mercoledì 7 novembre 2018

Estrosi geologi, Primo Atto: LA SETTIMA ARTE

di Alessio Argentieri

Le fondamenta del progetto Geoitaliani poggiano sulle figure quasi leggendarie dei precursori delle discipline geologiche nel nostro Paese.
Come già ricordato su queste pagine (http://www.geoitaliani.it/2013/07/geoitalians-did-it-better-ovvero-del.html), è indiscusso che le scienze naturali si siano sviluppate in Italia a partire dal Rinascimento. I protagonisti di questi albori furono scienziati poliedrici, attivi in campi disparati, dall’anatomia alla botanica, dalla chimica alla medicina, dalla zoologia alla geologia. Alchimisti, metallurgisti, sezionatori di cadaveri, forse anche un po’ stregoni.
Questa tendenza alla multiformità di interessi, la cui massima espressione si incarnò in Leonardo da Vinci, deve essersi propagata nel tempo e nello spazio, lasciando una traccia nel “DNA virtuale” dei geologi italiani, sino ai giorni nostri.
Ecco perciò un casuale, e ovviamente incompleto, repertorio di personaggi che, nel passato recente e prossimo, hanno sviluppato e coltivato interessi paralleli alla passione per la geologia. E’ una narrazione basata in gran parte su informazioni carpite, suggerite o caparbiamente cercate e che, giunte una dopo l’altra, hanno portato il testo ad esser più volte riveduto e aggiornato. L’auspicio è che questa sia da stimolo per analoghe storie di “vite parallele”, con cui altri colleghi e colleghe vorranno a proseguire il filone sulle pagine di GEOITALIANI.


Per cominciare, ecco a voi i geologi transitati, e in alcuni casi rimasti, nel magico mondo della cinematografia. Fatta la premessa, non resta perciò che proferire le parole magiche: “MOTORE! PARTITO! CIAK! AZIONE!

PRIMO ATTO- La Settima Arte: geologi attori
E’ d’obbligo iniziare la rassegna di presenze sul grande schermo con la foto che per prima ha ispirato questo racconto: tre giovani prestanti in costume di scena, a formare una piccola piramide umana (Fig. 1).


Fig. 1 - Sul set di Ben Hur: a sinistra Ernesto Centamore, a destra Biagio Camponeschi e sopra di loro Minerba, un loro compagno di studi.
Sono Ernesto Centamore (che sarebbe divenuto prima rilevatore del Servizio Geologico d’Italia e poi professore presso le Università di Camerino e Roma- La Sapienza) e Biagio Camponeschi (futuro docente presso la Facoltà di Ingegneria della Sapienza e all’Università di Perugia), giovani figuranti del più famoso Colossal della storia del cinema: “BEN HUR”, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer e realizzato a Roma, negli studi di Cinecittà, tra il 1958 e il 1959 (Fig.2). 
Fig. 2 - La locandina di Ben Hur (1958).
Per dare vita alla storia del principe ebreo Judah Ben Hur (protagonista del romanzo omonimo scritto da Lewis Wallace, generale dell’Esercito dell’Unione durante la Guerra di secessione americana) la produzione scelse come interprete Charlton Heston e come regista William Wyler. La pellicola, che avrebbe poi conquistato 11 premi Oscar, richiese uno sforzo economico imponente: 15 milioni di dollari, una parte dei quali utilizzata per pagare i circa 50.000 tra generici, figuranti e comparse reclutati a Roma. Tra di loro, gli aitanti giovanotti nella foto.
Poche sere fa è stato un privilegio, per noi incanutiti e stempiati ex giovani allievi di Ernesto, ritrovarsi a distanza di anni con lui in un contesto conviviale (habitat naturale per l’uno e per gli altri) ed ascoltare i racconti della sua esperienza sul set come “generico extra di prima categoria” in BEN HUR. Con tale qualifica egli ricoprì durante le riprese più ruoli: pretoriano con lancia e scudo piantato solidamente davanti alla meta; pirata; tamburino portainsegne. Memorabili i racconti della scene della Via Crucis, nelle esotica location simbruina degli Altipiani di Arcinazzo, e della battaglia navale nel vascone di Cinecittà, con il pirata Biagio Camponeschi che liscia tragicamente la passerella durante l’arrembaggio, precipitando lungo la murata dell’imbarcazione. Ci vengono perciò in mente le parole di Walter Alvarez: “my friend Ernesto Centamore, a giant Italian with a gargantuan appetite for life, for food, and for geology” (in “T. rex and the crater of Doom”, 1997). Una definizione concepita sulle montagne umbro-marchigiane negli anni ’70, che ancora oggi gli si attaglia alla perfezione.

Restando in campo cinematografico, un laureato in Scienze Geologiche del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Camerino ha scelto la passione della gioventù, la recitazione. E’ il camerte Cesare Bocci (fig. 3), classe 1956, tra i cui meriti artistici è d’obbligo citare in primis l’aver dato meravigliosamente corpo al Vicecommissario Mimì Augello: senza di lui, non avrebbe ragion d’essere neanche l’amato Commissario Salvo Montalbano. 


