venerdì 29 giugno 2018

L’importanza degli archivi storici nella ricostruzione degli effetti locali di grandi eventi geologici del passato: le eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815)


di Isabella Salvador

Fig. 1 - Eruzione del Monte Vesuvio dell’8 agosto 1779 dove sono messi in evidenza i fenomeni atmosferici connessi (nubi e scariche elettriche) (da: Campi Flegrei. Osservazioni sui vulcani delle Due Sicilie, W. Hamilton).
Nell’estate del 2016, conducendo ricerche storiche nell’Archivio della Biblioteca Civica di Rovereto, mi sono imbattuta in alcuni volumi manoscritti fitti di annotazioni e dati numerici: si trattava di diari meteorologici redatti tra il 1778 e il 1839 dall’abate Giuseppe Bonfioli (? - 1840), fisico trentino che, seppur membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, aveva lasciato ben poche tracce di sé per i posteri.
I diari, nei quali Bonfioli oltre ad aver registrato scrupolosamente temperatura e pressione giornaliera, aveva anche descritto i principali eventi meteorologici occorsi (fig.2), rappresentano una ‘banca dati’ di indiscusso valore, tanto più che si tratta di osservazioni registrate durante un periodo di anomalie atmosferiche ben note.
Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 si era infatti registrata una fase di significativa riduzione dell’attività solare (minimo di Dalton 1790-1820), caratterizzata da un abbassamento medio delle temperature globali. Chiudeva questo trentennio uno dei fenomeni eruttivi più energetici della storia recente della Terra: l’eruzione del vulcano Tambora (5 - 15 aprile 1815) che avrebbe provocato, l’anno successivo, quello che passò alla storia come l’  “anno senza estate”, di cui proprio nel 2016 ricadeva il duecentesimo anniversario.
La curiosità di trovare qualche traccia degli effetti di tale eruzione anche in quelle pagine e di cogliere, con lo sguardo di uno studioso di inizio Ottocento, le ‘stranezze’ che potevano essersi palesate in una piccola valle alpina, mi spinsero a immergermi completamente in quel mondo dimenticato da 200 anni.
Inaspettatamente oltre a trovare testimonianza degli effetti del Tambora, descritti come una “specie di disordine nelle stagioni e nella temperatura” in tutta Europa durante il bienno1816-1817, Bonfioli riportava anche il resoconto di strani fenomeni verificatisi durante l’estate del 1783 e nel successivo1821.

Fig. 2 - Pagine del diario meteorologico di Giuseppe Bonfioli del 1816, l’ “anno senza estate”(Archivio comunale di Rovereto).
Tra le pagine del diario, quelle più dense di annotazioni si riferiscono proprio al biennio 1816-1817.
I primi sentori delle ‘stranezze meteorologiche’ furono registrati nella primavera del 1816. Bonfioli aveva notato che, fino a maggio, le temperature erano state particolarmente rigide e che, tra il 13 e 14 di quel mese, aveva nevicato anche nella città di Trento e nelle campagne del fondovalle. Le piogge e le nevicate a bassa quota erano continuate per tutto il mese di giugno e luglio, tanto che la quantità eccezionale di precipitazioni di quei mesi aveva provocato un aumento insolito del livello del Lago di Garda. Il cattivo tempo si era protratto fino all’autunno inoltrato. In quell’anno in Trentino la temperatura media fu 1,2° inferiore a quella del decennio 1810-1820, con punte di quasi 2° in meno nel mese di luglio. I giorni di pioggia intensa aumentarono del 35% concentrandosi soprattutto nei mesi di aprile, maggio e giugno.
Incuriosito dall’eccezionalità climatica di quell’anno, Bonfioli aveva trascritto articoli dai giornali delle principali città europee (es. Parigi, Francoforte, Augusta), constatando che le anomalie meteorologiche di quell’anno (e della prima metà del 1817) non erano state un fenomeno locale, ma avevano coinvolto gran parte del vecchio continente. Da Parigi, il 15 febbraio 1817, giungevano notizie di “una specie di disordine nelle stagioni e nella temperatura” (fig.3,a); la Gazzetta di Milano, riprendendo notizie provenienti dalla Svizzera, parlava di un clima nel quale “sembra che in varie regioni tutto proceda in opposizione ai principi ricevuti”.


Fig. 3 - Pagine dal diario meteorologico di Giuseppe Bonfioli: a) notizie provenienti da Parigi del febbraio 1817 circa un certo “disordine nelle stagioni”; b) resoconto di fine anno 1816; c) estratto dalla Gazzetta di Milano del febbraio 1817 che parla del “ridicolo della stagione” e di “foltissime nebbie … sulle rive del Lago di Ginevra” (Archivio comunale di Rovereto).

Il dibattitto sullo strano evolversi delle stagioni fu alimentato anche da particolari fenomeni atmosferici osservati in varie città europee nei primi mesi del 1817: nebbie persistenti e basse, che velavano i cieli di strani rossori, furono osservate da Venezia a Parigi, dalla Sicilia all’Inghilterra. A questi eventi si erano sommate altre “cose degne di attenzione: le irregolarità e i singolarissimi accidenti dei Barometri; la deviazione dell’ago magnetico; il flusso e riflusso che accade nell’Adriatico. Molti studiosi avevano tentato invano di dare una spiegazione agli eventi verificatesi negli ultimi mesi senza giungere a una conclusione condivisa, tanto che nel Giornale astro-meteorologico del 1817 si scrisse: “Dell’annata corrente si discorse in più luoghi. Le vicende sue attribuirono alcuni alle macchie del Sole [...] Altri appigliaronsi alla calamita ed alle mosse dell’ago calamitato [...] Altri borbottarono contro la Cometa del 1811 [...]. Altri se la presero colle maree dell’Adriatico, ma non intendo né punto né poco cosa dir vogliono, [...] In somma non fecero invidia al popolo certamente, che Venere prendea per insolita e nuova stella, e per poco anche alcuno fuor de’ ghangheri non temea uscito il grande Asso mondano”.
Solo più di un secolo dopo si riuscì a dimostrare come buona parte di questi eventi fossero legati all’eruzione di un vulcano dall’altro capo della Terra. Nel 1979 gli oceanografi americani Henry e Elizabeth Stommel dimostrarono che l’eruzione del vulcano Tambora (1815), nell'arcipelago indonesiano della Sonda, era stata la causa delle anomalie climatiche del 1816. A rendere tragicamente famoso quell’anno contribuì la penuria di cibo e la conseguente carestia in tutta Europa, aggravata dal freddo intenso delle annate precedenti (fig. 3,b), che aveva già compromesso i raccolti e provato una popolazione che stava lentamente riprendendosi dalle conseguenze delle guerre napoleoniche.

