venerdì 18 gennaio 2019

Aldo Giacomo Segre

Le pagine di Geoitaliani sono onorate di ospitare un breve ricordo del professor Aldo Giacomo Segre, scritto dalla collega Maria Piro. 

Nel suo secolo di esistenza egli ha potuto spaziare nei suoi interessi scientifici, partecipando da protagonista a scoperte e ricerche che costituiscono pietre miliari nel percorso delle conoscenze sulla geologia dell'Italia centrale, sul Quaternario e sulla paleoantropologia, che troverete menzionate nell'articolo che segue. Molte esperienze belle, che speriamo possano avere almeno in parte compensato quella negativa che Segre subì in gioventù, nella prima parte della sua lunga vita. Come molti italiani di religione ebraica, egli sperimentò infatti l'atroce assurdità delle leggi razziali del 1938. Sappiamo che di questa vicenda il professore non gradiva parlare, lasciandosela alle spalle, e a questo volere ci adeguiamo. Con la licenza però di dire che, ad ottant'anni di distanza da quella sciagurata vicenda, c'è ancora molto bisogno in Italia di esempi positivi.
Uno di questi è la storia dell'illustre Geoitaliano Aldo Giacomo Segre.

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di Maria Piro

Il 12 novembre 2018 è scomparso Aldo Giacomo Segre, geografo, geologo e paleontologo di fama internazionale. Aveva compiuto 100 anni nel gennaio 2018. Questa breve nota, assolutamente non esaustiva, ha l’intento di descrivere sinteticamente la sua attività scientifica, portata avanti costantemente per oltre 70 anni.




A metà degli anni trenta il giovanissimo Segre comincia a dedicarsi alla speleologia, iniziando la sua attività presso il Circolo Speleologico Romano; contemporaneamente partecipa agli scavi di Carlo Alberto Blanc nel giacimento di Saccopastore.
Il clima creatosi con la promulgazione delle leggi “per la difesa della razza” determina in sostanza la fine delle attività del Circolo ed ha ripercussioni anche sulla sua famiglia.
Subito dopo la parentesi della guerra è il promotore della rifondazione del Circolo Speleologico Romano,  la prima storica associazione speleologica del Lazio, fondata nel 1904. Recupera la documentazione rimasta nella sede del Circolo ed in precarie condizioni di conservazione, ed in particolare si dedica alla riorganizzazione del catasto delle grotte.



Prosegue gli studi conseguendo la laurea in Geologia del quaternario e inizia la sua attività di ricercatore e studioso. La sua tesi di laurea riguarda appunto lo studio del fenomeno carsico, e viene pubblicata dall'Istituto di Geografia dell’Università di Roma con il contributo del CNR nel 1948: "I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio", opera fondamentale per la conoscenza del territorio e per gli speleologi, nella quale, oltre a descrivere tutte le grotte conosciute all'epoca, descrive il fenomeno carsico della regione in tutti i suoi aspetti e sintetizza le teorie speleogenetiche dell’epoca, studiando forse per primo nel Lazio il meccanismo degli sprofondamenti (oggi noti come sinkholes) da lui chiamati “doline di sprofondamento suballuvionali”. Scrive inoltre numerosi articoli su speleologia e carsismo, studiando in particolare le regioni del Lazio e Abruzzo. Con i suoi studi ha rappresentato soprattutto la speleologia scientifica. Alla fine degli anni '50 termina questo filone di attività, pur restando in contatto con l'ambiente speleologico.






Nel frattempo inizia la sua lunga e intensa attività di ricercatore, nel corso della quale spazia in numerosi campi di studio e ricerca. Per quanto si evince dai circa 150 articoli e volumi da lui pubblicati, negli anni ‘50 e ‘60 si dedica soprattutto a ricerche di geologia marina, studiando le antiche linee di riva sommerse e la geomorfologia delle piattaforme continentali nel Mediterraneo e realizzando carte batimetriche scoprendo per primo l’esistenza del Vulcano Marsili; collabora anche con Jacques Costeau per lo studio dei fondali mediterranei con la nave Bannock, con l’Istituto Idrografico della Marina di Genova; per molti anni ha la carica di presidente della Commissione Internazionale per lo studio del Mediterraneo con sede al Principato di Monaco.
In qualità di geologo e rilevatore nel Servizio Geologico d’Italia partecipa, negli anni '50 e '60, alle campagne di rilevamento per la redazione della Carta Geologica d’Italia, collaborando all'elaborazione di vari fogli geologici dell’Italia Centrale e della Campania, e al rilevamento geologico delle isole Pontine e di alcune aree della Sardegna; compie studi anche nella regione del Vulture e nella bassa valle del Sacco Liri.




Studia inoltre i giacimenti quaternari e la paleontologia umana, partecipando anche a campagne di scavi e pubblicando vari studi in collaborazione con archeologi.
Successivamente per diversi anni insegna presso l'Università di Messina dirigendo l'Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica dell'allora Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
E’ il Capo Scientifico della prima spedizione scientifica italiana in Antartide svoltasi nel 1968 - 1969, curata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme al Club Alpino Italiano, con il supporto logistico della Nuova Zelanda, e della seconda spedizione organizzata dal CNR nel 1973 - 1974.
Dagli anni ’80, terminata l’attività accademica, si dedica quasi esclusivamente, insieme alla moglie Eugenia Naldini, allo studio dei giacimenti preistorici; inoltre collabora con l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana nella sede storica di Roma in Piazza Mincio. A lui e ai suoi collaboratori si deve, fra l’altro, la scoperta dell’Uomo di Ceprano nel 1994.
Ci sarebbe da raccontare ancora moltissimo, oltre a quanto è stato riassunto in questa breve nota.
Si ringraziano per le notizie e la revisione del testo la prof. Eugenia Naldini e la prof. Maria Fierli.