Fig. 3 - Cesare Bocci.
A lettrici e lettori di GEOITALIANI regaliamo qui - grazie a fonte confidenziale attendibile- una chicca sulle prime interpretazioni di Bocci, abile a cambiar dialetto: durante una serata di un’escursione di universitari camerti, Cesare si produsse assieme al compagno di studi Peppe Vella in una applaudita imitazione della coppia formata dal romano Ernesto Centamore e dal gallurese Giovanni Deiana (coraggiosamente fatta davanti ai due originali!). Ricordiamo infine che Cesare, oltre a prestare il proprio volto a molte iniziative benefiche, è stato anche testimonial della Seconda edizione della “Settimana del Pianeta Terra” (2011) e anche della Sesta tenutasi quest’anno dal 14 al 21 Ottobre (video spot 2018: https://www.settimanaterra.org/video-spot).

Spariamo adesso un’altra cartuccia formidabile. Negli anni ‘50 sul lago Maggiore si doveva fare veramente una bella vita; lascio che ne assaporiate l’atmosfera attraverso le parole di chi ce lo ha raccontato: “Sono nato e cresciuto sul Lago Maggiore, a Stresa, e nel primo dopoguerra c'erano il casinò, le prime elezioni di Miss Italia e tanto movimento, per cui era normale che girassero tanti film, e che noi ragazzi del paese venissimo invitati a partecipare, come comparse e talora come caratteristi. Così sono stato comparsa in “Una notte con te”, “Cronaca di un amore”, e altri di cui non ricordo il titolo, mentre ho avuto una particina in “Miss Italia”, dove rappresentavo uno studente secchione, con gli occhiali, fan di una Miss Italia che era la Gina Lollobrigida (che io già conoscevo di persona). Quando mi è capitato, dopo cinquanta anni, di vedere il film, non ho più ritrovato alcune scene che avevo girato, ma avevo conservato delle locandine, tra cui quella che ti ho trasmesso. Tutto qui, allora come futuro geologo andavo a mezzogiorno alle cave di Baveno, quando facevano saltare le mine, a cercare tra i massi frantumati dei bei cristalli di quarzo e ortoclasio. Ma ero ancora in prima liceo.
Quell’adolescente, signore e signori, era Antonio Praturlon, futuro membro della “trinità geologica” con Colacicchi e Castellarin, che in fig. 4 potete ammirare nella locandina di “Miss Italia” del 1950. “Chi se lo fosse mai creso!”, per citare Pippo Franco, un autore di riferimento per noi goliardici studenti di geologia a Roma tra gli anni ‘70 e ’80.

Fig. 4 - Un adolescente Antonio Praturlon (primo da sinistra, con gli occhiali in mano) nella locandina del film “Miss Italia” del 1950.
Ma ecco, inaspettato, un altro piccolo coup de théâtre con cui il redattore contraccambia il regalo che ci ha fatto il Prat: lo sapete chi era lo sceneggiatore di “Miss Italia”? Vittorio Nino Novarese, vincitore poi di due premi Oscar come costumista, ma soprattutto figlio del grande geologo Vittorio Novarese!!!


Il legame tra geologia e cinema ci porta ora a tre fratelli originari di Amelia, presso Terni: Odoardo, Piero e Mario Girotti, tutti e tre con esperienze di recitazione. Per Mario, noto con il nome d’arte di Terence Hill (fig. 5), una lunghissima carriera iniziata coi Musicarelli degli anni ’50, poi il grande successo tra la fine dei anni ’60 e i ‘70 come cowboy (spesso sugli scenari delle nostre montagne: cowboys nell'Appennino Laziale-Abruzzese ).


Fig. 5 - Terence Hill con Bud Spencer.
La longeva professione di attore avrebbe poi riportato a Terence, dopo molti anni, una nuova celebrità quale prete in bicicletta, con tonaca e baschetto, sui bellissimi scenari dell’Umbria, quelle “Montagne di San Francesco” tanto care ai geologi di cui abbiamo parlato in una nota breve del 2017 (link http://jmes.it/index.php/jmes/article/view/115).
Veniamo al fratello maggiore Odoardo Girotti (fig. 6), geologo quaternarista e già professore presso l’Università di Roma “La Sapienza”, e alla sua presenza cinematografica di gioventù in “Viale della speranza” di Dino Risi (1952; fig. 7), il cui protagonista era Marcello Mastroianni. Mi concedo qui una piccola divagazione: Marcello, in virtù del diploma di perito edile, operò durante la Seconda Guerra Mondiale come disegnatore tecnico presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze; un'altra sottile liaison tra cinema e discipline della Terra. Mi piace aggiungere che Marcello lavorò poi nel dopoguerra presso la casa di produzione cinematografica britannica “Eagle-Lion”; il suo capoufficio a Roma era mio nonno paterno Mario Argentieri che, intuita la scarsa attitudine di Mastroianni per la carriera impiegatizia, lo licenziò invitandolo a dedicarsi a quella artistica (cosa di cui Marcello, molti anni dopo, si ricordava con gratitudine, come io e i miei familiari avemmo la fortuna di sentire direttamente da lui).


Fig. 6 - Odoardo Girotti.