Poco più di trent’anni prima, un’altra eruzione, quella del sistema islandese di Laki (8 Giugno 1783 - 8 febbraio 1784), aveva duramente colpito una vasta parte di Europa, Nord America, Asia e Africa settentrionale. Il 17 giugno erano apparse per la prima volta in Trentino strane esalazioni, che avevano reso l’aria densa e fosca e il sole costantemente velato; la caligine avvolgeva i fondovalle e le montagne sia di giorno che di notte, per sparire temporaneamente spesso a seguito di forti temporali e poi ricomparire fitta e densa come prima. Il sole, all’alba e al tramonto, assumeva “un color rosso d’una maniera che sembrava coperto di sangue, di modo che si poteva mirare ad occhi aperti senza esser offeso dai raggi e così pure colorita appariva la luna”. L’inspiegabilità del fenomeno aveva iniziato ad angosciare la popolazione; erano ormai più di due mesi che la strana esalazione aveva invaso le vallate alpine. A destare ulteriore preoccupazione, a partire dalla metà di luglio, erano stati alcuni temporali straordinari per l’intensità e la violenza dei fulmini.
Nel frattempo da altre città provenivano voci che fenomeni simili a quelli osservati nelle vallate alpine si erano registrati in gran parte del nord Italia e dell’Europa; i più importanti studiosi dell’epoca azzardarono le prime ipotesi sull’origine della ‘nebbia secca’ e sulla sua possibile pericolosità. Bonfioli annotò nel suo diario: “In giugno e luglio vi furono quasi ogni giorno esalazioni così forti tutto all’intorno che appena appena si distinguevano le vicine montagne, questo fenomeno fu eguale in tutto il Tirolo, Austria, buonaparte della Germania, in tutta l’Italia e Francia; furono queste esalazioni seguite da fieri temporali, e da quantità spaventevoli di fulmini colla peste ancora in fine nell’Ungheria e terremoti in Calabria” (fig.4). Lo studioso trentino sembrava quasi suggerire che le nebbie e i violenti temporali fossero in una qualche maniera collegati con la peste in Ungheria e con i terremoti nel sud Italia, eventi che avevano avuto particolare risonanza nella stampa nazionale di quell’anno.
 
Fig. 4 - Sintesi che il fisico Giuseppe Bonfioli fa dell’anno 1783 (Archivio comunale di Rovereto).

L’opinione più diffusa all’epoca era infatti quella che gli eventi sismici, che avevano colpito Messina e il sud della Calabria tra il 5 febbraio e il 28 marzo, potessero essere la causa della densa nebbia, molto simile a “l’aria nebulosa” descritta dopo le intense scosse, e che fosse la stessa prodotta dal terremoto, alzatasi nell’atmosfera portata da “li Venti Austrosiroccali” che avevano dominato nel mese di giugno (fig.5).
Altri studiosi, come il Cav. de Lamanon, naturalista dell’Accademia delle Scienze di Parigi, ipotizzava che la nebbia così come i terremoti del 1783 avessero cagione comune, ovvero la siccità che per alcuni anni aveva caratterizzato gran parte dell’Europa e dell’Asia. Tra le varie ipotesi vi era anche quella che potesse trattarsi della coda di una grande cometa che era stata osservata quell’anno e che avesse lasciato una scia di particelle nell’atmosfera.
 
Fig. 5 - Il devastante terremoto di Messina del 1783 (veduta ottica di G.B.Probst, Augsburg 1785)

Uno dei primi studiosi che correlò questi fenomeni alla loro reale origine fu un botanico toscano, Giovanni Lapi che, osservando i fuochi di Pietramala nel Mugello e l’aria caliginosa nelle immediate vicinanze, ipotizzò che per trovare la causa della caligine del 1783, bisognasse analizzare gli eventi eruttivi che si erano verificati nei mesi precedenti. A simili conclusioni era giunto il naturalista francese Mourgue de Montredon nell’agosto dello stesso anno, e Benjamin Franklin nel maggio del 1784. Questi studiosi associarono la nebbia all’eruzione di un vulcano islandese, visto che proprio i cieli del Nord Europa erano stati i primi ad essere invasi dalla caligine e che i giornali di quell’anno avevano riportato di eruzioni nelle “islandiche terre di fuochi”.
I primi effetti dell’eruzione del Laki (8 giugno) giunsero in Italia settentrionale dopo 9 giorni, e a fasi alterne (nei primi cinque mesi si susseguirono 10 eruzioni) le strane esalazioni rimasero fino al 30 agosto (con residui fino a fine settembre). L’incremento delle precipitazioni, in corrispondenza delle maggiori concentrazioni di particolato, risulta concorde al modello che prevede la temporanea eccedenza di nuclei di condensazione in atmosfera, favorendo gli eventi meteorici intensi.
Fig. 6 - Diario meteorologico di Bonfioli; il 10 luglio annota che “a cagione d’una forte esalazione la Luna fu per tutta la notte d’un colore sanguigno” (Archivio comunale di Rovereto).
Fenomeni analoghi furono annotati da Bonfioli anche nel 1821. Il 10 luglio di quell’anno: “a cagione d’una forte esalazione la Luna fu per tutta la notte d’un colore sanguigno” (fig.6). Una strana nebbia ricomparve nelle valli alpine il 18 agosto per rimanervi alcuni giorni. L’insolita caligine fu osservata in varie città del nord Italia (Padova, Venezia, Firenze), così come a Parigi e Londra. Prima della fine dell’anno un altro evento riaccese il dibattito tra gli studiosi sulle cause di tali anomalie. In molte città italiane ed europee violentissimi temporali accompagnati da vento impetuosissimo funestarono la notte di Natale del 1821. Il rapido e straordinario abbassamento del barometro, il nubifragio che colpì molte città portuali, la simultaneità dell’evento e la sua grande estensione, fecero pensare che la causa fosse da ricercarsi nella presenza in atmosfera di una “elettricità strepitosa fulminante”, come sembravano provare, oltre ai violenti fulmini caduti ovunque, anche le “strisce luminose che ora solcavano il mare a guisa di folgori, ed ora ne lambivano semplicemente la superficie”. Cosa avesse potuto scatenare simili fenomeni rimase senza risposta, sebbene fosse ancora vivo il ricordo delle analoghe condizioni atmosferiche che avevano contraddistinto l’estate del 1783.

