martedì 16 luglio 2019

La Luna Capitolina


di Alessio Argentieri

Mezzo secolo fa la missione spaziale NASA “Apollo 11” portava a compimento una sfida straordinaria, lanciata molti anni prima dal Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy. Il 21 Luglio del 1969 due astronauti americani, il Comandante Neil Armstrong e il pilota del LEM Buzz Aldrin, giunsero a camminare sulla Luna, per ritornare poi sani e salvi sul Pianeta Terra assieme al terzo membro dell’equipaggio Michael Collins. Il Modulo di Comando, pilotato da Collins, rientrò infatti dalla missione lunare ammarando nell'Oceano Pacifico tre giorni dopo, il 24 luglio.
La corsa vittoriosa al Satellite terrestre, il cui cinquantenario ricorrerà tra pochi giorni, è oggetto di celebrazioni a livello globale. La storia è nota, anche nei risvolti negazionisti della balorda teoria del “complotto lunare” (Moon Hoax) che, nonostante prove scientifiche la confutino inequivocabilmente, conta ancora qualche irredento seguace (come purtroppo molte altre disinformazioni che trovano credito nella società del XXI secolo).
Nelle case degli italiani, come è arcinoto, la memorabile nottata fu vissuta con la telecronaca diretta di Tito Stagno dagli studi RAI e di Ruggero Orlando dagli Stati Uniti, impreziosita dal celebre battibecco tra i due grandissimi giornalisti. GEOITALIANI vuole partecipare alla sua maniera alle celebrazioni di questa importante ricorrenza della storia contemporanea. Rievochiamo perciò un paio di aspetti meno noti della vicenda, coincidenze che legano Roma alla conquista della Luna.


Un primo collegamento è dato dal fatto che dei tre astronauti, uno era nato nella Città Eterna il 31 ottobre del 1930: Michael Collins, vero ‘americano a Roma’, vide la luce in una bella casa di Via Tevere n.16, nel quartiere Salario, dove la famiglia risiedeva perché il padre di Michael era addetto militare presso l’ambasciata USA. Invitiamo i lettori ad un piccolo “pellegrinaggio spaziale”, a pochi passi da Via Po, per vedere la lapide commemorativa sulla parete dell’edificio, raffigurata nell'immagine a corredo dell’articolo.




Un secondo anello di connessione sono i campioni di rocce lunari. Nella passeggiata sulle desolate lande del Mare della Tranquillità furono prelevati oltre 21 chilogrammi di reperti. In esito alla missione Apollo 11, ad un gruppo di giovani ricercatori dell’Università di Roma giunse la notizia che nelle polveri lunari erano presenti delle minuscole sferule vetrose. Erano geologi che, alla fine degli anni ’60, erano stati avviati dai loro maestri allo studio multidisciplinare di microgranuli magnetici nei sedimenti terrestri. Forti della propria esperienza nel campo, gli studiosi poco più che trentenni, guidati dall'intraprendente Renato Funiciello, ebbero il coraggio di proporre alla NASA di occuparsi delle analisi sulle sferule lunari.
Audaces fortuna iuvat: la NASA accolse la proposta di collaborazione, e giunsero a Roma pochi preziosi grammi dei campioni prelevati nel novembre del 1969 dalla missione Apollo 12, comandata da Charles Conrad (1930-1999), il terzo uomo a mettere piede sulla Luna. Oltre a Funiciello, designato Principal Investigator, facevano parte del gruppo come Coinvestigators Adriano Taddeucci, Marcello Fulchignoni e Raffaello Trigila (a cui si aggiunse poi il leggermente più giovane Giuseppe Cavarretta). Altri campioni delle successive missioni NASA Apollo 14 e 15 furono spedite ai laboratori romani, per una lunga stagione di studi sviluppatasi tra il 1971 e il 1976, che costituisce un importante momento nella storia delle geoscienze.


Sia perciò perdonato alla nostra redazione, che fa prevalentemente base in riva al Tevere, un poco di sciovinismo nel rievocare un evento di portata globale, o meglio cosmica, esaltandone gli aspetti locali. Dei piccoli passi per pochi uomini, un gigantesco balzo per la romanità.

