sabato 11 giugno 2022

Le “Grandi Pietre” dell’Aspromonte

di Anna Rosa Scalise

Il Massiccio dell’Aspromonte è una struttura impervia a picco sul mare che ha sede nell’estrema propaggine meridionale della Calabria; per la sua posizione geografica e per le sue caratteristiche geomorfologiche dalla sua vetta più alta (Montalto, 1956 m s.l.m.) è possibile osservare paesaggi esclusivi che dal Mar Tirreno si estendono fino allo stretto di Messina, alle isole Eolie e al Mar Ionio. I versanti acclivi coperti da una lussureggiante vegetazione sono spesso solcati da profonde incisioni sede di corsi d’acqua conosciuti come “fiumare”; queste orlano a raggiera l’intero Massiccio che dopo ripetute cascate sfociano in ampie piane alluvionali costiere.

L’Aspromonte è un Massiccio che fa parte di un importante struttura geologica nota in letteratura scientifica come Orogene Calabro-Peloritano, un tratto di catena montuosa e arcuata di rocce metamorfiche e magmatiche compresa tra i monti del Pollino a Nord e la linea di Longi-Taormina a Sud. Questa struttura geomorfologica è così speciale da essere considerata un Geoparco, riconosciuto di recente a livello internazionale come Patrimonio dell’Unesco; si tratta di un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare da proteggere e valorizzare.

Le sue caratteristiche forme severe e imponenti sono uniche in tutto il Mediterraneo e sono il risultato di una storia geologica ed un’evoluzione geodinamica derivante dall’interazione della placca continentale europea con quella africana, iniziata milioni di anni fa è tuttora in corso. L’avvenuta collisione delle placche durante l’orogenesi alpina ha determinato l’ossatura di massicci di rocce cristalline osservabili in Sardegna, Corsica e in parte nelle Alpi. Queste rocce sono molto diverse per età e composizione da quelle sequenze sedimentarie che affiorano lungo l’Appennino oltre il confine calabro-lucano.

Il sollevamento relativamente veloce del basamento metamorfico dell’Aspromonte ha provocato la formazione lungo i versanti montuosi di scivolamenti di grandi masse rocciose, molte di queste aree in dissesto sono così singolari e tipiche da essere identificate come “geositi” di importanza nazionale e internazionale. Beni naturali unici del territorio intesi come elementi di pregio scientifico e ambientale del patrimonio paesaggistico.

Nel settore orientale del Massiccio dell’Aspromonte nei territori dei comuni di San Luca e Careri si estende una grande valle aperta verso il mar Jonio denominata “Valle delle Grandi Pietre”, uno degli ambienti più significati del Parco Nazionale dell’Aspromonte, dove emergono da una lussureggiante vegetazione di alberi di leccio, di castagni e di querce, grosse pietre ciclopiche, di colore grigio bruno, modellate dall’azione meteorica ed eolica in gigantesche forme bizzarre, vere opere d’arte, depositarie di leggende e storie; molte di queste superano cento metri di altezza e sono ubicate prevalentemente lungo il margine settentrionale della “Fiumara Buonamico”.

La valle delle Grandi Pietre

La maggior parte di questi monoliti sono il frutto di un’attività erosiva differenziale della cosiddetta “Formazione di Stilo - Capo d’Orlando”, riportata nel Foglio geologico alla scala 1:50.000 n. 603 Bovalino, come una successione terrigena dell’Oligocene sup. - Miocene inf., un’alternanza di sedimenti silico-clastici depositati lungo canyon profondi di antichi fondali marini in erosione, costituiti da conglomerati, argille con intercalazioni siltose e spessi strati arenacei. Questi sedimenti clastici costituiscono una successione a carattere torbiditico che prendono il nome di “flysch”. Si tratta di rocce sedimentarie terrigene che fanno parte del “flysch di Capo d’Orlando”, una successione trasgressiva su calcari della formazione di Stilo quando ancora la Calabria era attaccata alla Sardegna.

Questi depositi, infatti, sono stati prodotti dallo smantellamento di un antico orogene originariamente collocato in Sardegna prima della separazione del blocco Corsica - Sardegna - Calabria da quello della Spagna - Francia. La separazione dei blocchi è avvenuta con i movimenti lenti delle placche che hanno generato l’apertura del Mar Ligure e poi quella del Mar Tirreno separando definitivamente la Calabria dalla microplacca Sardo-Corsa che è migrata verso est fino a raggiungere la posizione attuale portandosi in sommità la “Formazione di Stilo - Capo D’Orlando”.

(da Cirrincione et alii, 2016)

Tra i monoliti più spettacolari sono da annoverare la “Pietra Cappa”, la “Pietra Longa” (la più aguzza di tutti), la “Pietra di Febo”, la “Pietra Castello” (che prende il nome oltre che dalla posizione tipica di un’antica fortificazione anche dai resti di un castello e della chiesa di San Giorgio di epoca bizantina), la “Pietra Tonda”, la “Pietra Stranghiolo”, la “Pietra Salva” e le “Rocche di San Pietro” (con l’asceterio).

Le grandi pietre

La “Pietra Cappa” sorge al di sopra del paese di Natile Vecchio a quota 829 metri; si tratta di un gigantesco monolite imponente e misterioso, un “panettone geologico” così chiamato per la sua forma, conosciuto nella zona con il nome di “a Petra du Tamburinaru”, che si distingue per il suo profilo a cupola dalle guglie aguzze ed aspre delle cime metamorfiche. Da un punto di vista geomorfologico è un “butte”, un rilievo che occupa una superficie di 4 ettari caratterizzato da pareti ripide e sommità piana, il diametro della superficie sommitale è di circa 70 metri, le pareti superano 140 metri di altezza. Per le sue dimensioni rappresenta il monolite più grande di Europa ed è la roccia simbolo sia della “Valle delle Grandi Pietre” che del Parco Nazionale dell’Aspromonte.

