloni

Tra le migliaia di visitatori che ogni giorno entrano nella Basilica di San Pietro in Vaticano, solo pochi si soffermano a osservare una lastra di porfido collocata proprio all’interno della porta centrale, o porta del Filarete, della Basilica.
La vastità e lo splendore della chiesa distolgono l’attenzione del visitatore dal disco rosso cupo di porfido, conosciuto appunto come rota porphyretica, incastonato tra gli altri marmi nel pavimento.

Questo disco marmoreo rappresenta uno dei simboli più importanti per il ruolo secolare della Chiesa perché sopra di essa si svolgevano le solenni cerimonie della Corona e l'intronizzazione dei papi. L’importanza della rota è dimostrata dal fatto che, in passato, non poteva essere calpestata dal popolo comune per nessun motivo; la tradizione riporta che sulla lastra di porfido il papa Leone III abbia incoronato Carlo Magno, nella famosa notte di Natale dell’anno 800, anche se l’iconografia classica non ne riporta l’esistenza.

L’incoronazione di Carlo Magno (dettaglio), di Raffaello Sanzio.
(Web Gallery of Art: Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14614952)


La presenza di questa rota è stata richiamata in molti testi e la sua presenza deriva dal recupero di materiale dalla demolizione della precedente Basilica vaticana. Infatti, lo storico Onofrio Panvinio (1530-1568) nella descrizione del pavimento della vecchia basilica riporta la presenza di quattro rotae: due in marmo egiziano, delle quali una immediatamente dopo la soglia e due in porfido, posizionate una nel nartece e un’altra, quasi sicuramente la rota porphyretica, in corrispondenza dell’altare del Santissimo Sacramento. Questa posizione è confermata dal chierico della basilica Giacomo Grimaldi (1560-1623) che descrive quattro rotae allineate di cui una, che lui chiama “grande porphyretica”, posta di fronte all’Altare del Santissimo Sacramento. Grimaldi fu un attento cronista delle demolizioni e delle ricostruzioni della basilica, e uno dei pochi a riprodurre l’ambiente dell’antica basilica costantiniana. La rota porphyretica, nella riproduzione di Grimaldi, è la più grande delle quattro rotae e viene evidenziata dal colore rosso, al centro della navata in prossimità dell’altare del Santissimo Sacramento.

Rappresentazione dell’antica Basilica di San Pietro di Giacomo Grimaldi;
il disco rosso al centro del disegno è la rota porphyretica
(http://projects.leadr.msu.edu/medievalart/exhibits/show/roman_architecture_ages/old_st_peters)

Durante la costruzione della attuale basilica, il vecchio pavimento venne interrato a circa 4 metri di profondità e venne riesumato solo nel 1649 in occasione del Giubileo, quando papa Innocenzo X fece sostituire il pavimento della chiesa disegnato dal Maderno con l’attuale pavimento intarsiato di Gian Lorenzo Bernini. Il riposizionamento della rota porphyretica nell'attuale posizione, quindi, avvenne proprio in quel periodo; tuttavia durante i lavori la lastra fu spezzata e venne quindi ridotta nelle attuali dimensioni di circa 2,6 metri di diametro.
Nessuno studio riporta informazioni circa l’origine della lastra di porfido; sicuramente si tratta di materiale di riuso proveniente da opere della Roma imperiale. Questa pietra ornamentale, chiamata dai romani Lapis porphyrites o Porfido imperiale, è caratterizzata da un color rosso porpora con piccoli cristalli di feldspato bianco. Scientificamente è descritta come una dacite-andesite porfirica del Precambriano, con massa di fondo colorata da ematite e piemontite silicea con manganese. I cristalli rosa e bianchi sono costituiti da feldspato plagioclasico e quelli neri da biotite o orneblenda.

La rota porphyretica collocata all'interno della porta centrale
della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Venne estratta a partire dal I sec. a.C. a Gebel Dokhan nel Deserto egiziano orientale, divenuto poi Mons Porphyrites. Fu usata soprattutto ai tempi di Nerone, Traiano ed Adriano, e veniva estratta nelle cave di proprietà imperiale; la predilizione degli imperatori per il colore porpora fece sì che questa pietra ornamentale divenisse uso riservato dell’imperatore e, da quel momento, simbolo del potere.
Dopo l’abbandono delle cave egiziane, gli scalpellini romani riusarono massicciamente questa pietra, che venne quindi chiamata porfido rosso antico o porfido rosso egiziano, nei pavimenti cosmateschi delle chiese di Roma.

Di fatto, il valore simbolico della rota porphyretica la rende una delle pietre ornamentali più evocative nella storia dell’occidente, assegnandoli un valore culturale enormemente superiore a quello intrinseco economico.