Per saperne di più:
  • Adriano Taddeucci “Il suo entusiasmo nello sport e nella scienza: lo trasmetteva a chi era con lui”, in “Renato Funiciello. Un geologo in campo” (a cura di Fabio e Francesca Funiciello), Anicia Editore.
  • www.attualita.it

venerdì 10 maggio 2019

1969-2019 - Bruno Accordi e la Scuola Geologica Romana: l'idrogeologia dell'Alto Bacino del Liri

Dipartimento di Scienze della Terra
Sapienza, Università di Roma
Piazzale Aldo Moro, 5 - Roma
Roma, Venerdì 31 maggio 2019 - Aula 1


Mezzo secolo, fa sul volume VIII (1969) della rivista "Geologica Romana", fondata e diretta da Bruno Accordi, fu pubblicata una monumentale monografia dal titolo IDROGEOLOGIA DELL'ALTO BACINO DEL LIRI (APPENNINO CENTRALE), RICERCHE GEOLOGICHE, CLIMATICHE, IDROLOGICHE, VEGETAZIONALI, GEOMORFICHE E SISTEMATORIE. Ideatore e coordinatore dello studio fu lo stesso Accordi, all'epoca Direttore dell'Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", coautori un gruppo di giovani ricercatori di diversa estrazione (geologi, agronomi, botanici, ingegneri), molti dei quali suoi allievi: Antonello Angelucci, Giancarlo Avena, Fabio Bernardini, Carlo Felice Boni, Franco Bruno, Marco Cercato, Bruno Coppola, Giovanni Fiore, Renato Funiciello, Giovanni Giglio, Giovanni Battista La Monica, Elvidio Lupia Palmieri, Bruno Mattioli, Maurizio Parotto. Alcuni di loro stavano iniziando la carriera accademica, specializzandosi nel campo geologico, in quello botanico-vegetazionale e in quello dell' ingegneria civile; altri invece si sarebbero avviati in breve ad affrontare quegli stessi temi come funzionari di Enti Pubblici o come liberi professionisti.
Quella pubblicazione, che rappresenta ancora adesso un "testo sacro" della geologia pratica moderna, fu scritta con un intento quasi provocatorio nei confronti dell'establishment dell'epoca, che gestiva le questioni ambientali secondo regole che non contemplavano le Scienze della Terra, ancora in una "condizione esistenziale" di minorità. Da un punto di vista storico la monografia rappresenta perciò sicuramente a livello italiano- ma forse anche internazionale- un manifesto rivoluzionario di 'geologia futurista', scritto peraltro nei tempi della 'rivoluzione culturale', il quale precorse di un trentennio (la "legge Sarno" è del 1998) l'approccio sistematico a scala di bacino degli studi per il governo del territorio e per la prevenzione delle catastrofi idrogeologiche.
Con quell'esperienza, una nuova fase di "rinascimento geologico" prendeva forma nella Capitale, cento anni dopo la nascita della Scuola Geologica Romana per opera del capostipite Giuseppe Ponzi nella seconda metà del XIX secolo. Dalla leva di giovani allievi di Accordi sarebbe infatti enucleata presso "La Sapienza", nei decenni a seguire, una nuova e moderna scuola, differenziatasi progressivamente in diversi settori specialistici di ricerca di base e applicata al territorio- dalla geologia stratigrafica alla sedimentologia, dalla geomorfologia all'idrogeologia e alla geologia applicata, dalla geologia strutturale alla botanica e all'ecologia vegetale- il cui contributo sarebbe stato fondamentale per guidare la comunità geologica tecnico-scientifico italiana verso il nuovo millennio.
A 50 anni dalla pubblicazione dello studio, il convegno si propone pertanto di celebrare una tappa fondamentale del progresso delle Geoscienze italiane, ma anche di ribadire l'importanza della consapevolezza storica del sapere scientifico. Il contributo che la cultura geologica può fornire agli Enti preposti al governo del territorio è fondamentale; il futuro delle tecnoscienze non può perciò prescindere da una corale e paritetica collaborazione tra specialisti di diversa estrazione disciplinare, uniti  dalla consapevolezza che il loro sapere è un bene pubblico,  proprio come anticipato 50 anni fa nello studio della Valle del Liri.  Ancora una volta, capovolgendo il principio dell'attualismo, il passato viene in soccorso come chiave del presente e del futuro.