Pietra Cappa

Per la sua peculiarità geologica è stato riconosciuto come un “Geosito” di rilevanza internazionale dell'“Aspromonte Geopark Unesco”, costituito da conglomerati, ovvero sabbia e grossi ciottoli arrotondati e cementati tra loro, di natura granitica e metamorfica, di dimensioni variabili da pochi centimetri a qualche metro. La similitudine petrografica e geochimica di questi frammenti di rocce granitiche con gli ammassi rocciosi attualmente affioranti in Sardegna è un’ulteriore conferma del fatto che il segmento di Orogene Calabro-Peloritano era, almeno fino al Miocene superiore prima che incominciasse ad aprirsi il bacino tirrenico, fuso con il blocco sardo-corso.

Pietra Cappa

L’azione erosiva degli agenti atmosferici avvenuta nel corso del tempo è tuttora in corso e continua a modellare le forme della “Pietra Cappa” tra le sue caratteristiche una galleria percorribile ricavata dalla posizione inclinata di un costone, attraversa un fianco del monolite

Il territorio della “Vallata delle Grandi Pietre” abbonda di luoghi ricchi di legende suggestive sia di natura religiosa che esoterica con testimonianze di antichi insediamenti umani e importanti reperti che vari studiosi hanno segnalato essere di un periodo che va dalla Preistoria all’età Bizantina.

Di particolare fascino le “Rocche di San Pietro”, a forma di largo cono, poste sul versante opposto del torrente Menica di fronte alla “Pietra Cappa”. La cima delle “Rocche di San Pietro” è scavata a forma di caverna su due piani intercomunicanti e con molte aperture. Nell’antichità, in un periodo compreso tra il VII e il IX secolo d.C., furono utilizzate come riparo da religiosi ed eremiti di rito greco e da monaci basiliani provenienti dall’oriente. Essi fuggivano dalle persecuzioni dell’Imperatore bizantino Leone III, detto Isaurico, che nel 726 per consolidare l’autorità imperiale emanò un decreto che ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell’Impero. Questi monaci alla ricerca di luoghi mistici ed evocativi dove poter mettere in pratica la contemplazione, la preghiera, la solitudine e il lavoro che erano i punti cardine della Regola di San Basilio Magno, giunsero fino in Italia meridionale. In Calabria trovarono ricovero negli ambienti di “Pietra Cappa”, in questi luoghi, impervi, solitari e ricoperti di boschi, requisiti che molti secoli fa furono conformi alle esigenze della loro vita di asceti eremiti.

Le rocche di San Pietro

Altri “Geositi” di rilevanza internazionale, si rinvengono nella area meridionale dell’Aspromonte, riconosciuti come laRocca e le Caldaie del Drago” e le “Dolomiti di Canolo” e al margine settentrionale il “Monte Tre Pizzi” e le “Rocche degli “Smaliditti”.


Per approfondire:

Cirrincione R., Fazio E., Fiannacca P., Ortolano G., Pezzino A., Punturo R., Romano V., Sacco V. (2013) - The Alpine evolution of the Aspromonte Massif: contraints for geodynamic reconstruction of the Calabria-Peloritani Orogen. Geological Field Trips, Vol. 5, No.1.1, 73 pp.

Cirrincione R., Fazio E., Fiannacca P., Ortolano G., Pezzino A., Punturo R. (2016) - Guida Geologica dell’Aspromonte. Aspromonte Parco Nazionale - Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Laruffa editore.

Servizio Geologico d’Italia - ISPRA (2015) - Foglio 603 Bovalino, Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000.

Servizio Geologico d’Italia - ISPRA (2016) - Note illustrative del Foglio 603 Bovalino, Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000. 

sabato 23 aprile 2022

"Geology is coming home. A renewed interest in Italian geoscientific tradition". Congresso SGI-SIMP, Torino, 19-21 settembre 2022

La Società Geologica Italiana (SGI) e la Società Italiana di Mineralogia e Petrologia (SIMP) vi invitano a partecipare al Congresso congiunto, dal titolo Geosciences for a sustainable future, che si terrà a Torino dal 19 al 21 settembre 2022.

Il Congresso sarà organizzato in tre giorni di sessioni scientifiche sulle principali tematiche delle Geoscienze; includerà conferenze plenarie di studiosi di rilievo internazionale, tavole rotonde, workshops e forum su argomenti di rilevante impatto geologico-sociale e su grandi temi di interesse pubblico.

Nell'ambito del Panel "Outreach and Education" è stata proposta la sessione P40. Geology is coming home. A renewed interest in Italian geoscientific tradition.

Conveners: Alessio Argentieri [Città metropolitana di Roma Capitale], Marco Pantaloni [ISPRA, Roma], Pietro Mosca [CNR Torino], Luca Barale [CNR Torino]

email: storiageoscienze@socgeol.it

“Geology has been an Italian science. In his “Principles of Geology” (proem to 1st edition, 1830) Sir Charles Lyell paid homage to the forerunners of Earth sciences in our Country. Italian primacy in the early stages of development of geological disciplines, between 16th and 18th century, was in fact strongly admired by the founder of modern geology. The birth of the term “Giologia”, coined by to Ulisse Aldrovandi in Bologna in 1603, has been celebrated on the occasion of its 400th anniversary. This recurrence initiated a renewal of interest in Italian geoscientific tradition, on the grounds of pioneer studies of Bruno Accordi and Nicoletta Morello, from the geological and epistemological points of view respectively. The session is aimed to promote interdisciplinary contributions on Italian Earth sciences and to stimulate the interaction between the scientific and historical approach. Promoting public awareness and understanding the importance of Earth sciences is in fact a crucial issue for Italy, a Country constantly facing the consequences of natural hazards. Celebrating ten years of intense activity of the History of geosciences Section, established in 2012 by the Italian Geological Society, we would thus venture to say that “Geology is coming home!”.





giovedì 17 febbraio 2022

Geologi di altri tempi: Nicola Zattini, tecnico e rilevatore della Carta geologica d’Italia

di Anna Rosa Scalise

In occasione della ricorrenza da cinque anni della scomparsa di Nicola Zattini ho il piacere di ricordare la sua figura umana, l’intensa attività tecnico-scientifica, le condizioni e il periodo storico del Servizio Geologico d’Italia in cui egli svolse il suo lavoro.


