sabato 10 settembre 2022

Anno 2022 - Centenario della scomparsa del grande scienziato Giovanni Capellini

Quest'anno ricorre il centesimo anniversario della morte di Giovanni Capellini, nato alla Spezia il 23 agosto 1833, laureato nel 1858 in Scienze presso l'Università di Pisa, dal 1861 all' Università̀ di Bologna titolare della prima cattedra italiana di Geologia nell'allora neocostituito Regno d'Italia.


Giovanni Capellini può essere considerato come uno dei più grandi Scienziati Naturalisti vissuti a cavallo del XIX e XX secolo. La sua attività di ricerca, collocata in un momento storico ricco di fermenti e stimoli culturali, il suo innovativo approccio metodologico, unito ad una notevole produzione scientifica che spazia dalla geologia alla paleontologia alla preistoria, le sue grandi doti organizzative, e soprattutto i numerosi riconoscimenti ricevuti in campo internazionale, consentono di delineare la figura di uno scienziato moderno ed europeo. Il nome di Capellini è il simbolo di una vita dedita agli studi geologici e paleontologici, legati a una serie di scoperte molto importanti che gli permisero di afferrare prontamente, grazie alla frequentazione con i più importanti scienziati europei, tra cui Charles Lyell, le nuove idee della geologia stratigrafica e sperimentale, della paleontologia e dell'evoluzione. Le sue ricerche ebbero come preminente campo d'investigazione il Golfo della Spezia e la Lunigiana, la Toscana, il Bolognese e diverse zone dell'Europa e dell'America settentrionale visitate nei suoi numerosi viaggi scientifici. 

In collaborazione con l'Accademia Lunigianese di Scienze, il Comune della Spezia, di Lerici, il Museo di Storia Naturale di Pisa, il Museo di Geologia “ G. Capellini “ di Bologna, i Musei Civici della Spezia e della Società Toscana di Scienze Naturali è stata realizzata a La Spezia (Museo Etnografico) la mostra paleontologica  “Fossilia”, visitabile fino a fine anno.

A completamento delle attività di celebrazione l'Accademia Capellini  in collaborazione con le Università di Pisa e Bologna, La Società Geologica Italiana, La Società Paleontologica Italiana, il Consiglio Nazionale dei Geologi, l'ISPRA, La Società Toscana di Scienze Naturali, l'Ordine dei Geologi della Liguria, L'Associazione Nazionale di Archivistica Italiana e L' Accademia dei Fisiocritici, sono state organizzate 5 giornate di studio, con partecipazione libera e gratuita. 

La prima (figura 1) il 30 settembre 2022, presso la sede dell'Accademia Capellini alla Spezia, dedicata alla paleontologia, dal titolo: “Le faune neogeniche e quaternarie del Mediterraneo Centrale: I fossili ed i luoghi della ricerca di Giovanni Capellini”.

Seguiranno (figura 2) il 7 e 14 ottobre 2022, con sede presso il Castello di Lerici (SP). le giornate dedicate alla geologia dal titolo: “Dalla geologia del Golfo al Mediterraneo: eredità scientifiche, cartografia geologica e problematiche da G. Capellini ad oggi”.

Ed infine (figura 3) il 25-26 novembre 2022, presso la sede dell'Accademia Capellini della Spezia, con il convegno storico: ”Giovanni Capellini scienziato nell'Unità d'Italia”, si chiuderà il ciclo di studi dedicato al grande scienziato spezzino.


Per il Comitato Organizzatore

Prof. Giuseppe Benelli

Presidente Accademia Lunigiane di Scienze

Figura 1 - Convegno geologico

Figura 2 - Convegno paleontologico

Figura 3 - Convegno storico





domenica 10 luglio 2022

Estrosi geologi

 di Alessio Argentieri

 

Rilanciamo l’articolo pubblicato sull’ultima uscita in digitale di Professione Geologo, notiziario online dell’Ordine dei Geologi del Lazio (https://blog.geologilazio.it/)

L’articolo è consultabile anche al seguente link:
https://blog.geologilazio.it/2022/06/30/estrosi-geologi/

  

INTRODUZIONE

Le fondamenta del progetto Geoitaliani (www.geoitaliani.it) poggiano sulle figure quasi leggendarie dei precursori delle scienze naturali nel nostro Paese, sviluppatesi pienamente dal Rinascimento. Protagonisti di questi albori furono studiosi poliedrici, attivi in campi disparati (anatomia, botanica, alchimia, metallurgia, chimica, medicina, zoologia, orittologia, e forse anche stregoneria…). Questa tendenza alla multiformità di interessi, la cui massima espressione si incarnò in Leonardo da Vinci, si è propagata nel tempo e nello spazio, lasciando una traccia nel ‘DNA virtuale’ dei geologi italiani, sino ai giorni nostri.

Questo confusionario contributo è un repertorio, ovviamente incompleto, di personaggi che hanno sviluppato e coltivato, nel passato recente e prossimo, interessi paralleli alla passione per la geologia. Partendo dal contributo istrionico dei geologi attori alla Settima Arte si passa alle performances sportive e si chiude con quelle musicali e poetiche.

 

PRIMO ATTO- LA SETTIMA ARTE: GEOLOGI ATTORI

Fatta la premessa, non resta ora che iniziare proferendo le parole magiche: “MOTORE! PARTITO! CIAK! AZIONE!

E’ d’obbligo avviare la rassegna con le presenze sul grande schermo, e da una foto che per prima ha ispirato questo racconto: tre giovani prestanti in costume di scena, a formare una piccola piramide umana (Fig. 1). Sono Ernesto Centamore (futuro rilevatore del Servizio Geologico d’Italia e poi professore presso le Università di Camerino e Roma- Sapienza) e Biagio Camponeschi (docente presso la Facoltà di Ingegneria della Sapienza e a Perugia), giovani figuranti del più famoso Colossal della storia del cinema: Ben Hur, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer e realizzato a Roma negli studi di Cinecittà, tra il 1958 e il 1959, con la regia di William Wyler. La pellicola, che ottenne 11 Oscar, richiese uno sforzo economico imponente: 15 milioni di dollari, una parte dei quali utilizzata per pagare i circa 50.000 tra generici, figuranti e comparse reclutati a Roma. Tra di loro, gli aitanti giovanotti nella foto. Ernesto, come “generico extra di prima categoria” ricoprì durante le riprese più ruoli: pretoriano con lancia e scudo piantato solidamente davanti alla meta; pirata; tamburino portainsegne. Memorabili i racconti della scene della Via Crucis, nelle esotica location simbruina degli Altipiani di Arcinazzo, e della battaglia navale nel vascone di Cinecittà, con il pirata Biagio Camponeschi che liscia tragicamente la passerella durante l’arrembaggio, sparendo lungo la murata dell’imbarcazione. Vengono perciò in mente le parole di Walter Alvarez: “my friend Ernesto Centamore, a giant Italian with a gargantuan appetite for life, for food, and for geology” (in “T. rex and the crater of Doom”, 1997): una definizione concepita sulle montagne umbro-marchigiane negli anni ’70, che ancora oggi gli si attaglia alla perfezione.


Fig. 1 - Sul set di Ben Hur: a sinistra Ernesto Centamore, a destra Biagio Camponeschi e sopra di loro Minerba, un loro compagno di studi.