9:00 - 9:30 Registrazione dei partecipanti
9:30- 10:15 Cinquanta anni dal primo approccio multidisciplinare per la conoscenza e la tutela del territorio
Paolo Ballirano – Direttore DST Sapienza
Francesco Peduto – Presidente Consiglio Nazionale Geologi
Roberto Troncarelli – Presidente Ordine Geologi Lazio
Nicola Tullo – Presidente Ordine Geologi Abruzzo
Patrizio Zucca – Presidente Ordine Agronomi e Forestali Provincia di Roma
Giampiero Orsini - Città Metropolitana di Roma Capitale
Marco Pantaloni – ISPRA Servizio Geologico d'Italia; Sezione Storia Geoscienze  SGI
Giovanni Accordi – CNR- IGAG
10:15-13:15 L'impresa scientifica: contesto storico e testimonianze (coordinano Simone Fabbi e Giulia Innamorati)
Tra il Liri e la Luna, storia di un'impresa Alessio Argentieri, Giovanni De Caterini
Testimonianze degli Autori 
Maurizio Parotto, Elvidio Lupia Palmieri, Bruno Coppola, Franco Bruno, Giovanni Battista La Monica, Giancarlo Avena, Giovanni Fiore

Tributo a Bruno Accordi 
Umberto Nicosia, Marco Romano
La geologia della Val Roveto, oltre un secolo di ricerche
Maurizio Parotto, Giampaolo Cavinato, Maurizio Sirna
Nascita dell'idrogeologia quantitativa: dalla conoscenza alla gestione della risorsa
Giuseppe Capelli
Da Boni a Celico:  l'idrogeologia della piana di Cassino trent'anni dopo 
Michele Saroli, Michele Lancia, Marco Petitta

13:15-14:30 Pausa

14:30-15:30 Poliformismo culturale e nuove prospettive (coordina Giuseppina Bianchini)

La cultura come risorsa della montagna 
Antonio Ciaschi
L'avventura degli artisti scandinavi a Civita d'Antino: un 'locus amoenus' abbandonato in seguito ad un terremoto
Guido Galetto
Il Progetto FRANARISK nell'area metropolitana di Roma Capitale 
Gian Marco Marmoni
La conoscenza dei suoli del Lazio per la gestione del territorio 
Massimo Paolanti

15:30-17:00 Tavola Rotonda "Da un singolo bacino ad una nuova visione multidisciplinare per il governo del territorio: le scienze applicate nella cultura e nella società italiana tra il XX e il XXI secolo"
(coordina Giovanni De Caterini)


Marco Amanti- ISPRA
Domenico Calcaterra - Università di Napoli "Federico II"
Vera Corbelli – Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Meridionale
Erasmo D'Angelis – Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale
Quintilio Napoleoni –Sapienza Università di Roma
Gianluca Piovesan – Università della Tuscia
Sergio Rusi – Università di Chieti- Pescara "Gabriele D'Annunzio" , Segretario IAH Italia
Giuseppe Sappa – Sapienza Università di Roma
Gabriele Scarascia Mugnozza – Sapienza Università di Roma
Marco Tallini – Università dell'Aquila

17:00-17:30 Dibattito e conclusioni

E' stato richiesto il riconoscimento di crediti  per Aggiornamento Professionale Continuo

Iscrizione obbligatoria online su www.geologilazio.it

COMITATO SCIENTIFICO E ORGANIZZATORE: Giovanni Accordi (CNR), Alessio Argentieri (Città Metropolitana di Roma Capitale; SGI Sezione Storia Geoscienze), Giuseppina Bianchini (Ordine dei Geologi del Lazio), Giacomo Catalano (Regione Lazio), Giovanni De Caterini (geologo libero professionista; SGI Sezione Storia Geoscienze), Graziella De Gasperi (Ordine dei Geologi del Lazio), Catia Di Nisio (Ordine Geologi Regione Abruzzo), Simone Fabbi (Sapienza- Università di Roma; SGI Sezione Storia Geoscienze), Giulia Innamorati (Sapienza- Università di Roma), Francesco La Vigna (Roma Capitale; Acque Sotterranee-Italian Journal of Groundwater), Roberto Mazza (Università Roma TRE), Marco Pantaloni (ISPRA; SGI Sezione Storia Geoscienze), Marco Petitta (Sapienza- Università di Roma), Fabio Massimo Petti (Società Geologica Italiana), Giovanni Rotella (Città Metropolitana di Roma Capitale), Manuela Ruisi (Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale), Gabriele Scarascia Mugnozza (Sapienza- Università di Roma), Alessandro Urbani (Regione Abruzzo).

venerdì 18 gennaio 2019

Aldo Giacomo Segre

Le pagine di Geoitaliani sono onorate di ospitare un breve ricordo del professor Aldo Giacomo Segre, scritto dalla collega Maria Piro. 