Nicola Zattini nel dicembre del 1960 fu assunto presso il Servizio Geologico d’Italia allora sotto la direzione di Enzo Beneo, con la qualifica di “Vice geologo in prova”, qualifica usata a quei tempi per i neo impiegati.

Nel 1960 iniziò una nuova era per la geologia italiana; fu approvata la legge “Sullo” (dal nome del parlamentare proponente) che autorizzò uno stanziamento straordinario di fondi per completare la prima edizione di quella cartografia geologica iniziata quasi cento anni prima, e pubblicare una seconda edizione, aggiornata e moderna di quasi la metà di tutto il territorio italiano. All’entrata in vigore della legge fu programmato quindi l’aggiornamento ed il completamento di 140 fogli da realizzare entro il 30 giugno del 1970, termine fissato dalla norma.

I “favolosi” anni ’60 rappresentarono un periodo di straordinaria rilevanza e di grande impegno per il Servizio Geologico d’Italia che fu designato Organo Cartografico dello Stato, e subito dopo iniziarono i lavori per la redazione della Carta Geologica d’Italia alla scala 1: 100.000 con la collaborazione delle Università, gli Enti pubblici e privati e le regioni Autonome con il coordinamento del Comitato Geologico presieduto allora da Ardito Desio.

In questo contesto, il geologo Nicola Zattini, neo assunto, fu subito impiegato al rilevamento geologico di terreno delle aree dei Fogli alla scala 1:100.000 n.106 “Firenze” prima e 130 “Orvieto” poi, insieme al collega Lamberto Pannuzi, l’amico fraterno con il quale condivise ancora prima l’esperienza per conto dell’Enel e poi presso la GEMINA (Geomineraria Nazionale) sulla ricerca della lignite in Umbria, in quei luoghi a lui tanto cari dove conobbe Luciana, diventata poi sua moglie e la madre dei suoi tre figli.

In quegli anni, continuò con passione e impegno profuso alle attività di studio e ricerca delle tematiche geologiche dell’Italia centro-meridionale che contribuirono alla crescita delle conoscenze scientifiche dei Fogli: 138 “Terni, 143 “Bracciano”, 144” Palombara Sabina”, 153 “Agnone”, 161 “Isernia”, 162 “Campobasso”, 173 “Benevento”, 175“Cerignola”, e alla redazione delle note illustrative dei Fogli Orvieto, Perugia, Città di Castello, Terni, Palombara Sabina, Campobasso, Benevento.





Gli impegni dei geologi di stato di allora furono interessati dal coordinamento e dalla revisione scientifica dei Fogli geologici affidati alle Università, al CNR, alle Regioni e alle Province Autonome di Trento e Bolzano e dalle attività di campagna svolte con molte difficoltà specialmente nelle aree di montagna dove furono impegnati a percorrere molti chilometri a piedi in condizioni climatiche avverse, spesso in solitudine, e con un abbigliamento non sempre adeguato. La prima dotazione di indumenti protettivi più consoni ai lavori di campagna avvenne molto tardi a seguito della morte del collega Carlo Bergomi che nel 1977 aveva perso la vita durante una campagna di rilevamento, dopo questo evento cambiarono le condizioni di lavoro dei geologi di stato che da quel giorno furono maggiormente valorizzati e meno trascurati.

La figlia di Zattini, Giuseppina, racconta: “quando papà rilevava da solo nelle zone di montagna, di inverno indossava un passamontagna, destando sospetti nei pastori che incontrava. Una volta fu aggredito dai cani e fu costretto ad arrampicarsi su un albero, per potersi arrampicare su un albero, conoscendo mio padre, doveva aver preso una gran paura, rimase sull’albero fino all’arrivo del pastore al quale ancora una volta dovette spiegargli che lui era lì per lavoro e che non aveva alcuna intenzione di rubare”.

“[…] ricordo ancora di quegli anni, quando il collega di papà, Nestore Malferrari, veniva a prenderlo in macchina, caricavano i bagagli e i viveri e partivano per una gita di rilevamento, papà era andato a fare una gita e la gita era un lavoro, questa cosa mi affascinava tantissimo. Papà aveva una passione smisurata per il suo lavoro egli diceva spesso che il rilevamento te lo devi sentire, è qualcosa che hai dentro, non si impara sui libri, devi avere l’occhio e l’intuito, non è una cosa semplice. L’entusiasmo per il suo lavoro lo portava spesso a voler fare tante altre cose ma si era sempre sacrificato per la sua famiglia, fra le tante aveva rinunciato alla carriera universitaria presso la facoltà di Scienze Geologiche di Cagliari, proposta dal prof. Carmelo Maxia del quale era stato l’allievo preferito”.

”[…] da bambina papà mi portava spesso in ufficio nella sede di Santa Susanna, ricordo ancora la nebbia di fumo che aleggiava nella sua stanza, l’area era irrespirabile e io mi chiedevo come facessero le persone a lavorare con lui e a respirare quell’odore insopportabile, lo stesso si percepiva poi sulle carte geologiche che portava a casa che ne rimanevano impregnate per parecchio tempo”. […] Ricordo ancora delle accese discussioni che faceva con i colleghi su argomenti di geologia, egli ascoltava prima tutti e poi e sulla base della sua esperienza cercava di essere persuasivo con argomenti di logica e di ragionamento. […] di altri colleghi che andavano a rilevare con papà ricordo Lamberto Pannuzi, Carlo Bergomi (per noi zio Carletto), Bruno Compagnoni ed Ernesto Centamore, per me era sempre una festa quando al loro ritorno dalla missione rimanevano a pranzo a casa nostra e io che ero affascinata dai loro discorsi gli facevo continue domande”.