L’eruzione del Krakatoa (vulcano nell'isola indonesiana di Rakata) il 26 agosto del 1883, fu per certi versi fondamentale per la comprensione delle relazioni tra sistemi atmosferici ed eventi vulcanici intensi posti anche a notevoli distanze. In occasione della comparsa in Europa, verso la fine di agosto 1883, di “nebbie secche” e a fenomeni crepuscolari simili a quelle del 1783, lo studioso W.H. Larrabee ipotizzò che questi avvenimenti fossero collegati all’eruzione del Krakatoa, così come confermò che gli analoghi fenomeni del 1783 dipendessero dall’eruzione del vulcano Laki in Islanda, e quelli del 1821 dalla probabile eruzione nell’isola di Bourbon, del 27 febbraio di quello stesso anno.
Oggi sappiamo che l’eruzione dell’isola Bourbon (ovvero il Piton de la Fournaise nell'isola di Reunion, di fronte al Madagascar), invocata al tempo come possibile causa scatenante, non fu di intensità sufficiente a far risentire i suoi effetti fino al continente europeo. Allo stesso modo, le numerose eruzioni avvenute tra 1820 e 1821 tra Pacifico e Sud America cui si aggiungono gli italiani Stromboli, Etna e Vesuvio, risultano di intensità troppo bassa per giustificare una perturbazione a cosi larga scala e di conseguenza la causa delle anomalie metereologiche del 1821 rimane a oggi senza spiegazione.

Gli effetti diretti o indiretti delle eruzioni del 1783, del 1815 e forse del 1821, non sfuggirono agli osservatori del passato ed ebbero sovente ripercussioni su economia, ecosistemi e società. Le tesi che fisici, astronomi, naturalisti e medici del tempo elaborarono per giustificare questi “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo” furono numerose e talora fantasiose. Purtuttavia lo scambio di informazioni tra studiosi di diverse città per documentare e spiegare questi strani fenomeni, veicolate anche attraverso la stampa dell’epoca, favorì il dibattito pubblico accorciando le distanze di un mondo che stava lentamente abbandonando superstizioni e credenze popolari per lasciare il posto a un moderno pensiero scientifico.

Per saperne di più:

Salvador I., Romano M. & Avanzini M., 2018 - Gli “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo”: gli effetti delle eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815) nelle cronache delle regioni alpine. Rendiconti Online Società Geologica Italiana, Vol. 44(2018): 72-79. https://doi.org/10.3301/ROL.2018.11

Salvador I., Romano M. & Avanzini M., 2017 - "Da per tutto il cielo sembrava di fuoco": gli strani fenomeni atmosferici del 1821 in Trentino e una misteriosa eruzione. Studi trentini di scienze naturali, 96 (2017): 133-141.


domenica 24 giugno 2018

Il cammino minerario di Santa Barbara

di Marco Pantaloni

http://www.camminominerariodisantabarbara.org/it/in-cammino/il-percorso/

In un periodo convulso e difficile come quello che stiamo attraversando, sempre più di frequente si cerca rifugio nella spiritualità e nella ricerca del proprio essere.
Anche l’unione tra l’arricchimento culturale e umano, unito ad una pratica ormai quasi abbandonata, che è quella del camminare, spinge le persone a cercare di soddisfare le proprie esigenze seguendo percorsi che, segnati nei secoli dal camminare dei pellegrini, conducono verso luoghi simbolo, quasi sempre di carattere religioso.
Il motivo dell’affrontare questi pellegrinaggi è quasi sempre di natura religiosa, associato al contesto storico in cui questo si svolge. Oggi, tuttavia, questa motivazione non è più determinante e, comunque, non è più esclusiva.
In Spagna, famoso è il “Cammino di Santiago” che da varie località conduce verso Compostela e la Basilica dove sono conservate le spoglie mortali di San Giacomo (ad limina sancti Iacobi).
In Italia, altrettanto famosa è la “Via Francigena”, o Romea; in questo caso si tratta di un fascio di vie e sentieri che dall'Europa occidentale, in particolare dalla Francia, conducevano dapprima a Roma e poi proseguivano verso la Puglia, dove si trovavano i porti d'imbarco per la Terrasanta, meta dei pellegrini e dei crociati. La Via Francigena è stata riconosciuta nel 2004 come “Grande Itinerario Culturale Europeo”, tanto che lo storico Jacques Le Goff l’ha definita “il ponte tra l’Europa anglosassone e quella latina”. L’importanza culturale di questo itinerario culturale punta verso la candidatura della Via Francigena come patrimonio mondiale dell’Unesco.

Girando in rete abbiamo scoperto, quasi per caso, in un itinerario che unisce l’osservazione dell’attività geologico-mineraria al misticismo di Santa Barbara, protettrice dei geologi e dei minatori: il “Cammino minerario di Santa Barbara”.


Il Cammino minerario di Santa Barbara si sviluppa per una lunghezza di 388 km, che arrivano a 407 con le varianti, lungo un circuito ad anello nella regione del Sulcis-Iglesiente-Guspinese.
Il percorso si svolge per il 75% su sentieri, mulattiere, carrarecce e strade carrabili sterrate, e per il restante 25% su strade urbane o extraurbane asfaltate o lastricate. Il cammino si sviluppa in 24 tappe, della lunghezza media di circa 16 km, con una quota che va dal livello del mare ai circa 900 metri nel sistema montuoso del Marganai. Numerosi sono i dislivelli, anche se quasi mai impegnativi.
La suddivisione nelle tappe è stata effettuata in modo da permettere con facilità il percorso, anche alle persone non allenate, e anche per lasciare il tempo agli escursionisti di visitare luoghi di archeologia classica e industriale di suggestiva bellezza.
Quindi, l’itinerario è stato suddiviso in 24 tappe della lunghezza media di circa 16 km ciascuna, tenendo conto anche della ricettività dei villaggi minerari attraversati. Il calcolo delle percorrenze si basa su una velocità media di 3 km/h, stimata sulla velocità di un camminatore che, frequentemente, si ferma ad osservare i paesaggi, le forme del terreno, le formazioni geologiche, le strutture minerarie, i resti archeologici e le meraviglie del territorio sardo.
Ovviamente il percorso può essere calibrato in base alle proprie esigenze, alla disponibilità di tempo, all'interesse delle visite nei singoli siti.