Fig. 7 - Locandina di “Viale della speranza”.
Ritornando sul filone principale menzioniamo infine, per completezza di informazione, che il minore dei fratelli Girotti, Piero, recitò come attore in “Il padrone sono me!” di Franco Brusati (1955), con Paolo Stoppa e Andreina Pagnani.


Il paleontologo Carlo Sarti, classe 1962, nativo di Budrio e laureatosi all’Università di Bologna, è il curatore del Museo Geologico “Giovanni Capellini” del capoluogo emiliano. Ricercatore, scrittore e divulgatore, egli di recente ha anche collaborato con la nostra Sezione di Storia delle Geoscienze come componente del board dei revisori per il volume “Tre secoli di Geologia in Italia”, Numero 44 dei Rendiconti Online della Società Geologica Italiana (marzo 2018). Oltre a questo, Carlo è anche regista e sceneggiatore di lungometraggi e cortometraggi; tra i titoli della sua filmografia citiamo “Goodbye Mr. Zeus” del 2009 e “La finestra di Alice” del 2013.

Viene poi naturale menzionare i giovani componenti del gruppo base di Roma della Sezione di Storia delle Geoscienze (Marco Romano con Simone Fabbi, Marco Lesti e Leonardo Macelloni), che si sono cimentati nei due “cortissimimetraggi” dal titolo "In guerra con le Aquile", trailer del convegno "IN GUERRA CON LE AQUILE. Geologi e cartografi sui fronti alpini del Primo Conflitto Mondiale" di Trento del 2015. Ecco i riferimenti per visionare la prima versione con cui è stato promosso inizialmente il convegno
e la seconda release di cui è stato attore protagonista il socio Marco Lesti



Un altro personaggio da menzionare tra gli estrosi geologi in scena è Gildo Di Marco, abruzzese di Sulmona, classe 1946. Studente di Scienze Geologiche alla Sapienza di Roma negli anni ’60, si laureò sotto la guida di Ruggero Matteucci con una tesi in micropaleontologia sulla successione laziale-abruzzese. Gildo, persona dai molti interessi, divenne poi attore cinematografico e insegnante nella sua città; a partire dal 1995 e sino a poco tempo fa ha guidato la manifestazione rievocativa “Giostra cavalleresca di Sulmona”. Tra i lavori cinematografici più recenti di Gildo menzioniamo Mala tempora (2008) di Stefano Amadio, Baùll di Daniele Campea (2014), Un’icona d’argento (2017). La sua carriera artistica è iniziata e si è sviluppata tra gli anni ’60 e ’70, quando prese parte come attore caratterista a numerose pellicole di genere: Spaghetti-western (I Quattro dell’Ave Maria, 1968; Un esercito di cinque uomini, 1969; Arizona si scatenò... e li fece fuori tutti!, 1970; Continuavano a chiamarlo Trinità, 1971; Gli fumavano le colt… lo chiamavano Camposanto, 1971; Uomo avvisato mezzo salvato… Parola di Spirito Santo, 1971; Sentivano uno strano, eccitante puzzo di dollari, 1973); horror italiani degli anni ’70 con Dario Argento (L'uccello dalle piume di cristallo, 1970; 4 mosche di velluto grigio, 1971; Il tram, 1973); film drammatici come La bellissima estate (1974) di Sergio Martino; commedie quali Armiamoci e partite (1971) con Franchi e Ingrassia, Il terrore con gli occhi storti (regista Steno e protagonista Enrico Montesano, 1972), ma soprattutto Brancaleone alle crociate (1970). In quest’ultima pellicola, capolavoro del cinema italiano firmato da Mario Monicelli, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, Gildo era tra i membri dell’armata di Brancaleone in Terra Santa, ricoprendo il ruolo dello storpio ma vedente sempre portato, in una bizzarra simbiosi, a cavacecio dal cieco (Fig. 8).


Fig. 8 - Gildo Di Marco in “Brancaleone alle Crociate” (1970),
secondo da sinistra in groppa al suo “destriero”.
E’ lui l’oggetto di una delle migliori battute del film, magistralmente recitata da Adolfo Celi, il re Boemondo che parla in siculo a rima baciata, come nel Teatro dei Pupi: sul campo di battaglia sotto le mura di Gerusalemme Boemondo, mentre passano in rassegna l’armata pronta alla pugna, chiede a Brancaleone: “Veni cuntra a li nimici/ puri chiddu a cavacici?”.


Tutto assolutamente sublime, dall’inizio dell’avventura di GEOITALIANI poter narrare queste vicende è quanto di meglio ci sia capitato. Per fortuna ancora ce n’è da dire…

…TO BE CONTINUED…

CREDITI
A conclusione del Primo Atto della rassegna di estrosi geologi, ed in anticipo per gli Atti che seguiranno su GEOITALIANI, ringrazio dal profondo del cuore per le preziose informazioni e/o la documentazione fotografica: Silvano Agostini, Ernesto Centamore, Domenico Cosentino, Gildo Di Marco, Francesco Dramis, Francesca e Fabio Funiciello, Gianni Lombardi, Umberto Nicosia, Antonio Praturlon, Umberto Risi, Massimo Santantonio. E la mia famiglia, che mi ha trasmesso una inguaribile passione per il cinema. (A.A.)