Le attività previste dalla legge “Sullo” nel 1968 furono completate con il rilevamento e la stampa di buona parte dei Fogli, negli anni successivi i lavori proseguirono con il rilevamento degli ultimi tre e con l’elaborazione, il disegno e la preparazione alla stampa dei rimanenti. Il Comitato Geologico durante gli otto anni trascorsi svolse un’intensa attività assolvendo ai compiti assegnati dalla legge e fornendo il più fattivo e valido contributo alla soluzione dei problemi scientifici.

Nel 1971 iniziarono le attività degli studi di base per la preparazione delle norme generali, scientifiche e tecniche per il rilevamento della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, con la finalizzazione della stessa verso problemi prevalentemente applicativi riguardanti la sicurezza del territorio in relazione alle vari forme di rischio geologico e di rappresentazione cartografica. Questa nuova attività prese l’avvio con le modeste dotazioni del bilancio ordinario e con i contributi, offerti dal CNR, e dalla regione Trentino- Alto Adige ma con un organico ridotto e con scarsi mezzi furono rilevati e stampati solo alcuni fogli indicati come “sperimentali”. Nell’ambito di questa nuova attività il Comitato Geologico, presieduto dal prof. A. Jacobacci che era anche il Direttore del Servizio, nel 1974 nominò un gruppo di lavoro composto da C.F. Boni, M. Govi, C. Merlo, L. Pannuzi, A. Valdinucci, N. Zattini che venne integrato poi da P. Bono e coordinato dallo stesso Jacobacci per la redazione delle “Norme per la cartografia idrogeologica” e del “Rischio geologico”, pubblicate successivamente nel Quad.n.1 del Servizio Geologico.




All’inizio degli anni ‘80 quando entrai insieme ad altri colleghi al Servizio Geologico, Zattini operava allora presso il Reparto di Geologia Applicata con Amedeo Balboni, Walter Brugner, Alvaro Valdinucci, Enrico Prat e Giuseppe Castaldo nella veste di geologo applicato effettuando numerosi interventi nel campo della geologia tecnica e collaborando alle attività di consulenza richieste dalle altre Amministrazioni dello Stato e dagli Enti pubblici, regionali e comunali per lo studio e la soluzione di problemi geo-applicativi. Gli interventi spaziarono dalle problematiche di idrogeologia a quelle dei bacini artificiali; dalle costruzioni di strade, ponti, viadotti e gallerie alla coltivazione di cave e miniere; dallo studio di fenomeni alluvionali, frane e consolidamento degli abitati alle opere di difesa delle coste; dalle consulenze di piani regolatori a quelle tecniche d’ufficio o di parte in provvedimenti giudiziari. La testimonianza di questo lavoro di consulenza tecnico-scientifica fu la redazione di centinaia di relazioni ora presenti nell’archivio della “letteratura grigia” presso il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA.


Nicola Zattini si dedicò con tanta energia a questi studi geologico-tecnici intervenendo in tutte le regioni d’Italia, sempre presente con il suo apporto di conoscenza ed esperienza, fra le tante attività, partecipò attivamente allo studio delle aree terremotate e alla scelta dei siti per la ricostruzione degli abitati dal terremoto del Friuli del 1976 a quello del terremoto dell’Irpinia del 1983.

Giuseppina ricorda ancora che: “a seguito del terremoto dell’Irpinia dovette fare la valigia in fretta e furia perché vennero a prenderlo con l’Elicottero nello stadio di Palestrina, nella cittadina dove allora abitavamo. […] Una delle tante volte che operava in una delle aree terremotate” - racconta Giuseppina - “si era stufato di dormire in tenda e decise dormire in albergo, da quel momento fortunatamente le scosse cessarono e per questo fu soprannominato anti-terremoto fu per via di questo soprannome che gli abitanti di quelle zone per recuperare gli oggetti rimasti incustoditi nelle loro case disastrate si facevano accompagnare da lui”.

“[…] Tra tutte le sue consulenze ricordo quella che fece per conto della società Ferrarelle, fu chiamato perché la falda produttiva si stava esaurendo e lui individuò l’area dove poter effettuare ulteriori captazioni per incrementare la disponibilità idrica”.

Ebbi la fortuna di conoscere e apprezzare la sua preparazione e le sue competenze professionali sin dai primi anni della mia attività lavorativa presso il Servizio Geologico, nell’ambito del progetto per la realizzazione della “Carta della Vulnerabilità per Franosità”, elaborata alla scala 1:500.000, secondo le norme del “Rischio geologico”, pubblicata sul vol. XXXVI delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia sotto la direzione scientifica di N. Zattini. Fu un progetto realizzato in ossequio alla delibera del C.I.P.E. del 31 ottobre 1985, quale documentazione tecnico-scientifica sui rischi connessi agli eventi naturali che ricorrono sul territorio nazionale. Tale lavoro fu parte integrante della relazione finale del Comitato per lo studio dei Rischi Catastrofali e ufficialmente presentato al Ministero dell’Industria il 12 febbraio 1987.

Nel 1984, il prof. A. Jacobacci istituì un gruppo di lavoro di cui ero anch’io componente, coordinato da Nicola Zattini, con l’obbiettivo di sperimentare le “Norme sulla cartografia idrogeologica” nel territorio del F. 389 “Anagni” alla scala 1:50.000. e realizzare il rispettivo foglio idrogeologico successivamente pubblicato. Avviati i lavori di rilevamento di campagna durante le prime uscite era interessante seguire Zattini come sulla base della sua lunga esperienza cercava sempre di impostare un’analisi critica e ragionata dei dati, prendeva i suoi appunti con una matita molto piccola ed era sempre super preciso e puntuale.