Gli organizzatori comunicano “lavori in corso” nella definizione della percorribilità dei tracciati; è quindi importante, prima di intraprendere il cammino, verificare l’effettivo aggiornamento della segnaletica. In caso di manutenzione, l’organizzazione dichiara di predisporre itinerari alternativi, tutti marcati con una specifica segnaletica.

Sul sito Web del cammino, si trova l’indicazione completa del percorso e la suddivisione delle singole tappe:




1. Iglesias→ Nebida
2. Nebida→ Masua
3. Masua→ Buggerru
4. Buggerru → Portixeddu
5. Portixeddu → Piscinas
6. Piscinas → Montevecchio
7. Montevecchio → Perd' e Pibera
8. Perd' e Pibera → Villacidro
9. Villacidro → Monti Mannu
10. Monti Mannu → Arenas
11. Arenas→ San Benedetto
12. San Benedetto → Case Marganai
13. Case Marganai → Domusnovas
14. Domusnovas → Orbai
15. Orbai → Miniera Rosas
16. Miniera Rosas → Nuxis
17. Nuxis → Santadi
18. Santadi → Is Zuddas
19. Is Zuddas → Masainas
20. Masainas → Sant' Antioco
21. Sant' Antioco → Carbonia
22. Carbonia → Nuraxi Figus
23. Nuraxi Figus → Bacu Abis
24. Bacu Abis → Iglesias

Alcuni dei luoghi percorsi sono estremamente suggestivi e, da un punto di vista geologico, particolarmente interessanti; prima di partire si consiglia la lettura del volume “Geologia della Sardegna – Note illustrative della Carta geologica della Sardegna a scala 1:200.000”, pubblicato nella Collana Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, vol. 60, 2001, disponibile in rete sul sito dell’ISPRA (http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/periodici-tecnici/memorie-descrittive-della-carta-geologica-ditalia/geologia-della-sardegna-2013-note-illustrative-della-carta-geologica-della-sardegna-a-scala-1-200.000).



Come nei più blasonati cammini spagnoli, anche il “Cammino Minerario di Santa Barbara” prevede l’attribuzione di una Credenziale personale ai singoli escursionisti: la credenziale è una sorta di “passaporto” dell’escursionista che ne attesta la sua identità e lo distingue da ogni altro viaggiatore. Nella credenziale, inoltre, vengono indicati luogo e data di arrivo e partenza, e ci sono gli spazi per i timbri che attestano l’avvenuto passaggio nelle singole tappe del Cammino.
La credenziale è rilasciata dalla Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara e può essere richiesta su sito www.camminominerariodisantabarbara.org o acquistata presso il service point della Fondazione in piazza Municipio 1 a Iglesias.
I timbri verranno apposti dagli organismi religiosi, dagli uffici comunali e da altri soggetti privati; ogni sera, all'arrivo nel luogo del pernotto, la credenziale si arricchisce di un timbro che diventa così il ricordo più prezioso della fatica del cammino.

Per saperne di più:

domenica 13 maggio 2018

Renato Funiciello, un geologo in campo


di Alessio Argentieri

 
La copertina del volume “Renato Funiciello, un geologo in campo”,
creata da Daniela Riposati (INGV).
 Con l’insonnia, sconosciuta in gioventù, si può cominciare a prendere confidenza con il progredire dell’età. Complice una cena più sostanziosa della media, che in altra epoca sarebbe passata quasi inosservata per un geologo del “rito centamoriano” di cui sono orgogliosamente seguace, stamane sono sveglio da ben prima delle cinque. Il lasso di tempo rubato al sonno è stato però densamente colmato, senza interruzione alcuna, arrivando in un paio d’ore all’ultima pagina, la n. 223, del volume “Renato Funiciello, un geologo in campo” (2018).
L’opera collettanea, curata amorevolmente e pregevolmente dai suoi figli Fabio e Francesca, è pubblicata dall’Editoriale Anicia di Roma. La collocazione nella collana “Teoria e storia dell’educazione” è quanto mai appropriata. Il libro raccoglie infatti numerose testimonianze di amici, colleghi, allievi di Renato, un mosaico di storie di formazione e di scambi profondi e intensi a livello umano e professionale.
La presentazione del libro si è tenuta lo scorso giovedì 10 Maggio, presso lo Stadio degli Eucalipti di Roma, a chiusura della manifestazione sportiva “Trofeo Renato Funiciello”. A condurre l’evento con naturalezza, serenità ed eleganza è stata Francesca, con accanto il fratello Fabio. Un evento denso di cultura, geologia, amicizia e sport, che ha donato beneficio allo spirito dei partecipanti. Per chi non c’era, a compensazione, la piccola galleria fotografica che accompagna questo articolo.
Questa è una “non-recensione” che vuole semplicemente caldeggiarne la lettura del testo, senza relazionare o sintetizzarne i contenuti. In primo luogo a chi non conosce il personaggio e il clima socio-culturale, tra scienza, sport e non solo, di cui Funiciello fu protagonista e figura trainante dalla seconda metà del XX secolo fino agli inizi del nuovo millennio. Ma soprattutto a coloro che hanno intersecato i propri percorsi umani e professionali con quello di Funic; indipendentemente dall’intensità e durata dei rapporti intercorsi, ciascuno scoprirà aspetti sconosciuti di lui (e forse anche di sé stesso), come i suoi figli per primi hanno constatato.

Accogliendo con entusiasmo il cortese invito di Fabio e Francesca a fornire anche un mio contributo (a titolo personale e anche in rappresentanza della Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana, cosa di cui sono grato), istintivamente il pensiero è andato allo spirito goliardico e ironico, tratto caratteriale contagioso di Funiciello, una risorsa preziosa per affrontare la vita. Pensavo di sciorinare la lunga serie di aneddoti divertenti che direttamente o indirettamente ho immagazzinato in memoria, prendendo spunto dalla foto, scattata da Giorgio Vittorio Dal Piaz, che ritrae Renato con corona di lauro, porgente una meravigliosa cartocciata di affettato suino ai congressisti nell’escursione del congresso SGI del 1986 in Appennino centrale. Fu il più eclatante dei suoi coups de theatre, con il quale, assecondando il suo vezzo di “sorprendere il bifolco”, egli a sorpresa riapparse redivivo (e come è noto, non si tratta di un’iperbole) alla comunità geologica nazionale, pochi mesi dopo l’incidente del febbraio di quell’anno e la conseguente near death experience.
 