Per saperne di più


sabato 7 dicembre 2019

The Seven Year Itch: GEOITALIANI 2012-2019


di Alessio Argentieri e Marco Pantaloni

Oggi la Sezione di Storia delle Geoscienze compie sette anni di vita. Il parto, seguito ad una lunga gestazione, avvenne il 7 dicembre 2012 nell’Aula del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza a Roma con la Conferenza “Le Geoscienze tra passato e futuro”. L’evento, organizzato dalla Società Geologica Italiana a seguire l’Assemblea generale, è stato raccontato già nel quinto anniversario con l’articolo che vi invitiamo a rileggere (http://www.geoitaliani.it/2017/12/primo-lustro.html).

Per il settimo compleanno ecco un piccolo omaggio a lettrici e lettori di GEOITALIANI, molti dei quali sappiamo essere cinefili.
Nel 1955 usciva nelle sale cinematografiche “The Seven Year Itch”, regia di Billy Wilder, uno dei film su cui si fonda il mito di Marilyn Monroe. In Italia fu rinominato “Quando la moglie è in vacanza”, con una traduzione infedele (letteralmente sarebbe “Il prurito del settimo anno”), forse imposta dalla censura che di cose pruriginose non voleva assolutamente sentir parlare.
Il numero magico 7 ci avrebbe consentito altre citazioni cinematografiche, dai cowboys guidati da Yul Brynner (“The Magnificent Seven” di John Sturges, 1960) o meglio ancora dal loro archetipo giapponese (“Shichinin no Samurai di Akira Kurosawa, 1954), sino a “Snow White and the Seven Dwarfs” (regia di David Hand, 1937). E su quest’ultima scelta avremmo avuto gioco facile, visto che nessun geologo al mondo può negare che le proprie passioni professionali abbiano una radice, seppur minima, nelle rappresentazione disneyana delle viscere della Terra, da cui i nanetti cavavano pietre preziose multicolori.

Ma su tutte le immagini possibili abbiamo deciso di festeggiare la ricorrenza del 7 dicembre con un altro dono del sottosuolo, il flusso d’aria risalente dalle gallerie ipogee per regalarci la meravigliosa Marilyn in abito bianco, che a distanza di decenni ancora estasia.



Dopo sette anni il prurito che diede vita al progetto GEOITALIANI ancora c’è e speriamo sia molto, ma molto contagioso, sino a diventare cronico.
Per questo motivo vi invitiamo a partecipare alle attività e a sostenere la Società Geologica Italiana, rinnovando l’iscrizione per il 2020.

Il contributo degli iscritti rappresenta un supporto fondamentale per la vita della nostra Società, ma soprattutto per poter continuare ad effettuare tutte le attività sociali, tese alla promozione della cultura delle geoscienze sia all'interno della comunità scientifica, nazionale e internazionale, sia nel Paese. Rinnovare la propria associazione alla Società Geologica Italiana significa sostenere l'intera comunità delle geoscienze nel segno della storia, della tradizione e del rinnovamento.

Rinnovando l’iscrizione per il 2020 non mancate di esprimere l’adesione alla Sezione di Storia delle Geoscienze.
GEOITALIANI wants you!!!

lunedì 2 dicembre 2019

Pria Pula, l’isola che non c’è (sulle carte geologiche moderne)

di Luca Barale

La Pria Pula (anche “Pria Pulla” o “Pria Poula”) è uno scoglio di pochi metri di lunghezza, situato a poco più di 200 metri di distanza dalla costa di Pegli (Genova), alle coordinate WGS84 44°25'15.8"N - 8°48'20.6"E. Il nome dello scoglio (letteralmente “Pietra Pollastra”) deriva dalla caratteristica forma “crestata” (Fig. 1), ben riconoscibile anche da riva.