Bibliografia
Segre A.G. (1948) - I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio. Pubblicazioni dell'Istituto di Geografia dell'Università di Roma, 239 pp.

venerdì 11 gennaio 2019

Storie (di uomini e rocce) in bianco e nero: Portoro

di Giovanna Baiguera



Fig. 1 – Pavimento.
Locanda L’Ombrosa, Bottagna (SP).


200 milioni di anni fa, inizio Giurassico.
Il supercontinente Pangea sta andando a pezzi. Lo attraversano spaccature dove stanno per formarsi nuovi oceani, in progressiva espansione. Tutti i fondali marini già esistenti stanno invece per sparire, immersi e rifusi nelle profondità mantelliche oppure corrugati e innalzati in montagne che cresceranno anche per migliaia di metri in altezza.
Là in mezzo, fra Laurasia e Gondwana, un lembo litosferico si sta abbassando. Lo bagnano acque sottili, con il loro carico minerale e biotico. Dapprima in parte evaporano ma poi la batimetria cresce e sulla neonata piattaforma marina si depongono estese fanghiglie calcaree.
Per un certo tempo l'ossigeno è poco e la sostanza organica soffoca, marcisce, sepolta sotto nuovi lenzuoli melmosi, ora calcarei ora silicei. Pigmentazioni carboniose impregnano tutto quel sedimento che, pressato dal carico sovrastante, via via si indurisce preservando un aspetto irrimediabilmente cupo.
Passano circa 100 milioni di anni e le zolle cambiano direzione, iniziano a convergere. Ma l'inabissamento prosegue, anzi si accentua, velocizzato da maestose forze tettoniche che provocano la subduzione, l’obduzione e il definitivo riempimento del protoceano con centinaia di metri di sabbie torbiditiche, note successivamente come “Macigno”.

20 milioni di anni fa, Miocene.
L'esperienza marina è quasi giunta al termine nel grande bacino ormai colmato e la crosta, così ispessita, si è risollevata fino a riemergere, per poi risalire ancora negli anni a venire.

Fig. 2 – Muretto a secco.
Vezzano Ligure (SP).


domenica 30 dicembre 2018

La pietra del Diavolo a Santa Sabina all’Aventino

di Marco Pantaloni

La chiesa di Santa Sabina all'Aventino, costruita nel V secolo sulla casa della Santa, è una delle chiese paleocristiane meglio conservate, nonostante i successivi restauri.
Meta di flussi ininterrotti di visitatori, è una delle basiliche minori di Roma e, indubbiamente, merita una visita approfondita, sia per i caratteri architettonici che per le decorazioni musive.
Affascinati dagli elementi decorativi più importanti, pochi vengono attratti da una piccola, curiosa pietra poggiata su una colonna posta sulla parete di fondo della chiesa. Sulla sinistra della porta principale, appare un rocchio di colonna tortile sul quale è poggiata una grossa pietra nera, lucidata dal tempo e dallo sfregamento dei fedeli. La leggenda ricorda questa pietra come “Lapis diaboli”, cioè pietra del diavolo.



La leggenda vuole questa pietra legata alla devozione di San Domenico; il Santo spagnolo, fondatore dell’Ordine dei frati predicatori, cui la Chiesa di Santa Sabina è sede della curia generalizia, spesso si recava nella chiesa sull’Aventino pregando su una lapide che copriva il sepolcro di alcuni martiri cristiani.
Il Diavolo, però, non tollerando il fervore religioso di San Domenico, gli scagliò contro proprio questo blocco roccioso che però non riuscì a colpire il frate, grazie alla “protezione dall’alto”; la pietra, quindi, colpì la lastra sepolcrale rompendola in numerosi frammenti.
Si tratta, come molte altre pietre soggette a devozione, di un blocco sferoidale di basalto, sulla cui superficie si trovano alcuni fori, due allineati nella parte centrale e uno sull’esterno. La presenza dei fori sarebbe dovuta all’azione della presa delle mani diaboliche sul blocco. Gli archeologi suppongono un origine più prosaica per questa roccia, attribuendola ad un contrappeso di una bilancia.
I frammenti della lastra, ricomposti, oggi si trovano nella Schola Cantorum della chiesa. Andando oltre la leggenda, il reale motivo della frammentazione della lastra si deve all’architetto Domenico Fontana nel 1527, che operava sotto papa Sisto V, che ruppe la lastra per spostare i resti mortali dei martiri in un'altra sede.

All’esterno della chiesa, a fianco del cancello d’ingresso al panoramico “Giardino degli aranci”, si trova il mascherone che, fino al 1827, rappresentava la mostra dell’“Acqua lancisiana”, ai piedi del Gianicolo, per la distribuzione dell’acqua nella fonte di distribuzione pubblica (vedi post: L’acqua lancisiana)