domenica 4 novembre 2018

Quattro Novembre 2018


scritto da Alessio Argentieri e Marco Pantaloni



«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268:
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Con il famosissimo Bollettino della Vittoria, “firmato Diaz” e scritto a Padova presso Villa Giusti, si chiudeva un secolo fa per l’Italia la Prima Guerra Mondiale. Queste parole (il cui autore sembra in realtà essere stato il Generale Domenico Siciliani, che del Comando Supremo era Capo ufficio stampa) sono scolpite nel marmo in tutte le municipalità del Paese.
A coronamento ideale di un percorso iniziato nel 2014, la Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana vuole celebrare oggi questa ricorrenza, ripercorrendo le iniziative con cui si è contribuito alle celebrazioni del Centenario della Grande Guerra.
L’idea embrionale di avventurarsi su questo impervio terreno è stata lanciata, quasi per caso, da Simone Fabbi e Marco Romano nell'ottobre 2013 a Chieti, durante il convegno di commemorazione del paleontologo e stratigrafo Giovanni Pallini. Da quello spunto è partita (rigorosamente alla garibaldina) un’organizzazione culminata, in occasione del centenario dell'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra, con il convegno "IN GUERRA CON LE AQUILE. Geologi e cartografi sui fronti alpini del Primo Conflitto Mondiale" del 2015. Nella meravigliosa location del MUSE- Museo delle Scienze di Trento e poi delle montagne dolomitiche (incarnanti alla perfezione, per collocazione geografica e mission, lo spirito del progetto) si è tenuto perciò tra il 17 e il 20 Settembre 2015 il primo evento nazionale - o meglio transnazionale- interamente curato e sviluppato dalla Sezione di Storia delle Geoscienze. L'iniziativa congressuale, realizzata in collaborazione tra Società Geologica Italiana, MUSE, ISPRA e GBA - Geologische Bundesanstalt austriaco, ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi e della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di missione per la commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale”.

La giornata conclusiva del Convegno “In guerra con le aquile” presso il MUSE di Trento (Settembre 2015)



Nella narrazione si è scelto di seguire un filo conduttore che, dopo oltre un secolo, provasse a chiudere idealmente un percorso attraverso le sue fasi storiche.
Nella prima fase analizzata, a cavallo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, la cooperazione e scambio di conoscenze tra gli studiosi di geologia della Mitteleuropa portò a impostare la moderna interpretazione geologica dell'Arco alpino, da cui è scaturita la comprensione dei fenomeni orogenetici a livello globale.
Dopo questa “età dell’oro” il Primo Conflitto Mondiale ha rappresentato la “grande frattura” che portò - tra le innumerevoli sciagure- gli scienziati delle nazioni divenute nemiche a fronteggiarsi dai due versanti delle Alpi, costringendoli a mettere il proprio sapere al servizio della distruzione, anziché del progresso e della conservazione del territorio. Il fenomeno, come è tristemente noto, tornò a ripetersi a distanza di un ventennio: se nella Grande Guerra fu in gran parte la geologia a fare la differenza tra gli schieramenti, sui fronti bellici di montagna e di pianura, con il Secondo Conflitto Mondiale sarebbero state poi la fisica e la tecnologia a vivere questa dilaniante esperienza.
Quello che è emerso nettamente dai lavori è come gli insipienti e presuntuosi vertici militari e politici del Regno d’Italia, non comprendendo l’importanza del contributo scientifico e geologico-tecnico, utilizzarono i propri scienziati come carne da cannone, al pari degli altri poveracci mandati al massacro. Questa lungimiranza fu invece propria dei comandi austroungarici, che valorizzarono i propri specialisti inquadrati nei ranghi militari. Poi, come è noto, furono altri eventi a decidere le sorti del conflitto.

Si è voluto infine approfondire il significato dell'eredità che la Prima Guerra Mondiale ha lasciato ai territori che ne furono scenario. Per dare un piccolo contributo alla chiusura definitiva di una storia di divisione si è parlato anche di un progetto di condivisione, che rinnova e rinsalda la collaborazione tra Italia e Austria a cento anni di distanza. In questo percorso virtuoso è stato ricordato anche il ruolo fondamentale delle iniziative di tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, intesi come strumenti di crescita socio-economica di una comunità e di sviluppo sostenibile del territorio.
Per tali ragioni il Convegno si è articolato in quattro sessioni tematiche (“Geologia e Grande Guerra”; “La montagna studiata”; La montagna addomesticata e ferita”; “La montagna ricorda: eventi, luoghi, personaggi”) e una tavola rotonda sul tema “La montagna ricorda. Gestione e condivisione del patrimonio culturale come strumento per la tutela e la valorizzazione del territorio”. L'escursione post-congresso ha attraversato, tra venerdì 18 e domenica 20 settembre 2015, alcuni dei luoghi simbolici della Grande Guerra sui fronti alpini: Passo Gardena, Val Badia, Passo Falzarego e Passo Valparola, Forte Tre Sassi, Piccolo Lagazuoi, Rovereto, la Vallarsa, il Forte Pozzacchio/Valmorbia.