Nel suo secolo di esistenza egli ha potuto spaziare nei suoi interessi scientifici, partecipando da protagonista a scoperte e ricerche che costituiscono pietre miliari nel percorso delle conoscenze sulla geologia dell'Italia centrale, sul Quaternario e sulla paleoantropologia, che troverete menzionate nell'articolo che segue. Molte esperienze belle, che speriamo possano avere almeno in parte compensato quella negativa che Segre subì in gioventù, nella prima parte della sua lunga vita. Come molti italiani di religione ebraica, egli sperimentò infatti l'atroce assurdità delle leggi razziali del 1938. Sappiamo che di questa vicenda il professore non gradiva parlare, lasciandosela alle spalle, e a questo volere ci adeguiamo. Con la licenza però di dire che, ad ottant'anni di distanza da quella sciagurata vicenda, c'è ancora molto bisogno in Italia di esempi positivi.
Uno di questi è la storia dell'illustre Geoitaliano Aldo Giacomo Segre.

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di Maria Piro

Il 12 novembre 2018 è scomparso Aldo Giacomo Segre, geografo, geologo e paleontologo di fama internazionale. Aveva compiuto 100 anni nel gennaio 2018. Questa breve nota, assolutamente non esaustiva, ha l’intento di descrivere sinteticamente la sua attività scientifica, portata avanti costantemente per oltre 70 anni.




A metà degli anni trenta il giovanissimo Segre comincia a dedicarsi alla speleologia, iniziando la sua attività presso il Circolo Speleologico Romano; contemporaneamente partecipa agli scavi di Carlo Alberto Blanc nel giacimento di Saccopastore.
Il clima creatosi con la promulgazione delle leggi “per la difesa della razza” determina in sostanza la fine delle attività del Circolo ed ha ripercussioni anche sulla sua famiglia.
Subito dopo la parentesi della guerra è il promotore della rifondazione del Circolo Speleologico Romano,  la prima storica associazione speleologica del Lazio, fondata nel 1904. Recupera la documentazione rimasta nella sede del Circolo ed in precarie condizioni di conservazione, ed in particolare si dedica alla riorganizzazione del catasto delle grotte.



Prosegue gli studi conseguendo la laurea in Geologia del quaternario e inizia la sua attività di ricercatore e studioso. La sua tesi di laurea riguarda appunto lo studio del fenomeno carsico, e viene pubblicata dall'Istituto di Geografia dell’Università di Roma con il contributo del CNR nel 1948: "I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio", opera fondamentale per la conoscenza del territorio e per gli speleologi, nella quale, oltre a descrivere tutte le grotte conosciute all'epoca, descrive il fenomeno carsico della regione in tutti i suoi aspetti e sintetizza le teorie speleogenetiche dell’epoca, studiando forse per primo nel Lazio il meccanismo degli sprofondamenti (oggi noti come sinkholes) da lui chiamati “doline di sprofondamento suballuvionali”. Scrive inoltre numerosi articoli su speleologia e carsismo, studiando in particolare le regioni del Lazio e Abruzzo. Con i suoi studi ha rappresentato soprattutto la speleologia scientifica. Alla fine degli anni '50 termina questo filone di attività, pur restando in contatto con l'ambiente speleologico.






Nel frattempo inizia la sua lunga e intensa attività di ricercatore, nel corso della quale spazia in numerosi campi di studio e ricerca. Per quanto si evince dai circa 150 articoli e volumi da lui pubblicati, negli anni ‘50 e ‘60 si dedica soprattutto a ricerche di geologia marina, studiando le antiche linee di riva sommerse e la geomorfologia delle piattaforme continentali nel Mediterraneo e realizzando carte batimetriche scoprendo per primo l’esistenza del Vulcano Marsili; collabora anche con Jacques Costeau per lo studio dei fondali mediterranei con la nave Bannock, con l’Istituto Idrografico della Marina di Genova; per molti anni ha la carica di presidente della Commissione Internazionale per lo studio del Mediterraneo con sede al Principato di Monaco.
In qualità di geologo e rilevatore nel Servizio Geologico d’Italia partecipa, negli anni '50 e '60, alle campagne di rilevamento per la redazione della Carta Geologica d’Italia, collaborando all'elaborazione di vari fogli geologici dell’Italia Centrale e della Campania, e al rilevamento geologico delle isole Pontine e di alcune aree della Sardegna; compie studi anche nella regione del Vulture e nella bassa valle del Sacco Liri.