Per saperne di più



mercoledì 7 novembre 2018

Estrosi geologi, Primo Atto: LA SETTIMA ARTE

di Alessio Argentieri

Le fondamenta del progetto Geoitaliani poggiano sulle figure quasi leggendarie dei precursori delle discipline geologiche nel nostro Paese.
Come già ricordato su queste pagine (http://www.geoitaliani.it/2013/07/geoitalians-did-it-better-ovvero-del.html), è indiscusso che le scienze naturali si siano sviluppate in Italia a partire dal Rinascimento. I protagonisti di questi albori furono scienziati poliedrici, attivi in campi disparati, dall’anatomia alla botanica, dalla chimica alla medicina, dalla zoologia alla geologia. Alchimisti, metallurgisti, sezionatori di cadaveri, forse anche un po’ stregoni.
Questa tendenza alla multiformità di interessi, la cui massima espressione si incarnò in Leonardo da Vinci, deve essersi propagata nel tempo e nello spazio, lasciando una traccia nel “DNA virtuale” dei geologi italiani, sino ai giorni nostri.
Ecco perciò un casuale, e ovviamente incompleto, repertorio di personaggi che, nel passato recente e prossimo, hanno sviluppato e coltivato interessi paralleli alla passione per la geologia. E’ una narrazione basata in gran parte su informazioni carpite, suggerite o caparbiamente cercate e che, giunte una dopo l’altra, hanno portato il testo ad esser più volte riveduto e aggiornato. L’auspicio è che questa sia da stimolo per analoghe storie di “vite parallele”, con cui altri colleghi e colleghe vorranno a proseguire il filone sulle pagine di GEOITALIANI.


Per cominciare, ecco a voi i geologi transitati, e in alcuni casi rimasti, nel magico mondo della cinematografia. Fatta la premessa, non resta perciò che proferire le parole magiche: “MOTORE! PARTITO! CIAK! AZIONE!

PRIMO ATTO- La Settima Arte: geologi attori
E’ d’obbligo iniziare la rassegna di presenze sul grande schermo con la foto che per prima ha ispirato questo racconto: tre giovani prestanti in costume di scena, a formare una piccola piramide umana (Fig. 1).


Fig. 1 - Sul set di Ben Hur: a sinistra Ernesto Centamore, a destra Biagio Camponeschi e sopra di loro Minerba, un loro compagno di studi.
Sono Ernesto Centamore (che sarebbe divenuto prima rilevatore del Servizio Geologico d’Italia e poi professore presso le Università di Camerino e Roma- La Sapienza) e Biagio Camponeschi (futuro docente presso la Facoltà di Ingegneria della Sapienza e all’Università di Perugia), giovani figuranti del più famoso Colossal della storia del cinema: “BEN HUR”, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer e realizzato a Roma, negli studi di Cinecittà, tra il 1958 e il 1959 (Fig.2). 
Fig. 2 - La locandina di Ben Hur (1958).

domenica 4 novembre 2018

Quattro Novembre 2018


scritto da Alessio Argentieri e Marco Pantaloni



«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268:
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Con il famosissimo Bollettino della Vittoria, “firmato Diaz” e scritto a Padova presso Villa Giusti, si chiudeva un secolo fa per l’Italia la Prima Guerra Mondiale. Queste parole (il cui autore sembra in realtà essere stato il Generale Domenico Siciliani, che del Comando Supremo era Capo ufficio stampa) sono scolpite nel marmo in tutte le municipalità del Paese.
A coronamento ideale di un percorso iniziato nel 2014, la Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana vuole celebrare oggi questa ricorrenza, ripercorrendo le iniziative con cui si è contribuito alle celebrazioni del Centenario della Grande Guerra.
L’idea embrionale di avventurarsi su questo impervio terreno è stata lanciata, quasi per caso, da Simone Fabbi e Marco Romano nell'ottobre 2013 a Chieti, durante il convegno di commemorazione del paleontologo e stratigrafo Giovanni Pallini. Da quello spunto è partita (rigorosamente alla garibaldina) un’organizzazione culminata, in occasione del centenario dell'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra, con il convegno "IN GUERRA CON LE AQUILE. Geologi e cartografi sui fronti alpini del Primo Conflitto Mondiale" del 2015. Nella meravigliosa location del MUSE- Museo delle Scienze di Trento e poi delle montagne dolomitiche (incarnanti alla perfezione, per collocazione geografica e mission, lo spirito del progetto) si è tenuto perciò tra il 17 e il 20 Settembre 2015 il primo evento nazionale - o meglio transnazionale- interamente curato e sviluppato dalla Sezione di Storia delle Geoscienze. L'iniziativa congressuale, realizzata in collaborazione tra Società Geologica Italiana, MUSE, ISPRA e GBA - Geologische Bundesanstalt austriaco, ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi e della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di missione per la commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale”.

La giornata conclusiva del Convegno “In guerra con le aquile” presso il MUSE di Trento (Settembre 2015)

lunedì 22 ottobre 2018

Geoitaliani alla Settimana del Pianeta Terra – “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere”


di Marco Pantaloni

La “Settimana del Pianeta Terra, l'Italia alla scoperta delle Geoscienze" è un festival scientifico che coinvolge tutta l'Italia e che, dal 2012, rappresenta il principale appuntamento per la diffusione della cultura geologica in Italia.
Geologi e naturalisti, membri della Sezione di storia delle geoscienze, hanno organizzato il giorno 20 ottobre 2018 un escursione sul tema “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere: caratteri geologici ed ecosistemi fluviali a confronto”, del quale la nostra sezione aveva già parlato (link).


L’obiettivo dell’escursione è stato quello di porre all’attenzione dei cittadini i caratteri peculiari del territorio, focalizzando gli aspetti geologico-ambientali, sfruttando le conseguenze dettate dalla realizzazione di un opera, avvenuta nel 1940, che ha causato l’abbandono, da parte del Fiume Tevere, di un ampio tratto del suo percorso, il meandro di Spinaceto.