Restando in campo cinematografico, un laureato in Scienze Geologiche del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Camerino ha scelto la passione della gioventù, la recitazione. E’ il camerte Cesare Bocci, classe 1956, tra i cui meriti artistici è impossibile non citare in primis l’aver dato meravigliosamente corpo al Vicecommissario Mimì Augello: senza di lui, non avrebbe ragion d’essere neanche l’amato Commissario Montalbano. Grazie a fonte confidenziale attendibile, ecco una chicca (poi confermata dallo stesso interessato) sulle prime interpretazioni di Bocci, abile a cambiar dialetto: durante una serata di un’escursione di universitari camerti, Cesare si produsse assieme al compagno di studi Peppe Vella in un’applaudita imitazione della coppia formata dal romano Centamore e dal gallurese Giovanni Deiana (coraggiosamente fatta davanti ai due originali). Ricordiamo infine che il cordiale Cesare, oltre a prestare il proprio volto a molte iniziative benefiche, è anche testimonial della “Settimana del Pianeta Terra”.

Spariamo adesso un’altra cartuccia formidabile. Negli anni ‘50 sul Lago Maggiore si doveva fare veramente una bella vita; lascio che ne assaporiate l’atmosfera attraverso le parole di chi lo ha raccontato: “Sono nato e cresciuto sul Lago Maggiore, a Stresa, e nel primo dopoguerra c'erano il casinò, le prime elezioni di Miss Italia e tanto movimento, per cui era normale che girassero tanti film, e che noi ragazzi del paese venissimo invitati a partecipare, come comparse e talora come caratteristi. Così sono stato comparsa in “Una notte con te”, “Cronaca di un amore”, e altri di cui non ricordo il titolo, mentre ho avuto una particina in “Miss Italia”, dove rappresentavo uno studente secchione, con gli occhiali, fan di una Miss Italia che era la Gina Lollobrigida (che io già conoscevo di persona). Quando mi è capitato, dopo cinquanta anni, di vedere il film, non ho più ritrovato alcune scene che avevo girato, ma avevo conservato delle locandine, tra cui quella che ti ho trasmesso. Tutto qui, allora come futuro geologo andavo a mezzogiorno alle cave di Baveno, quando facevano saltare le mine, a cercare tra i massi frantumati dei bei cristalli di quarzo e ortoclasio. Ma ero ancora in prima liceo.” Quel ragazzo, amico delle belle attrici dell’epoca, era Antonio Praturlon (fig. 2, fig. 3), futuro membro della “trinità geologica” con Colacicchi e Castellarin. E un altro piccolo coup de théâtre:  chi era lo sceneggiatore di “Miss Italia”? Vittorio Nino Novarese, vincitore poi di due premi Oscar come costumista, ma soprattutto figlio del grande geologo torinese Vittorio Novarese.

Fig. 2 - Un adolescente Antonio Praturlon (primo da sinistra, con gli occhiali in mano) nella locandina del film “Miss Italia” del 1950.

Fig. 3 - Praturlon in servizio come concierge all'Hotel Royal di Courmayeur (Vallèe d’Aoste), con Silvana Pampanini nell’estate 1965 o 1966.

Il legame tra geologia e cinema ci porta ora a tre fratelli originari di Amelia, presso Terni: Odoardo, Piero e Mario Girotti, tutti e tre con esperienze di recitazione. Per Mario, noto con il nome d’arte di Terence Hill, una lunghissima carriera iniziata coi Musicarelli degli anni ’50, poi il grande successo tra la fine dei anni ’60 e i ‘70 come cowboy (spesso sugli scenari delle montagne appenniniche) e dopo molti anni, quale prete in bicicletta con tonaca e baschetto, su quelle ‘Montagne di San Francesco’ tanto care ai geologi. Veniamo al fratello maggiore Odoardo Girotti, geologo quaternarista e già professore presso La Sapienza, e alla sua presenza cinematografica di gioventù in Viale della speranza di Dino Risi (1952), il cui protagonista era Marcello Mastroianni (piccola divagazione: Marcello, in virtù del diploma di perito edile, lavorò durante la Seconda Guerra Mondiale come disegnatore tecnico presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze; un'altra sottile liaison tra cinema e discipline della Terra). Infine, per completezza di informazione, menzioniamo il minore dei fratelli Girotti, Piero, che recitò come attore in Il padrone sono me! di Franco Brusati (1955), con Paolo Stoppa e Andreina Pagnani.

Il paleontologo Carlo Sarti, classe 1962, nativo di Budrio e laureatosi all’Università di Bologna, è il curatore del Museo Geologico “Giovanni Capellini”. Ricercatore, scrittore e divulgatore, è anche regista e sceneggiatore di lungometraggi e cortometraggi; tra i titoli della sua filmografia citiamo Goodbye Mr. Zeus del 2009 e La finestra di Alice del 2013.

Leo Ortolani, classe 1967, pisano di nascita ma parmense d’adozione si è laureato in scienze geologiche all’Università di Parma; è affermato disegnatore, fumettista e creatore di graphic novels, tra cui spicca la celebre serie “Rat-Man” (trasposta anche in cartone animato). La passione d’origine emerge da uno dei lavori più recenti di Ortolani, dal titolo Dinosauri che ce l’hanno fatta, pubblicato nel 2020 dopo una lunghissima gestazione iniziata, a sua detta, nel lontano 1972.

Altro personaggio è Gildo Di Marco, abruzzese di Sulmona, classe 1946. Studente di Scienze Geologiche alla Sapienza di Roma negli anni ’60, si laureò sotto la guida di Ruggero Matteucci con una tesi in micropaleontologia sulla successione laziale-abruzzese. Fu attore cinematografico, poi insegnante e ideatore della manifestazione rievocativa “Giostra cavalleresca di Sulmona”. Tra i lavori cinematografici più recenti di Gildo menzioniamo Mala tempora (2008) di Stefano Amadio, Baùll di Daniele Campea (2014), Un’icona d’argento (2017). La sua carriera artistica iniziò e si sviluppò tra gli anni ’60 e ’70, quando prese parte come attore caratterista a numerose pellicole di genere: Spaghetti-western (I Quattro dell’Ave Maria, 1968; Un esercito di cinque uomini, 1969; Arizona si scatenò... e li fece fuori tutti!, 1970; Continuavano a chiamarlo Trinità, 1971; Gli fumavano le colt… lo chiamavano Camposanto, 1971; Uomo avvisato mezzo salvato… Parola di Spirito Santo, 1971; Sentivano uno strano, eccitante puzzo di dollari, 1973); horror italiani anni ’70 con Dario Argento (L'uccello dalle piume di cristallo, 1970; 4 mosche di velluto grigio, 1971; Il tram, 1973); drammi come La bellissima estate (1974) di Sergio Martino; commedie quali Armiamoci e partite (1971) con Franchi e Ingrassia, Il terrore con gli occhi storti (regista Steno e protagonista Enrico Montesano, 1972), ma soprattutto Brancaleone alle crociate (1970). In quest’ultima pellicola, capolavoro del cinema italiano firmato dalla triade Monicelli-Age-Scarpelli, Gildo era tra i membri dell’armata di sgangherati in Terra Santa, ricoprendo il ruolo dello storpio ma vedente sempre portato, in una bizzarra simbiosi, a cavacecio dal cieco (Fig. 4). E’ lui l’oggetto di una delle migliori battute del film, magistralmente recitata da Adolfo Celi, il re Boemondo che parla in siculo a rima baciata, come nel Teatro dei Pupi: sul campo di battaglia, sotto le mura di Gerusalemme, Boemondo chiede a Brancaleone mentre passano in rassegna l’armata pronta alla pugna: “Vene cuntra a li nimici/ puri chiddu a cavacici?”. Tutto assolutamente sublime…

 

Fig. 4 - Gildo Di Marco in Brancaleone alle Crociate (1970), al centro in groppa al suo ‘destriero’.