L’escursione del 19 Settembre 2015 al Piccolo Lagazuoi.
Questa era la composizione, sull'asse Roma- Padova- Trento, del Comitato scientifico-organizzatore:
  • Alessio Argentieri (Città Metropolitana di Roma Capitale)
  • Marco Avanzini (MUSE)
  • Fabiana Console (ISPRA, Dip. attività bibliotecarie, documentali e per l’informazione)
  • Giorgio Vittorio Dal Piaz (Università di Padova)
  • Simone Fabbi (Sapienza, Università di Roma)
  • Marco Pantaloni (ISPRA, Servizio Geologico d’Italia)
  • Fabio Massimo Petti (Società Geologica Italiana)
  • Marco Romano (Sapienza, Università di Roma)
  • Giovanni Rotella (Città Metropolitana di Roma Capitale)
  • Isabella Salvador (MUSE)
  • Rossana Tedesco (MUSE)
  • Riccardo Tomasoni (MUSE)
  • Alessandro Zuccari (Società Geologica Italiana)

Con il convegno "IN GUERRA CON LE AQUILE” si è voluto quindi onorare la memoria dei geologi e cartografi che, a vario titolo, parteciparono alla Prima Guerra Mondiale. L’obiettivo dichiarato era quello di tentare di chiudere idealmente, attraverso le Alpi, un percorso costellato ancora oggi di fratture, suture e ferite aperte, reali e virtuali. In una "lettura palindroma" del principio dell'attualismo, si è ricordato ancora una volta il passato quale chiave del presente e del futuro.

Per cristallizzare il contributo della comunità geologica alle proposte commemorative e al recupero della memoria storica degli eventi legati al conflitto, gli interventi sono confluiti in forma di short notes nel Volume 36 dei Rendiconti Online della Società Geologica Italiana (editors: A. Argentieri, F. Console, S. Fabbi, M. Pantaloni, F.M. Petti, M. Romano, G. Rotella, A. Zuccari).


A distanza di oltre tre anni dall’evento, l’occasione ci è gradita per rinnovare i ringraziamenti a chi ha partecipato o sostenuto il progetto: il Direttore del MUSE Michele Lanzinger, senza la cui disponibilità e sensibilità nulla sarebbe stato possibile; le Autorità civili e militari intervenute; i Chairmen delle sessioni scientifiche Gian Battista Vai, Carlo Doglioni, Camillo Zadra e Giorgio Vittorio Dal Piaz e il moderatore della Tavola rotonda Franco Foresta Martin; tutti i relatori del convegno e gli autori delle note confluite negli Atti; gli sponsor Fondazione Dolomiti UNESCO, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e Società Autostrade del Brennero.

Per onestà intellettuale bisogna confessare che un rammarico c’è, per non essere riusciti a concretizzare quella che sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Nella fase di ricerca di sostegni e sponsorizzazioni ci siamo rivolti a gran parte delle aziende produttrici di grappe del Trentino, proponendogli di organizzare un momento conviviale di degustazione di distillati che precedesse la tavola rotonda del 17 settembre. Il messaggio di invito si chiudeva così:
“Nelle infinite storie della Guerra dei nostri nonni, costellate di difficoltà, sofferenze e sacrifici in molti casi estremi, forse gli unici momenti di conforto in alta quota li portò la grappa. Sarebbe perciò un modo originale di onorare la memoria di protagonisti e comprimari della Grande Guerra proporre un racconto della lunghissima tradizione delle distillerie trentine.”
L’idea c’era, ma non è stata raccolta. Peccato.


Dato l’interesse riscosso dal convegno, si è deciso di riproporne una “successione condensata” con una nuova omonima conferenza a Roma nel Gennaio del 2016 presso il Dipartimento di Scienze della Terra- SAPIENZA- Università di Roma, che ha visto una nutrita partecipazione. La Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana ha così proseguito le iniziative commemorative e di recupero della memoria storica degli eventi legati al conflitto, in collaborazione con Sapienza- Università di Roma, Città Metropolitana di Roma Capitale, ISPRA e Ordine dei Geologi del Lazio. La più giovane del gruppo, Giulia Innamorati, è stata incaricata del primo intervento dedicato al resoconto dell’escursione.

Oltre ai convegni e al volume ROL 36 sono stati prodotti dai membri della Sezione altri lavori sul tema:
- A. Argentieri (2017) Francesco Penta, a 1899 boy - Francesco Penta, ragazzo del '99. Acque Sotterranee - Italian Journal of Groundwater (2017) - AS22-297: 69 – 71.
- Pantaloni M., Console F. Petti F.M. (2016) - La cartografia geologica delle Alpi meridionali tra XIX e XX secolo: un esempio di collaborazione italo-austriaca. L’Universo, 5/2016, 910-931.