Fig. 1. La Pria Pula in una cartolina d’epoca; sullo sfondo il lungomare di Pegli.
Immagine tratta dal volume “Pegli nel tempo e nei tempi” (Graffigna & Maggio, 2005)
La Pria Pula ha da sempre rappresentato un simbolo della cittadina di Pegli, tanto da essere inserito negli ultimi anni nel censimento dei Luoghi del Cuore dal FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano (https://www.fondoambiente.it/luoghi/isolotto-di-pria-pulla).
Negli anni ’70, l’esistenza della Pria Pula fu minacciata dalla costruzione della diga foranea per il Porto di Voltri-Pra’. Tuttavia, a seguito delle proteste dei pegliesi, il tracciato dell’opera fu deviato di alcuni metri rispetto al progetto originario così da risparmiare lo scoglio, pur racchiudendolo all’interno del bacino portuale.
Dal punto di vista litologico, la Pria Pula rappresenta la continuazione a mare dei metagabbri a glaucofane che costituiscono il promontorio del Bric Castellaccio, già conosciuti nella seconda metà del XIX secolo (es., Bonney, 1879; Parkinson, 1899; Franchi, 1896) e oggi attribuiti all’unità dei Metagabbri del Bric Fagaggia (Unità tettono-metamorfica Palmaro-Caffarella, Massiccio di Voltri; Capponi & Crispini, 2008). 
Le uniche indicazioni in nostro possesso sulla composizione litologica della Pria Pula compaiono in due carte geologiche pubblicate tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo ad opera di due illustri geologi che molto contribuirono alle conoscenze geologiche sull’area genovese. Si tratta della “Carta geologica della Tratta Pegli-Rossiglione (Scala di 1:25.000)” di Torquato Taramelli, allegata al lavoro “Osservazioni geologiche in occasione del traforo delle gallerie del Turchino e di Cremolino sulla linea Genova-Asti” (Taramelli, 1898), e della “Carta Geologica di Pegli e dintorni” inserita nella monografia Liguria Geologica di Gaetano Rovereto (1939). In entrambe le carte, le dimensioni dell’isolotto sono state esagerate, per consentirne la rappresentazione. Nella carta di Taramelli (Fig. 2), la Pria Pula e il vicino promontorio del Bric Castellaccio sono rappresentati con colore giallo scuro, corrispondente ad “Anfiboliti (Ovarditi, prasiniti, ecc.)”. Analogamente, nella carta di Rovereto, la Pria Pula è contrassegnata da una “V” rossa (in verità appena leggibile; Fig. 3), indicante “Gabbri e scisti glaucofanitici”, ovvero “i noti gabbri glaucofanitici e a lawsonite di Pegli e della Pria Poula, grosso scoglio in mezzo al mare” (Rovereto 1939, pag. 308).

Fig. 2. “Carta geologica della Tratta Pegli-Rossiglione (Scala di 1:25.000)” di Torquato Taramelli (1898). La Pria Pula (qui “Pria Poula”), così come il vicino promontorio del Bric Castellaccio, è rappresentata con colore giallo scuro, corrispondente alla voce “Anfiboliti (Ovarditi, prasiniti, ecc.)” della legenda (b). Riproduzione per gentile concessione della Biblioteca ISPRA, Roma.

Fig. 3. Particolare della “Carta Geologica di Pegli e dintorni” di Rovereto (1939). La Pria Pula, e il promontorio del Bric Castellaccio, presentano una campitura a “V” rosse, corrispondente a “Gabbri e scisti glaucofanitici (serie di Montenotte?)”.
Al contrario, sulle carte geologiche ufficiali dell’area di Genova pubblicate nei decenni seguenti (Carta Geologica d’Italia 1:100 000, Foglio 82 Genova, I Ed., Sacco & Peretti, 1942; II Ed., Servizio Geologico d’Italia, 1971; Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50,000, Foglio 213-230 Genova; Capponi e Crispini, 2008), il toponimo “Pria Pula” compare, ma, a causa della scala di rappresentazione troppo piccola, la composizione litologica dell’isolotto non è più riportata (Fig. 4). Quello della Pria Pula è uno dei tanti esempi di come le “vecchie” carte geologiche, oltre ad avere un innegabile valore storico, possano anche rappresentare un’utile risorsa dal punto di vista scientifico, poiché ricche di informazioni di dettaglio spesso omesse dai documenti moderni.

Fig. 4. Particolari della zona di Genova Pegli tratti dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, Foglio 82 Genova, II Ed. (a; Servizio Geologico d’Italia, 1971) e dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50,000, Foglio 213-230 Genova (b; Capponi & Crispini, 2008). In entrambi i casi, il toponimo “Pria Pula” è presente, ma senza indicazioni sulla sua natura litologica.

Bibliografia
Bonney T.G. (1879) - Note on some Ligurian and Tuscan serpentinites. The Geological Magazine, 2nd decade, 6: 362-371.
Capponi, G., Crispini, L. (2008) - Foglio 213-230 Genova della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 e note Illustrative. APAT, Roma.
Franchi S. (1896) - Prasiniti e anfiboliti sodiche provenienti dalla metamorfosi di rocce diabasiche presso Pegli, nelle isole Giglio e Gorgona ed al Capo Argentario, Bollettino della Società Geologica Italiana, 15: 169-181.
Graffigna G.B., Maggio G. (2005) Pegli nel tempo e nei tempi. Ateneo Edizioni, Genova.
Parkinson J. (1899) - The glaucophane gabbro of Pegli, North Italy. The Geological Magazine, 4th decade, 6: 292-298.
Rovereto G. (1939) - Liguria Geologica. Memorie della Società Geologica Italiana, 2: 1-741.
Servizio Geologico d’Italia (1971) - Foglio 82 Genova, II Edizione, Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000. Roma.
Sacco F., Peretti L. (1942) Carta Geologica d’Italia 1: 100 000. Foglio 82 Genova, I Edizione. Stab. Salomone, Roma.
Taramelli T. (1898) Osservazioni geologiche in occasione del traforo delle gallerie del Turchino e di Cremolino sulla linea Genova-Asti. Tip. Squarci, Roma