SECONDO ATTO- MENS SANA IN CORPORE SANO: GEOLOGI ATLETI

La pratica dell’attività sportiva, specialmente quella agonistica, fu opportunità per i prestanti giovanotti menzionati nella prima parte per essere notati in quanto atleti e quindi introdotti nel cinema. Sia Odoardo Girotti che il fratello Mario ebbero negli anni ‘50 una esperienza agonistica come nuotatori presso la S.S. Lazio. Ernesto Centamore praticava invece il canottaggio.

Nel rugby eccelse Guglielmo Colussi, che alla professione geologica svolta all’estero affiancò una carriera rugbistica prima da giocatore (S.S. Lazio, CUS Roma e Rugby Roma) con 7 caps nella Nazionale maggiore (tra il 1957 e il 1968- Azzurro n. 164), poi da allenatore e dirigente sportivo. La maglia azzurra la vestì anche Mario Percudani (9 caps negli anni ’50. Azzurro n. 135), laureato in geologia che però fece l’imprenditore ortofrutticolo, 3 scudetti con la Rugby Parma. Nel campo affine dell’ingegneria idraulica e dell’idrologia si trova un terzo azzurro (4 presenze), il veneziano Andrea Rinaldo, ordinario di costruzioni idrauliche all’Università di Padova, già seconda linea del Petrarca, poi presidente del club patavino e dirigente della Federazione Italiana Rugby. Nella palla ovale si sono inoltre cimentati, a livello giovanile o amatoriale, vari geologi, tra cui: Lamberto Pannuzi, l’attuale presidente SGI Sandro Conticelli, Claudio Faccenna, Andrea Billi, Massimo Fabiani, Pierfrancesco Grangié, Marcello Goletti, Dario Tinti.

E in una galleria quasi tutta di personaggi maschili figura anche Patrizia Costa Pisani, laureata in scienze geologiche alla Sapienza con il già citato Centamore. Oggi Patrizia è senior staff seismic imaging geophysicist alla compagnia petrolifera Chevron (Houston, Texas, USA); a questo brillante curriculum si affianca anche un passato rugbistico di buon livello con l’Arvalia Rugby Villa Pamphili a Roma, che le è valso due presenze ufficiali con la Nazionale maggiore femminile.

Il paleontologo Nino Mariotti fu invece pallavolista in gioventù con il CUS Roma (1958-70), poi allenatore della squadra femminile in serie A (fino al 1986) e della juniores maschile che vinse il campionato italiano.

Il legame tra l’atletica leggera e la geologia lo incarnò appieno Renato Funiciello, il cui percorso intrecciato tra scienza e sport, prima come praticante e poi come precoce allenatore, è stato raccontato sul numero 36 di questa rivista (2013). Ma Renato non fu il solo a calcare le piste di tartan: negli anni ’60 si strutturava a Roma una nuova leva di atleti tra gli studenti universitari, aggregati attorno al Centro Universitario Sportivo Italiano. Tra i laureandi e giovani ricercatori di allora alterneranno le calzature sportive agli scarponi da montagna anche Gianni Lombardi, Umberto Nicosia, Giovanni “Jack” Pallini (più noto per le passioni pantagrueliche), Francesco Schiavinotto, Maria Alessandra Conti. Tra i docenti citiamo Antonio Praturlon e Giuseppe Sirna. Rivedere oggi, nell’epoca dell’abbigliamento sportivo griffato e delle scarpe di colori diversi e sgargianti, queste meravigliose immagini di tute striminzite, di tessuti scomodi e tutt’altro che antitraspiranti, di abbinamenti di capi improbabili fa sorridere, commuovere e inorgoglire allo stesso tempo (fig. 5, 6). Infine menzione per il professionista e autore di testi tecnici Giulio Riga, calabrese, che negli anni fu buon mezzofondista  (800 e 1500 m), allenato da Funik e da Oscar Barletta, vestendo i colori delle Fiamme Gialle e della nazionale.

 
Fig. 5 - Nei primi anni '70, alla partenza della maratona di Roma: da sinistra lo studente Renato Aquilani divenuto poi Geologo dell'AGIP, Gianni Lombardi, Renato Funiciello e uno studente di biologia.

Fig. 6 - Maratona di Capodanno di Roma organizzata dal CUS (1977): da sinistra Sandra Conti, Umberto Nicosia, Gianni Lombardi, Giovanni Pallini e Renato Funiciello.

TERZO ATTO- ISPIRATI DA EUTERPE E CALLIOPE, OVVERO DEI GEOLOGI MUSICISTI E POETI

Le Muse Euterpe e Calliope hanno ispirato diversi geologi nella musica e nella poesia.

Un personaggio peculiare è il parmense Roberto Mantovani (1854-1933) che, dopo essersi diplomato in violino alla Regia Scuola di Musica della sua città, divenne scienziato autodidatta. Ebbe un’esistenza originale, che lo portò dapprima per ragioni concertistiche all’isola di Reunion, dove si trattenne e visse poi per 15 anni, mettendo su famiglia e guadagnandosi da vivere come insegnante di musica e console onorario italiano. La permanenza nell’Oceano Indiano (su quello che in seguito sarebbe stato identificato come uno hot spot) lo portò a formulare precoci considerazioni di geodinamica: il contributo più noto di Mantovani, esposto in uno scritto del 1909, è infatti una teoria di deriva continentale connessa ad espansione del pianeta per dilatazione. La paternità del concetto di mobilità dei continenti, seppur in forma ancora embrionale e confusa, gli fu riconosciuta vent’anni dopo dallo stesso Alfred Wegener nel suo celebre “Die Entstehung der Kontinente und Ozeane” del 1929. Successivamente Mantovani si trasferì alle Isole Mauritius e poi in Bretagna.

Altra vicenda, di tempi meno remoti e luoghi non esotici. Nel 1976 si creò a Roma, nella grande stagione che ebbe il Folkstudio di Trastevere come luogo simbolico, il “Gruppo di musica acustica e medievale”. L’ensemble sviluppò un repertorio che, partendo dal Medioevo e dal Rinascimento europei, si è espanso a comprendere sonorità dell’area celtica e composizioni proprie. Il nucleo fondatore della formazione, evoluta nel tempo divenendo più semplicemente “Acustica Medievale” (fig.7), era composto dai fratelli Paolo (voce, fiati, chitarra) e Guido Benigni (chitarra, tastiere, voci) e da Massimo Santantonio (chitarre, mandolino) stratigrafo del carbonatico, già rilevatore del Servizio Geologico d’Italia e oggi professore presso l’Università Sapienza.

