mercoledì 7 novembre 2018

Estrosi geologi, Primo Atto: LA SETTIMA ARTE

di Alessio Argentieri

Le fondamenta del progetto Geoitaliani poggiano sulle figure quasi leggendarie dei precursori delle discipline geologiche nel nostro Paese.
Come già ricordato su queste pagine (http://www.geoitaliani.it/2013/07/geoitalians-did-it-better-ovvero-del.html), è indiscusso che le scienze naturali si siano sviluppate in Italia a partire dal Rinascimento. I protagonisti di questi albori furono scienziati poliedrici, attivi in campi disparati, dall’anatomia alla botanica, dalla chimica alla medicina, dalla zoologia alla geologia. Alchimisti, metallurgisti, sezionatori di cadaveri, forse anche un po’ stregoni.
Questa tendenza alla multiformità di interessi, la cui massima espressione si incarnò in Leonardo da Vinci, deve essersi propagata nel tempo e nello spazio, lasciando una traccia nel “DNA virtuale” dei geologi italiani, sino ai giorni nostri.
Ecco perciò un casuale, e ovviamente incompleto, repertorio di personaggi che, nel passato recente e prossimo, hanno sviluppato e coltivato interessi paralleli alla passione per la geologia. E’ una narrazione basata in gran parte su informazioni carpite, suggerite o caparbiamente cercate e che, giunte una dopo l’altra, hanno portato il testo ad esser più volte riveduto e aggiornato. L’auspicio è che questa sia da stimolo per analoghe storie di “vite parallele”, con cui altri colleghi e colleghe vorranno a proseguire il filone sulle pagine di GEOITALIANI.


Per cominciare, ecco a voi i geologi transitati, e in alcuni casi rimasti, nel magico mondo della cinematografia. Fatta la premessa, non resta perciò che proferire le parole magiche: “MOTORE! PARTITO! CIAK! AZIONE!

PRIMO ATTO- La Settima Arte: geologi attori
E’ d’obbligo iniziare la rassegna di presenze sul grande schermo con la foto che per prima ha ispirato questo racconto: tre giovani prestanti in costume di scena, a formare una piccola piramide umana (Fig. 1).


Fig. 1 - Sul set di Ben Hur: a sinistra Ernesto Centamore, a destra Biagio Camponeschi e sopra di loro Minerba, un loro compagno di studi.
Sono Ernesto Centamore (che sarebbe divenuto prima rilevatore del Servizio Geologico d’Italia e poi professore presso le Università di Camerino e Roma- La Sapienza) e Biagio Camponeschi (futuro docente presso la Facoltà di Ingegneria della Sapienza e all’Università di Perugia), giovani figuranti del più famoso Colossal della storia del cinema: “BEN HUR”, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer e realizzato a Roma, negli studi di Cinecittà, tra il 1958 e il 1959 (Fig.2). 
Fig. 2 - La locandina di Ben Hur (1958).

domenica 4 novembre 2018

Quattro Novembre 2018


scritto da Alessio Argentieri e Marco Pantaloni



«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268:
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Con il famosissimo Bollettino della Vittoria, “firmato Diaz” e scritto a Padova presso Villa Giusti, si chiudeva un secolo fa per l’Italia la Prima Guerra Mondiale. Queste parole (il cui autore sembra in realtà essere stato il Generale Domenico Siciliani, che del Comando Supremo era Capo ufficio stampa) sono scolpite nel marmo in tutte le municipalità del Paese.
A coronamento ideale di un percorso iniziato nel 2014, la Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana vuole celebrare oggi questa ricorrenza, ripercorrendo le iniziative con cui si è contribuito alle celebrazioni del Centenario della Grande Guerra.
L’idea embrionale di avventurarsi su questo impervio terreno è stata lanciata, quasi per caso, da Simone Fabbi e Marco Romano nell'ottobre 2013 a Chieti, durante il convegno di commemorazione del paleontologo e stratigrafo Giovanni Pallini. Da quello spunto è partita (rigorosamente alla garibaldina) un’organizzazione culminata, in occasione del centenario dell'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra, con il convegno "IN GUERRA CON LE AQUILE. Geologi e cartografi sui fronti alpini del Primo Conflitto Mondiale" del 2015. Nella meravigliosa location del MUSE- Museo delle Scienze di Trento e poi delle montagne dolomitiche (incarnanti alla perfezione, per collocazione geografica e mission, lo spirito del progetto) si è tenuto perciò tra il 17 e il 20 Settembre 2015 il primo evento nazionale - o meglio transnazionale- interamente curato e sviluppato dalla Sezione di Storia delle Geoscienze. L'iniziativa congressuale, realizzata in collaborazione tra Società Geologica Italiana, MUSE, ISPRA e GBA - Geologische Bundesanstalt austriaco, ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi e della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di missione per la commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale”.

La giornata conclusiva del Convegno “In guerra con le aquile” presso il MUSE di Trento (Settembre 2015)

lunedì 22 ottobre 2018

Geoitaliani alla Settimana del Pianeta Terra – “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere”


di Marco Pantaloni

La “Settimana del Pianeta Terra, l'Italia alla scoperta delle Geoscienze" è un festival scientifico che coinvolge tutta l'Italia e che, dal 2012, rappresenta il principale appuntamento per la diffusione della cultura geologica in Italia.
Geologi e naturalisti, membri della Sezione di storia delle geoscienze, hanno organizzato il giorno 20 ottobre 2018 un escursione sul tema “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere: caratteri geologici ed ecosistemi fluviali a confronto”, del quale la nostra sezione aveva già parlato (link).


L’obiettivo dell’escursione è stato quello di porre all’attenzione dei cittadini i caratteri peculiari del territorio, focalizzando gli aspetti geologico-ambientali, sfruttando le conseguenze dettate dalla realizzazione di un opera, avvenuta nel 1940, che ha causato l’abbandono, da parte del Fiume Tevere, di un ampio tratto del suo percorso, il meandro di Spinaceto.