sabato 14 settembre 2019

Notte Europea dei Ricercatori 2019


a cura della Sezione di Storia delle Geoscienze - Società Geologica Italiana




Venerdì 27 Settembre 2019 si terrà a Roma la NOTTE EUROPEA DEI RICERCATORI 2019, promossa dalla Commissione Europea ed organizzata da Frascati Scienza insieme a circa 60 partners. L’iniziativa è stata avviata per la prima volta tredici anni fa, con l’intento di portare la scienza e i ricercatori tra i cittadini, i giovani e gli studenti. Il simbolo di questa edizione, intitolata BEES (BE a citizEn Scientist), è l’ape, animale scelto quale paradigma del rapporto virtuoso tra scienza, ambiente e cittadinanza attiva.
Nella serata di venerdi 27 settembre, dalle 19 a mezzanotte, la sede dell’Università degli Studi Roma TRE (largo S. Leonardo Murialdo 1) ospiterà circa 40 attività diverse, articolate in cinque sezioni:
Attività interattive (Giochi matematici, antibiotici, particelle subnucleari, crittografia, vulcani, terremoti, aerei di carta, DNA, protozoi, macchine per disegnare, chiosco dei “tarocchi del fisico”);
Seminari (oltre alla scoperta dell’acqua su Marte, si parlerà di cambiamenti climatici, buchi neri, macchine per il volo e molto altro);
Mostre e spettacoli (il tradizionale planetario e le osservazioni al telescopio, ma anche raggi cosmici, matematica visuale, carte geologiche, pianeti, la sostenibilità con il cortometraggio “Di chi è la Terra”, e le opere degli artisti di RBN Arte);
Pillole di scienza (sezione di seminari-lampo, dedicati ai temi scientifici più svariati e rivolti ad pubblico no amante dei lunghi monologhi)
Kids’ corner – (con le immancabili attività dedicate ai bambini)
L’accesso è gratuito. Per informazioni e prenotazioni:

GEOITALIANI, accogliendo il cortese invito dell’organizzazione, ci sarà.
La Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana, in collaborazione con Città Metropolitana di Roma Capitale, ISPRA e Dipartimento di Scienze- Università degli Studi Roma TRE, presenterà una conferenza dal titolo “SOTTO I SETTE COLLI” , che ripercorre lo sviluppo della tradizione delle scienze della Terra a Roma dall’inizio del XIX secolo all’epoca moderna, seguendo il filo conduttore del progresso della cartografia geologica dell’area romana (inizio alle ore 22:30 presso l’Aula M2 di Largo San Leonardo Murialdo 1; per prenotazioni https://www.eventbrite.it/e/biglietti-notte-europea-dei-ricercatori-a-roma-tre-63637849521).
Di seguito l’Abstract. Vi aspettiamo.
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SOTTO I SETTE COLLI
di Alessio Argentieri, Fabiana Console, Giovanni De Caterini, Roberto Mazza, Marco Pantaloni, Maurizio Parotto e Giovanni Rotella
Lo sviluppo delle moderne Geoscienze a Roma fonda le sue radici all’inizio del XIX secolo. Sotto il pontificato di Pio VII, grazie al tesoriere generale vaticano Cardinale Alessandro Lante, fu istituita nel 1804 presso La Sapienza la prima cattedra di Mineralogia. A ricoprire l’incarico fu chiamato padre Carlo Giuseppe Gismondi, appartenente all’Ordine degli Scolopi e insegnante nel Collegio Nazzareno. Qui si può individuare il momento fondante della tradizione geo-mineralogica nella Città Eterna, che consentì la nascita di una Scuola geologica romana nella seconda metà dell’Ottocento. E’ Giuseppe Ponzi il capostipite dell’albero “geo-genealogico” capitolino: medico, naturalista e zoologo, fu successore di Gismondi, Pietro Carpi e Vincenzo Sanguinetti nell’insegnamento di mineralogia all’Università La Sapienza e titolare della nuova cattedra di Geologia, istituita nel 1864 durante il Pontificato di Papa Pio IX. Nella stessa epoca i Gesuiti, sotto la guida illuminata del poliedrico padre Angelo Secchi, diedero avvio presso il Collegio Romano agli studi sismologici accanto a quelli di astrofisica e delle altre branche della Fisica Terrestre (meteorologia, geodesia, geomagnetismo). Le ricerche geo-paleontologiche nell’area romana proseguirono invece il proprio percorso autonomo ad opera degli epigoni di Ponzi (Romolo Meli, Alessandro Portis, Antonio Neviani, Enrico Clerici, Gioacchino de Angelis d’Ossat, Giuseppe Tuccimei, per citare i più illustri) compiendo la transizione verso il XX secolo. Ma la storia della cartografia geologica di Roma ha un prologo: è il veneto Giovan Battista Brocchi a completare, tra il 1820 e il 1830, il primo rilievo dell’area urbanizzata, esteso dai Sette Colli alla valle del Tevere e alla dorsale di Monte Mario. Molti aggiornamenti seguono nel tempo, con cadenza quasi periodica, fino ad arrivare nel 2008 al foglio 374 del Progetto CARG alla scala 1:50.000, che rappresenta l’attuale cartografia geologica ufficiale della città di Roma.