Nel 1987, il Servizio Geologico fu trasferito al Ministero dell’Ambiente e l’anno successivo, finalmente dopo anni in cui si operava nelle ristrettezze economiche e con scarsi mezzi ne fu stabilita l’autonomia scientifica e funzionale con uno stanziamento di 20 miliardi di lire per l’avvio del progetto CARG che prevedeva la realizzazione della Cartografia geologica e geotematica nazionale alla scala 1: 50.000. Per l’attuazione del progetto CARG dovemmo rivedere le vecchie norme e pertanto realizzammo una “Guida al rilevamento e alla rappresentazione della Carta Idrogeologica d’Italia”, alla scala 1: 50.000 con il coordinamento di Zattini che nel frattempo fu nominato dirigente dell’Ufficio di Idrogeologia del quale facevo parte anch’io.

A seguito dell’approvazione della Legge della difesa del suolo del 1989 fu istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il Dipartimento Nazionale per i Servizi Tecnici di cui il Servizio Geologico era parte integrante insieme al Servizio Sismico, al Servizio Dighe e al Servizio Idrografico e Mareografico.

In quel periodo le tante attività dell’Ufficio di Idrogeologia coordinate da Zattini proseguirono con un grosso contributo al controllo, al monitoraggio delle discariche e alla scelta dei siti per l’attuazione di nuovi impianti svolte in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Ministero dell’Ambiente e l’Enea che insieme al Servizio Geologico costituirono il Gruppo di Diagnostica nominato nell’ambito delle Emergenze ambientali dei Rifiuti solidi urbani della Regione Campania e di quella socio-economico e ambientale della Regione Puglia.

Dopo il suo collocamento a riposo, avvenuto per raggiunti limiti di età nel 1995, rimanemmo sempre in contatto; era nata una profonda amicizia e una stima reciproca, nelle lunghe telefonate mi parlava spesso dei suoi figli e dei suoi adorati nipoti. La sua passione per la geologia era rimasta sempre quella di una volta e anche se era andato in pensione si interessava sempre delle problematiche geologiche del territorio di Palestrina e delle zone limitrofe, era diventato per gli abitanti di quel territorio un punto di riferimento e di consultazione, molto spesso veniva coinvolto per dare le indicazioni necessarie per l’esecuzione dei pozzi per acqua, per seguire i sondaggi e per studiare i terreni attraversati dalle perforazioni. Aveva intrapreso anche con interesse un rilevamento di dettaglio di quelle aree per soddisfare alcuni dubbi emersi dalle problematiche geologiche.

Nicola Zattini ha rappresentato in vario modo e in tempi diversi, una componente importante, umana e scientifica, del mio percorso lavorativo presso il Servizio Geologico, della nostra vita di geologi lo abbiamo avuto come maestro e come collega, riconoscendone e apprezzandone le competenze professionali assieme alle qualità personali, con lui abbiamo vissuto lunghi anni di vicissitudini liete e tristi sia nella difficoltà della ricerca sia nelle tante piccole e simpatiche avventure che fanno parte del periodo lavorativo.

Egli è stato l’esempio del lavoro di un geologo di Stato di tanto tempo fa che ha operato con competenza e serietà in condizioni diverse da quelle attuali, con pochi mezzi e con grande spirito di sacrificio. Si è sempre distinto per la sua onestà intellettuale e per il suo carattere nel difendere le conclusioni tecniche scaturite da sopralluoghi, dagli studi e dalle ricerche.

Sono stata fortunata a lavorare al suo fianco e ad apprendere dalla sua esperienza, egli oltre ad essere un bravo geologo aveva delle qualità umane non comuni era una persona affabile, saggia e molto umile ma anche di carattere. Egli è stato per me un maestro e un amico affettuoso.

Per saperne di più:

Jacobacci A. (1980) Relazione sulle attività del Servizio Geologico d’Italia nel 1979. Boll. Serv. Geol. d’It., vol. C.

Jacobacci A., Motteran G. Prat E. Scalise A. R., Vittori P., Zattini N. (1987) - Carta della Vulnerabilità per franosità. Mem. Descr. Carta Geol. d’It., vol.XXVI. Atti delle giornate di studio: Ricerche Geologiche corredate all’ambiente Mem. Descr. Carta Geol. d’It. vol. XLII.

Mari G.M., Motteran G., Scalise A.R., Terribili D., Zattini N. (1995) - Carta idrogeologica d’Italia-1: 50.000. Guida al rilevamento e alla rappresentazione. Serv. Geol. It., Quad. III Serie, vol.5.

Ministero dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato - Dir. Gen. Miniere (1968) - Carta Geologica d’Italia. Relazione al parlamento sullo stato dei lavori al 30 giugno 1968.

Motteran.G., Scalise A.R., Terribili D., Ventura G., Zattini N. (1993) - Carta idrogeologica d’Italia in scala 1:50.000, Foglio 389 Anagni, Serv. Geol. It.

Motteran G., Scalise A.R., Terribili D., Zattini N. (1994) - Contributo alla conoscenza dell’Idrogeologia lungo il limite tra il rilievo carbonatico dei monti Ernici e i sedimenti lacustri della piana del Tufano (Frosinone). Boll. Serv. Geol. It., vol. CXIII.

venerdì 21 gennaio 2022

Cartoline di un tempo passato: gli scogli di Ventimiglia


di Luca Barale

La città vecchia di Ventimiglia (IM), nell'estremo Ponente ligure, sorge su uno sperone roccioso costituito da depositi conglomeratici deltizi di età pliocenica (Marini, 2001; Breda et al., 2009). La sottostante spiaggia, nota un tempo come spiaggia de suta a Cola o di Ponente (oggi di Marina San Giuseppe), era costellata di numerosi massi conglomeratici, di dimensioni variabili, crollati dalla soprastante rupe.
Il più celebre era senza dubbio lo Scoglio Alto (Scögliu Autu), un "torrione conglomeratico", prendendo a prestito le parole di Federico Sacco (1934), con un'altezza stimata, a seconda delle fonti, tra i 15 m (Sawicki, 1908) e i 18 m (James Jackson, vedi Fig. 1).