“Natura viva con luce caravaggesca” ritratta da Giorgio Vittorio Dal Piaz all’escursione
73° Congresso SGI “Geologia dell’Italia Centrale” (settembre - ottobre 1986):
da sinistra: Renato Funiciello, una cartocciata di capocollo, una botticella di vino,
Leonello Serva, Alberto Castellarin e un barbutissimo Domenico Cosentino.


Poi, dopo posata riflessione, ho capito che l’aneddotica non serviva. Chiunque lo ha conosciuto possiede in testa una propria lista di episodi analoghi (molti dei quali naturalmente sovrapponibili con quelli altrui). Ho virato perciò su una vicenda specifica, che chi avrà voglia, sfogliando il libro, potrà leggere.

Con il professor Funiciello l’interazione non era affatto facile, come è normale avvenga con simili personalità. Dava molto e ogni tanto qualcosa toglieva (solo temporaneamente, lo si riesce a comprendere solo con la visione del poi), andando a individuare e sfruculiare i punti deboli dei propri interlocutori, per lasciarli smarriti e privi delle difese che essi istintivamente si erano costruiti. Barriere effimere, che un bravo allenatore ha il dovere di smantellare per aiutare (con fatica e sofferenza) a costruirne di nuove e più solide, superando i propri limiti.
Anche questo, a mio parere, emerge dalle varie testimonianze. Tra di esse, ne menziono una sola che, per il periodo dal 1993 in poi, forse rappresenta e inanella tutte le altre: è il racconto di Letizia Maravalli, storica e preziosa segretaria del nuovo Dipartimento di Scienze Geologiche di Roma TRE. Chiunque abbia partecipato, più o meno a lungo, alla nascita e allo sviluppo di quel polo di formazione spero condivida questa impressione e ci si riconosca.

 
Figure seguenti: la presentazione del volume, a seguire la manifestazione sportiva “Trofeo Renato Funiciello”, presso lo Stadio degli Eucalipti (Roma, 10 Maggio 2018)












martedì 1 maggio 2018

La "Rocca tu Dracu" e i "Caddareddi" di Roghudi

di Marco Pantaloni

Nella Calabria greca, su uno sperone roccioso affacciato sul corso della Fiumara Amendolea, si trova il borgo di Roghudi. La sua posizione isolata ha permesso la conservazione delle usanze e del dialetto dai tipici caratteri neogreci. Il nome del paese, Richùdi o Rigùdi in greco di Calabria, si fa derivare dal termine greco ῥάχῃ (rupe) o ῥαχώδθς (rupestre).




L’abitato di Roghudi vecchio, abitata sin dal 1050, venne abbandonata dopo due fortissime alluvioni avvenute nel 1971 e nel 1973 e l’attivazione di alcune frane. Per circa 18 anni, la popolazione originaria venne distribuita nei paesi limitrofi fino al 1988, quando venne edificata Roghudi nuova, a circa 40 km di distanza dal vecchio centro, lungo la costa ionica in prossimità di Melito di Porto Salvo.
A distanza di qualche chilometro da Roghudi vecchio, ubicata sui versanti dell’Aspromonte, sorge la frazione Ghorio, un piccolo nucleo di case quasi disabitato. Da qui è possibile raggiungere un curioso sito geologico, particolarmente interessante.

Si tratta di un masso conosciuto localmente come “Rocca tu Dracu“ (roccia del drago), un grosso monolite trapezoidale da un vago profilo aquilino, caratterizzato dalla presenza, su un lato, di due cogoli arrotondati che alludono a grandi occhi. In prossimità di questo, si trova poi un affioramento roccioso con evidenti gibbosità sulla superficie, anch'esse dovute a fenomeni erosivi, la cui presenza richiama la leggenda di piccole caldaie contenenti latte (Caddareddhi) che alimentavano un drago custode di un ricco tesoro.


Immagine tratta da: www.calabrianotizie.it
La "Rocca tu Dracu" (Rocca del Drago)
I "Caddareddi" (Le caldaie del latte)



Di Roghudi e dei problemi dei fenomeni franosi del territorio calabrese si occupò il vulcanologo napoletano Venturino Sabatini. Infatti, nel 1908 Sabatini fu incaricato di studiare i fenomeni franosi del territorio calabrese e nel 1909 partecipò ai lavori della Commissione reale per la designazione delle zone più adatte alla ricostruzione degli abitati colpiti dal terremoto di Messina e Reggio di Calabria del 28 dicembre 1908. Dopo i suoi rilievi compiuti nel territorio dell’Aspromonte, pubblicò nel 1909 un lavoro dal titolo “Contribuzione allo studio dei terremoti calabresi”, nel Bollettino del R. Comitato geologico d’Italia, vol. 10, pagine 235-345, nel quale analizzò gli effetti al suolo del sisma e riprodusse, in due figure, le spettacolari forme di erosione che, evidentemente, colpirono la sua attenzione.


Immagine contenuta in:
Sabatini V. (1909) - Contribuzione allo studio dei terremoti calabresi.
Bollettino del R. Comitato Geologico d’Italia, 10, 235-345

L’analisi della Cartografia Geologica d’Italia in scala 1:100.000, pubblicata nel 1885 a cura di Emilio Cortese, riporta il sito di Roghudi e della frazione Ghorio, come costituito da scisti anfibolici, micascisti e gneiss.

Stralcio del foglio 254 Messina - Reggio Calabria
della carta Geologica d'Italia alla scala 1:100.000
(Servizio Geologico d'Italia - ISPRA)

Stralcio della legenda del foglio 254 Messina - Reggio Calabria
(Servizio Geologico d'Italia - ISPRA)

Per saperne di più:



lunedì 23 aprile 2018

Pietro Bruno Celico: Il “Sommo”


di Anna Rosa Scalise e Mario Valletta

A ribattezzare Pietro Celico come “il Sommo” sono stati, intorno alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo, uno degli estensori di questo ricordo ed una comune allieva, Annamaria Castracani. Nomignolo che viene ora conservato, quale ulteriore segno di spirito fraterno e di affettuosa, cordiale vicinanza che ha, da sempre, legato Anna Rosa Scalise e Mario Valletta (da ora in avanti, ARS ed MV) e del rimpianto più amaro e struggente che la Sua scomparsa, assolutamente prematura, ha lasciato nei loro cuori. Ad ARS è dovuto il ricordo delle tappe che hanno contrassegnato la traccia profonda che solo pochissime figure di ricercatore, quale Pietro è stato, lasciano e la Sua carriera accademica; ad MV, alcuni ricordi legati ad un’amicizia fraterna e ad un rapporto personale e scientifico/professionale, che non ha conosciuto, in oltre trenta anni, la minima incrinatura e che, ancora oggi, è vivo e vitale!!