Percorrendo brevi e agevoli sentieri, spesso posti a poca distanza dalle nostre abitazioni, è possibile osservare, nei residui lembi di ambienti naturali ancora preservati dall’urbanizzazione, le caratteristiche geologiche del territorio, l’evoluzione dello stesso in seguito agli interventi dell’uomo e come, nell’arco di pochi anni, la natura tende a riappropriarsi delle superfici non antropizzate.
Il caso del meandro di Spinaceto, abbandonato a seguito dell’intervento di rettifica dell’alveo del Tevere per finalità idrauliche effettuato, è un esempio tipico di questa evoluzione ambientale.
Durante l’escursione sono stati descritti i caratteri geologici e geomorfologici del territorio e i cambiamenti sia all’ambiente che all’ecosistema indotti dalle attività umane.
Dal punto di osservazione privilegiato costituito dal Ponte monumentale di Mezzocammino, sul GRA, è stato possibile osservare l’opera del taglio del meandro di Spinaceto del Tevere, il cosiddetto Drizzagno. L’opera ha completato l’importante progetto di sistemazione idraulica avviato alla fine del ‘800 con la costruzione dei “Muraglioni” all’interno del centro urbano, eliminando la grande ansa che, da quel momento, è stata abbandonata dalle acque fluviali. Grazie al materiale documentale conservato negli archivi, è stato possibile ricostruire l’immenso lavoro per la realizzazione dell’opera, della quale molte tracce sono ancora oggi visibili, grazie anche all’ausilio di cinegiornali dell’epoca.



domenica 16 settembre 2018

Congresso SGI SIMP - Catania 2018 : Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage


Congresso SGI SIMP - Catania 2018
“Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage”



Si è concluso lo scorso venerdì 14 settembre il Congresso SGI SIMP che ha visto la presenza, a Catania, di centinaia di geoscienziati impegnati nella diffusione, promozione e discussione, in numerose e diversificate sessioni scientifiche, delle loro ricerche.

La Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana ha proposto una sessione nella quale presentare le attività che i soci afferenti sviluppano nelle loro attività di ricerca.
La sessione 38 History of Geosciences and Geoethics: the right way for social responsibility, aveva l’obiettivo di raccogliere i diversi contributi per mostrare come, partendo dagli scienziati – naturalisti del ‘600-‘700 e arrivando ai giorni nostri, il rapporto fra “conoscenza” e “natura” fosse mutato da una posizione di “attenzione” per la comprensione dei fenomeni naturali fino a una diffusa presunta posizione di “controllo dei fenomeni” da parte di molti scienziati moderni.
Significativa per il tema trattato è stata la location del congresso: il Monastero dei Benedettini di Catania è il luogo nel quale, nel 1693, venne tentata la deviazione del flusso di lava proveniente dai coni dei Monti Rossi, sul versante dell’Etna, per proteggere lo stesso monastero.




I numerosi interventi, orali e poster, hanno inquadrato bene il tema della sessione, offrendo momenti di discussione e spunti di riflessione, che probabilmente proseguiranno incrementando il livello conoscitivo dei temi trattati, anche attraverso il recupero di informazioni d’archivio e bibliografiche. Lo sviluppo completo degli argomenti e il loro approfondimento presuppongono una prossima, più ampia, possibilità di incontro e discussione sul tema affrontato.
La partecipazione alla sessione è stata molto ampia, grazie anche all’attività di diffusione dell’informazione che la Società Geologica Italiana sta sviluppando attraverso un coinvolgimento molto ampio nella comunità scientifica, in generale, ma anche e soprattutto tra i giovani ricercatori.

Crediamo di ritenere che anche il lavoro sviluppato dalla Sezione di storia delle geoscienze, focalizzato nella sessione 38, abbia contribuito, in modo non trascurabile, a stimolare questo coinvolgimento.


Contributi orali
  • Romano M.: Inventor, Engineer and Earth Scientist in a single brushstroke: Leonardo da Vinci and the earliest conception of sustainable land management on a constantly changing Planet
  • Macini P.: Well construction and underground fluids in pre-industrial ages: Scientific observations, ethical speculation and medical contributions of Bernardino Ramazzini on the health and safety of Putearii (water well diggers)
  • Hamilton M.: The research of the western Tauern window between 1894 and 1898 in the documents of the mineralogist and petrographer Friedrich Becke. A project of the “Österreichische Akademie der Wissenschaften“
  • Foresta Martin F.: Marcello Carapezza (1925-1987), Scientist and Humanist
  • Branca S. & Abate T.: The hypotheses of Jean Hoüel (1735-1813) on the formation of Etna. The evolutionary model of the volcano in the representation of the CXIX planche
  • Vaccari E.: The role of the institutions for the birth of the professional geologist between the 18th and the 20th century
  • Barale L., Fioraso G. & Mosca P.: The role of geological studies in large infrastructural projects in the 19th century - some examples from NW Italy
  • Boscaino G. & Boscaino M.: The geology between past and present: cultural heritage and the current social value of geosciences. The tragedy of the Rigopiano Hotel