Studia inoltre i giacimenti quaternari e la paleontologia umana, partecipando anche a campagne di scavi e pubblicando vari studi in collaborazione con archeologi.
Successivamente per diversi anni insegna presso l'Università di Messina dirigendo l'Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica dell'allora Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
E’ il Capo Scientifico della prima spedizione scientifica italiana in Antartide svoltasi nel 1968 - 1969, curata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme al Club Alpino Italiano, con il supporto logistico della Nuova Zelanda, e della seconda spedizione organizzata dal CNR nel 1973 - 1974.
Dagli anni ’80, terminata l’attività accademica, si dedica quasi esclusivamente, insieme alla moglie Eugenia Naldini, allo studio dei giacimenti preistorici; inoltre collabora con l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana nella sede storica di Roma in Piazza Mincio. A lui e ai suoi collaboratori si deve, fra l’altro, la scoperta dell’Uomo di Ceprano nel 1994.
Ci sarebbe da raccontare ancora moltissimo, oltre a quanto è stato riassunto in questa breve nota.
Si ringraziano per le notizie e la revisione del testo la prof. Eugenia Naldini e la prof. Maria Fierli.

Bibliografia
Segre A.G. (1948) - I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio. Pubblicazioni dell'Istituto di Geografia dell'Università di Roma, 239 pp.

venerdì 11 gennaio 2019

Storie (di uomini e rocce) in bianco e nero: Portoro

di Giovanna Baiguera



Fig. 1 – Pavimento.
Locanda L’Ombrosa, Bottagna (SP).


200 milioni di anni fa, inizio Giurassico.
Il supercontinente Pangea sta andando a pezzi. Lo attraversano spaccature dove stanno per formarsi nuovi oceani, in progressiva espansione. Tutti i fondali marini già esistenti stanno invece per sparire, immersi e rifusi nelle profondità mantelliche oppure corrugati e innalzati in montagne che cresceranno anche per migliaia di metri in altezza.
Là in mezzo, fra Laurasia e Gondwana, un lembo litosferico si sta abbassando. Lo bagnano acque sottili, con il loro carico minerale e biotico. Dapprima in parte evaporano ma poi la batimetria cresce e sulla neonata piattaforma marina si depongono estese fanghiglie calcaree.
Per un certo tempo l'ossigeno è poco e la sostanza organica soffoca, marcisce, sepolta sotto nuovi lenzuoli melmosi, ora calcarei ora silicei. Pigmentazioni carboniose impregnano tutto quel sedimento che, pressato dal carico sovrastante, via via si indurisce preservando un aspetto irrimediabilmente cupo.
Passano circa 100 milioni di anni e le zolle cambiano direzione, iniziano a convergere. Ma l'inabissamento prosegue, anzi si accentua, velocizzato da maestose forze tettoniche che provocano la subduzione, l’obduzione e il definitivo riempimento del protoceano con centinaia di metri di sabbie torbiditiche, note successivamente come “Macigno”.

20 milioni di anni fa, Miocene.
L'esperienza marina è quasi giunta al termine nel grande bacino ormai colmato e la crosta, così ispessita, si è risollevata fino a riemergere, per poi risalire ancora negli anni a venire.

Fig. 2 – Muretto a secco.
Vezzano Ligure (SP).


domenica 30 dicembre 2018

La pietra del Diavolo a Santa Sabina all’Aventino

di Marco Pantaloni

La chiesa di Santa Sabina all'Aventino, costruita nel V secolo sulla casa della Santa, è una delle chiese paleocristiane meglio conservate, nonostante i successivi restauri.
Meta di flussi ininterrotti di visitatori, è una delle basiliche minori di Roma e, indubbiamente, merita una visita approfondita, sia per i caratteri architettonici che per le decorazioni musive.
Affascinati dagli elementi decorativi più importanti, pochi vengono attratti da una piccola, curiosa pietra poggiata su una colonna posta sulla parete di fondo della chiesa. Sulla sinistra della porta principale, appare un rocchio di colonna tortile sul quale è poggiata una grossa pietra nera, lucidata dal tempo e dallo sfregamento dei fedeli. La leggenda ricorda questa pietra come “Lapis diaboli”, cioè pietra del diavolo.