Per concludere questo articolo rimandiamo all’icona del progetto, il video "In guerra con le Aquile", ideato e realizzato da Marco Romano, sia nella prima versione con cui è stato promosso inizialmente il convegno
sia nella seconda release più estesa di cui è stato attore protagonista il socio Marco Lesti
Rivedere queste immagini è ogni volta un’emozione forte per tutti noi del gruppo GEOITALIANI che abbiamo avuto la fortuna di vivere integralmente l’esperienza unica di questo progetto.
Grazie, lettori e lettrici di GEOITALIANI, continuate a seguirci.
Per voi la poesia “Sono una creatura” di Giuseppe Ungaretti (contenuta nella raccolta “Il porto sepolto” del 1916), che nel video è declamata dalla inconfondibile voce di Vittorio Gassman:
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.

lunedì 22 ottobre 2018

Geoitaliani alla Settimana del Pianeta Terra – “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere”


di Marco Pantaloni

La “Settimana del Pianeta Terra, l'Italia alla scoperta delle Geoscienze" è un festival scientifico che coinvolge tutta l'Italia e che, dal 2012, rappresenta il principale appuntamento per la diffusione della cultura geologica in Italia.
Geologi e naturalisti, membri della Sezione di storia delle geoscienze, hanno organizzato il giorno 20 ottobre 2018 un escursione sul tema “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere: caratteri geologici ed ecosistemi fluviali a confronto”, del quale la nostra sezione aveva già parlato (link).


L’obiettivo dell’escursione è stato quello di porre all’attenzione dei cittadini i caratteri peculiari del territorio, focalizzando gli aspetti geologico-ambientali, sfruttando le conseguenze dettate dalla realizzazione di un opera, avvenuta nel 1940, che ha causato l’abbandono, da parte del Fiume Tevere, di un ampio tratto del suo percorso, il meandro di Spinaceto.


Percorrendo brevi e agevoli sentieri, spesso posti a poca distanza dalle nostre abitazioni, è possibile osservare, nei residui lembi di ambienti naturali ancora preservati dall’urbanizzazione, le caratteristiche geologiche del territorio, l’evoluzione dello stesso in seguito agli interventi dell’uomo e come, nell’arco di pochi anni, la natura tende a riappropriarsi delle superfici non antropizzate.
Il caso del meandro di Spinaceto, abbandonato a seguito dell’intervento di rettifica dell’alveo del Tevere per finalità idrauliche effettuato, è un esempio tipico di questa evoluzione ambientale.
Durante l’escursione sono stati descritti i caratteri geologici e geomorfologici del territorio e i cambiamenti sia all’ambiente che all’ecosistema indotti dalle attività umane.
Dal punto di osservazione privilegiato costituito dal Ponte monumentale di Mezzocammino, sul GRA, è stato possibile osservare l’opera del taglio del meandro di Spinaceto del Tevere, il cosiddetto Drizzagno. L’opera ha completato l’importante progetto di sistemazione idraulica avviato alla fine del ‘800 con la costruzione dei “Muraglioni” all’interno del centro urbano, eliminando la grande ansa che, da quel momento, è stata abbandonata dalle acque fluviali. Grazie al materiale documentale conservato negli archivi, è stato possibile ricostruire l’immenso lavoro per la realizzazione dell’opera, della quale molte tracce sono ancora oggi visibili, grazie anche all’ausilio di cinegiornali dell’epoca.



Tuttavia, nonostante il forte impatto antropico e il pesante condizionamento della presenza della più importante via di comunicazione di Roma, il Grande Raccordo Anulare, è stato possibile osservare dei lembi di vegetazione naturale (con molte specie tipiche degli ambienti fluviali presenti nella lista degli habitat protetti all’interno della Direttiva Habitat quali le foreste e boscaglie a salice e pioppo) oltre a piante naturalizzate come platani e gelsi ed invasive come la robinia; con i partecipanti all’escursione si è riuscito poi a camminare nell’antico letto del fiume e “toccare con mano” i sedimenti trasportati dal Tevere nell’arco dei tempi geologici e “ricostruito” in sito il percorso del fiume anche grazie ai residui di vegetazione ancora presenti sulle sponde fluviali ormai abbandonate.

foto di Veruska Sebastianelli


foto di Paola Veronese
L’evento, partecipato da circa 100 persone, si è svolto attraverso l’uso di canoe, di biciclette o a piedi. Partendo da diversi punti della città, i tre gruppi si sono poi incontrati in corrispondenza del Ponte monumentale di Mezzocammino, che di per sé costituisce un opera degna di rilievo storico-architettonico.

Foto di Paola Veronese
foto di Paola Veronese
foto di Paola Veronese
L’evento è stato organizzato con la collaborazione tra ISPRA, la Sezione di storia delle geoscienze della Società GeologicaItaliana, la Federazione Italiana Amici della Bicicletta (FIAB), l’associazione “Regina Ciclarum”, l’Associazione “Discesa Internazionale del Tevere”.





domenica 16 settembre 2018

Congresso SGI SIMP - Catania 2018 : Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage


Congresso SGI SIMP - Catania 2018
“Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage”



Si è concluso lo scorso venerdì 14 settembre il Congresso SGI SIMP che ha visto la presenza, a Catania, di centinaia di geoscienziati impegnati nella diffusione, promozione e discussione, in numerose e diversificate sessioni scientifiche, delle loro ricerche.

La Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana ha proposto una sessione nella quale presentare le attività che i soci afferenti sviluppano nelle loro attività di ricerca.
La sessione 38 History of Geosciences and Geoethics: the right way for social responsibility, aveva l’obiettivo di raccogliere i diversi contributi per mostrare come, partendo dagli scienziati – naturalisti del ‘600-‘700 e arrivando ai giorni nostri, il rapporto fra “conoscenza” e “natura” fosse mutato da una posizione di “attenzione” per la comprensione dei fenomeni naturali fino a una diffusa presunta posizione di “controllo dei fenomeni” da parte di molti scienziati moderni.
Significativa per il tema trattato è stata la location del congresso: il Monastero dei Benedettini di Catania è il luogo nel quale, nel 1693, venne tentata la deviazione del flusso di lava proveniente dai coni dei Monti Rossi, sul versante dell’Etna, per proteggere lo stesso monastero.




I numerosi interventi, orali e poster, hanno inquadrato bene il tema della sessione, offrendo momenti di discussione e spunti di riflessione, che probabilmente proseguiranno incrementando il livello conoscitivo dei temi trattati, anche attraverso il recupero di informazioni d’archivio e bibliografiche. Lo sviluppo completo degli argomenti e il loro approfondimento presuppongono una prossima, più ampia, possibilità di incontro e discussione sul tema affrontato.
La partecipazione alla sessione è stata molto ampia, grazie anche all’attività di diffusione dell’informazione che la Società Geologica Italiana sta sviluppando attraverso un coinvolgimento molto ampio nella comunità scientifica, in generale, ma anche e soprattutto tra i giovani ricercatori.

Crediamo di ritenere che anche il lavoro sviluppato dalla Sezione di storia delle geoscienze, focalizzato nella sessione 38, abbia contribuito, in modo non trascurabile, a stimolare questo coinvolgimento.


Contributi orali
  • Romano M.: Inventor, Engineer and Earth Scientist in a single brushstroke: Leonardo da Vinci and the earliest conception of sustainable land management on a constantly changing Planet
  • Macini P.: Well construction and underground fluids in pre-industrial ages: Scientific observations, ethical speculation and medical contributions of Bernardino Ramazzini on the health and safety of Putearii (water well diggers)
  • Hamilton M.: The research of the western Tauern window between 1894 and 1898 in the documents of the mineralogist and petrographer Friedrich Becke. A project of the “Österreichische Akademie der Wissenschaften“
  • Foresta Martin F.: Marcello Carapezza (1925-1987), Scientist and Humanist
  • Branca S. & Abate T.: The hypotheses of Jean Hoüel (1735-1813) on the formation of Etna. The evolutionary model of the volcano in the representation of the CXIX planche
  • Vaccari E.: The role of the institutions for the birth of the professional geologist between the 18th and the 20th century
  • Barale L., Fioraso G. & Mosca P.: The role of geological studies in large infrastructural projects in the 19th century - some examples from NW Italy
  • Boscaino G. & Boscaino M.: The geology between past and present: cultural heritage and the current social value of geosciences. The tragedy of the Rigopiano Hotel


Contributi poster
  • Alimenti S. & Lupi R.: Policy, economy and geosciences in the debate about Fucino and Trasimeno lakes (1780-1870 ca.)
  • Cubellis E., Luongo G. & Obrizzo F.: Sciences of Laws and Sciences of Processes for  Earth Science
  • De Caterini G. & Radogna P.V.: Critique of Practical Geology
  • Di Cencio A., Mori G., Casati S. & Nardi M.: Paleontherapy - the new method in field of medical geology for the therapy of young disturbances
  • Pantaloni M., Console F. & Motti A.: The “rebirth” of the Torbidone River (Norcia Plain, Umbria): a historic and geoethic approach
  • Pinarelli L., Piccardi L. & Montanari D.: The social value of geological knowledge in the supernatural narratives of the ancient world: some case studies
  • Sudiro P.: The Expanding Earth: a disproved scientific hypothesis surviving its falsification


domenica 19 agosto 2018

La (mancata) conservazione dei beni a carattere geologico - storico: l’Acqua Lancisiana


di Marco Pantaloni

Nel centro di Roma, a poca distanza dal Vaticano, si trovava, fino a pochi decenni fa, una delle più famose sorgenti romane: l’Acqua Lancisiana.
Scoperta nella seconda metà del 1500 sulla Salita di Sant’Onofrio, alle pendici del Gianicolo, dal medico romano Alessandro Petronio, la sorgente venne descritta nella sua opera “De victu romanorum et di sanitate tuenda”, pubblicata a Roma nel 1581.

Frontespizio del volume "De victu romanorum et di sanitate tuenda",
di Alessandro Petronio


Il paragrafo "De Fonticulo in Tyberis ripa apud Sanctum Spiritum",
nel quale vengono descritte quelle che poi verranno chiamate Acque Lancisiane

In realtà l’uso della sorgente è precedente la descrizione di Petronio; infatti, l’utilizzo già in epoca romana è testimoniato dalla presenza di un cunicolo che drenava la falda presente nelle sabbie gialle e grigie della Formazione di Monte Mario (MTM) alimentando, probabilmente, la Domus Agrippinae.