La Sua figura di “padre fondatore” dell’idrogeologia italiana è stata ricordata in una giornata di studio che si è tenuta il 22 gennaio 2016, da Silvia Fabbrocino, Sua allieva, che ha sottolineato come, sul piano strettamente scientifico: “le sue monografie ed opere cartografiche hanno rappresentato, e tuttora rappresentano, il riferimento fondamentale per la conoscenza idrogeologica del territorio italiano e per la gestione quantitativa e qualitativa delle risorse idriche sotterranee. Basti ricordare la Memoria “Considerazioni sull'idrogeologia di alcune zone dell’Italia centro-meridionale alla luce dei risultati di recenti indagini geognostiche”, pubblicata nel 1979, che ha contribuito fortemente all'avanzamento delle conoscenze sulla circolazione idrica basale degli acquiferi carbonatici, divenendo il punto di partenza per la progettazione dei più grandi sistemi acquedottistici ed infrastrutturali”.

Pietro Celico si laurea in Scienze Geologiche nel 1975, con il  massimo dei voti e la lode, ha prestato la propria opera di Geologo presso la ex Cassa per il Mezzogiorno, svolgendo un'intensa attività per ricerca, captazione ed utilizzazione ottimale delle risorse idriche sotterranee, soprattutto nell'ambito delProgetto Speciale per il reperimento e l'utilizzazione razionale delle risorse idriche superficiali e sotterranee delle Regioni Marche, Abruzzo, Molise, Lazio e Campania (P.S. 29)”: attività che lo vede coinvolto nella programmazione, progettazione, direzione tecnica delle ricerche e lavori di captazione di acque sotterranee, soprattutto di acquiferi carbonatici. E non solo: suoi campi d’azione sono pure indagini finalizzate alla progettazione di importanti dighe; studio di tracciati e siti acquedottistici sia sotterranei che seminterrati; studio della stabilità dei versanti di aree interessate da importanti opere ingegneristiche quali dighe, acquedotti, ecc.
In contemporanea, Pietro Celico svolge un’intensa attività di ricerca scientifica, parzialmente sintetizzata in oltre duecentotrenta pubblicazioni su periodici nazionali ed internazionali: numerosi sono gli elementi di assoluta originalità per la definizione sia dell’approccio metodologico alla ricostruzione dell'idrodinamica sotterranea in acquiferi complessi, con particolare riferimento a quelli carbonatici, che della vulnerabilità degli stessi all'inquinamento e della salvaguardia quali-quantitativa e della gestione ottimale delle risorse idriche sotterranee, comprese quelle minerali.

Nel 1983 pubblica "Idrogeologia dei massicci carbonatici, delle piane quaternarie e delle aree vulcaniche dell'Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise e Campania)", che è il Quaderno 4/2 della Cassa per il Mezzogiorno, che è stato – e continua ad essere - una sorta di “vangelo” per quanti si siano avvicinati e si avvicinano allo studio completo ed integrato di quelle aree. Qui si ricorda solo la svolta significativa che il “Quaderno” ha rappresentato per la conoscenza dei fattori che condizionano la circolazione idrica basale degli acquiferi carbonatici ed i limiti dei bacini sotterranei, con vari elementi di novità nella definizione del comportamento idrogeologico degli elementi strutturali e nella individuazione di serbatoi sotterranei funzionanti “in serie”.

Ma l’intensa attività scientifica è testimoniata pure da una notevolissima produzione cartografica: la Carta Idrogeologica d'Italia, alla scala 1:500.000; la Carta Idrogeologica della Campania alla scala 1: 200.000; la Carta Idrogeologica dell'Italia centro-meridionale alla scala 1:400.000; la Carta Idrogeologica dell'Italia Meridionale alla scala 1:250.000; il F. 186 “S. Angelo dei Lombardi” della Carta Idrogeologica alla scala 1:100.000; la Carta Idrogeologica della provincia di Napoli alla scala 1: 50.000 e la Carta Idrogeologica della provincia di Avellino alla scala 1:100.000.


Molto attiva pure la partecipazione a Progetti Finalizzati del CNR, come quello relativo alla Geotermia, con particolare riferimento alla geochimica delle acque sotterranee: in un tale ambito rientrano le ricerche relative alle caratteristiche idrogeologiche della zona flegrea, con specifica attenzione allo studio del bilancio di massa e di energia ed al quello degli effetti delle iniezioni di fluidi nel sottosuolo. Altri momenti importanti sono la partecipazione ai lavori, tra altre, di due Commissioni incaricate, una, dello studio della regimazione delle acque e della sistemazione idraulica del bacino del fiume Liri e, l’altra, dell’utilizzazione ottimale e di una maggiore e migliore protezione delle acque termo-minerali di Castellammare di Stabia, alimentate da un importante acquifero carbonatico.

Nel 1986, pubblica il primo volume di "Prospezioni idrogeologiche" e, nel 1988, il secondo. Si tratta di testi completi e molto ricchi di elementi per lo studio dell'idrogeologia a livello sia specialistico che di corso universitario (ed è questa una delle loro peculiarità), oltre che esauriente guida pratica all'esecuzione di indagini idrogeologiche finalizzate a captazione e gestione ottimale delle risorse idriche.
E’ del 1989 la nomina a componente del "Gruppo di lavoro per la normativa sulla cartografia idrogeologica" del Servizio Geologico d’Italia, incaricato di elaborare linee guida per la redazione della cartografia idrogeologica alla scala 1:50.000.



Negli anni novanta, nell’ambito del GNDCI del CNR, è responsabile dell'U.O. che studia gli aspetti idrogeologici connessi con i problemi di prevenzione e previsione delle piene, che si interessa dello studio sia dell'idrodinamica sotterranea degli acquiferi carbonatici che della vulnerabilità all'inquinamento di quelli complessi. Nel 1993 è nominato membro delle Commissioni di Studio relative al "Corso di aggiornamento e di preparazione agli esami di stato" ed al "Corso di prospezioni dirette e indirette e prove relative alle ricerche idriche", organizzati dall'Ordine dei Geologi della Regione Campania; nell'anno successivo tiene lezioni di Idrogeologia nell'ambito di Corsi di Aggiornamento, organizzati dall'Ordine Regionale di Geologi della Calabria.