Fig. 1. Lo Scoglio Alto in un'immagine del fotografo James Jackson (1843-1895), datata 28 Marzo 1890. La didascalia recita: "Scoglio di puddinga di circa 18 metri di altezza, scolpito dalle acque, sulla spiaggia di Ventimiglia. Un doganiere italiano, in piedi alla base dello scoglio, serve da scala". Fonte: Gallica - Bibliothèque nationale de France.

Per la sua peculiare morfologia e imponenza, lo Scoglio Alto fu descritto e raffigurato in numerosi lavori geologici a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. I diversi autori che ne trattarono, oltre al già citato Sacco, lo descrissero di volta in volta come "rocher aux formes hardies, obélisque naturel" (Gaudin e Moggridge, 1864), "15 m hohe Säule aus pliocänem Konglomerat, die ganz isoliert auf dem Schotterstrand dasteht" (colonna alta 15 m di conglomerato pliocenico, che si erge completamente isolata sulla spiaggia di ghiaia; Sawicki, 1908), "rupe in forma di pinacolo, in cui gli strati, pressoché verticali, accusano il raddrizzamento che subì nella caduta" (Issel, 1911), "smisurato banco di roccia [...] precipitato dai pendii soprastanti [...] rimasto infisso nella sabbia della costa" (Rovereto, 1928).


Fig. 2. Lo Scoglio Alto in due fotografie tratte da lavori geologici di inizio '900. a) Immagine scattata da Alberto Pelloux (in Issel, 1911); si riconoscono, a destra dello Scoglio Alto, la Pria Naviglia e, a bordo immagine, una parte della Pria Margunaira. b) Immagine tratta da Rovereto (1928) che mostra lo Scoglio Alto e la Pria Naviglia, quest'ultima indicata erroneamente nella didascalia originaria come "Schiena d'Asino" (nome di un altro scoglio situato a poca distanza).

Lo Scoglio Alto, insieme ai due vicini scogli noti come Pria (= Pietra) Naviglia e Pria Margunaira, anch'essi costituiti di conglomerato pliocenico, dava luogo a uno scorcio iconico, citato, tra fine '800 e inizio '900, in tutte le guide per viaggiatori che trattavano della città di Ventimiglia e ritratto, da ogni angolazione possibile, in decine di cartoline postali (Fig. 3a, b).


Fig. 3. Lo Scoglio Alto in due cartoline d'epoca. a) Cartolina spedita nel 1914: da destra verso sinistra si riconoscono lo Scoglio Alto, la Pria Naviglia e la Pria Margunaira. b) Cartolina spedita nell'Agosto del 1917, alcuni mesi dopo il crollo dello Scoglio Alto, qui ritratto insieme alla Pria Naviglia. Nell'immagine è ben riconoscibile la stratificazione del conglomerato, immergente ad alto angolo verso sinistra.

Nel Febbraio del 1917, a causa di una forte mareggiata, lo Scoglio Alto fu scalzato alla base e "si abbatté sulla spiaggia come un gigante fulminato" (Salvo, 1925). Il gigantesco monolite si spezzò in diversi tronconi, che rimasero sull'arenile e furono poi inglobati nella costruzione della passeggiata a mare G. Marconi negli anni '50. Nel 1932, pochi anni dopo il crollo dello Scoglio Alto, anche la vicina Pria Naviglia fu distrutta da una mareggiata.

Dei tre scogli originari, l'unico arrivato fino ai giorni nostri è la Pria Margunaira, o più semplicemente Margunaira (43°47'20.8"N, 7°36'06.3"E; Fig. 4a-d). Il nome deriva dal termine dialettale margùn (marangone, cormorano), verosimilmente perché lo scoglio era frequentato in passato da tali uccelli. Il 15 Giugno del 1924, con solenne cerimonia, fu apposta sullo scoglio una lapide in marmo bianco in memoria dei marinai ventimigliesi caduti nella Prima Guerra Mondiale e fu installato un pennone portabandiera (Anonimo, 1924; Fig. 4b). La lapide, tuttora presente anche se mal conservata (Fig. 4c), reca incisi i nomi di dodici marinai, ai lati di un medaglione con una testa di soldato e il motto dannunziano "Donec ad metam" ("Fino alla meta").

La Margunaira era originariamente separata dalla riva da uno stretto braccio di mare. Meta prediletta dei tuffatori, lo scoglio fu addirittura dotato, a un certo punto, di un trampolino artificiale, visibile nell'immagine 4d; nella stessa immagine lo scoglio appare collegato a terra da una scogliera artificiale perpendicolare alla linea di riva, realizzata negli anni '50. L'ultimo tratto di tale scogliera, addossato allo scoglio, fu in seguito rimosso e la Margunaira tornò a essere completamente circondata dalle acque, condizione in cui è rimasta fino ai primi anni 2000.


Fig. 4. La Margunaira nel tempo. a) Cartolina di inizio '900, che mostra lo scoglio ancora senza lapide. b) Cartolina del primo dopoguerra, che mostra un momento della cerimonia di inaugurazione della lapide ai marinai caduti (da una fotografia di G. Bugelli, pubblicata anche in Anonimo, 1924). c) Dettaglio della lapide come si presenta oggi; foto del 5 Gennaio 2022. d) Cartolina (anni '50-'60) che mostra la Margunaira collegata alla riva da una scogliera artificiale (e dotata di trampolino per i tuffi, visibile sulla sinistra).