martedì 16 luglio 2019

La Luna Capitolina


di Alessio Argentieri

Mezzo secolo fa la missione spaziale NASA “Apollo 11” portava a compimento una sfida straordinaria, lanciata molti anni prima dal Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy. Il 21 Luglio del 1969 due astronauti americani, il Comandante Neil Armstrong e il pilota del LEM Buzz Aldrin, giunsero a camminare sulla Luna, per ritornare poi sani e salvi sul Pianeta Terra assieme al terzo membro dell’equipaggio Michael Collins. Il Modulo di Comando, pilotato da Collins, rientrò infatti dalla missione lunare ammarando nell'Oceano Pacifico tre giorni dopo, il 24 luglio.
La corsa vittoriosa al Satellite terrestre, il cui cinquantenario ricorrerà tra pochi giorni, è oggetto di celebrazioni a livello globale. La storia è nota, anche nei risvolti negazionisti della balorda teoria del “complotto lunare” (Moon Hoax) che, nonostante prove scientifiche la confutino inequivocabilmente, conta ancora qualche irredento seguace (come purtroppo molte altre disinformazioni che trovano credito nella società del XXI secolo).
Nelle case degli italiani, come è arcinoto, la memorabile nottata fu vissuta con la telecronaca diretta di Tito Stagno dagli studi RAI e di Ruggero Orlando dagli Stati Uniti, impreziosita dal celebre battibecco tra i due grandissimi giornalisti. GEOITALIANI vuole partecipare alla sua maniera alle celebrazioni di questa importante ricorrenza della storia contemporanea. Rievochiamo perciò un paio di aspetti meno noti della vicenda, coincidenze che legano Roma alla conquista della Luna.


Un primo collegamento è dato dal fatto che dei tre astronauti, uno era nato nella Città Eterna il 31 ottobre del 1930: Michael Collins, vero ‘americano a Roma’, vide la luce in una bella casa di Via Tevere n.16, nel quartiere Salario, dove la famiglia risiedeva perché il padre di Michael era addetto militare presso l’ambasciata USA. Invitiamo i lettori ad un piccolo “pellegrinaggio spaziale”, a pochi passi da Via Po, per vedere la lapide commemorativa sulla parete dell’edificio, raffigurata nell'immagine a corredo dell’articolo.




Un secondo anello di connessione sono i campioni di rocce lunari. Nella passeggiata sulle desolate lande del Mare della Tranquillità furono prelevati oltre 21 chilogrammi di reperti. In esito alla missione Apollo 11, ad un gruppo di giovani ricercatori dell’Università di Roma giunse la notizia che nelle polveri lunari erano presenti delle minuscole sferule vetrose. Erano geologi che, alla fine degli anni ’60, erano stati avviati dai loro maestri allo studio multidisciplinare di microgranuli magnetici nei sedimenti terrestri. Forti della propria esperienza nel campo, gli studiosi poco più che trentenni, guidati dall'intraprendente Renato Funiciello, ebbero il coraggio di proporre alla NASA di occuparsi delle analisi sulle sferule lunari.
Audaces fortuna iuvat: la NASA accolse la proposta di collaborazione, e giunsero a Roma pochi preziosi grammi dei campioni prelevati nel novembre del 1969 dalla missione Apollo 12, comandata da Charles Conrad (1930-1999), il terzo uomo a mettere piede sulla Luna. Oltre a Funiciello, designato Principal Investigator, facevano parte del gruppo come Coinvestigators Adriano Taddeucci, Marcello Fulchignoni e Raffaello Trigila (a cui si aggiunse poi il leggermente più giovane Giuseppe Cavarretta). Altri campioni delle successive missioni NASA Apollo 14 e 15 furono spedite ai laboratori romani, per una lunga stagione di studi sviluppatasi tra il 1971 e il 1976, che costituisce un importante momento nella storia delle geoscienze.


Sia perciò perdonato alla nostra redazione, che fa prevalentemente base in riva al Tevere, un poco di sciovinismo nel rievocare un evento di portata globale, o meglio cosmica, esaltandone gli aspetti locali. Dei piccoli passi per pochi uomini, un gigantesco balzo per la romanità.