Percorrendo brevi e agevoli sentieri, spesso posti a poca distanza dalle nostre abitazioni, è possibile osservare, nei residui lembi di ambienti naturali ancora preservati dall’urbanizzazione, le caratteristiche geologiche del territorio, l’evoluzione dello stesso in seguito agli interventi dell’uomo e come, nell’arco di pochi anni, la natura tende a riappropriarsi delle superfici non antropizzate.
Il caso del meandro di Spinaceto, abbandonato a seguito dell’intervento di rettifica dell’alveo del Tevere per finalità idrauliche effettuato, è un esempio tipico di questa evoluzione ambientale.
Durante l’escursione sono stati descritti i caratteri geologici e geomorfologici del territorio e i cambiamenti sia all’ambiente che all’ecosistema indotti dalle attività umane.
Dal punto di osservazione privilegiato costituito dal Ponte monumentale di Mezzocammino, sul GRA, è stato possibile osservare l’opera del taglio del meandro di Spinaceto del Tevere, il cosiddetto Drizzagno. L’opera ha completato l’importante progetto di sistemazione idraulica avviato alla fine del ‘800 con la costruzione dei “Muraglioni” all’interno del centro urbano, eliminando la grande ansa che, da quel momento, è stata abbandonata dalle acque fluviali. Grazie al materiale documentale conservato negli archivi, è stato possibile ricostruire l’immenso lavoro per la realizzazione dell’opera, della quale molte tracce sono ancora oggi visibili, grazie anche all’ausilio di cinegiornali dell’epoca.



domenica 16 settembre 2018

Congresso SGI SIMP - Catania 2018 : Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage


Congresso SGI SIMP - Catania 2018
“Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage”



Si è concluso lo scorso venerdì 14 settembre il Congresso SGI SIMP che ha visto la presenza, a Catania, di centinaia di geoscienziati impegnati nella diffusione, promozione e discussione, in numerose e diversificate sessioni scientifiche, delle loro ricerche.

La Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana ha proposto una sessione nella quale presentare le attività che i soci afferenti sviluppano nelle loro attività di ricerca.
La sessione 38 History of Geosciences and Geoethics: the right way for social responsibility, aveva l’obiettivo di raccogliere i diversi contributi per mostrare come, partendo dagli scienziati – naturalisti del ‘600-‘700 e arrivando ai giorni nostri, il rapporto fra “conoscenza” e “natura” fosse mutato da una posizione di “attenzione” per la comprensione dei fenomeni naturali fino a una diffusa presunta posizione di “controllo dei fenomeni” da parte di molti scienziati moderni.
Significativa per il tema trattato è stata la location del congresso: il Monastero dei Benedettini di Catania è il luogo nel quale, nel 1693, venne tentata la deviazione del flusso di lava proveniente dai coni dei Monti Rossi, sul versante dell’Etna, per proteggere lo stesso monastero.




I numerosi interventi, orali e poster, hanno inquadrato bene il tema della sessione, offrendo momenti di discussione e spunti di riflessione, che probabilmente proseguiranno incrementando il livello conoscitivo dei temi trattati, anche attraverso il recupero di informazioni d’archivio e bibliografiche. Lo sviluppo completo degli argomenti e il loro approfondimento presuppongono una prossima, più ampia, possibilità di incontro e discussione sul tema affrontato.
La partecipazione alla sessione è stata molto ampia, grazie anche all’attività di diffusione dell’informazione che la Società Geologica Italiana sta sviluppando attraverso un coinvolgimento molto ampio nella comunità scientifica, in generale, ma anche e soprattutto tra i giovani ricercatori.

Crediamo di ritenere che anche il lavoro sviluppato dalla Sezione di storia delle geoscienze, focalizzato nella sessione 38, abbia contribuito, in modo non trascurabile, a stimolare questo coinvolgimento.


Contributi orali
  • Romano M.: Inventor, Engineer and Earth Scientist in a single brushstroke: Leonardo da Vinci and the earliest conception of sustainable land management on a constantly changing Planet
  • Macini P.: Well construction and underground fluids in pre-industrial ages: Scientific observations, ethical speculation and medical contributions of Bernardino Ramazzini on the health and safety of Putearii (water well diggers)
  • Hamilton M.: The research of the western Tauern window between 1894 and 1898 in the documents of the mineralogist and petrographer Friedrich Becke. A project of the “Österreichische Akademie der Wissenschaften“
  • Foresta Martin F.: Marcello Carapezza (1925-1987), Scientist and Humanist
  • Branca S. & Abate T.: The hypotheses of Jean Hoüel (1735-1813) on the formation of Etna. The evolutionary model of the volcano in the representation of the CXIX planche
  • Vaccari E.: The role of the institutions for the birth of the professional geologist between the 18th and the 20th century
  • Barale L., Fioraso G. & Mosca P.: The role of geological studies in large infrastructural projects in the 19th century - some examples from NW Italy
  • Boscaino G. & Boscaino M.: The geology between past and present: cultural heritage and the current social value of geosciences. The tragedy of the Rigopiano Hotel


Contributi poster
  • Alimenti S. & Lupi R.: Policy, economy and geosciences in the debate about Fucino and Trasimeno lakes (1780-1870 ca.)
  • Cubellis E., Luongo G. & Obrizzo F.: Sciences of Laws and Sciences of Processes for  Earth Science
  • De Caterini G. & Radogna P.V.: Critique of Practical Geology
  • Di Cencio A., Mori G., Casati S. & Nardi M.: Paleontherapy - the new method in field of medical geology for the therapy of young disturbances
  • Pantaloni M., Console F. & Motti A.: The “rebirth” of the Torbidone River (Norcia Plain, Umbria): a historic and geoethic approach
  • Pinarelli L., Piccardi L. & Montanari D.: The social value of geological knowledge in the supernatural narratives of the ancient world: some case studies
  • Sudiro P.: The Expanding Earth: a disproved scientific hypothesis surviving its falsification


domenica 19 agosto 2018

La (mancata) conservazione dei beni a carattere geologico - storico: l’Acqua Lancisiana


di Marco Pantaloni

Nel centro di Roma, a poca distanza dal Vaticano, si trovava, fino a pochi decenni fa, una delle più famose sorgenti romane: l’Acqua Lancisiana.
Scoperta nella seconda metà del 1500 sulla Salita di Sant’Onofrio, alle pendici del Gianicolo, dal medico romano Alessandro Petronio, la sorgente venne descritta nella sua opera “De victu romanorum et di sanitate tuenda”, pubblicata a Roma nel 1581.