La leggenda vuole questa pietra legata alla devozione di San Domenico; il Santo spagnolo, fondatore dell’Ordine dei frati predicatori, cui la Chiesa di Santa Sabina è sede della curia generalizia, spesso si recava nella chiesa sull’Aventino pregando su una lapide che copriva il sepolcro di alcuni martiri cristiani.
Il Diavolo, però, non tollerando il fervore religioso di San Domenico, gli scagliò contro proprio questo blocco roccioso che però non riuscì a colpire il frate, grazie alla “protezione dall’alto”; la pietra, quindi, colpì la lastra sepolcrale rompendola in numerosi frammenti.
Si tratta, come molte altre pietre soggette a devozione, di un blocco sferoidale di basalto, sulla cui superficie si trovano alcuni fori, due allineati nella parte centrale e uno sull’esterno. La presenza dei fori sarebbe dovuta all’azione della presa delle mani diaboliche sul blocco. Gli archeologi suppongono un origine più prosaica per questa roccia, attribuendola ad un contrappeso di una bilancia.
I frammenti della lastra, ricomposti, oggi si trovano nella Schola Cantorum della chiesa. Andando oltre la leggenda, il reale motivo della frammentazione della lastra si deve all’architetto Domenico Fontana nel 1527, che operava sotto papa Sisto V, che ruppe la lastra per spostare i resti mortali dei martiri in un'altra sede.

All’esterno della chiesa, a fianco del cancello d’ingresso al panoramico “Giardino degli aranci”, si trova il mascherone che, fino al 1827, rappresentava la mostra dell’“Acqua lancisiana”, ai piedi del Gianicolo, per la distribuzione dell’acqua nella fonte di distribuzione pubblica (vedi post: L’acqua lancisiana)








Per saperne di più



mercoledì 7 novembre 2018

Estrosi geologi, Primo Atto: LA SETTIMA ARTE

di Alessio Argentieri

Le fondamenta del progetto Geoitaliani poggiano sulle figure quasi leggendarie dei precursori delle discipline geologiche nel nostro Paese.
Come già ricordato su queste pagine (http://www.geoitaliani.it/2013/07/geoitalians-did-it-better-ovvero-del.html), è indiscusso che le scienze naturali si siano sviluppate in Italia a partire dal Rinascimento. I protagonisti di questi albori furono scienziati poliedrici, attivi in campi disparati, dall’anatomia alla botanica, dalla chimica alla medicina, dalla zoologia alla geologia. Alchimisti, metallurgisti, sezionatori di cadaveri, forse anche un po’ stregoni.
Questa tendenza alla multiformità di interessi, la cui massima espressione si incarnò in Leonardo da Vinci, deve essersi propagata nel tempo e nello spazio, lasciando una traccia nel “DNA virtuale” dei geologi italiani, sino ai giorni nostri.
Ecco perciò un casuale, e ovviamente incompleto, repertorio di personaggi che, nel passato recente e prossimo, hanno sviluppato e coltivato interessi paralleli alla passione per la geologia. E’ una narrazione basata in gran parte su informazioni carpite, suggerite o caparbiamente cercate e che, giunte una dopo l’altra, hanno portato il testo ad esser più volte riveduto e aggiornato. L’auspicio è che questa sia da stimolo per analoghe storie di “vite parallele”, con cui altri colleghi e colleghe vorranno a proseguire il filone sulle pagine di GEOITALIANI.


Per cominciare, ecco a voi i geologi transitati, e in alcuni casi rimasti, nel magico mondo della cinematografia. Fatta la premessa, non resta perciò che proferire le parole magiche: “MOTORE! PARTITO! CIAK! AZIONE!

PRIMO ATTO- La Settima Arte: geologi attori
E’ d’obbligo iniziare la rassegna di presenze sul grande schermo con la foto che per prima ha ispirato questo racconto: tre giovani prestanti in costume di scena, a formare una piccola piramide umana (Fig. 1).


Fig. 1 - Sul set di Ben Hur: a sinistra Ernesto Centamore, a destra Biagio Camponeschi e sopra di loro Minerba, un loro compagno di studi.
Sono Ernesto Centamore (che sarebbe divenuto prima rilevatore del Servizio Geologico d’Italia e poi professore presso le Università di Camerino e Roma- La Sapienza) e Biagio Camponeschi (futuro docente presso la Facoltà di Ingegneria della Sapienza e all’Università di Perugia), giovani figuranti del più famoso Colossal della storia del cinema: “BEN HUR”, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer e realizzato a Roma, negli studi di Cinecittà, tra il 1958 e il 1959 (Fig.2). 
Fig. 2 - La locandina di Ben Hur (1958).