Nell'ultimo decennio, la costruzione del porto turistico di Ventimiglia e il contestuale, notevole avanzamento della linea di riva hanno causato lo 'spiaggiamento' della Margunaira. Lo scoglio, un tempo "baciato senza posa dalle azzurre acque del Mar di Liguria" (Anonimo, 1924), dista ora una trentina di metri dalla riva e si trova ormai sepolto dalla ghiaia per più di un terzo della sua originaria altezza fuori acqua (Fig. 5).


Fig. 5. La Margunaira come appare oggi, 'spiaggiata' e in parte sepolta (si confronti con le immagini 3b e 3d). Sulla destra in a), e sullo sfondo in b), è visibile parte del molo del nuovo porto turistico di Ventimiglia. Foto del 5 Gennaio 2022.


Bibliografia

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mercoledì 12 gennaio 2022

“Villasaltosprung”: da una singola faglia alla moderna concezione della catena Varisica in Sardegna

di Rodolfo Carosi

Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Torino


L’evoluzione delle conoscenze a volte segue vie impreviste guidate da concatenazioni di eventi apparentemente casuali in periodi nei quali “i tempi sono maturi” affinché si verifichi un salto in avanti, grande o piccolo che sia, nelle conoscenze. Questo è anche il caso delle conoscenze geologiche del Paleozoico sardo coinvolto nella catena ercinica, fino alla metà-fine degli anni settanta ritenuta per lo più una catena orogenica priva di sovrascorrimenti e di falde di ricoprimento con abbondanti graniti e metamorfismo di alta temperatura, differentemente da quanto avveniva nelle catene di tipo alpino (ZWARTH, 1968).

Nelle note illustrative del Foglio 549 – Muravera in scala 1:50.000 (ISPRA, 2001) si legge: “Alla fine degli anni ’70 due gruppi di ricercatori, uno italiano (CARMIGNANI & PERTUSATI, 1977; CARMIGNANI et al., 1978a, 1979) e uno francese (NAUD  & TEMPIER, 1977; NAUD, 1979a, 1979b), lavorando indipendentemente, documentarono nella Sardegna centro-orientale importanti raccorciamenti ercinici, con pieghe rovesciate chilometriche e raddoppi tettonici di importanza regionale. L’evidenza di una pila di falde vergenti a SW e l’età ercinica del metamorfismo di medio e alto grado della Sardegna NE (DI SIMPLICIO et al., 1974a, 1974b; DEL MORO et al., 1975; FERRARA et al., 1978), precedentemente spesso considerato caledoniano o precambriano, portarono rapidamente all’ipotesi di CARMIGNANI et al. (1979) secondo cui la struttura del basamento sardo derivava da una collisione continentale”.

Ma che cosa ha fatto sì che due geologi strutturali italiani (che fino a quel momento avevano lavorato essenzialmente in Appennino settentrionale) arrivassero per primi con un lavoro esaustivo (CARMIGNANI & PERTUSATI, 1977) a identificare la corretta natura della tettonica del basamento ercinico in Sardegna? Gli eventi sono piuttosto singolari e non se ne trova traccia in nessun documento ufficiale, ma la storia, nota a moltissimi geologi che lavorano, o hanno lavorato in Sardegna, vale la pena di essere raccontata e con essa il ruolo primario che ha avuto in tutto questo la faglia di Villasalto (CA). Le note mineralizzazioni ad antimonio, tungsteno e solfuri sono infatti ospitate nella cataclasite legata alla faglia stessa, a spese principalmente degli scisti neri siluriani e dei metacalcari siluro-devonici. Quindi c’è, e c’è sempre stata, una stretta relazione tra la miniera di Villasalto e la omonima faglia.

A metà degli anni settanta Giacomo Oggiano, studente di geologia di Pisa, stava svolgendo la tesi di laurea presso la miniera di Villasalto, aprì la lettera che il suo relatore era solito inviargli mensilmente in Sardegna in risposta ai suoi doverosi aggiornamenti periodici. Con grande sorpresa e sgomento apprese che il Prof. Gabor Dessau, docente di Giacimenti Minerari dell’ateneo pisano, aveva intenzione di sospendere la sua tesi per il suo comportamento ritenuto inappropriato nei confronti del Direttore della miniera di antimonio di Su Suergiu e Martalai a Villasalto, che lo ospitava presso la foresteria per lo svolgimento della sua tesi di laurea.

La questione era che lo studente aveva contraddetto sia il geologo della miniera sia il Direttore che credevano fermamente che la faglia di Villasalto (Villasaltosprung) fosse una faglia diretta ercinica come già stabilito da TEICHMULLER (1931) che si estendeva per oltre 40 km nella Sardegna sud-orientale. Giacomo Oggiano, applicando da laureando le moderne tecniche di analisi strutturale e di rilevamento geologico apprese nel corso dei suoi studi a Pisa (tra le primissime sedi in Italia negli anni ’70 del 900 a sviluppare una geologia strutturale di tipo moderno), aveva invece trovato evidenze inequivocabili che si trattava di una faglia inversa. Da qui la discussione con il geologo della miniera e il Direttore e le lamentele di quest’ultimo con il Prof. Dessau che, incalzato dal Direttore, aveva ritenuto opportuno redarguire lo studente indisciplinato fino a sospenderne la tesi. Giacomo, però, spaventato dal dover iniziare tutto da capo dopo mesi di lavoro, non si dette per vinto e, convinto della bontà delle sue osservazioni, chiese aiuto al fratello di un giovane assistente di Pisa (F. Baldacci) che conosceva bene due giovani geologi strutturali emergenti, Luigi Carmignani e Pier Carlo Pertusati, allora assistenti alla cattedra di geologia all’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Pisa, chiamati in suo soccorso per dirimere la questione. Essi, dopo un primo sopralluogo, oltre che a confermare la natura di faglia inversa e di accavallamento di natura regionale tra le Arenarie di S. Vito (cambro-ordoviciane) e gli scisti e calcari siluro-devonici, formatosi durante la prima fase deformativa sin-metamorfica e deformato dalle fasi successive intuirono l’importanza e le implicazioni di tale riconoscimento (CARMIGNANI & PERTUSATI 1977; CARMIGNANI et al., 1978a, 1979) e le possibili conseguenze sulla tettonica dell’intera catena ercinica (Fig. 1).