Frontespizio del volume "De victu romanorum et di sanitate tuenda",
di Alessandro Petronio


Il paragrafo "De Fonticulo in Tyberis ripa apud Sanctum Spiritum",
nel quale vengono descritte quelle che poi verranno chiamate Acque Lancisiane

In realtà l’uso della sorgente è precedente la descrizione di Petronio; infatti, l’utilizzo già in epoca romana è testimoniato dalla presenza di un cunicolo che drenava la falda presente nelle sabbie gialle e grigie della Formazione di Monte Mario (MTM) alimentando, probabilmente, la Domus Agrippinae.

Stralcio del foglio geologico 374 Roma della Carta Geologica d'Italia alla scala 1:50.000,
con evidenziata l'area dell'ubicazione delle sorgenti dell'Acqua Lancisiana.
Immagine tratta dal sito ISPRA (www.isprambiente.it)

In seguito la sorgente venne abbandonata e non più utilizzata, fino al XVIII secolo quando il medico romano Giovanni Maria Lancisi (1654 - 1720), identificata l’emergenza idrica, ne compì delle analisi sulla “leggerezza e purità”, come ci racconta Alberto Cassio nel 1756. Lancisi cominciò quindi a usarla per gli ammalati “con si giovevoli effetti che, nel vicino Archiospedale di Santo Spirito le fu dato il titolo di Acqua Lancisiana”.
Il frontespizio del volume "Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti
da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma, delle moderne e di altre in essa nascenti",
di Alberto Cassio

L’allora papa Clemente XI volle quindi che venissero riunite le diverse vene d’acqua e ripristinato l’antico condotto; l’acqua venne quindi canalizzata in tre differenti tubazioni con una portata complessiva di circa 2,3 l/s: una parte venne condotta all’interno dell’ospedale, ad uso dei pazienti, e una parte venne fatta confluire in una conca di marmo posta sovrastata da un mascherone, disegnato da Giacomo Della Porta e recuperato da un abbeveratoio nel Foro Romano, rendendola quindi disponibile alla popolazione romana.

In primo piano, la Fonte dell'Acqua Lancisiana sulla riva destra del Tevere,
in prossimità dell'attuale Lungotevere Gianicolense;
sul lato opposto la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.
(Immagine tratta dal sito Rerum Novarum)

In seguito all’ampliamento dell’Ospedale Santo Spirito nel 1827, però, l’accessibilità alla fonte fu negata; venne ripristinata solamente da Pio VIII nel 1830, dopo molte proteste. Lo stesso Pio VIII, che definiva l’Acqua Lancisiana la migliore di Roma, restaurò il condotto di adduzione facendolo confluire nella nuova fontana ubicata nel Porto Leonino sul Tevere, realizzato da Leone XII, in prossimità dello scomparso Ponte dei Fiorentini.
La costruzione dei muraglioni alla fine del ‘800 comportò ulteriori modifiche alla fonte. La fontana esistente venne rimossa e vennero costruite due nicchie nei muraglioni nelle quali sgorgavano le acque sorgive.
Ciascuna nicchia ha due cannelle, che versavano acqua in vasche rettangolari, accessibili da rampe di scale che dal Lungotevere scendono sull’argine del fiume. Sopra le nicchie sono state poste due lapidi, a memoria dei rifacimenti: quella più a monte, verso il Ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, ricorda la sistemazione di Clemente XI del 1720, l’altra quella di Pio VIII del 1830. E’ curioso notare un errore geologico nel testo: si afferma infatti che le acque originano dal Colle Vaticano, mentre derivano da quello Gianicolense.
La lapide commemorativa della sistemazione delle Acque Lancisiane
compiuta da papa Clemente XI nel 1720

Addirittura, nel 1924 venne avviata l’attività di imbottigliamento effettuata dalla Società Anonima Acque Minerali; per tale scopo, una delle condutture venne derivata verso la stabilimento di imbottigliamento posto su Viale Gianicolo, mentre un’altra continuò ad alimentare una delle due nicchie. L’attività industriale venne sospesa dopo la costruzione della galleria di Porta Cavalleggeri e della fogna del Gelsomino, che portarono, nel 1942, alla chiusura dell’adduzione dell’acqua a causa di un sospetto inquinamento (molto verosimile), come già evidenziato anni prima da analisi compiute dal CNR. Da allora, dell’acqua non rimane traccia essendo derivata direttamente in fognatura.
L’Acqua Lancisiana ebbe, come naturale, diverse denominazioni, quasi tutte di origine popolare trasteverina: Acqua Pia, Acqua di Porto Leonino, Acqua della Fontanella o Acqua della Barchetta; quest’ultima derivava dalla vicinanza di un battello per il trasferimento dalla Lungara verso Via Giulia.
Oggi le nicchie dell’Acqua Lancisiana sono ancora visibili, anche se in pessime condizioni di conservazione, al limite dell’abbandono. La curiosa e complessa storia di queste sorgenti, che tanto hanno significato per il rione di Trastevere e per la città di Roma, richiedono assolutamente un diverso grado di conservazione, al fine di garantire il mantenimento della memoria geologico - storica della città, delle quali le Acque Lancisiane rappresentano un unicum nel loro genere.