domenica 4 novembre 2018

Quattro Novembre 2018


scritto da Alessio Argentieri e Marco Pantaloni



«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268:
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Con il famosissimo Bollettino della Vittoria, “firmato Diaz” e scritto a Padova presso Villa Giusti, si chiudeva un secolo fa per l’Italia la Prima Guerra Mondiale. Queste parole (il cui autore sembra in realtà essere stato il Generale Domenico Siciliani, che del Comando Supremo era Capo ufficio stampa) sono scolpite nel marmo in tutte le municipalità del Paese.
A coronamento ideale di un percorso iniziato nel 2014, la Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana vuole celebrare oggi questa ricorrenza, ripercorrendo le iniziative con cui si è contribuito alle celebrazioni del Centenario della Grande Guerra.
L’idea embrionale di avventurarsi su questo impervio terreno è stata lanciata, quasi per caso, da Simone Fabbi e Marco Romano nell'ottobre 2013 a Chieti, durante il convegno di commemorazione del paleontologo e stratigrafo Giovanni Pallini. Da quello spunto è partita (rigorosamente alla garibaldina) un’organizzazione culminata, in occasione del centenario dell'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra, con il convegno "IN GUERRA CON LE AQUILE. Geologi e cartografi sui fronti alpini del Primo Conflitto Mondiale" del 2015. Nella meravigliosa location del MUSE- Museo delle Scienze di Trento e poi delle montagne dolomitiche (incarnanti alla perfezione, per collocazione geografica e mission, lo spirito del progetto) si è tenuto perciò tra il 17 e il 20 Settembre 2015 il primo evento nazionale - o meglio transnazionale- interamente curato e sviluppato dalla Sezione di Storia delle Geoscienze. L'iniziativa congressuale, realizzata in collaborazione tra Società Geologica Italiana, MUSE, ISPRA e GBA - Geologische Bundesanstalt austriaco, ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi e della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di missione per la commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale”.

La giornata conclusiva del Convegno “In guerra con le aquile” presso il MUSE di Trento (Settembre 2015)

lunedì 22 ottobre 2018

Geoitaliani alla Settimana del Pianeta Terra – “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere”


di Marco Pantaloni

La “Settimana del Pianeta Terra, l'Italia alla scoperta delle Geoscienze" è un festival scientifico che coinvolge tutta l'Italia e che, dal 2012, rappresenta il principale appuntamento per la diffusione della cultura geologica in Italia.
Geologi e naturalisti, membri della Sezione di storia delle geoscienze, hanno organizzato il giorno 20 ottobre 2018 un escursione sul tema “Il Drizzagno e l’ansa morta di Spinaceto lungo il Tevere: caratteri geologici ed ecosistemi fluviali a confronto”, del quale la nostra sezione aveva già parlato (link).


L’obiettivo dell’escursione è stato quello di porre all’attenzione dei cittadini i caratteri peculiari del territorio, focalizzando gli aspetti geologico-ambientali, sfruttando le conseguenze dettate dalla realizzazione di un opera, avvenuta nel 1940, che ha causato l’abbandono, da parte del Fiume Tevere, di un ampio tratto del suo percorso, il meandro di Spinaceto.


Percorrendo brevi e agevoli sentieri, spesso posti a poca distanza dalle nostre abitazioni, è possibile osservare, nei residui lembi di ambienti naturali ancora preservati dall’urbanizzazione, le caratteristiche geologiche del territorio, l’evoluzione dello stesso in seguito agli interventi dell’uomo e come, nell’arco di pochi anni, la natura tende a riappropriarsi delle superfici non antropizzate.
Il caso del meandro di Spinaceto, abbandonato a seguito dell’intervento di rettifica dell’alveo del Tevere per finalità idrauliche effettuato, è un esempio tipico di questa evoluzione ambientale.
Durante l’escursione sono stati descritti i caratteri geologici e geomorfologici del territorio e i cambiamenti sia all’ambiente che all’ecosistema indotti dalle attività umane.
Dal punto di osservazione privilegiato costituito dal Ponte monumentale di Mezzocammino, sul GRA, è stato possibile osservare l’opera del taglio del meandro di Spinaceto del Tevere, il cosiddetto Drizzagno. L’opera ha completato l’importante progetto di sistemazione idraulica avviato alla fine del ‘800 con la costruzione dei “Muraglioni” all’interno del centro urbano, eliminando la grande ansa che, da quel momento, è stata abbandonata dalle acque fluviali. Grazie al materiale documentale conservato negli archivi, è stato possibile ricostruire l’immenso lavoro per la realizzazione dell’opera, della quale molte tracce sono ancora oggi visibili, grazie anche all’ausilio di cinegiornali dell’epoca.



domenica 16 settembre 2018

Congresso SGI SIMP - Catania 2018 : Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage


Congresso SGI SIMP - Catania 2018
“Geosciences for the environment, natural hazards and cultural heritage”



Si è concluso lo scorso venerdì 14 settembre il Congresso SGI SIMP che ha visto la presenza, a Catania, di centinaia di geoscienziati impegnati nella diffusione, promozione e discussione, in numerose e diversificate sessioni scientifiche, delle loro ricerche.

La Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana ha proposto una sessione nella quale presentare le attività che i soci afferenti sviluppano nelle loro attività di ricerca.
La sessione 38 History of Geosciences and Geoethics: the right way for social responsibility, aveva l’obiettivo di raccogliere i diversi contributi per mostrare come, partendo dagli scienziati – naturalisti del ‘600-‘700 e arrivando ai giorni nostri, il rapporto fra “conoscenza” e “natura” fosse mutato da una posizione di “attenzione” per la comprensione dei fenomeni naturali fino a una diffusa presunta posizione di “controllo dei fenomeni” da parte di molti scienziati moderni.
Significativa per il tema trattato è stata la location del congresso: il Monastero dei Benedettini di Catania è il luogo nel quale, nel 1693, venne tentata la deviazione del flusso di lava proveniente dai coni dei Monti Rossi, sul versante dell’Etna, per proteggere lo stesso monastero.




I numerosi interventi, orali e poster, hanno inquadrato bene il tema della sessione, offrendo momenti di discussione e spunti di riflessione, che probabilmente proseguiranno incrementando il livello conoscitivo dei temi trattati, anche attraverso il recupero di informazioni d’archivio e bibliografiche. Lo sviluppo completo degli argomenti e il loro approfondimento presuppongono una prossima, più ampia, possibilità di incontro e discussione sul tema affrontato.
La partecipazione alla sessione è stata molto ampia, grazie anche all’attività di diffusione dell’informazione che la Società Geologica Italiana sta sviluppando attraverso un coinvolgimento molto ampio nella comunità scientifica, in generale, ma anche e soprattutto tra i giovani ricercatori.

Crediamo di ritenere che anche il lavoro sviluppato dalla Sezione di storia delle geoscienze, focalizzato nella sessione 38, abbia contribuito, in modo non trascurabile, a stimolare questo coinvolgimento.


Contributi orali
  • Romano M.: Inventor, Engineer and Earth Scientist in a single brushstroke: Leonardo da Vinci and the earliest conception of sustainable land management on a constantly changing Planet
  • Macini P.: Well construction and underground fluids in pre-industrial ages: Scientific observations, ethical speculation and medical contributions of Bernardino Ramazzini on the health and safety of Putearii (water well diggers)
  • Hamilton M.: The research of the western Tauern window between 1894 and 1898 in the documents of the mineralogist and petrographer Friedrich Becke. A project of the “Österreichische Akademie der Wissenschaften“
  • Foresta Martin F.: Marcello Carapezza (1925-1987), Scientist and Humanist
  • Branca S. & Abate T.: The hypotheses of Jean Hoüel (1735-1813) on the formation of Etna. The evolutionary model of the volcano in the representation of the CXIX planche
  • Vaccari E.: The role of the institutions for the birth of the professional geologist between the 18th and the 20th century
  • Barale L., Fioraso G. & Mosca P.: The role of geological studies in large infrastructural projects in the 19th century - some examples from NW Italy
  • Boscaino G. & Boscaino M.: The geology between past and present: cultural heritage and the current social value of geosciences. The tragedy of the Rigopiano Hotel


Contributi poster
  • Alimenti S. & Lupi R.: Policy, economy and geosciences in the debate about Fucino and Trasimeno lakes (1780-1870 ca.)
  • Cubellis E., Luongo G. & Obrizzo F.: Sciences of Laws and Sciences of Processes for  Earth Science
  • De Caterini G. & Radogna P.V.: Critique of Practical Geology
  • Di Cencio A., Mori G., Casati S. & Nardi M.: Paleontherapy - the new method in field of medical geology for the therapy of young disturbances
  • Pantaloni M., Console F. & Motti A.: The “rebirth” of the Torbidone River (Norcia Plain, Umbria): a historic and geoethic approach
  • Pinarelli L., Piccardi L. & Montanari D.: The social value of geological knowledge in the supernatural narratives of the ancient world: some case studies
  • Sudiro P.: The Expanding Earth: a disproved scientific hypothesis surviving its falsification