Fig. 1. Carta geologico-strutturale dei dintorni di Villasalto da CARMIGNANI ET AL., 1978.

Fino a quel momento, infatti, la catena ercinica in Sardegna era considerata “… priva di ampi carreggiamenti”, nonostante il lavoro di BOSELLINI E OGNIBEN (1968) che avevano già riconosciuto un sovrascorrimento ercinico nella zona di Funtana Raminosa, in Sardegna centrale, tra il Postgotlandiano (ora Unità della Barbagia o interne) e i sottostanti scisti neri e calcari siluro-devonici (ora parte superiore della successione dell’Unità di Meana Sardo). E’ da rimarcare che all’epoca le successioni litostratigrafiche del Paleozoico sardo, specialmente la parte pre-ordoviciana, erano solo in parte conosciute e i primi lavori di geologia strutturale sugli indicatori cinematici risalgono solo al 1979 e anni successivi (BERTHÈ et al., 1979). La geologia strutturale si stava affermando proprio in quegli anni come disciplina a sé stante a partire dal libro di J.G. Ramsay del 1967 “Folding and fracturing of rocks” basato sulla meccanica dei mezzi continui. E’ da rimarcare che la rivista Journal of Structural Geology è nata nel 1979.

Il riconoscimento della faglia di Villasalto come accavallamento regionale ripiegato da fasi deformative successive è stato quindi il primo passo che ha permesso di reinterpretare la catena varisica sarda in ottica moderna come overthrust, una pila di falde alloctone con senso di trasporto vero SW, metamorfismo regionale di tipo Barroviano progrado da SW verso NE, presenza di una deformazione polifasica, un avampaese posto a SW e una zona interna o assiale a NE.

Come nella teoria del caos si afferma che un battito di ali di una farfalla possa causare un uragano a migliaia di km di distanza analogamente, considerando non solo lo spazio ma anche il tempo, una situazione locale, l’apertura di una lettera, una tesi sospesa, l’insistenza di uno studente sicuro delle proprie osservazioni, due geologi strutturali che stavano sviluppando e applicando tecniche di moderna geologia strutturale in Appennino, sono stati fattori scatenanti che hanno dato origine ad effetti a cascata e alla fine ad una vera e propria rivoluzione delle conoscenze del basamento sardo.

Gli studi interdisciplinari hanno infatti dato vita ad una nuova e proficua stagione di ricerche strutturali, stratigrafiche, metamorfiche, magmatologiche e di cartografia geologica che in pochi anni hanno letteralmente rivoluzionato le conoscenze del basamento ercinico sardo. Tutto questo lavoro ad opera di ricerche congiunte delle Università di Pisa, Siena e Cagliari è culminato in una escursione di più giorni sul basamento in occasione del 71° Congresso della Società Geologica Italiana del 1982 in occasione del centenario della sua fondazione e con la stesura di un volume guida “Guida alla geologia del Paleozoico sardo” di oltre 200 pagine contenente numerosi articoli e carte geologiche originali che offrono un quadro organico di tutta la geologia paleozoica dell’isola (CARMIGNANI et al., 1982; Fig. 2).

Fig. 2. Copertina della Guida alla Geologia del Basamento Sardo del 1982.

All’epoca ero uno studente di Geologia a Pisa ed ho avuto la fortuna di partecipare nell’ambito del corso di Geologia Strutturale all’istruttiva “escursione di prova” guidata da L. Carmignani, P.C. Pertusati (Università di Pisa), C. Ghezzo e C. A. Ricci (Università di Siena) e di percepire la fase pulsante di questa trasformazione in corso, oltre ai primi racconti di questa avventura scientifica.

Le differenze, piuttosto evidenti della geologia fino al 1975 e del decennio successivo, si possono osservare confrontando la carta della Sardegna di IACOBACCI et al. (1975) (Fig. 3), nella quale compaiono solo pochissimi thrust (e tra questi la faglia di Villasalto) e la carta in scala 1:500.000 ad opera di CARMIGNANI et al. (1987) (Fig. 4) dove sono rappresentate tutte le unità tettoniche attuali. Il basamento sardo è stato in gran parte cartografato in scala 1:10.000 nel corso degli anni ’80 anche con il contributo di molte tesi di laurea.

Fig. 3. Schema stratigrafico del Massiccio Sardo-Corso (JACOBACCI ET AL.,1975).

Fig. 4. Modello Strutturale del Basamento Ercinico della Sardegna (1987).

L’ossatura fondamentale della catena è stata riconosciuta e delineata proprio in quegli anni.

In seguito si è passati da un modello interamente ensialico (CARMIGNANI et al., 1979) all’ipotesi di una sutura oceanica con relitti di eclogiti (CAPPELLI et al., 1992; CARMIGNANI et al., 1992 1994).

Nel 1992 in occasione di una riunione annuale del Gruppo Informale di Geologia Strutturale è stata organizzata un‘escursione di una settimana attraverso tutta l’isola, dalla zona esterna della catena fino alla zona “assiale” a nord, con la stesura di un esaustivo volume che rimane un caposaldo nella storia della geologia della Sardegna (Fig. 5).

Fig. 5. Copertina del volume: Struttura della catena ercinica in Sardegna.
Guida all’escursione del 1992.

Le successioni stratigrafiche sono state meglio delineate così come gli eventi deformativi e metamorfici e tutto il ciclo magmatico (CRUCIANI et al., 2015 con bibliografia) nonché le relazioni tra metamorfismo e la transpressione Varisica datata a 325-300 Ma nel nord della Sardegna (CAROSI & PALMERI 2002; DI VINCENZO et al., 2004; CAROSI et al., 2020).

Bibliografia

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