Fig. 7 - Acustica medievale in concerto (a destra Massimo Santantonio al mandolino)

E’ del 1982 l’incisione di un LP (era ancora l’epoca del vinile), l’omonimo Acustica Medievale, etichetta Folkstudio; della formazione che incise quell’album del 1982 fece parte altresì, al basso e alle percussioni, Fabrizio Cecca (fig. 8), altro paleontologo/stratigrafo, oltre che contrabbassista/compositore. Anche lui faceva parte della covata di appassionati che Giovanni “Jack” Pallini plasmò sulla dorsale umbro marchigiana, facendone degli specialisti di ammoniti. Cecca si laureò presso La Sapienza nel 1981/82, con una tesi sulle associazioni del Giurassico superiore dell'Appennino Umbro-Marchigiano; successivamente conseguì il Dottorato di Ricerca presso l'Università di Lione sotto la guida di Raymond Enay, lavorando nel Bacino Voconziano. Nel periodo fine anni '80 - metà anni '90 fu geologo presso il Servizio Geologico d'Italia e ricercatore presso l'Università di Urbino; si trasferì poi definitivamente in Francia, inizialmente all'Università di Marsiglia e infine a Parigi, divenendo professore di paleontologia all'Université Pierre et Marie Curie. Dal punto di vista musicale ebbe una lunga carriera, iniziata nel 1976 in Italia e proseguita in Francia in parallelo a quella scientifica. Spaziò in vari campi: oltre all’esperienza con la visionaria Folk Magic Band negli anni Settanta e quella con gli Acustica medievale, fu apprezzato jazzista, e collaborò con vari cantautori italiani, quali Francesco De Gregori, Mimmo Locasciulli e Sergio Caputo.

Fig. 8 - Fabrizio Cecca (1957-2014)

Nel 1991 Acustica Medievale si sciolse, per ritrovarsi vent’anni dopo, nel 2011, in una “release 2.0”. In questo lasso di tempo Massimo Santantonio si è dedicato, oltre che alla ricerca geologica, ad un’altra formazione, il “Massimo Santantonio Quintet” nato negli anni ’90, che ha prodotto tre album (“Massimo Santantonio Quintet – featuring Antonello Salis”, 1995; “Script” 2001; “Rome to Yerevan, and back” 2016).

Passiamo poi ad un altro geologo artista, Carlo Doglioni, docente di geologia strutturale presso le Università di Ferrara, Potenza e Sapienza di Roma, già presidente SGI e attuale Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Le cose appena dette su Carlo sono arcinote, ma non tutti sanno invece che egli è un eccellente pianista, allievo di Franco D'Andrea, membro del famoso gruppo di proto-fusion italiano degli anni '70 "Perigeo".

Ancora un’altra storia musicale. Francesco Dramis, illustre geomorfologo, è stato professore alle Università di Camerino (ancora Camerino! fa un buon effetto l’aria marchigiana…) e Roma TRE. In gioventù, oltre a percuotere le rocce con il martello, Franco faceva altrettanto con le bacchette sulla pelle tesa dei tamburi. Alla fine degli anni ’50, da studente al Liceo Classico “Giulio Cesare” di Roma, entrò a far parte di un quartetto jazz che si dedicava anche alla musica leggera. Negli anni degli studi universitari l’attività di batterista cominciò a diventare remunerativa, con i tè danzanti pomeridiani e serate nei night romani dell’epoca. In particolare si cita il noto locale “Grotte del Piccione” in via della Vite (fig.9), frequentato dalle star del cinema italiano e internazionale negli anni della Dolce Vita e della ‘Hollywood sul Tevere’; vi si esibivano all’epoca Carlo Loffredo, Fred Buscaglione, Marino Barreto jr, Bruno Martino, per citarne alcuni. Nuove collaborazioni iniziarono per Dramis con artisti quali Memmo Foresi, Carlo Loffredo, Johnny Cabildo (al secolo Giorgio Sabelli) e Lucio Battisti; con quest’ultimo Franco fece parte di un complesso che faceva serate nei locali romani e in varie località turistiche durante l’estate. Il repertorio spaziava da jazz e dixieland ai generi latinoamericani. Dopo la laurea nel 1963, ancora qualche esibizione di Franco con formazioni jazz al già ricordato Folkstudio. Va infine detto che anche lui, in qualità di musicista, ha avuto una apparizione cinematografica, nel film “Primo applauso” (1957) con protagonista Claudio Villa, soggetto e sceneggiatura di Vincenzo Talarico.

Fig. 9 - Francesco Dramis alla batteria, on stage alle Grotte del Piccione (Roma), negli anni Sessanta.

E infine ancora un camerte musicista: è Gilberto Pambianchi, allievo di Dramis e professore di geomorfologia all’università marchigiana, tuttora chitarra e voce della formazione Old Boys.

 Per chiudere passiamo alla poesia, con un nome su tutti: Edoardo Semenza (fig. 10). Egli è noto come il geologo che scoprì la grande frana del Vajont nell’agosto 1959, più di quattro anni prima del tragico il disastro del 9 Ottobre 1963. Nato a Vittorio Veneto, Semenza era figlio dell’ingegner Carlo, progettista e costruttore della diga omonima; laureatosi all’Università di Padova, è stato professore presso quella di Ferrara per più di 40 anni. Il suo campo di attività fu quello della Geologia applicata, con particolare riguardo ai fenomeni franosi e agli studi geologici propedeutici alla progettazione delle opere di ingegneria civile. Fu anche consigliere nazionale dell’Ordine dei Geologi, coordinatore del primo Dottorato italiano di Geologia Applicata, membro del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del CNR. Memorabile resta la sua vena poetica, con cui non mancava di celebrare in versi le Riunioni della Società Geologica Italiana. Ai suoi sonetti il compito di aprire molti degli atti di quei convegni. Su tutte, è d’obbligo menzionare le rime baciate con cui, sugli atti del congresso del 1978, descrisse magistralmente ed in poche parole, la storia delle Linea “Ancona- Anzio” e del dibattito scientifico attorno ad essa:

 

Compressiva o distensiva,

trascorrente, morta o attiva;

l’A-A a quanto pare

è una faglia tuttofare

stira, struscia,

strucca o scorre

proprio come a ognuno occorre”.

 

Fig. 10 - Edoardo Semenza (1927-2002)

Si chiude qui- per ora - la rassegna in tre atti degli Estrosi Geoitaliani, che ci hanno fatto e ci fanno ancora divertire. Di questo la comunità geologica italiana deve essere immensamente grata a tutti loro.

 

Ringraziamenti

Questa narrazione si basa su informazioni carpite, suggerite o caparbiamente cercate, che giunte una dopo l’altra hanno portato il testo ad esser più volte riveduto e aggiornato. L’auspicio è che questa sia da stimolo per analoghe storie di ‘vite parallele’, con cui altri colleghi e colleghe vorranno proseguire il filone. Un particolare ringraziamento per la documentazione fotografica e per le preziose informazioni a: Silvano Agostini, Ernesto Centamore, Domenico Cosentino, Giorgio Vittorio Dal Piaz, Gildo Di Marco, Francesco Dramis, Francesca e Fabio Funiciello, Pierfrancesco Grangié, Gianni Lombardi, Giacomo Mazzocchi, Umberto Nicosia, Antonio Praturlon, Massimo Santantonio, Umberto Risi.

 

 

Didascalie figure

Fig. 1 Sul set di Ben Hur: a sinistra Ernesto Centamore, a destra Biagio Camponeschi e sopra di loro Minerba, un loro compagno di studi.

Fig. 2 Un adolescente Antonio Praturlon (primo da sinistra, con gli occhiali in mano) nella locandina del film “Miss Italia” del 1950.

Fig. 3 Praturlon in servizio come concierge all'Hotel Royal di Courmayeur (Vallèe d’Aoste), con Silvana Pampanini nell’estate 1965 o 1966.