Per saperne di più:
  • Adriano Taddeucci “Il suo entusiasmo nello sport e nella scienza: lo trasmetteva a chi era con lui”, in “Renato Funiciello. Un geologo in campo” (a cura di Fabio e Francesca Funiciello), Anicia Editore.
  • www.attualita.it

venerdì 10 maggio 2019

1969-2019 - Bruno Accordi e la Scuola Geologica Romana: l'idrogeologia dell'Alto Bacino del Liri

Dipartimento di Scienze della Terra
Sapienza, Università di Roma
Piazzale Aldo Moro, 5 - Roma
Roma, Venerdì 31 maggio 2019 - Aula 1


Mezzo secolo, fa sul volume VIII (1969) della rivista "Geologica Romana", fondata e diretta da Bruno Accordi, fu pubblicata una monumentale monografia dal titolo IDROGEOLOGIA DELL'ALTO BACINO DEL LIRI (APPENNINO CENTRALE), RICERCHE GEOLOGICHE, CLIMATICHE, IDROLOGICHE, VEGETAZIONALI, GEOMORFICHE E SISTEMATORIE. Ideatore e coordinatore dello studio fu lo stesso Accordi, all'epoca Direttore dell'Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", coautori un gruppo di giovani ricercatori di diversa estrazione (geologi, agronomi, botanici, ingegneri), molti dei quali suoi allievi: Antonello Angelucci, Giancarlo Avena, Fabio Bernardini, Carlo Felice Boni, Franco Bruno, Marco Cercato, Bruno Coppola, Giovanni Fiore, Renato Funiciello, Giovanni Giglio, Giovanni Battista La Monica, Elvidio Lupia Palmieri, Bruno Mattioli, Maurizio Parotto. Alcuni di loro stavano iniziando la carriera accademica, specializzandosi nel campo geologico, in quello botanico-vegetazionale e in quello dell' ingegneria civile; altri invece si sarebbero avviati in breve ad affrontare quegli stessi temi come funzionari di Enti Pubblici o come liberi professionisti.
Quella pubblicazione, che rappresenta ancora adesso un "testo sacro" della geologia pratica moderna, fu scritta con un intento quasi provocatorio nei confronti dell'establishment dell'epoca, che gestiva le questioni ambientali secondo regole che non contemplavano le Scienze della Terra, ancora in una "condizione esistenziale" di minorità. Da un punto di vista storico la monografia rappresenta perciò sicuramente a livello italiano- ma forse anche internazionale- un manifesto rivoluzionario di 'geologia futurista', scritto peraltro nei tempi della 'rivoluzione culturale', il quale precorse di un trentennio (la "legge Sarno" è del 1998) l'approccio sistematico a scala di bacino degli studi per il governo del territorio e per la prevenzione delle catastrofi idrogeologiche.
Con quell'esperienza, una nuova fase di "rinascimento geologico" prendeva forma nella Capitale, cento anni dopo la nascita della Scuola Geologica Romana per opera del capostipite Giuseppe Ponzi nella seconda metà del XIX secolo. Dalla leva di giovani allievi di Accordi sarebbe infatti enucleata presso "La Sapienza", nei decenni a seguire, una nuova e moderna scuola, differenziatasi progressivamente in diversi settori specialistici di ricerca di base e applicata al territorio- dalla geologia stratigrafica alla sedimentologia, dalla geomorfologia all'idrogeologia e alla geologia applicata, dalla geologia strutturale alla botanica e all'ecologia vegetale- il cui contributo sarebbe stato fondamentale per guidare la comunità geologica tecnico-scientifico italiana verso il nuovo millennio.
A 50 anni dalla pubblicazione dello studio, il convegno si propone pertanto di celebrare una tappa fondamentale del progresso delle Geoscienze italiane, ma anche di ribadire l'importanza della consapevolezza storica del sapere scientifico. Il contributo che la cultura geologica può fornire agli Enti preposti al governo del territorio è fondamentale; il futuro delle tecnoscienze non può perciò prescindere da una corale e paritetica collaborazione tra specialisti di diversa estrazione disciplinare, uniti  dalla consapevolezza che il loro sapere è un bene pubblico,  proprio come anticipato 50 anni fa nello studio della Valle del Liri.  Ancora una volta, capovolgendo il principio dell'attualismo, il passato viene in soccorso come chiave del presente e del futuro.

9:00 - 9:30 Registrazione dei partecipanti
9:30- 10:15 Cinquanta anni dal primo approccio multidisciplinare per la conoscenza e la tutela del territorio
Paolo Ballirano – Direttore DST Sapienza
Francesco Peduto – Presidente Consiglio Nazionale Geologi
Roberto Troncarelli – Presidente Ordine Geologi Lazio
Nicola Tullo – Presidente Ordine Geologi Abruzzo
Patrizio Zucca – Presidente Ordine Agronomi e Forestali Provincia di Roma
Giampiero Orsini - Città Metropolitana di Roma Capitale
Marco Pantaloni – ISPRA Servizio Geologico d'Italia; Sezione Storia Geoscienze  SGI
Giovanni Accordi – CNR- IGAG
10:15-13:15 L'impresa scientifica: contesto storico e testimonianze (coordinano Simone Fabbi e Giulia Innamorati)
Tra il Liri e la Luna, storia di un'impresa Alessio Argentieri, Giovanni De Caterini
Testimonianze degli Autori 
Maurizio Parotto, Elvidio Lupia Palmieri, Bruno Coppola, Franco Bruno, Giovanni Battista La Monica, Giancarlo Avena, Giovanni Fiore