L'attuale condizione di degrado di una delle nicchie dell'Acqua Lancisiana,
completamente abbandonata


Per saperne di più:
Camponeschi B. & Nolasco F. (1982) – Le risorse naturali della Regione Lazio: Roma e i Colli Albani. Regione Lazio, 7, Roma.
Cassio A. (1756) – Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma,  delle moderne e di altre in essa nascenti. Tip. Puccinelli, Roma.
Corazza A., Lombardi L. (1995) – Idrogeologia dell’area del centro storico di Roma. In: Funiciello R. (coord. scient.), La Geologia di Roma – Il centro storico. Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, 50, 179 - 211.

Siti web:
Roma Città delle Meraviglie. Rione Trastevere - Fontana dell'Acqua Lancisiana. http://roma.mysupersite.it/fontanediroma/rionetrastevere/gianicolense


venerdì 29 giugno 2018

L’importanza degli archivi storici nella ricostruzione degli effetti locali di grandi eventi geologici del passato: le eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815)


di Isabella Salvador

Fig. 1 - Eruzione del Monte Vesuvio dell’8 agosto 1779 dove sono messi in evidenza i fenomeni atmosferici connessi (nubi e scariche elettriche) (da: Campi Flegrei. Osservazioni sui vulcani delle Due Sicilie, W. Hamilton).
Nell’estate del 2016, conducendo ricerche storiche nell’Archivio della Biblioteca Civica di Rovereto, mi sono imbattuta in alcuni volumi manoscritti fitti di annotazioni e dati numerici: si trattava di diari meteorologici redatti tra il 1778 e il 1839 dall’abate Giuseppe Bonfioli (? - 1840), fisico trentino che, seppur membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, aveva lasciato ben poche tracce di sé per i posteri.
I diari, nei quali Bonfioli oltre ad aver registrato scrupolosamente temperatura e pressione giornaliera, aveva anche descritto i principali eventi meteorologici occorsi (fig.2), rappresentano una ‘banca dati’ di indiscusso valore, tanto più che si tratta di osservazioni registrate durante un periodo di anomalie atmosferiche ben note.
Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 si era infatti registrata una fase di significativa riduzione dell’attività solare (minimo di Dalton 1790-1820), caratterizzata da un abbassamento medio delle temperature globali. Chiudeva questo trentennio uno dei fenomeni eruttivi più energetici della storia recente della Terra: l’eruzione del vulcano Tambora (5 - 15 aprile 1815) che avrebbe provocato, l’anno successivo, quello che passò alla storia come l’  “anno senza estate”, di cui proprio nel 2016 ricadeva il duecentesimo anniversario.
La curiosità di trovare qualche traccia degli effetti di tale eruzione anche in quelle pagine e di cogliere, con lo sguardo di uno studioso di inizio Ottocento, le ‘stranezze’ che potevano essersi palesate in una piccola valle alpina, mi spinsero a immergermi completamente in quel mondo dimenticato da 200 anni.
Inaspettatamente oltre a trovare testimonianza degli effetti del Tambora, descritti come una “specie di disordine nelle stagioni e nella temperatura” in tutta Europa durante il bienno1816-1817, Bonfioli riportava anche il resoconto di strani fenomeni verificatisi durante l’estate del 1783 e nel successivo1821.

Fig. 2 - Pagine del diario meteorologico di Giuseppe Bonfioli del 1816, l’ “anno senza estate”(Archivio comunale di Rovereto).
Tra le pagine del diario, quelle più dense di annotazioni si riferiscono proprio al biennio 1816-1817.
I primi sentori delle ‘stranezze meteorologiche’ furono registrati nella primavera del 1816. Bonfioli aveva notato che, fino a maggio, le temperature erano state particolarmente rigide e che, tra il 13 e 14 di quel mese, aveva nevicato anche nella città di Trento e nelle campagne del fondovalle. Le piogge e le nevicate a bassa quota erano continuate per tutto il mese di giugno e luglio, tanto che la quantità eccezionale di precipitazioni di quei mesi aveva provocato un aumento insolito del livello del Lago di Garda. Il cattivo tempo si era protratto fino all’autunno inoltrato. In quell’anno in Trentino la temperatura media fu 1,2° inferiore a quella del decennio 1810-1820, con punte di quasi 2° in meno nel mese di luglio. I giorni di pioggia intensa aumentarono del 35% concentrandosi soprattutto nei mesi di aprile, maggio e giugno.
Incuriosito dall’eccezionalità climatica di quell’anno, Bonfioli aveva trascritto articoli dai giornali delle principali città europee (es. Parigi, Francoforte, Augusta), constatando che le anomalie meteorologiche di quell’anno (e della prima metà del 1817) non erano state un fenomeno locale, ma avevano coinvolto gran parte del vecchio continente. Da Parigi, il 15 febbraio 1817, giungevano notizie di “una specie di disordine nelle stagioni e nella temperatura” (fig.3,a); la Gazzetta di Milano, riprendendo notizie provenienti dalla Svizzera, parlava di un clima nel quale “sembra che in varie regioni tutto proceda in opposizione ai principi ricevuti”.


Fig. 3 - Pagine dal diario meteorologico di Giuseppe Bonfioli: a) notizie provenienti da Parigi del febbraio 1817 circa un certo “disordine nelle stagioni”; b) resoconto di fine anno 1816; c) estratto dalla Gazzetta di Milano del febbraio 1817 che parla del “ridicolo della stagione” e di “foltissime nebbie … sulle rive del Lago di Ginevra” (Archivio comunale di Rovereto).