Contributi poster
  • Alimenti S. & Lupi R.: Policy, economy and geosciences in the debate about Fucino and Trasimeno lakes (1780-1870 ca.)
  • Cubellis E., Luongo G. & Obrizzo F.: Sciences of Laws and Sciences of Processes for  Earth Science
  • De Caterini G. & Radogna P.V.: Critique of Practical Geology
  • Di Cencio A., Mori G., Casati S. & Nardi M.: Paleontherapy - the new method in field of medical geology for the therapy of young disturbances
  • Pantaloni M., Console F. & Motti A.: The “rebirth” of the Torbidone River (Norcia Plain, Umbria): a historic and geoethic approach
  • Pinarelli L., Piccardi L. & Montanari D.: The social value of geological knowledge in the supernatural narratives of the ancient world: some case studies
  • Sudiro P.: The Expanding Earth: a disproved scientific hypothesis surviving its falsification


domenica 19 agosto 2018

La (mancata) conservazione dei beni a carattere geologico - storico: l’Acqua Lancisiana


di Marco Pantaloni

Nel centro di Roma, a poca distanza dal Vaticano, si trovava, fino a pochi decenni fa, una delle più famose sorgenti romane: l’Acqua Lancisiana.
Scoperta nella seconda metà del 1500 sulla Salita di Sant’Onofrio, alle pendici del Gianicolo, dal medico romano Alessandro Petronio, la sorgente venne descritta nella sua opera “De victu romanorum et di sanitate tuenda”, pubblicata a Roma nel 1581.

Frontespizio del volume "De victu romanorum et di sanitate tuenda",
di Alessandro Petronio


Il paragrafo "De Fonticulo in Tyberis ripa apud Sanctum Spiritum",
nel quale vengono descritte quelle che poi verranno chiamate Acque Lancisiane

In realtà l’uso della sorgente è precedente la descrizione di Petronio; infatti, l’utilizzo già in epoca romana è testimoniato dalla presenza di un cunicolo che drenava la falda presente nelle sabbie gialle e grigie della Formazione di Monte Mario (MTM) alimentando, probabilmente, la Domus Agrippinae.

Stralcio del foglio geologico 374 Roma della Carta Geologica d'Italia alla scala 1:50.000,
con evidenziata l'area dell'ubicazione delle sorgenti dell'Acqua Lancisiana.
Immagine tratta dal sito ISPRA (www.isprambiente.it)

In seguito la sorgente venne abbandonata e non più utilizzata, fino al XVIII secolo quando il medico romano Giovanni Maria Lancisi (1654 - 1720), identificata l’emergenza idrica, ne compì delle analisi sulla “leggerezza e purità”, come ci racconta Alberto Cassio nel 1756. Lancisi cominciò quindi a usarla per gli ammalati “con si giovevoli effetti che, nel vicino Archiospedale di Santo Spirito le fu dato il titolo di Acqua Lancisiana”.
Il frontespizio del volume "Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti
da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma, delle moderne e di altre in essa nascenti",
di Alberto Cassio

L’allora papa Clemente XI volle quindi che venissero riunite le diverse vene d’acqua e ripristinato l’antico condotto; l’acqua venne quindi canalizzata in tre differenti tubazioni con una portata complessiva di circa 2,3 l/s: una parte venne condotta all’interno dell’ospedale, ad uso dei pazienti, e una parte venne fatta confluire in una conca di marmo posta sovrastata da un mascherone, disegnato da Giacomo Della Porta e recuperato da un abbeveratoio nel Foro Romano, rendendola quindi disponibile alla popolazione romana.

In primo piano, la Fonte dell'Acqua Lancisiana sulla riva destra del Tevere,
in prossimità dell'attuale Lungotevere Gianicolense;
sul lato opposto la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.
(Immagine tratta dal sito Rerum Novarum)

In seguito all’ampliamento dell’Ospedale Santo Spirito nel 1827, però, l’accessibilità alla fonte fu negata; venne ripristinata solamente da Pio VIII nel 1830, dopo molte proteste. Lo stesso Pio VIII, che definiva l’Acqua Lancisiana la migliore di Roma, restaurò il condotto di adduzione facendolo confluire nella nuova fontana ubicata nel Porto Leonino sul Tevere, realizzato da Leone XII, in prossimità dello scomparso Ponte dei Fiorentini.
La costruzione dei muraglioni alla fine del ‘800 comportò ulteriori modifiche alla fonte. La fontana esistente venne rimossa e vennero costruite due nicchie nei muraglioni nelle quali sgorgavano le acque sorgive.
Ciascuna nicchia ha due cannelle, che versavano acqua in vasche rettangolari, accessibili da rampe di scale che dal Lungotevere scendono sull’argine del fiume. Sopra le nicchie sono state poste due lapidi, a memoria dei rifacimenti: quella più a monte, verso il Ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, ricorda la sistemazione di Clemente XI del 1720, l’altra quella di Pio VIII del 1830. E’ curioso notare un errore geologico nel testo: si afferma infatti che le acque originano dal Colle Vaticano, mentre derivano da quello Gianicolense.
La lapide commemorativa della sistemazione delle Acque Lancisiane
compiuta da papa Clemente XI nel 1720

Addirittura, nel 1924 venne avviata l’attività di imbottigliamento effettuata dalla Società Anonima Acque Minerali; per tale scopo, una delle condutture venne derivata verso la stabilimento di imbottigliamento posto su Viale Gianicolo, mentre un’altra continuò ad alimentare una delle due nicchie. L’attività industriale venne sospesa dopo la costruzione della galleria di Porta Cavalleggeri e della fogna del Gelsomino, che portarono, nel 1942, alla chiusura dell’adduzione dell’acqua a causa di un sospetto inquinamento (molto verosimile), come già evidenziato anni prima da analisi compiute dal CNR. Da allora, dell’acqua non rimane traccia essendo derivata direttamente in fognatura.
L’Acqua Lancisiana ebbe, come naturale, diverse denominazioni, quasi tutte di origine popolare trasteverina: Acqua Pia, Acqua di Porto Leonino, Acqua della Fontanella o Acqua della Barchetta; quest’ultima derivava dalla vicinanza di un battello per il trasferimento dalla Lungara verso Via Giulia.
Oggi le nicchie dell’Acqua Lancisiana sono ancora visibili, anche se in pessime condizioni di conservazione, al limite dell’abbandono. La curiosa e complessa storia di queste sorgenti, che tanto hanno significato per il rione di Trastevere e per la città di Roma, richiedono assolutamente un diverso grado di conservazione, al fine di garantire il mantenimento della memoria geologico - storica della città, delle quali le Acque Lancisiane rappresentano un unicum nel loro genere.