Nel 1996 viene chiamato a far parte del Gruppo di Lavoro per la Salvaguardia Ambientale del Torrente Solofrana e, nel 1997, nell'ambito delle iniziative del CUGRI dell’Università di Salerno, è responsabile del settore Falde Acquifere. Nello stesso anno, coordina il programma relativo alle Carte idrogeologiche e della vulnerabilità all'inquinamento degli acquiferi della Regione Calabria. E’ dell’anno successivo la nomina a membro di una Commissione per l'esame della bozza del testo unico sulla tutela delle acque dall'inquinamento.
Tra gli impegni di carattere professionale, è da sottolineare come, negli ultimi anni, si sia dedicato principalmente ai Piani di Tutela delle Acque: nello specifico di quelli della Regione Abruzzo e sia stato Coordinatore Generale, oltre che Responsabile Scientifico delle attività inerenti alla redazione di quelli della Regione Campania.

Concorre, nel 2000, a fondare l'Associazione Italiana di Geologia Applicata (AlGA), della quale sarà membro del Consiglio Direttivo.
Intensa l’attività didattica, iniziata nel 1975 presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Napoli con il Corso di Idraulica per Ingegneria Civile al quale, nel 1977, si è aggiunto quello di Geochimica delle acque. Presso l’Università di Palermo tiene, nell’anno accademico 1984/85, il corso di "Metodi di prospezione idrogeologica in acquiferi carbonatici": sono dello stesso anno i seminari riguardanti le "Relazioni tra dinamica sotterranea e chimismo delle acque negli acquiferi carbonatici", ad integrazione dell'insegnamento di Geologia Applicata, presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Napoli, presso la quale, nell'anno successivo, svolge il Corso di "Idrogeologia dei massicci carbonatici", tema che caratterizzerà pure un corso seminariale sui "Metodi di captazione di sorgenti e falde ed uso degli acquiferi come serbatoi naturali di compenso", presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Palermo. Dell'anno accademico 1986/1987 sono il corso seminariale di "Prospezioni idrogeologiche" tenuto presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Napoli e quella di Ingegneria dell'Università di Salerno, oltre ai "Corsi di perfezionamento in Geologia Tecnica", organizzati dall'Ordine Nazionale dei Geologi.