Stralcio del foglio geologico 374 Roma della Carta Geologica d'Italia alla scala 1:50.000,
con evidenziata l'area dell'ubicazione delle sorgenti dell'Acqua Lancisiana.
Immagine tratta dal sito ISPRA (www.isprambiente.it)

In seguito la sorgente venne abbandonata e non più utilizzata, fino al XVIII secolo quando il medico romano Giovanni Maria Lancisi (1654 - 1720), identificata l’emergenza idrica, ne compì delle analisi sulla “leggerezza e purità”, come ci racconta Alberto Cassio nel 1756. Lancisi cominciò quindi a usarla per gli ammalati “con si giovevoli effetti che, nel vicino Archiospedale di Santo Spirito le fu dato il titolo di Acqua Lancisiana”.
Il frontespizio del volume "Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti
da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma, delle moderne e di altre in essa nascenti",
di Alberto Cassio

L’allora papa Clemente XI volle quindi che venissero riunite le diverse vene d’acqua e ripristinato l’antico condotto; l’acqua venne quindi canalizzata in tre differenti tubazioni con una portata complessiva di circa 2,3 l/s: una parte venne condotta all’interno dell’ospedale, ad uso dei pazienti, e una parte venne fatta confluire in una conca di marmo posta sovrastata da un mascherone, disegnato da Giacomo Della Porta e recuperato da un abbeveratoio nel Foro Romano, rendendola quindi disponibile alla popolazione romana.

In primo piano, la Fonte dell'Acqua Lancisiana sulla riva destra del Tevere,
in prossimità dell'attuale Lungotevere Gianicolense;
sul lato opposto la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.
(Immagine tratta dal sito Rerum Novarum)

In seguito all’ampliamento dell’Ospedale Santo Spirito nel 1827, però, l’accessibilità alla fonte fu negata; venne ripristinata solamente da Pio VIII nel 1830, dopo molte proteste. Lo stesso Pio VIII, che definiva l’Acqua Lancisiana la migliore di Roma, restaurò il condotto di adduzione facendolo confluire nella nuova fontana ubicata nel Porto Leonino sul Tevere, realizzato da Leone XII, in prossimità dello scomparso Ponte dei Fiorentini.
La costruzione dei muraglioni alla fine del ‘800 comportò ulteriori modifiche alla fonte. La fontana esistente venne rimossa e vennero costruite due nicchie nei muraglioni nelle quali sgorgavano le acque sorgive.
Ciascuna nicchia ha due cannelle, che versavano acqua in vasche rettangolari, accessibili da rampe di scale che dal Lungotevere scendono sull’argine del fiume. Sopra le nicchie sono state poste due lapidi, a memoria dei rifacimenti: quella più a monte, verso il Ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, ricorda la sistemazione di Clemente XI del 1720, l’altra quella di Pio VIII del 1830. E’ curioso notare un errore geologico nel testo: si afferma infatti che le acque originano dal Colle Vaticano, mentre derivano da quello Gianicolense.
La lapide commemorativa della sistemazione delle Acque Lancisiane
compiuta da papa Clemente XI nel 1720

Addirittura, nel 1924 venne avviata l’attività di imbottigliamento effettuata dalla Società Anonima Acque Minerali; per tale scopo, una delle condutture venne derivata verso la stabilimento di imbottigliamento posto su Viale Gianicolo, mentre un’altra continuò ad alimentare una delle due nicchie. L’attività industriale venne sospesa dopo la costruzione della galleria di Porta Cavalleggeri e della fogna del Gelsomino, che portarono, nel 1942, alla chiusura dell’adduzione dell’acqua a causa di un sospetto inquinamento (molto verosimile), come già evidenziato anni prima da analisi compiute dal CNR. Da allora, dell’acqua non rimane traccia essendo derivata direttamente in fognatura.
L’Acqua Lancisiana ebbe, come naturale, diverse denominazioni, quasi tutte di origine popolare trasteverina: Acqua Pia, Acqua di Porto Leonino, Acqua della Fontanella o Acqua della Barchetta; quest’ultima derivava dalla vicinanza di un battello per il trasferimento dalla Lungara verso Via Giulia.
Oggi le nicchie dell’Acqua Lancisiana sono ancora visibili, anche se in pessime condizioni di conservazione, al limite dell’abbandono. La curiosa e complessa storia di queste sorgenti, che tanto hanno significato per il rione di Trastevere e per la città di Roma, richiedono assolutamente un diverso grado di conservazione, al fine di garantire il mantenimento della memoria geologico - storica della città, delle quali le Acque Lancisiane rappresentano un unicum nel loro genere.


L'attuale condizione di degrado di una delle nicchie dell'Acqua Lancisiana,
completamente abbandonata


Per saperne di più:
Camponeschi B. & Nolasco F. (1982) – Le risorse naturali della Regione Lazio: Roma e i Colli Albani. Regione Lazio, 7, Roma.
Cassio A. (1756) – Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma,  delle moderne e di altre in essa nascenti. Tip. Puccinelli, Roma.
Corazza A., Lombardi L. (1995) – Idrogeologia dell’area del centro storico di Roma. In: Funiciello R. (coord. scient.), La Geologia di Roma – Il centro storico. Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, 50, 179 - 211.

Siti web:
Roma Città delle Meraviglie. Rione Trastevere - Fontana dell'Acqua Lancisiana. http://roma.mysupersite.it/fontanediroma/rionetrastevere/gianicolense