Il dibattitto sullo strano evolversi delle stagioni fu alimentato anche da particolari fenomeni atmosferici osservati in varie città europee nei primi mesi del 1817: nebbie persistenti e basse, che velavano i cieli di strani rossori, furono osservate da Venezia a Parigi, dalla Sicilia all’Inghilterra. A questi eventi si erano sommate altre “cose degne di attenzione: le irregolarità e i singolarissimi accidenti dei Barometri; la deviazione dell’ago magnetico; il flusso e riflusso che accade nell’Adriatico. Molti studiosi avevano tentato invano di dare una spiegazione agli eventi verificatesi negli ultimi mesi senza giungere a una conclusione condivisa, tanto che nel Giornale astro-meteorologico del 1817 si scrisse: “Dell’annata corrente si discorse in più luoghi. Le vicende sue attribuirono alcuni alle macchie del Sole [...] Altri appigliaronsi alla calamita ed alle mosse dell’ago calamitato [...] Altri borbottarono contro la Cometa del 1811 [...]. Altri se la presero colle maree dell’Adriatico, ma non intendo né punto né poco cosa dir vogliono, [...] In somma non fecero invidia al popolo certamente, che Venere prendea per insolita e nuova stella, e per poco anche alcuno fuor de’ ghangheri non temea uscito il grande Asso mondano”.
Solo più di un secolo dopo si riuscì a dimostrare come buona parte di questi eventi fossero legati all’eruzione di un vulcano dall’altro capo della Terra. Nel 1979 gli oceanografi americani Henry e Elizabeth Stommel dimostrarono che l’eruzione del vulcano Tambora (1815), nell'arcipelago indonesiano della Sonda, era stata la causa delle anomalie climatiche del 1816. A rendere tragicamente famoso quell’anno contribuì la penuria di cibo e la conseguente carestia in tutta Europa, aggravata dal freddo intenso delle annate precedenti (fig. 3,b), che aveva già compromesso i raccolti e provato una popolazione che stava lentamente riprendendosi dalle conseguenze delle guerre napoleoniche.

Poco più di trent’anni prima, un’altra eruzione, quella del sistema islandese di Laki (8 Giugno 1783 - 8 febbraio 1784), aveva duramente colpito una vasta parte di Europa, Nord America, Asia e Africa settentrionale. Il 17 giugno erano apparse per la prima volta in Trentino strane esalazioni, che avevano reso l’aria densa e fosca e il sole costantemente velato; la caligine avvolgeva i fondovalle e le montagne sia di giorno che di notte, per sparire temporaneamente spesso a seguito di forti temporali e poi ricomparire fitta e densa come prima. Il sole, all’alba e al tramonto, assumeva “un color rosso d’una maniera che sembrava coperto di sangue, di modo che si poteva mirare ad occhi aperti senza esser offeso dai raggi e così pure colorita appariva la luna”. L’inspiegabilità del fenomeno aveva iniziato ad angosciare la popolazione; erano ormai più di due mesi che la strana esalazione aveva invaso le vallate alpine. A destare ulteriore preoccupazione, a partire dalla metà di luglio, erano stati alcuni temporali straordinari per l’intensità e la violenza dei fulmini.
Nel frattempo da altre città provenivano voci che fenomeni simili a quelli osservati nelle vallate alpine si erano registrati in gran parte del nord Italia e dell’Europa; i più importanti studiosi dell’epoca azzardarono le prime ipotesi sull’origine della ‘nebbia secca’ e sulla sua possibile pericolosità. Bonfioli annotò nel suo diario: “In giugno e luglio vi furono quasi ogni giorno esalazioni così forti tutto all’intorno che appena appena si distinguevano le vicine montagne, questo fenomeno fu eguale in tutto il Tirolo, Austria, buonaparte della Germania, in tutta l’Italia e Francia; furono queste esalazioni seguite da fieri temporali, e da quantità spaventevoli di fulmini colla peste ancora in fine nell’Ungheria e terremoti in Calabria” (fig.4). Lo studioso trentino sembrava quasi suggerire che le nebbie e i violenti temporali fossero in una qualche maniera collegati con la peste in Ungheria e con i terremoti nel sud Italia, eventi che avevano avuto particolare risonanza nella stampa nazionale di quell’anno.
 
Fig. 4 - Sintesi che il fisico Giuseppe Bonfioli fa dell’anno 1783 (Archivio comunale di Rovereto).

L’opinione più diffusa all’epoca era infatti quella che gli eventi sismici, che avevano colpito Messina e il sud della Calabria tra il 5 febbraio e il 28 marzo, potessero essere la causa della densa nebbia, molto simile a “l’aria nebulosa” descritta dopo le intense scosse, e che fosse la stessa prodotta dal terremoto, alzatasi nell’atmosfera portata da “li Venti Austrosiroccali” che avevano dominato nel mese di giugno (fig.5).
Altri studiosi, come il Cav. de Lamanon, naturalista dell’Accademia delle Scienze di Parigi, ipotizzava che la nebbia così come i terremoti del 1783 avessero cagione comune, ovvero la siccità che per alcuni anni aveva caratterizzato gran parte dell’Europa e dell’Asia. Tra le varie ipotesi vi era anche quella che potesse trattarsi della coda di una grande cometa che era stata osservata quell’anno e che avesse lasciato una scia di particelle nell’atmosfera.
 