Fig. 4 Gildo Di Marco in Brancaleone alle Crociate (1970), al centro in groppa al suo ‘destriero’.

Fig. 5 Nei primi anni '70, alla partenza della maratona di Roma: da sinistra lo studente Renato Aquilani divenuto poi Geologo dell'AGIP, Gianni Lombardi, Renato Funiciello e uno studente di biologia.

Fig. 6 Maratona di Capodanno di Roma organizzata dal CUS (1977): da sinistra Sandra Conti, Umberto Nicosia, Gianni Lombardi, Giovanni Pallini e Renato Funiciello.

Fig. 7 Acustica medievale in concerto (a destra Massimo Santantonio al mandolino)

Fig. 8 Fabrizio Cecca (1957-2014)

Fig. 9 Francesco Dramis alla batteria, on stage alle Grotte del Piccione (Roma), negli anni Sessanta.

Fig. 10 Edoardo Semenza (1927-2002)

sabato 11 giugno 2022

Le “Grandi Pietre” dell’Aspromonte

di Anna Rosa Scalise

Il Massiccio dell’Aspromonte è una struttura impervia a picco sul mare che ha sede nell’estrema propaggine meridionale della Calabria; per la sua posizione geografica e per le sue caratteristiche geomorfologiche dalla sua vetta più alta (Montalto, 1956 m s.l.m.) è possibile osservare paesaggi esclusivi che dal Mar Tirreno si estendono fino allo stretto di Messina, alle isole Eolie e al Mar Ionio. I versanti acclivi coperti da una lussureggiante vegetazione sono spesso solcati da profonde incisioni sede di corsi d’acqua conosciuti come “fiumare”; queste orlano a raggiera l’intero Massiccio che dopo ripetute cascate sfociano in ampie piane alluvionali costiere.

L’Aspromonte è un Massiccio che fa parte di un importante struttura geologica nota in letteratura scientifica come Orogene Calabro-Peloritano, un tratto di catena montuosa e arcuata di rocce metamorfiche e magmatiche compresa tra i monti del Pollino a Nord e la linea di Longi-Taormina a Sud. Questa struttura geomorfologica è così speciale da essere considerata un Geoparco, riconosciuto di recente a livello internazionale come Patrimonio dell’Unesco; si tratta di un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare da proteggere e valorizzare.

Le sue caratteristiche forme severe e imponenti sono uniche in tutto il Mediterraneo e sono il risultato di una storia geologica ed un’evoluzione geodinamica derivante dall’interazione della placca continentale europea con quella africana, iniziata milioni di anni fa è tuttora in corso. L’avvenuta collisione delle placche durante l’orogenesi alpina ha determinato l’ossatura di massicci di rocce cristalline osservabili in Sardegna, Corsica e in parte nelle Alpi. Queste rocce sono molto diverse per età e composizione da quelle sequenze sedimentarie che affiorano lungo l’Appennino oltre il confine calabro-lucano.

Il sollevamento relativamente veloce del basamento metamorfico dell’Aspromonte ha provocato la formazione lungo i versanti montuosi di scivolamenti di grandi masse rocciose, molte di queste aree in dissesto sono così singolari e tipiche da essere identificate come “geositi” di importanza nazionale e internazionale. Beni naturali unici del territorio intesi come elementi di pregio scientifico e ambientale del patrimonio paesaggistico.

Nel settore orientale del Massiccio dell’Aspromonte nei territori dei comuni di San Luca e Careri si estende una grande valle aperta verso il mar Jonio denominata “Valle delle Grandi Pietre”, uno degli ambienti più significati del Parco Nazionale dell’Aspromonte, dove emergono da una lussureggiante vegetazione di alberi di leccio, di castagni e di querce, grosse pietre ciclopiche, di colore grigio bruno, modellate dall’azione meteorica ed eolica in gigantesche forme bizzarre, vere opere d’arte, depositarie di leggende e storie; molte di queste superano cento metri di altezza e sono ubicate prevalentemente lungo il margine settentrionale della “Fiumara Buonamico”.

La valle delle Grandi Pietre

La maggior parte di questi monoliti sono il frutto di un’attività erosiva differenziale della cosiddetta “Formazione di Stilo - Capo d’Orlando”, riportata nel Foglio geologico alla scala 1:50.000 n. 603 Bovalino, come una successione terrigena dell’Oligocene sup. - Miocene inf., un’alternanza di sedimenti silico-clastici depositati lungo canyon profondi di antichi fondali marini in erosione, costituiti da conglomerati, argille con intercalazioni siltose e spessi strati arenacei. Questi sedimenti clastici costituiscono una successione a carattere torbiditico che prendono il nome di “flysch”. Si tratta di rocce sedimentarie terrigene che fanno parte del “flysch di Capo d’Orlando”, una successione trasgressiva su calcari della formazione di Stilo quando ancora la Calabria era attaccata alla Sardegna.

Questi depositi, infatti, sono stati prodotti dallo smantellamento di un antico orogene originariamente collocato in Sardegna prima della separazione del blocco Corsica - Sardegna - Calabria da quello della Spagna - Francia. La separazione dei blocchi è avvenuta con i movimenti lenti delle placche che hanno generato l’apertura del Mar Ligure e poi quella del Mar Tirreno separando definitivamente la Calabria dalla microplacca Sardo-Corsa che è migrata verso est fino a raggiungere la posizione attuale portandosi in sommità la “Formazione di Stilo - Capo D’Orlando”.

(da Cirrincione et alii, 2016)

Tra i monoliti più spettacolari sono da annoverare la “Pietra Cappa”, la “Pietra Longa” (la più aguzza di tutti), la “Pietra di Febo”, la “Pietra Castello” (che prende il nome oltre che dalla posizione tipica di un’antica fortificazione anche dai resti di un castello e della chiesa di San Giorgio di epoca bizantina), la “Pietra Tonda”, la “Pietra Stranghiolo”, la “Pietra Salva” e le “Rocche di San Pietro” (con l’asceterio).

Le grandi pietre

La “Pietra Cappa” sorge al di sopra del paese di Natile Vecchio a quota 829 metri; si tratta di un gigantesco monolite imponente e misterioso, un “panettone geologico” così chiamato per la sua forma, conosciuto nella zona con il nome di “a Petra du Tamburinaru”, che si distingue per il suo profilo a cupola dalle guglie aguzze ed aspre delle cime metamorfiche. Da un punto di vista geomorfologico è un “butte”, un rilievo che occupa una superficie di 4 ettari caratterizzato da pareti ripide e sommità piana, il diametro della superficie sommitale è di circa 70 metri, le pareti superano 140 metri di altezza. Per le sue dimensioni rappresenta il monolite più grande di Europa ed è la roccia simbolo sia della “Valle delle Grandi Pietre” che del Parco Nazionale dell’Aspromonte.

Pietra Cappa

Per la sua peculiarità geologica è stato riconosciuto come un “Geosito” di rilevanza internazionale dell'“Aspromonte Geopark Unesco”, costituito da conglomerati, ovvero sabbia e grossi ciottoli arrotondati e cementati tra loro, di natura granitica e metamorfica, di dimensioni variabili da pochi centimetri a qualche metro. La similitudine petrografica e geochimica di questi frammenti di rocce granitiche con gli ammassi rocciosi attualmente affioranti in Sardegna è un’ulteriore conferma del fatto che il segmento di Orogene Calabro-Peloritano era, almeno fino al Miocene superiore prima che incominciasse ad aprirsi il bacino tirrenico, fuso con il blocco sardo-corso.