L'attuale condizione di degrado di una delle nicchie dell'Acqua Lancisiana,
completamente abbandonata


Per saperne di più:
Camponeschi B. & Nolasco F. (1982) – Le risorse naturali della Regione Lazio: Roma e i Colli Albani. Regione Lazio, 7, Roma.
Cassio A. (1756) – Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma,  delle moderne e di altre in essa nascenti. Tip. Puccinelli, Roma.
Corazza A., Lombardi L. (1995) – Idrogeologia dell’area del centro storico di Roma. In: Funiciello R. (coord. scient.), La Geologia di Roma – Il centro storico. Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, 50, 179 - 211.

Siti web:
Roma Città delle Meraviglie. Rione Trastevere - Fontana dell'Acqua Lancisiana. http://roma.mysupersite.it/fontanediroma/rionetrastevere/gianicolense


venerdì 29 giugno 2018

L’importanza degli archivi storici nella ricostruzione degli effetti locali di grandi eventi geologici del passato: le eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815)


di Isabella Salvador

Fig. 1 - Eruzione del Monte Vesuvio dell’8 agosto 1779 dove sono messi in evidenza i fenomeni atmosferici connessi (nubi e scariche elettriche) (da: Campi Flegrei. Osservazioni sui vulcani delle Due Sicilie, W. Hamilton).
Nell’estate del 2016, conducendo ricerche storiche nell’Archivio della Biblioteca Civica di Rovereto, mi sono imbattuta in alcuni volumi manoscritti fitti di annotazioni e dati numerici: si trattava di diari meteorologici redatti tra il 1778 e il 1839 dall’abate Giuseppe Bonfioli (? - 1840), fisico trentino che, seppur membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, aveva lasciato ben poche tracce di sé per i posteri.
I diari, nei quali Bonfioli oltre ad aver registrato scrupolosamente temperatura e pressione giornaliera, aveva anche descritto i principali eventi meteorologici occorsi (fig.2), rappresentano una ‘banca dati’ di indiscusso valore, tanto più che si tratta di osservazioni registrate durante un periodo di anomalie atmosferiche ben note.
Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 si era infatti registrata una fase di significativa riduzione dell’attività solare (minimo di Dalton 1790-1820), caratterizzata da un abbassamento medio delle temperature globali. Chiudeva questo trentennio uno dei fenomeni eruttivi più energetici della storia recente della Terra: l’eruzione del vulcano Tambora (5 - 15 aprile 1815) che avrebbe provocato, l’anno successivo, quello che passò alla storia come l’  “anno senza estate”, di cui proprio nel 2016 ricadeva il duecentesimo anniversario.
La curiosità di trovare qualche traccia degli effetti di tale eruzione anche in quelle pagine e di cogliere, con lo sguardo di uno studioso di inizio Ottocento, le ‘stranezze’ che potevano essersi palesate in una piccola valle alpina, mi spinsero a immergermi completamente in quel mondo dimenticato da 200 anni.
Inaspettatamente oltre a trovare testimonianza degli effetti del Tambora, descritti come una “specie di disordine nelle stagioni e nella temperatura” in tutta Europa durante il bienno1816-1817, Bonfioli riportava anche il resoconto di strani fenomeni verificatisi durante l’estate del 1783 e nel successivo1821.

Fig. 2 - Pagine del diario meteorologico di Giuseppe Bonfioli del 1816, l’ “anno senza estate”(Archivio comunale di Rovereto).
Tra le pagine del diario, quelle più dense di annotazioni si riferiscono proprio al biennio 1816-1817.
I primi sentori delle ‘stranezze meteorologiche’ furono registrati nella primavera del 1816. Bonfioli aveva notato che, fino a maggio, le temperature erano state particolarmente rigide e che, tra il 13 e 14 di quel mese, aveva nevicato anche nella città di Trento e nelle campagne del fondovalle. Le piogge e le nevicate a bassa quota erano continuate per tutto il mese di giugno e luglio, tanto che la quantità eccezionale di precipitazioni di quei mesi aveva provocato un aumento insolito del livello del Lago di Garda. Il cattivo tempo si era protratto fino all’autunno inoltrato. In quell’anno in Trentino la temperatura media fu 1,2° inferiore a quella del decennio 1810-1820, con punte di quasi 2° in meno nel mese di luglio. I giorni di pioggia intensa aumentarono del 35% concentrandosi soprattutto nei mesi di aprile, maggio e giugno.
Incuriosito dall’eccezionalità climatica di quell’anno, Bonfioli aveva trascritto articoli dai giornali delle principali città europee (es. Parigi, Francoforte, Augusta), constatando che le anomalie meteorologiche di quell’anno (e della prima metà del 1817) non erano state un fenomeno locale, ma avevano coinvolto gran parte del vecchio continente. Da Parigi, il 15 febbraio 1817, giungevano notizie di “una specie di disordine nelle stagioni e nella temperatura” (fig.3,a); la Gazzetta di Milano, riprendendo notizie provenienti dalla Svizzera, parlava di un clima nel quale “sembra che in varie regioni tutto proceda in opposizione ai principi ricevuti”.


Fig. 3 - Pagine dal diario meteorologico di Giuseppe Bonfioli: a) notizie provenienti da Parigi del febbraio 1817 circa un certo “disordine nelle stagioni”; b) resoconto di fine anno 1816; c) estratto dalla Gazzetta di Milano del febbraio 1817 che parla del “ridicolo della stagione” e di “foltissime nebbie … sulle rive del Lago di Ginevra” (Archivio comunale di Rovereto).