Tributo a Bruno Accordi 
Umberto Nicosia, Marco Romano
La geologia della Val Roveto, oltre un secolo di ricerche
Maurizio Parotto, Giampaolo Cavinato, Maurizio Sirna
Nascita dell'idrogeologia quantitativa: dalla conoscenza alla gestione della risorsa
Giuseppe Capelli
Da Boni a Celico:  l'idrogeologia della piana di Cassino trent'anni dopo 
Michele Saroli, Michele Lancia, Marco Petitta

13:15-14:30 Pausa

14:30-15:30 Poliformismo culturale e nuove prospettive (coordina Giuseppina Bianchini)

La cultura come risorsa della montagna 
Antonio Ciaschi
L'avventura degli artisti scandinavi a Civita d'Antino: un 'locus amoenus' abbandonato in seguito ad un terremoto
Guido Galetto
Il Progetto FRANARISK nell'area metropolitana di Roma Capitale 
Gian Marco Marmoni
La conoscenza dei suoli del Lazio per la gestione del territorio 
Massimo Paolanti

15:30-17:00 Tavola Rotonda "Da un singolo bacino ad una nuova visione multidisciplinare per il governo del territorio: le scienze applicate nella cultura e nella società italiana tra il XX e il XXI secolo"
(coordina Giovanni De Caterini)


Marco Amanti- ISPRA
Domenico Calcaterra - Università di Napoli "Federico II"
Vera Corbelli – Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Meridionale
Erasmo D'Angelis – Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale
Quintilio Napoleoni –Sapienza Università di Roma
Gianluca Piovesan – Università della Tuscia
Sergio Rusi – Università di Chieti- Pescara "Gabriele D'Annunzio" , Segretario IAH Italia
Giuseppe Sappa – Sapienza Università di Roma
Gabriele Scarascia Mugnozza – Sapienza Università di Roma
Marco Tallini – Università dell'Aquila

17:00-17:30 Dibattito e conclusioni

E' stato richiesto il riconoscimento di crediti  per Aggiornamento Professionale Continuo

Iscrizione obbligatoria online su www.geologilazio.it

COMITATO SCIENTIFICO E ORGANIZZATORE: Giovanni Accordi (CNR), Alessio Argentieri (Città Metropolitana di Roma Capitale; SGI Sezione Storia Geoscienze), Giuseppina Bianchini (Ordine dei Geologi del Lazio), Giacomo Catalano (Regione Lazio), Giovanni De Caterini (geologo libero professionista; SGI Sezione Storia Geoscienze), Graziella De Gasperi (Ordine dei Geologi del Lazio), Catia Di Nisio (Ordine Geologi Regione Abruzzo), Simone Fabbi (Sapienza- Università di Roma; SGI Sezione Storia Geoscienze), Giulia Innamorati (Sapienza- Università di Roma), Francesco La Vigna (Roma Capitale; Acque Sotterranee-Italian Journal of Groundwater), Roberto Mazza (Università Roma TRE), Marco Pantaloni (ISPRA; SGI Sezione Storia Geoscienze), Marco Petitta (Sapienza- Università di Roma), Fabio Massimo Petti (Società Geologica Italiana), Giovanni Rotella (Città Metropolitana di Roma Capitale), Manuela Ruisi (Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale), Gabriele Scarascia Mugnozza (Sapienza- Università di Roma), Alessandro Urbani (Regione Abruzzo).

venerdì 18 gennaio 2019

Aldo Giacomo Segre

Le pagine di Geoitaliani sono onorate di ospitare un breve ricordo del professor Aldo Giacomo Segre, scritto dalla collega Maria Piro. 

Nel suo secolo di esistenza egli ha potuto spaziare nei suoi interessi scientifici, partecipando da protagonista a scoperte e ricerche che costituiscono pietre miliari nel percorso delle conoscenze sulla geologia dell'Italia centrale, sul Quaternario e sulla paleoantropologia, che troverete menzionate nell'articolo che segue. Molte esperienze belle, che speriamo possano avere almeno in parte compensato quella negativa che Segre subì in gioventù, nella prima parte della sua lunga vita. Come molti italiani di religione ebraica, egli sperimentò infatti l'atroce assurdità delle leggi razziali del 1938. Sappiamo che di questa vicenda il professore non gradiva parlare, lasciandosela alle spalle, e a questo volere ci adeguiamo. Con la licenza però di dire che, ad ottant'anni di distanza da quella sciagurata vicenda, c'è ancora molto bisogno in Italia di esempi positivi.
Uno di questi è la storia dell'illustre Geoitaliano Aldo Giacomo Segre.