Pietra Cappa

L’azione erosiva degli agenti atmosferici avvenuta nel corso del tempo è tuttora in corso e continua a modellare le forme della “Pietra Cappa” tra le sue caratteristiche una galleria percorribile ricavata dalla posizione inclinata di un costone, attraversa un fianco del monolite

Il territorio della “Vallata delle Grandi Pietre” abbonda di luoghi ricchi di legende suggestive sia di natura religiosa che esoterica con testimonianze di antichi insediamenti umani e importanti reperti che vari studiosi hanno segnalato essere di un periodo che va dalla Preistoria all’età Bizantina.

Di particolare fascino le “Rocche di San Pietro”, a forma di largo cono, poste sul versante opposto del torrente Menica di fronte alla “Pietra Cappa”. La cima delle “Rocche di San Pietro” è scavata a forma di caverna su due piani intercomunicanti e con molte aperture. Nell’antichità, in un periodo compreso tra il VII e il IX secolo d.C., furono utilizzate come riparo da religiosi ed eremiti di rito greco e da monaci basiliani provenienti dall’oriente. Essi fuggivano dalle persecuzioni dell’Imperatore bizantino Leone III, detto Isaurico, che nel 726 per consolidare l’autorità imperiale emanò un decreto che ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell’Impero. Questi monaci alla ricerca di luoghi mistici ed evocativi dove poter mettere in pratica la contemplazione, la preghiera, la solitudine e il lavoro che erano i punti cardine della Regola di San Basilio Magno, giunsero fino in Italia meridionale. In Calabria trovarono ricovero negli ambienti di “Pietra Cappa”, in questi luoghi, impervi, solitari e ricoperti di boschi, requisiti che molti secoli fa furono conformi alle esigenze della loro vita di asceti eremiti.

Le rocche di San Pietro

Altri “Geositi” di rilevanza internazionale, si rinvengono nella area meridionale dell’Aspromonte, riconosciuti come laRocca e le Caldaie del Drago” e le “Dolomiti di Canolo” e al margine settentrionale il “Monte Tre Pizzi” e le “Rocche degli “Smaliditti”.


Per approfondire:

Cirrincione R., Fazio E., Fiannacca P., Ortolano G., Pezzino A., Punturo R., Romano V., Sacco V. (2013) - The Alpine evolution of the Aspromonte Massif: contraints for geodynamic reconstruction of the Calabria-Peloritani Orogen. Geological Field Trips, Vol. 5, No.1.1, 73 pp.

Cirrincione R., Fazio E., Fiannacca P., Ortolano G., Pezzino A., Punturo R. (2016) - Guida Geologica dell’Aspromonte. Aspromonte Parco Nazionale - Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Laruffa editore.

Servizio Geologico d’Italia - ISPRA (2015) - Foglio 603 Bovalino, Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000.

Servizio Geologico d’Italia - ISPRA (2016) - Note illustrative del Foglio 603 Bovalino, Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000. 

sabato 23 aprile 2022

"Geology is coming home. A renewed interest in Italian geoscientific tradition". Congresso SGI-SIMP, Torino, 19-21 settembre 2022

La Società Geologica Italiana (SGI) e la Società Italiana di Mineralogia e Petrologia (SIMP) vi invitano a partecipare al Congresso congiunto, dal titolo Geosciences for a sustainable future, che si terrà a Torino dal 19 al 21 settembre 2022.

Il Congresso sarà organizzato in tre giorni di sessioni scientifiche sulle principali tematiche delle Geoscienze; includerà conferenze plenarie di studiosi di rilievo internazionale, tavole rotonde, workshops e forum su argomenti di rilevante impatto geologico-sociale e su grandi temi di interesse pubblico.

Nell'ambito del Panel "Outreach and Education" è stata proposta la sessione P40. Geology is coming home. A renewed interest in Italian geoscientific tradition.

Conveners: Alessio Argentieri [Città metropolitana di Roma Capitale], Marco Pantaloni [ISPRA, Roma], Pietro Mosca [CNR Torino], Luca Barale [CNR Torino]

email: storiageoscienze@socgeol.it

“Geology has been an Italian science. In his “Principles of Geology” (proem to 1st edition, 1830) Sir Charles Lyell paid homage to the forerunners of Earth sciences in our Country. Italian primacy in the early stages of development of geological disciplines, between 16th and 18th century, was in fact strongly admired by the founder of modern geology. The birth of the term “Giologia”, coined by to Ulisse Aldrovandi in Bologna in 1603, has been celebrated on the occasion of its 400th anniversary. This recurrence initiated a renewal of interest in Italian geoscientific tradition, on the grounds of pioneer studies of Bruno Accordi and Nicoletta Morello, from the geological and epistemological points of view respectively. The session is aimed to promote interdisciplinary contributions on Italian Earth sciences and to stimulate the interaction between the scientific and historical approach. Promoting public awareness and understanding the importance of Earth sciences is in fact a crucial issue for Italy, a Country constantly facing the consequences of natural hazards. Celebrating ten years of intense activity of the History of geosciences Section, established in 2012 by the Italian Geological Society, we would thus venture to say that “Geology is coming home!”.





giovedì 17 febbraio 2022

Geologi di altri tempi: Nicola Zattini, tecnico e rilevatore della Carta geologica d’Italia

di Anna Rosa Scalise

In occasione della ricorrenza da cinque anni della scomparsa di Nicola Zattini ho il piacere di ricordare la sua figura umana, l’intensa attività tecnico-scientifica, le condizioni e il periodo storico del Servizio Geologico d’Italia in cui egli svolse il suo lavoro.


Nicola Zattini nel dicembre del 1960 fu assunto presso il Servizio Geologico d’Italia allora sotto la direzione di Enzo Beneo, con la qualifica di “Vice geologo in prova”, qualifica usata a quei tempi per i neo impiegati.

Nel 1960 iniziò una nuova era per la geologia italiana; fu approvata la legge “Sullo” (dal nome del parlamentare proponente) che autorizzò uno stanziamento straordinario di fondi per completare la prima edizione di quella cartografia geologica iniziata quasi cento anni prima, e pubblicare una seconda edizione, aggiornata e moderna di quasi la metà di tutto il territorio italiano. All’entrata in vigore della legge fu programmato quindi l’aggiornamento ed il completamento di 140 fogli da realizzare entro il 30 giugno del 1970, termine fissato dalla norma.

I “favolosi” anni ’60 rappresentarono un periodo di straordinaria rilevanza e di grande impegno per il Servizio Geologico d’Italia che fu designato Organo Cartografico dello Stato, e subito dopo iniziarono i lavori per la redazione della Carta Geologica d’Italia alla scala 1: 100.000 con la collaborazione delle Università, gli Enti pubblici e privati e le regioni Autonome con il coordinamento del Comitato Geologico presieduto allora da Ardito Desio.

In questo contesto, il geologo Nicola Zattini, neo assunto, fu subito impiegato al rilevamento geologico di terreno delle aree dei Fogli alla scala 1:100.000 n.106 “Firenze” prima e 130 “Orvieto” poi, insieme al collega Lamberto Pannuzi, l’amico fraterno con il quale condivise ancora prima l’esperienza per conto dell’Enel e poi presso la GEMINA (Geomineraria Nazionale) sulla ricerca della lignite in Umbria, in quei luoghi a lui tanto cari dove conobbe Luciana, diventata poi sua moglie e la madre dei suoi tre figli.