Il dibattitto sullo strano evolversi delle stagioni fu alimentato anche da particolari fenomeni atmosferici osservati in varie città europee nei primi mesi del 1817: nebbie persistenti e basse, che velavano i cieli di strani rossori, furono osservate da Venezia a Parigi, dalla Sicilia all’Inghilterra. A questi eventi si erano sommate altre “cose degne di attenzione: le irregolarità e i singolarissimi accidenti dei Barometri; la deviazione dell’ago magnetico; il flusso e riflusso che accade nell’Adriatico. Molti studiosi avevano tentato invano di dare una spiegazione agli eventi verificatesi negli ultimi mesi senza giungere a una conclusione condivisa, tanto che nel Giornale astro-meteorologico del 1817 si scrisse: “Dell’annata corrente si discorse in più luoghi. Le vicende sue attribuirono alcuni alle macchie del Sole [...] Altri appigliaronsi alla calamita ed alle mosse dell’ago calamitato [...] Altri borbottarono contro la Cometa del 1811 [...]. Altri se la presero colle maree dell’Adriatico, ma non intendo né punto né poco cosa dir vogliono, [...] In somma non fecero invidia al popolo certamente, che Venere prendea per insolita e nuova stella, e per poco anche alcuno fuor de’ ghangheri non temea uscito il grande Asso mondano”.
Solo più di un secolo dopo si riuscì a dimostrare come buona parte di questi eventi fossero legati all’eruzione di un vulcano dall’altro capo della Terra. Nel 1979 gli oceanografi americani Henry e Elizabeth Stommel dimostrarono che l’eruzione del vulcano Tambora (1815), nell'arcipelago indonesiano della Sonda, era stata la causa delle anomalie climatiche del 1816. A rendere tragicamente famoso quell’anno contribuì la penuria di cibo e la conseguente carestia in tutta Europa, aggravata dal freddo intenso delle annate precedenti (fig. 3,b), che aveva già compromesso i raccolti e provato una popolazione che stava lentamente riprendendosi dalle conseguenze delle guerre napoleoniche.

Poco più di trent’anni prima, un’altra eruzione, quella del sistema islandese di Laki (8 Giugno 1783 - 8 febbraio 1784), aveva duramente colpito una vasta parte di Europa, Nord America, Asia e Africa settentrionale. Il 17 giugno erano apparse per la prima volta in Trentino strane esalazioni, che avevano reso l’aria densa e fosca e il sole costantemente velato; la caligine avvolgeva i fondovalle e le montagne sia di giorno che di notte, per sparire temporaneamente spesso a seguito di forti temporali e poi ricomparire fitta e densa come prima. Il sole, all’alba e al tramonto, assumeva “un color rosso d’una maniera che sembrava coperto di sangue, di modo che si poteva mirare ad occhi aperti senza esser offeso dai raggi e così pure colorita appariva la luna”. L’inspiegabilità del fenomeno aveva iniziato ad angosciare la popolazione; erano ormai più di due mesi che la strana esalazione aveva invaso le vallate alpine. A destare ulteriore preoccupazione, a partire dalla metà di luglio, erano stati alcuni temporali straordinari per l’intensità e la violenza dei fulmini.
Nel frattempo da altre città provenivano voci che fenomeni simili a quelli osservati nelle vallate alpine si erano registrati in gran parte del nord Italia e dell’Europa; i più importanti studiosi dell’epoca azzardarono le prime ipotesi sull’origine della ‘nebbia secca’ e sulla sua possibile pericolosità. Bonfioli annotò nel suo diario: “In giugno e luglio vi furono quasi ogni giorno esalazioni così forti tutto all’intorno che appena appena si distinguevano le vicine montagne, questo fenomeno fu eguale in tutto il Tirolo, Austria, buonaparte della Germania, in tutta l’Italia e Francia; furono queste esalazioni seguite da fieri temporali, e da quantità spaventevoli di fulmini colla peste ancora in fine nell’Ungheria e terremoti in Calabria” (fig.4). Lo studioso trentino sembrava quasi suggerire che le nebbie e i violenti temporali fossero in una qualche maniera collegati con la peste in Ungheria e con i terremoti nel sud Italia, eventi che avevano avuto particolare risonanza nella stampa nazionale di quell’anno.
 
Fig. 4 - Sintesi che il fisico Giuseppe Bonfioli fa dell’anno 1783 (Archivio comunale di Rovereto).

L’opinione più diffusa all’epoca era infatti quella che gli eventi sismici, che avevano colpito Messina e il sud della Calabria tra il 5 febbraio e il 28 marzo, potessero essere la causa della densa nebbia, molto simile a “l’aria nebulosa” descritta dopo le intense scosse, e che fosse la stessa prodotta dal terremoto, alzatasi nell’atmosfera portata da “li Venti Austrosiroccali” che avevano dominato nel mese di giugno (fig.5).
Altri studiosi, come il Cav. de Lamanon, naturalista dell’Accademia delle Scienze di Parigi, ipotizzava che la nebbia così come i terremoti del 1783 avessero cagione comune, ovvero la siccità che per alcuni anni aveva caratterizzato gran parte dell’Europa e dell’Asia. Tra le varie ipotesi vi era anche quella che potesse trattarsi della coda di una grande cometa che era stata osservata quell’anno e che avesse lasciato una scia di particelle nell’atmosfera.
 