A partire dall’Anno Accademico 1987/1988 diviene Professore Associato di Geologia Applicata presso la Facoltà di Scienze MM. FF. e NN. della “sua” Università, la Federico II. Di quel periodo sono pure le lezioni svolte nell'ambito di vari corsi di perfezionamento.
A partire dall'Anno Accademico 1990/1991 è Professore Ordinario di Geologia Applicata e ricopre la Cattedra di Idrogeologia che terrà, con estremo prestigio, sino al collocamento a riposo, avvenuto nel 2011.
Di vari momenti di quel periodo sono pure il corso di Idrogeologia (Facoltà di Ingegneria dell’Università di Salerno) e quello di Idrogeologia ed Idrogeologia Applicata, svolto presso l’Università del Sannio e quella della Calabria.
 Uno degli Autori (ARS) ha conosciuto Pietro Celico nel corso degli incontri del Gruppo officiato di elaborare una normativa per la cartografia idrogeologica. I capelli corvini, perfettamente pettinati, furono il la cifra, il tratto distintivo che, per primi, la colpirono. Ma è stato sufficiente ben poco tempo affinché la Sua personalità, improntata ad una disponibilità totale, pari al carattere posato ed all’altissimo livello scientifico, emergesse con la naturalezza che caratterizza solo personalità straordinarie, fuori dal comune.
Straordinaria la naturalezza con la quale era sempre pronto “dare una mano” nel risolvere le questioni scientifiche e tecniche che di tanto in tanto gli venivano sottoposte: prezioso, un tale “modo di essere”, in occasione dell’emergenza rifiuti nella regione Campania, concretizzato in una collaborazione ed in una serie di suggerimenti dettati dalla Sua altissima cultura e dalla vastissima esperienza professionale.
ARS ricorda ancora, con orgoglio, misto a tenerezza e rimpianto, di essere stata coautrice di una tra le ultime note scientifiche di Pietro Celico relativa al lavoro svolto in collaborazione nell’ambito di un programma di ricerca e studi sulla Valutazione delle risorse idriche sotterranee dell’Italia Meridionale. E ciò non volendo che accennare solamente al lavoro svolto in collaborazione nell’area dei Monti del Matese, della Piana di Boiano-Monte Totila e della Piana del F. Sordo per “sperimentare” le Linee Guida della Cartografia Idrogeologica.
Della sua figura umana, ARS vuole ancora ricordare una persona autentica, ricca di veri sentimenti che, per lei è stato un maestro ed un amico affettuoso.
Il Coautore (MV) ha avuto con il Sommo un rapporto quasi quarantennale, nel quale un affetto che è poco definire fraterno si è coniugato con un costante, sereno confronto di idee e vedute non tanto e non solo per quelli che erano comuni interessi di ricerca e di attività. Nel periodo nel quale Pietro è venuto a mancare, MV “usciva” da una di quelle esperienze di vita che vengono definite difficili. Il non avere da lui, di solito gran signore pure sotto questo aspetto, risposta (il periodo era quello natalizio del 2014) a chiamate telefoniche ed a messaggi vari, avevano fatto intuire un qualcosa di irreparabile ed il tentativo di contattare Fulvio non era andato oltre le prime righe, forse per un rifiuto inconscio nel credere che quanto era accaduto fosse una realtà.
Il ricordo di Pietro meriterebbe pagine, pagine e pagine: quelli che seguono “mescolano” le consuetudini di un meraviglioso rapporto umano con gli insegnamenti che un grande Maestro ha dato a noi tutti.
Pietro è stato - e rimarrà - uno dei pochissimi autentici Maestri che le Scienze della Terra abbiano avuto nell'ultimo cinquantennio, un ricercatore di razza e di altissimo profilo che ha contrassegnato tappe fondamentali nella evoluzione delle conoscenze idrogeologiche di larga parte del nostro Paese. Tappe raggiunte attraverso quello che è sempre stato, rimane e rimarrà, l'unico ed insostituibile approccio, vale a dire un'accurata indagine di campo, effettuata con mente libera da modelli da dover "dimostrare", anche forzando la realtà, come spessissimo è capitato: "mente et malleolo", insomma, secondo la perifrasi di Bruno D'Argenio del classico mente et malleo. E se a quei "principi" (che sono stati, da sempre, la mia guida forse per la "deformazione" mentale connaturata al geologo di quello che fu il glorioso Servizio Geologico) si ispirasse, oggi, chi fa ricerca - in ambito accademico e non - il quadro sarebbe assai meno desolante. E qui mi "fermo", anche perché, al di là di quanto ricordato da ARS, il volere “entrare” in un curriculum così ricco e prestigioso, quale quello di Pietro, richiederebbe pagine e pagine.
Mi fermo anche - se non soprattutto - perché preferisco privilegiare alcuni dei tantissimi ricordi, che abbracciano l'arco di quasi un quarantennio di amicizia fraterna nata nel più naturale e spontaneo dei modi, nel momento nel quale ci siamo conosciuti.
Ricordi preziosi, testimonianza dell'Uomo Pietro e della sua nobiltà d'animo e della sua straordinaria apertura mentale. Come non ricordare, a prova tangibile dell'una e dell'altra, l'immediatezza con la quale (avevo bisogno di notizie per tracciare un sintetico quadro idrogeologico dell'area campana e di parte di quella abruzzese) mi mise a disposizione copia del manoscritto di quello che sarebbe divenuto il "leggendario" Quaderno 4 della Cassa per il Mezzogiorno? E come non ricordare quanto si sia adoperato per contribuire, prima, alla fase organizzativa di un Convegno promosso, insieme al Servizio Geologico, per ricordare Carlo Bergomi nel decennale della scomparsa per un tragico "infortuno sul lavoro" nei Monti del Matese e, poi, quale chairman di quella parte dei lavori dedicata all'idrogeologia, preoccupandosi pure di ottenere i necessari permessi per la visita, da Lui guidata, alle sorgenti Torano e Maretto? E, a proposito delle poche (purtroppo) pubblicazioni che ci vedono coautori, non possono non tornarmi in mente l'estrema cura e meticolosità che poneva in ogni dettaglio: di una di esse, quella relativa al settore meridionale dei Monti del Sannio, ero stato io a curare l'assemblaggio finale. La copia che gli avevo dato per la "benedizione finale" (ottenuta in pieno) mi fu restituita "carica" di richiami in verde - lo ricordo con nettezza - a bordo pagina. Quei richiami si riferivano ad un solo particolare: al mio "vizio" di allora, che mi è "passato", di non rispettare che parzialmente gli spazi. E non può non tornarmi in mente pure un episodio legato all'idrogeologia dei Monti dell'Argentario, area allora assai poco studiata sotto questo profilo. Una coppia di amici, che aveva casa in quella zona, mi lanciò quasi una sfida: che geologo sei se non ci trovi l'acqua? Sulla base degli elementi stratigrafici e strutturali di una pubblicazione della Scuola di Pisa (Mazzanti, se ben ricordo), integrati da osservazioni di campagna, avevo maturato la convinzione che vi potesse essere una falda ospitata in dolomie e calcari dolomitici, localmente sormontati dai depositi di uno degli episodi della falda toscana, prevalentemente pelitici. Chiesi conforto al Sommo ed, insieme, ipotizzammo una profondità dal p.c. di circa 125 metri: sondaggio effettuato e falda a -122 m! Ci scappò l'abbraccio!
Come non ricordare quella che, dal momento del mio ritorno a Roma, era divenuta una cara consuetudine: vederci quando possibile, ma sentirci il più spesso possibile, non solo in corrispondenza di date canoniche, quali il 29 giugno, il 15 agosto ed il 31 dicembre? In uno di questi incontri, gli feci scherzosamente osservare come nel suo nome e nel mio cognome vi fosse una sorta di predisposizione ad occuparci di geologia, mentre era stridente il contrasto tra il cognome di un collega ed il suo modo di essere e di rapportarsi. A distanza di anni ci ridevamo ancora!
Quando gli comunicai, poi, la nascita del più "giovane" dei miei quattro nipoti e l'intenzione dei genitori di chiamarlo Pietro (con la madre, mia figlia Rosa, era nata una reciproca simpatia), innanzitutto inviò al neonato gli auguri più affettuosi, concludendo - tra il serio ed il faceto - che, con quel nome, non poteva che essere il più bello ed intelligente: un classico - nei messaggi o nei contatti telefonici - era divenuto il suo "baci all'omonimo".
E, negli ultimi tempi, avevamo spesso parlato della decisione di trasferirsi a Parma, che lo entusiasmava e che trovò il mio consenso più pieno.
L'amicizia di Pietro rimarrà, per me, uno di quei beni preziosi che accompagnano per tutta la vita.
A Lui, con amore e spirito fraterni, il “Sit tibi terra levis” delle scritte sepolcrali latine.

Per saperne di più
  • Budetta P., Celico P., Corniello A., De Riso R., Ducci D. & Nicotera P. (1994) - Carta idrogeologica della Campania alla scala 1:200.000. Memoria illustrativa, 4° Convegno Internazionale Geoingegneria, Torino, 565-586.
  •  P. Celico, P. De Vita, G. Monacelli, A.R. Scalise G. Tranfaglia (Responsabili Scientifici): Apat e Univ.degli Studi di Napoli Federico II. (2005) - Carta Idrogeologica dell’Italia meridionale (Scala 1:250.000) - Poligrafico dello Stato. ISBN 88-448-0223-6 Program INTERREG IIC “Assetto del territorio e lotta contro la siccità” Sottoprogramma I: Analisi del ciclo idrologico.
  • P. De Vita, V. Allocca, F. Celico, S. Fabbrocino, M. Cesaria, G. Monacelli, I. Musilli, V. Piscopo, A.R. Scalise, G. Summa,G. Tranfaglia & P. Celico. Hydrogeology of continental southern Italy (2018) - Journal of Maps, 14.2, 230-241
  • Celico P .(1979) - Considerazioni sull’idrogeologia di alcune zone dell’Italia centro-meridionale alla luce dei risultati di recenti indagini geognostiche”. Mem. e Note Ist.Geol.Appl., 15, pp.1-43, Napoli.
  •  Celico P. (1983 b) - "Idrogeologia dei massicci carbonatici, delle piane quaternarie e delle aree vulcaniche dell'Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise e Campania)". Quad. Cassa per il Mezzogiorno, 4, 2,225 Roma.
  • Celico P. (1983c) - Carta Idrogeologica dell’Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise e Campania) alla scala 1:400.00. Cassa per il Mezzogiorno, Grafiche Magliana, Roma.
  • Curriculum del Prof. Pietro Bruno Celico. Ordinario di Idrogeologia. Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Napoli, 18 settembre 2009.