In quegli anni, continuò con passione e impegno profuso alle attività di studio e ricerca delle tematiche geologiche dell’Italia centro-meridionale che contribuirono alla crescita delle conoscenze scientifiche dei Fogli: 138 “Terni, 143 “Bracciano”, 144” Palombara Sabina”, 153 “Agnone”, 161 “Isernia”, 162 “Campobasso”, 173 “Benevento”, 175“Cerignola”, e alla redazione delle note illustrative dei Fogli Orvieto, Perugia, Città di Castello, Terni, Palombara Sabina, Campobasso, Benevento.





Gli impegni dei geologi di stato di allora furono interessati dal coordinamento e dalla revisione scientifica dei Fogli geologici affidati alle Università, al CNR, alle Regioni e alle Province Autonome di Trento e Bolzano e dalle attività di campagna svolte con molte difficoltà specialmente nelle aree di montagna dove furono impegnati a percorrere molti chilometri a piedi in condizioni climatiche avverse, spesso in solitudine, e con un abbigliamento non sempre adeguato. La prima dotazione di indumenti protettivi più consoni ai lavori di campagna avvenne molto tardi a seguito della morte del collega Carlo Bergomi che nel 1977 aveva perso la vita durante una campagna di rilevamento, dopo questo evento cambiarono le condizioni di lavoro dei geologi di stato che da quel giorno furono maggiormente valorizzati e meno trascurati.

La figlia di Zattini, Giuseppina, racconta: “quando papà rilevava da solo nelle zone di montagna, di inverno indossava un passamontagna, destando sospetti nei pastori che incontrava. Una volta fu aggredito dai cani e fu costretto ad arrampicarsi su un albero, per potersi arrampicare su un albero, conoscendo mio padre, doveva aver preso una gran paura, rimase sull’albero fino all’arrivo del pastore al quale ancora una volta dovette spiegargli che lui era lì per lavoro e che non aveva alcuna intenzione di rubare”.

“[…] ricordo ancora di quegli anni, quando il collega di papà, Nestore Malferrari, veniva a prenderlo in macchina, caricavano i bagagli e i viveri e partivano per una gita di rilevamento, papà era andato a fare una gita e la gita era un lavoro, questa cosa mi affascinava tantissimo. Papà aveva una passione smisurata per il suo lavoro egli diceva spesso che il rilevamento te lo devi sentire, è qualcosa che hai dentro, non si impara sui libri, devi avere l’occhio e l’intuito, non è una cosa semplice. L’entusiasmo per il suo lavoro lo portava spesso a voler fare tante altre cose ma si era sempre sacrificato per la sua famiglia, fra le tante aveva rinunciato alla carriera universitaria presso la facoltà di Scienze Geologiche di Cagliari, proposta dal prof. Carmelo Maxia del quale era stato l’allievo preferito”.

”[…] da bambina papà mi portava spesso in ufficio nella sede di Santa Susanna, ricordo ancora la nebbia di fumo che aleggiava nella sua stanza, l’area era irrespirabile e io mi chiedevo come facessero le persone a lavorare con lui e a respirare quell’odore insopportabile, lo stesso si percepiva poi sulle carte geologiche che portava a casa che ne rimanevano impregnate per parecchio tempo”. […] Ricordo ancora delle accese discussioni che faceva con i colleghi su argomenti di geologia, egli ascoltava prima tutti e poi e sulla base della sua esperienza cercava di essere persuasivo con argomenti di logica e di ragionamento. […] di altri colleghi che andavano a rilevare con papà ricordo Lamberto Pannuzi, Carlo Bergomi (per noi zio Carletto), Bruno Compagnoni ed Ernesto Centamore, per me era sempre una festa quando al loro ritorno dalla missione rimanevano a pranzo a casa nostra e io che ero affascinata dai loro discorsi gli facevo continue domande”.

Le attività previste dalla legge “Sullo” nel 1968 furono completate con il rilevamento e la stampa di buona parte dei Fogli, negli anni successivi i lavori proseguirono con il rilevamento degli ultimi tre e con l’elaborazione, il disegno e la preparazione alla stampa dei rimanenti. Il Comitato Geologico durante gli otto anni trascorsi svolse un’intensa attività assolvendo ai compiti assegnati dalla legge e fornendo il più fattivo e valido contributo alla soluzione dei problemi scientifici.

Nel 1971 iniziarono le attività degli studi di base per la preparazione delle norme generali, scientifiche e tecniche per il rilevamento della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, con la finalizzazione della stessa verso problemi prevalentemente applicativi riguardanti la sicurezza del territorio in relazione alle vari forme di rischio geologico e di rappresentazione cartografica. Questa nuova attività prese l’avvio con le modeste dotazioni del bilancio ordinario e con i contributi, offerti dal CNR, e dalla regione Trentino- Alto Adige ma con un organico ridotto e con scarsi mezzi furono rilevati e stampati solo alcuni fogli indicati come “sperimentali”. Nell’ambito di questa nuova attività il Comitato Geologico, presieduto dal prof. A. Jacobacci che era anche il Direttore del Servizio, nel 1974 nominò un gruppo di lavoro composto da C.F. Boni, M. Govi, C. Merlo, L. Pannuzi, A. Valdinucci, N. Zattini che venne integrato poi da P. Bono e coordinato dallo stesso Jacobacci per la redazione delle “Norme per la cartografia idrogeologica” e del “Rischio geologico”, pubblicate successivamente nel Quad.n.1 del Servizio Geologico.




All’inizio degli anni ‘80 quando entrai insieme ad altri colleghi al Servizio Geologico, Zattini operava allora presso il Reparto di Geologia Applicata con Amedeo Balboni, Walter Brugner, Alvaro Valdinucci, Enrico Prat e Giuseppe Castaldo nella veste di geologo applicato effettuando numerosi interventi nel campo della geologia tecnica e collaborando alle attività di consulenza richieste dalle altre Amministrazioni dello Stato e dagli Enti pubblici, regionali e comunali per lo studio e la soluzione di problemi geo-applicativi. Gli interventi spaziarono dalle problematiche di idrogeologia a quelle dei bacini artificiali; dalle costruzioni di strade, ponti, viadotti e gallerie alla coltivazione di cave e miniere; dallo studio di fenomeni alluvionali, frane e consolidamento degli abitati alle opere di difesa delle coste; dalle consulenze di piani regolatori a quelle tecniche d’ufficio o di parte in provvedimenti giudiziari. La testimonianza di questo lavoro di consulenza tecnico-scientifica fu la redazione di centinaia di relazioni ora presenti nell’archivio della “letteratura grigia” presso il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA.


Nicola Zattini si dedicò con tanta energia a questi studi geologico-tecnici intervenendo in tutte le regioni d’Italia, sempre presente con il suo apporto di conoscenza ed esperienza, fra le tante attività, partecipò attivamente allo studio delle aree terremotate e alla scelta dei siti per la ricostruzione degli abitati dal terremoto del Friuli del 1976 a quello del terremoto dell’Irpinia del 1983.