Fig. 5 - Il devastante terremoto di Messina del 1783 (veduta ottica di G.B.Probst, Augsburg 1785)

Uno dei primi studiosi che correlò questi fenomeni alla loro reale origine fu un botanico toscano, Giovanni Lapi che, osservando i fuochi di Pietramala nel Mugello e l’aria caliginosa nelle immediate vicinanze, ipotizzò che per trovare la causa della caligine del 1783, bisognasse analizzare gli eventi eruttivi che si erano verificati nei mesi precedenti. A simili conclusioni era giunto il naturalista francese Mourgue de Montredon nell’agosto dello stesso anno, e Benjamin Franklin nel maggio del 1784. Questi studiosi associarono la nebbia all’eruzione di un vulcano islandese, visto che proprio i cieli del Nord Europa erano stati i primi ad essere invasi dalla caligine e che i giornali di quell’anno avevano riportato di eruzioni nelle “islandiche terre di fuochi”.
I primi effetti dell’eruzione del Laki (8 giugno) giunsero in Italia settentrionale dopo 9 giorni, e a fasi alterne (nei primi cinque mesi si susseguirono 10 eruzioni) le strane esalazioni rimasero fino al 30 agosto (con residui fino a fine settembre). L’incremento delle precipitazioni, in corrispondenza delle maggiori concentrazioni di particolato, risulta concorde al modello che prevede la temporanea eccedenza di nuclei di condensazione in atmosfera, favorendo gli eventi meteorici intensi.
Fig. 6 - Diario meteorologico di Bonfioli; il 10 luglio annota che “a cagione d’una forte esalazione la Luna fu per tutta la notte d’un colore sanguigno” (Archivio comunale di Rovereto).
Fenomeni analoghi furono annotati da Bonfioli anche nel 1821. Il 10 luglio di quell’anno: “a cagione d’una forte esalazione la Luna fu per tutta la notte d’un colore sanguigno” (fig.6). Una strana nebbia ricomparve nelle valli alpine il 18 agosto per rimanervi alcuni giorni. L’insolita caligine fu osservata in varie città del nord Italia (Padova, Venezia, Firenze), così come a Parigi e Londra. Prima della fine dell’anno un altro evento riaccese il dibattito tra gli studiosi sulle cause di tali anomalie. In molte città italiane ed europee violentissimi temporali accompagnati da vento impetuosissimo funestarono la notte di Natale del 1821. Il rapido e straordinario abbassamento del barometro, il nubifragio che colpì molte città portuali, la simultaneità dell’evento e la sua grande estensione, fecero pensare che la causa fosse da ricercarsi nella presenza in atmosfera di una “elettricità strepitosa fulminante”, come sembravano provare, oltre ai violenti fulmini caduti ovunque, anche le “strisce luminose che ora solcavano il mare a guisa di folgori, ed ora ne lambivano semplicemente la superficie”. Cosa avesse potuto scatenare simili fenomeni rimase senza risposta, sebbene fosse ancora vivo il ricordo delle analoghe condizioni atmosferiche che avevano contraddistinto l’estate del 1783.

L’eruzione del Krakatoa (vulcano nell'isola indonesiana di Rakata) il 26 agosto del 1883, fu per certi versi fondamentale per la comprensione delle relazioni tra sistemi atmosferici ed eventi vulcanici intensi posti anche a notevoli distanze. In occasione della comparsa in Europa, verso la fine di agosto 1883, di “nebbie secche” e a fenomeni crepuscolari simili a quelle del 1783, lo studioso W.H. Larrabee ipotizzò che questi avvenimenti fossero collegati all’eruzione del Krakatoa, così come confermò che gli analoghi fenomeni del 1783 dipendessero dall’eruzione del vulcano Laki in Islanda, e quelli del 1821 dalla probabile eruzione nell’isola di Bourbon, del 27 febbraio di quello stesso anno.
Oggi sappiamo che l’eruzione dell’isola Bourbon (ovvero il Piton de la Fournaise nell'isola di Reunion, di fronte al Madagascar), invocata al tempo come possibile causa scatenante, non fu di intensità sufficiente a far risentire i suoi effetti fino al continente europeo. Allo stesso modo, le numerose eruzioni avvenute tra 1820 e 1821 tra Pacifico e Sud America cui si aggiungono gli italiani Stromboli, Etna e Vesuvio, risultano di intensità troppo bassa per giustificare una perturbazione a cosi larga scala e di conseguenza la causa delle anomalie metereologiche del 1821 rimane a oggi senza spiegazione.

Gli effetti diretti o indiretti delle eruzioni del 1783, del 1815 e forse del 1821, non sfuggirono agli osservatori del passato ed ebbero sovente ripercussioni su economia, ecosistemi e società. Le tesi che fisici, astronomi, naturalisti e medici del tempo elaborarono per giustificare questi “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo” furono numerose e talora fantasiose. Purtuttavia lo scambio di informazioni tra studiosi di diverse città per documentare e spiegare questi strani fenomeni, veicolate anche attraverso la stampa dell’epoca, favorì il dibattito pubblico accorciando le distanze di un mondo che stava lentamente abbandonando superstizioni e credenze popolari per lasciare il posto a un moderno pensiero scientifico.

Per saperne di più:

Salvador I., Romano M. & Avanzini M., 2018 - Gli “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo”: gli effetti delle eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815) nelle cronache delle regioni alpine. Rendiconti Online Società Geologica Italiana, Vol. 44(2018): 72-79. https://doi.org/10.3301/ROL.2018.11

Salvador I., Romano M. & Avanzini M., 2017 - "Da per tutto il cielo sembrava di fuoco": gli strani fenomeni atmosferici del 1821 in Trentino e una misteriosa eruzione. Studi trentini di scienze naturali, 96 (2017): 133-141.