Fig. 5 - Il devastante terremoto di Messina del 1783 (veduta ottica di G.B.Probst, Augsburg 1785)

Uno dei primi studiosi che correlò questi fenomeni alla loro reale origine fu un botanico toscano, Giovanni Lapi che, osservando i fuochi di Pietramala nel Mugello e l’aria caliginosa nelle immediate vicinanze, ipotizzò che per trovare la causa della caligine del 1783, bisognasse analizzare gli eventi eruttivi che si erano verificati nei mesi precedenti. A simili conclusioni era giunto il naturalista francese Mourgue de Montredon nell’agosto dello stesso anno, e Benjamin Franklin nel maggio del 1784. Questi studiosi associarono la nebbia all’eruzione di un vulcano islandese, visto che proprio i cieli del Nord Europa erano stati i primi ad essere invasi dalla caligine e che i giornali di quell’anno avevano riportato di eruzioni nelle “islandiche terre di fuochi”.
I primi effetti dell’eruzione del Laki (8 giugno) giunsero in Italia settentrionale dopo 9 giorni, e a fasi alterne (nei primi cinque mesi si susseguirono 10 eruzioni) le strane esalazioni rimasero fino al 30 agosto (con residui fino a fine settembre). L’incremento delle precipitazioni, in corrispondenza delle maggiori concentrazioni di particolato, risulta concorde al modello che prevede la temporanea eccedenza di nuclei di condensazione in atmosfera, favorendo gli eventi meteorici intensi.
Fig. 6 - Diario meteorologico di Bonfioli; il 10 luglio annota che “a cagione d’una forte esalazione la Luna fu per tutta la notte d’un colore sanguigno” (Archivio comunale di Rovereto).
Fenomeni analoghi furono annotati da Bonfioli anche nel 1821. Il 10 luglio di quell’anno: “a cagione d’una forte esalazione la Luna fu per tutta la notte d’un colore sanguigno” (fig.6). Una strana nebbia ricomparve nelle valli alpine il 18 agosto per rimanervi alcuni giorni. L’insolita caligine fu osservata in varie città del nord Italia (Padova, Venezia, Firenze), così come a Parigi e Londra. Prima della fine dell’anno un altro evento riaccese il dibattito tra gli studiosi sulle cause di tali anomalie. In molte città italiane ed europee violentissimi temporali accompagnati da vento impetuosissimo funestarono la notte di Natale del 1821. Il rapido e straordinario abbassamento del barometro, il nubifragio che colpì molte città portuali, la simultaneità dell’evento e la sua grande estensione, fecero pensare che la causa fosse da ricercarsi nella presenza in atmosfera di una “elettricità strepitosa fulminante”, come sembravano provare, oltre ai violenti fulmini caduti ovunque, anche le “strisce luminose che ora solcavano il mare a guisa di folgori, ed ora ne lambivano semplicemente la superficie”. Cosa avesse potuto scatenare simili fenomeni rimase senza risposta, sebbene fosse ancora vivo il ricordo delle analoghe condizioni atmosferiche che avevano contraddistinto l’estate del 1783.

L’eruzione del Krakatoa (vulcano nell'isola indonesiana di Rakata) il 26 agosto del 1883, fu per certi versi fondamentale per la comprensione delle relazioni tra sistemi atmosferici ed eventi vulcanici intensi posti anche a notevoli distanze. In occasione della comparsa in Europa, verso la fine di agosto 1883, di “nebbie secche” e a fenomeni crepuscolari simili a quelle del 1783, lo studioso W.H. Larrabee ipotizzò che questi avvenimenti fossero collegati all’eruzione del Krakatoa, così come confermò che gli analoghi fenomeni del 1783 dipendessero dall’eruzione del vulcano Laki in Islanda, e quelli del 1821 dalla probabile eruzione nell’isola di Bourbon, del 27 febbraio di quello stesso anno.
Oggi sappiamo che l’eruzione dell’isola Bourbon (ovvero il Piton de la Fournaise nell'isola di Reunion, di fronte al Madagascar), invocata al tempo come possibile causa scatenante, non fu di intensità sufficiente a far risentire i suoi effetti fino al continente europeo. Allo stesso modo, le numerose eruzioni avvenute tra 1820 e 1821 tra Pacifico e Sud America cui si aggiungono gli italiani Stromboli, Etna e Vesuvio, risultano di intensità troppo bassa per giustificare una perturbazione a cosi larga scala e di conseguenza la causa delle anomalie metereologiche del 1821 rimane a oggi senza spiegazione.

Gli effetti diretti o indiretti delle eruzioni del 1783, del 1815 e forse del 1821, non sfuggirono agli osservatori del passato ed ebbero sovente ripercussioni su economia, ecosistemi e società. Le tesi che fisici, astronomi, naturalisti e medici del tempo elaborarono per giustificare questi “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo” furono numerose e talora fantasiose. Purtuttavia lo scambio di informazioni tra studiosi di diverse città per documentare e spiegare questi strani fenomeni, veicolate anche attraverso la stampa dell’epoca, favorì il dibattito pubblico accorciando le distanze di un mondo che stava lentamente abbandonando superstizioni e credenze popolari per lasciare il posto a un moderno pensiero scientifico.

Per saperne di più:

Salvador I., Romano M. & Avanzini M., 2018 - Gli “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo”: gli effetti delle eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815) nelle cronache delle regioni alpine. Rendiconti Online Società Geologica Italiana, Vol. 44(2018): 72-79. https://doi.org/10.3301/ROL.2018.11

Salvador I., Romano M. & Avanzini M., 2017 - "Da per tutto il cielo sembrava di fuoco": gli strani fenomeni atmosferici del 1821 in Trentino e una misteriosa eruzione. Studi trentini di scienze naturali, 96 (2017): 133-141.