Giuseppina ricorda ancora che: “a seguito del terremoto dell’Irpinia dovette fare la valigia in fretta e furia perché vennero a prenderlo con l’Elicottero nello stadio di Palestrina, nella cittadina dove allora abitavamo. […] Una delle tante volte che operava in una delle aree terremotate” - racconta Giuseppina - “si era stufato di dormire in tenda e decise dormire in albergo, da quel momento fortunatamente le scosse cessarono e per questo fu soprannominato anti-terremoto fu per via di questo soprannome che gli abitanti di quelle zone per recuperare gli oggetti rimasti incustoditi nelle loro case disastrate si facevano accompagnare da lui”.

“[…] Tra tutte le sue consulenze ricordo quella che fece per conto della società Ferrarelle, fu chiamato perché la falda produttiva si stava esaurendo e lui individuò l’area dove poter effettuare ulteriori captazioni per incrementare la disponibilità idrica”.

Ebbi la fortuna di conoscere e apprezzare la sua preparazione e le sue competenze professionali sin dai primi anni della mia attività lavorativa presso il Servizio Geologico, nell’ambito del progetto per la realizzazione della “Carta della Vulnerabilità per Franosità”, elaborata alla scala 1:500.000, secondo le norme del “Rischio geologico”, pubblicata sul vol. XXXVI delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia sotto la direzione scientifica di N. Zattini. Fu un progetto realizzato in ossequio alla delibera del C.I.P.E. del 31 ottobre 1985, quale documentazione tecnico-scientifica sui rischi connessi agli eventi naturali che ricorrono sul territorio nazionale. Tale lavoro fu parte integrante della relazione finale del Comitato per lo studio dei Rischi Catastrofali e ufficialmente presentato al Ministero dell’Industria il 12 febbraio 1987.

Nel 1984, il prof. A. Jacobacci istituì un gruppo di lavoro di cui ero anch’io componente, coordinato da Nicola Zattini, con l’obbiettivo di sperimentare le “Norme sulla cartografia idrogeologica” nel territorio del F. 389 “Anagni” alla scala 1:50.000. e realizzare il rispettivo foglio idrogeologico successivamente pubblicato. Avviati i lavori di rilevamento di campagna durante le prime uscite era interessante seguire Zattini come sulla base della sua lunga esperienza cercava sempre di impostare un’analisi critica e ragionata dei dati, prendeva i suoi appunti con una matita molto piccola ed era sempre super preciso e puntuale.


Nel 1987, il Servizio Geologico fu trasferito al Ministero dell’Ambiente e l’anno successivo, finalmente dopo anni in cui si operava nelle ristrettezze economiche e con scarsi mezzi ne fu stabilita l’autonomia scientifica e funzionale con uno stanziamento di 20 miliardi di lire per l’avvio del progetto CARG che prevedeva la realizzazione della Cartografia geologica e geotematica nazionale alla scala 1: 50.000. Per l’attuazione del progetto CARG dovemmo rivedere le vecchie norme e pertanto realizzammo una “Guida al rilevamento e alla rappresentazione della Carta Idrogeologica d’Italia”, alla scala 1: 50.000 con il coordinamento di Zattini che nel frattempo fu nominato dirigente dell’Ufficio di Idrogeologia del quale facevo parte anch’io.

A seguito dell’approvazione della Legge della difesa del suolo del 1989 fu istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il Dipartimento Nazionale per i Servizi Tecnici di cui il Servizio Geologico era parte integrante insieme al Servizio Sismico, al Servizio Dighe e al Servizio Idrografico e Mareografico.

In quel periodo le tante attività dell’Ufficio di Idrogeologia coordinate da Zattini proseguirono con un grosso contributo al controllo, al monitoraggio delle discariche e alla scelta dei siti per l’attuazione di nuovi impianti svolte in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Ministero dell’Ambiente e l’Enea che insieme al Servizio Geologico costituirono il Gruppo di Diagnostica nominato nell’ambito delle Emergenze ambientali dei Rifiuti solidi urbani della Regione Campania e di quella socio-economico e ambientale della Regione Puglia.

Dopo il suo collocamento a riposo, avvenuto per raggiunti limiti di età nel 1995, rimanemmo sempre in contatto; era nata una profonda amicizia e una stima reciproca, nelle lunghe telefonate mi parlava spesso dei suoi figli e dei suoi adorati nipoti. La sua passione per la geologia era rimasta sempre quella di una volta e anche se era andato in pensione si interessava sempre delle problematiche geologiche del territorio di Palestrina e delle zone limitrofe, era diventato per gli abitanti di quel territorio un punto di riferimento e di consultazione, molto spesso veniva coinvolto per dare le indicazioni necessarie per l’esecuzione dei pozzi per acqua, per seguire i sondaggi e per studiare i terreni attraversati dalle perforazioni. Aveva intrapreso anche con interesse un rilevamento di dettaglio di quelle aree per soddisfare alcuni dubbi emersi dalle problematiche geologiche.

Nicola Zattini ha rappresentato in vario modo e in tempi diversi, una componente importante, umana e scientifica, del mio percorso lavorativo presso il Servizio Geologico, della nostra vita di geologi lo abbiamo avuto come maestro e come collega, riconoscendone e apprezzandone le competenze professionali assieme alle qualità personali, con lui abbiamo vissuto lunghi anni di vicissitudini liete e tristi sia nella difficoltà della ricerca sia nelle tante piccole e simpatiche avventure che fanno parte del periodo lavorativo.

Egli è stato l’esempio del lavoro di un geologo di Stato di tanto tempo fa che ha operato con competenza e serietà in condizioni diverse da quelle attuali, con pochi mezzi e con grande spirito di sacrificio. Si è sempre distinto per la sua onestà intellettuale e per il suo carattere nel difendere le conclusioni tecniche scaturite da sopralluoghi, dagli studi e dalle ricerche.

Sono stata fortunata a lavorare al suo fianco e ad apprendere dalla sua esperienza, egli oltre ad essere un bravo geologo aveva delle qualità umane non comuni era una persona affabile, saggia e molto umile ma anche di carattere. Egli è stato per me un maestro e un amico affettuoso.

Per saperne di più:

Jacobacci A. (1980) Relazione sulle attività del Servizio Geologico d’Italia nel 1979. Boll. Serv. Geol. d’It., vol. C.

Jacobacci A., Motteran G. Prat E. Scalise A. R., Vittori P., Zattini N. (1987) - Carta della Vulnerabilità per franosità. Mem. Descr. Carta Geol. d’It., vol.XXVI. Atti delle giornate di studio: Ricerche Geologiche corredate all’ambiente Mem. Descr. Carta Geol. d’It. vol. XLII.

Mari G.M., Motteran G., Scalise A.R., Terribili D., Zattini N. (1995) - Carta idrogeologica d’Italia-1: 50.000. Guida al rilevamento e alla rappresentazione. Serv. Geol. It., Quad. III Serie, vol.5.

Ministero dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato - Dir. Gen. Miniere (1968) - Carta Geologica d’Italia. Relazione al parlamento sullo stato dei lavori al 30 giugno 1968.

Motteran.G., Scalise A.R., Terribili D., Ventura G., Zattini N. (1993) - Carta idrogeologica d’Italia in scala 1:50.000, Foglio 389 Anagni, Serv. Geol. It.

Motteran G., Scalise A.R., Terribili D., Zattini N. (1994) - Contributo alla conoscenza dell’Idrogeologia lungo il limite tra il rilievo carbonatico dei monti Ernici e i sedimenti lacustri della piana del Tufano (Frosinone). Boll. Serv. Geol. It., vol. CXIII.