domenica 24 giugno 2018

Il cammino minerario di Santa Barbara

di Marco Pantaloni

http://www.camminominerariodisantabarbara.org/it/in-cammino/il-percorso/

In un periodo convulso e difficile come quello che stiamo attraversando, sempre più di frequente si cerca rifugio nella spiritualità e nella ricerca del proprio essere.
Anche l’unione tra l’arricchimento culturale e umano, unito ad una pratica ormai quasi abbandonata, che è quella del camminare, spinge le persone a cercare di soddisfare le proprie esigenze seguendo percorsi che, segnati nei secoli dal camminare dei pellegrini, conducono verso luoghi simbolo, quasi sempre di carattere religioso.
Il motivo dell’affrontare questi pellegrinaggi è quasi sempre di natura religiosa, associato al contesto storico in cui questo si svolge. Oggi, tuttavia, questa motivazione non è più determinante e, comunque, non è più esclusiva.
In Spagna, famoso è il “Cammino di Santiago” che da varie località conduce verso Compostela e la Basilica dove sono conservate le spoglie mortali di San Giacomo (ad limina sancti Iacobi).
In Italia, altrettanto famosa è la “Via Francigena”, o Romea; in questo caso si tratta di un fascio di vie e sentieri che dall'Europa occidentale, in particolare dalla Francia, conducevano dapprima a Roma e poi proseguivano verso la Puglia, dove si trovavano i porti d'imbarco per la Terrasanta, meta dei pellegrini e dei crociati. La Via Francigena è stata riconosciuta nel 2004 come “Grande Itinerario Culturale Europeo”, tanto che lo storico Jacques Le Goff l’ha definita “il ponte tra l’Europa anglosassone e quella latina”. L’importanza culturale di questo itinerario culturale punta verso la candidatura della Via Francigena come patrimonio mondiale dell’Unesco.

Girando in rete abbiamo scoperto, quasi per caso, in un itinerario che unisce l’osservazione dell’attività geologico-mineraria al misticismo di Santa Barbara, protettrice dei geologi e dei minatori: il “Cammino minerario di Santa Barbara”.


Il Cammino minerario di Santa Barbara si sviluppa per una lunghezza di 388 km, che arrivano a 407 con le varianti, lungo un circuito ad anello nella regione del Sulcis-Iglesiente-Guspinese.
Il percorso si svolge per il 75% su sentieri, mulattiere, carrarecce e strade carrabili sterrate, e per il restante 25% su strade urbane o extraurbane asfaltate o lastricate. Il cammino si sviluppa in 24 tappe, della lunghezza media di circa 16 km, con una quota che va dal livello del mare ai circa 900 metri nel sistema montuoso del Marganai. Numerosi sono i dislivelli, anche se quasi mai impegnativi.
La suddivisione nelle tappe è stata effettuata in modo da permettere con facilità il percorso, anche alle persone non allenate, e anche per lasciare il tempo agli escursionisti di visitare luoghi di archeologia classica e industriale di suggestiva bellezza.
Quindi, l’itinerario è stato suddiviso in 24 tappe della lunghezza media di circa 16 km ciascuna, tenendo conto anche della ricettività dei villaggi minerari attraversati. Il calcolo delle percorrenze si basa su una velocità media di 3 km/h, stimata sulla velocità di un camminatore che, frequentemente, si ferma ad osservare i paesaggi, le forme del terreno, le formazioni geologiche, le strutture minerarie, i resti archeologici e le meraviglie del territorio sardo.
Ovviamente il percorso può essere calibrato in base alle proprie esigenze, alla disponibilità di tempo, all'interesse delle visite nei singoli siti.

Gli organizzatori comunicano “lavori in corso” nella definizione della percorribilità dei tracciati; è quindi importante, prima di intraprendere il cammino, verificare l’effettivo aggiornamento della segnaletica. In caso di manutenzione, l’organizzazione dichiara di predisporre itinerari alternativi, tutti marcati con una specifica segnaletica.

Sul sito Web del cammino, si trova l’indicazione completa del percorso e la suddivisione delle singole tappe:




1. Iglesias→ Nebida
2. Nebida→ Masua
3. Masua→ Buggerru
4. Buggerru → Portixeddu
5. Portixeddu → Piscinas
6. Piscinas → Montevecchio
7. Montevecchio → Perd' e Pibera
8. Perd' e Pibera → Villacidro
9. Villacidro → Monti Mannu
10. Monti Mannu → Arenas
11. Arenas→ San Benedetto
12. San Benedetto → Case Marganai
13. Case Marganai → Domusnovas
14. Domusnovas → Orbai
15. Orbai → Miniera Rosas
16. Miniera Rosas → Nuxis
17. Nuxis → Santadi
18. Santadi → Is Zuddas
19. Is Zuddas → Masainas
20. Masainas → Sant' Antioco
21. Sant' Antioco → Carbonia
22. Carbonia → Nuraxi Figus
23. Nuraxi Figus → Bacu Abis
24. Bacu Abis → Iglesias

Alcuni dei luoghi percorsi sono estremamente suggestivi e, da un punto di vista geologico, particolarmente interessanti; prima di partire si consiglia la lettura del volume “Geologia della Sardegna – Note illustrative della Carta geologica della Sardegna a scala 1:200.000”, pubblicato nella Collana Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, vol. 60, 2001, disponibile in rete sul sito dell’ISPRA (http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/periodici-tecnici/memorie-descrittive-della-carta-geologica-ditalia/geologia-della-sardegna-2013-note-illustrative-della-carta-geologica-della-sardegna-a-scala-1-200.000).



Come nei più blasonati cammini spagnoli, anche il “Cammino Minerario di Santa Barbara” prevede l’attribuzione di una Credenziale personale ai singoli escursionisti: la credenziale è una sorta di “passaporto” dell’escursionista che ne attesta la sua identità e lo distingue da ogni altro viaggiatore. Nella credenziale, inoltre, vengono indicati luogo e data di arrivo e partenza, e ci sono gli spazi per i timbri che attestano l’avvenuto passaggio nelle singole tappe del Cammino.
La credenziale è rilasciata dalla Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara e può essere richiesta su sito www.camminominerariodisantabarbara.org o acquistata presso il service point della Fondazione in piazza Municipio 1 a Iglesias.
I timbri verranno apposti dagli organismi religiosi, dagli uffici comunali e da altri soggetti privati; ogni sera, all'arrivo nel luogo del pernotto, la credenziale si arricchisce di un timbro che diventa così il ricordo più prezioso della fatica del cammino.