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di Maria Piro

Il 12 novembre 2018 è scomparso Aldo Giacomo Segre, geografo, geologo e paleontologo di fama internazionale. Aveva compiuto 100 anni nel gennaio 2018. Questa breve nota, assolutamente non esaustiva, ha l’intento di descrivere sinteticamente la sua attività scientifica, portata avanti costantemente per oltre 70 anni.




A metà degli anni trenta il giovanissimo Segre comincia a dedicarsi alla speleologia, iniziando la sua attività presso il Circolo Speleologico Romano; contemporaneamente partecipa agli scavi di Carlo Alberto Blanc nel giacimento di Saccopastore.
Il clima creatosi con la promulgazione delle leggi “per la difesa della razza” determina in sostanza la fine delle attività del Circolo ed ha ripercussioni anche sulla sua famiglia.
Subito dopo la parentesi della guerra è il promotore della rifondazione del Circolo Speleologico Romano,  la prima storica associazione speleologica del Lazio, fondata nel 1904. Recupera la documentazione rimasta nella sede del Circolo ed in precarie condizioni di conservazione, ed in particolare si dedica alla riorganizzazione del catasto delle grotte.



Prosegue gli studi conseguendo la laurea in Geologia del quaternario e inizia la sua attività di ricercatore e studioso. La sua tesi di laurea riguarda appunto lo studio del fenomeno carsico, e viene pubblicata dall'Istituto di Geografia dell’Università di Roma con il contributo del CNR nel 1948: "I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio", opera fondamentale per la conoscenza del territorio e per gli speleologi, nella quale, oltre a descrivere tutte le grotte conosciute all'epoca, descrive il fenomeno carsico della regione in tutti i suoi aspetti e sintetizza le teorie speleogenetiche dell’epoca, studiando forse per primo nel Lazio il meccanismo degli sprofondamenti (oggi noti come sinkholes) da lui chiamati “doline di sprofondamento suballuvionali”. Scrive inoltre numerosi articoli su speleologia e carsismo, studiando in particolare le regioni del Lazio e Abruzzo. Con i suoi studi ha rappresentato soprattutto la speleologia scientifica. Alla fine degli anni '50 termina questo filone di attività, pur restando in contatto con l'ambiente speleologico.






Nel frattempo inizia la sua lunga e intensa attività di ricercatore, nel corso della quale spazia in numerosi campi di studio e ricerca. Per quanto si evince dai circa 150 articoli e volumi da lui pubblicati, negli anni ‘50 e ‘60 si dedica soprattutto a ricerche di geologia marina, studiando le antiche linee di riva sommerse e la geomorfologia delle piattaforme continentali nel Mediterraneo e realizzando carte batimetriche scoprendo per primo l’esistenza del Vulcano Marsili; collabora anche con Jacques Costeau per lo studio dei fondali mediterranei con la nave Bannock, con l’Istituto Idrografico della Marina di Genova; per molti anni ha la carica di presidente della Commissione Internazionale per lo studio del Mediterraneo con sede al Principato di Monaco.
In qualità di geologo e rilevatore nel Servizio Geologico d’Italia partecipa, negli anni '50 e '60, alle campagne di rilevamento per la redazione della Carta Geologica d’Italia, collaborando all'elaborazione di vari fogli geologici dell’Italia Centrale e della Campania, e al rilevamento geologico delle isole Pontine e di alcune aree della Sardegna; compie studi anche nella regione del Vulture e nella bassa valle del Sacco Liri.




Studia inoltre i giacimenti quaternari e la paleontologia umana, partecipando anche a campagne di scavi e pubblicando vari studi in collaborazione con archeologi.
Successivamente per diversi anni insegna presso l'Università di Messina dirigendo l'Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica dell'allora Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
E’ il Capo Scientifico della prima spedizione scientifica italiana in Antartide svoltasi nel 1968 - 1969, curata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme al Club Alpino Italiano, con il supporto logistico della Nuova Zelanda, e della seconda spedizione organizzata dal CNR nel 1973 - 1974.
Dagli anni ’80, terminata l’attività accademica, si dedica quasi esclusivamente, insieme alla moglie Eugenia Naldini, allo studio dei giacimenti preistorici; inoltre collabora con l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana nella sede storica di Roma in Piazza Mincio. A lui e ai suoi collaboratori si deve, fra l’altro, la scoperta dell’Uomo di Ceprano nel 1994.
Ci sarebbe da raccontare ancora moltissimo, oltre a quanto è stato riassunto in questa breve nota.
Si ringraziano per le notizie e la revisione del testo la prof. Eugenia Naldini e la prof. Maria Fierli.

Bibliografia
Segre A.G. (1948) - I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio. Pubblicazioni dell'Istituto di Geografia dell'Università di Roma, 239 pp.