Per saperne di più:

domenica 13 maggio 2018

Renato Funiciello, un geologo in campo


di Alessio Argentieri

 
La copertina del volume “Renato Funiciello, un geologo in campo”,
creata da Daniela Riposati (INGV).
 Con l’insonnia, sconosciuta in gioventù, si può cominciare a prendere confidenza con il progredire dell’età. Complice una cena più sostanziosa della media, che in altra epoca sarebbe passata quasi inosservata per un geologo del “rito centamoriano” di cui sono orgogliosamente seguace, stamane sono sveglio da ben prima delle cinque. Il lasso di tempo rubato al sonno è stato però densamente colmato, senza interruzione alcuna, arrivando in un paio d’ore all’ultima pagina, la n. 223, del volume “Renato Funiciello, un geologo in campo” (2018).
L’opera collettanea, curata amorevolmente e pregevolmente dai suoi figli Fabio e Francesca, è pubblicata dall’Editoriale Anicia di Roma. La collocazione nella collana “Teoria e storia dell’educazione” è quanto mai appropriata. Il libro raccoglie infatti numerose testimonianze di amici, colleghi, allievi di Renato, un mosaico di storie di formazione e di scambi profondi e intensi a livello umano e professionale.
La presentazione del libro si è tenuta lo scorso giovedì 10 Maggio, presso lo Stadio degli Eucalipti di Roma, a chiusura della manifestazione sportiva “Trofeo Renato Funiciello”. A condurre l’evento con naturalezza, serenità ed eleganza è stata Francesca, con accanto il fratello Fabio. Un evento denso di cultura, geologia, amicizia e sport, che ha donato beneficio allo spirito dei partecipanti. Per chi non c’era, a compensazione, la piccola galleria fotografica che accompagna questo articolo.
Questa è una “non-recensione” che vuole semplicemente caldeggiarne la lettura del testo, senza relazionare o sintetizzarne i contenuti. In primo luogo a chi non conosce il personaggio e il clima socio-culturale, tra scienza, sport e non solo, di cui Funiciello fu protagonista e figura trainante dalla seconda metà del XX secolo fino agli inizi del nuovo millennio. Ma soprattutto a coloro che hanno intersecato i propri percorsi umani e professionali con quello di Funic; indipendentemente dall’intensità e durata dei rapporti intercorsi, ciascuno scoprirà aspetti sconosciuti di lui (e forse anche di sé stesso), come i suoi figli per primi hanno constatato.

Accogliendo con entusiasmo il cortese invito di Fabio e Francesca a fornire anche un mio contributo (a titolo personale e anche in rappresentanza della Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana, cosa di cui sono grato), istintivamente il pensiero è andato allo spirito goliardico e ironico, tratto caratteriale contagioso di Funiciello, una risorsa preziosa per affrontare la vita. Pensavo di sciorinare la lunga serie di aneddoti divertenti che direttamente o indirettamente ho immagazzinato in memoria, prendendo spunto dalla foto, scattata da Giorgio Vittorio Dal Piaz, che ritrae Renato con corona di lauro, porgente una meravigliosa cartocciata di affettato suino ai congressisti nell’escursione del congresso SGI del 1986 in Appennino centrale. Fu il più eclatante dei suoi coups de theatre, con il quale, assecondando il suo vezzo di “sorprendere il bifolco”, egli a sorpresa riapparse redivivo (e come è noto, non si tratta di un’iperbole) alla comunità geologica nazionale, pochi mesi dopo l’incidente del febbraio di quell’anno e la conseguente near death experience.
 
“Natura viva con luce caravaggesca” ritratta da Giorgio Vittorio Dal Piaz all’escursione
73° Congresso SGI “Geologia dell’Italia Centrale” (settembre - ottobre 1986):
da sinistra: Renato Funiciello, una cartocciata di capocollo, una botticella di vino,
Leonello Serva, Alberto Castellarin e un barbutissimo Domenico Cosentino.


Poi, dopo posata riflessione, ho capito che l’aneddotica non serviva. Chiunque lo ha conosciuto possiede in testa una propria lista di episodi analoghi (molti dei quali naturalmente sovrapponibili con quelli altrui). Ho virato perciò su una vicenda specifica, che chi avrà voglia, sfogliando il libro, potrà leggere.

Con il professor Funiciello l’interazione non era affatto facile, come è normale avvenga con simili personalità. Dava molto e ogni tanto qualcosa toglieva (solo temporaneamente, lo si riesce a comprendere solo con la visione del poi), andando a individuare e sfruculiare i punti deboli dei propri interlocutori, per lasciarli smarriti e privi delle difese che essi istintivamente si erano costruiti. Barriere effimere, che un bravo allenatore ha il dovere di smantellare per aiutare (con fatica e sofferenza) a costruirne di nuove e più solide, superando i propri limiti.
Anche questo, a mio parere, emerge dalle varie testimonianze. Tra di esse, ne menziono una sola che, per il periodo dal 1993 in poi, forse rappresenta e inanella tutte le altre: è il racconto di Letizia Maravalli, storica e preziosa segretaria del nuovo Dipartimento di Scienze Geologiche di Roma TRE. Chiunque abbia partecipato, più o meno a lungo, alla nascita e allo sviluppo di quel polo di formazione spero condivida questa impressione e ci si riconosca.

 
Figure seguenti: la presentazione del volume, a seguire la manifestazione sportiva “Trofeo Renato Funiciello”, presso lo Stadio degli Eucalipti (Roma, 10 Maggio 2018)