venerdì 21 gennaio 2022

Cartoline di un tempo passato: gli scogli di Ventimiglia


di Luca Barale

La città vecchia di Ventimiglia (IM), nell'estremo Ponente ligure, sorge su uno sperone roccioso costituito da depositi conglomeratici deltizi di età pliocenica (Marini, 2001; Breda et al., 2009). La sottostante spiaggia, nota un tempo come spiaggia de suta a Cola o di Ponente (oggi di Marina San Giuseppe), era costellata di numerosi massi conglomeratici, di dimensioni variabili, crollati dalla soprastante rupe.
Il più celebre era senza dubbio lo Scoglio Alto (Scögliu Autu), un "torrione conglomeratico", prendendo a prestito le parole di Federico Sacco (1934), con un'altezza stimata, a seconda delle fonti, tra i 15 m (Sawicki, 1908) e i 18 m (James Jackson, vedi Fig. 1).


Fig. 1. Lo Scoglio Alto in un'immagine del fotografo James Jackson (1843-1895), datata 28 Marzo 1890. La didascalia recita: "Scoglio di puddinga di circa 18 metri di altezza, scolpito dalle acque, sulla spiaggia di Ventimiglia. Un doganiere italiano, in piedi alla base dello scoglio, serve da scala". Fonte: Gallica - Bibliothèque nationale de France.

Per la sua peculiare morfologia e imponenza, lo Scoglio Alto fu descritto e raffigurato in numerosi lavori geologici a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. I diversi autori che ne trattarono, oltre al già citato Sacco, lo descrissero di volta in volta come "rocher aux formes hardies, obélisque naturel" (Gaudin e Moggridge, 1864), "15 m hohe Säule aus pliocänem Konglomerat, die ganz isoliert auf dem Schotterstrand dasteht" (colonna alta 15 m di conglomerato pliocenico, che si erge completamente isolata sulla spiaggia di ghiaia; Sawicki, 1908), "rupe in forma di pinacolo, in cui gli strati, pressoché verticali, accusano il raddrizzamento che subì nella caduta" (Issel, 1911), "smisurato banco di roccia [...] precipitato dai pendii soprastanti [...] rimasto infisso nella sabbia della costa" (Rovereto, 1928).


Fig. 2. Lo Scoglio Alto in due fotografie tratte da lavori geologici di inizio '900. a) Immagine scattata da Alberto Pelloux (in Issel, 1911); si riconoscono, a destra dello Scoglio Alto, la Pria Naviglia e, a bordo immagine, una parte della Pria Margunaira. b) Immagine tratta da Rovereto (1928) che mostra lo Scoglio Alto e la Pria Naviglia, quest'ultima indicata erroneamente nella didascalia originaria come "Schiena d'Asino" (nome di un altro scoglio situato a poca distanza).

Lo Scoglio Alto, insieme ai due vicini scogli noti come Pria (= Pietra) Naviglia e Pria Margunaira, anch'essi costituiti di conglomerato pliocenico, dava luogo a uno scorcio iconico, citato, tra fine '800 e inizio '900, in tutte le guide per viaggiatori che trattavano della città di Ventimiglia e ritratto, da ogni angolazione possibile, in decine di cartoline postali (Fig. 3a, b).


Fig. 3. Lo Scoglio Alto in due cartoline d'epoca. a) Cartolina spedita nel 1914: da destra verso sinistra si riconoscono lo Scoglio Alto, la Pria Naviglia e la Pria Margunaira. b) Cartolina spedita nell'Agosto del 1917, alcuni mesi dopo il crollo dello Scoglio Alto, qui ritratto insieme alla Pria Naviglia. Nell'immagine è ben riconoscibile la stratificazione del conglomerato, immergente ad alto angolo verso sinistra.

Nel Febbraio del 1917, a causa di una forte mareggiata, lo Scoglio Alto fu scalzato alla base e "si abbatté sulla spiaggia come un gigante fulminato" (Salvo, 1925). Il gigantesco monolite si spezzò in diversi tronconi, che rimasero sull'arenile e furono poi inglobati nella costruzione della passeggiata a mare G. Marconi negli anni '50. Nel 1932, pochi anni dopo il crollo dello Scoglio Alto, anche la vicina Pria Naviglia fu distrutta da una mareggiata.

Dei tre scogli originari, l'unico arrivato fino ai giorni nostri è la Pria Margunaira, o più semplicemente Margunaira (43°47'20.8"N, 7°36'06.3"E; Fig. 4a-d). Il nome deriva dal termine dialettale margùn (marangone, cormorano), verosimilmente perché lo scoglio era frequentato in passato da tali uccelli. Il 15 Giugno del 1924, con solenne cerimonia, fu apposta sullo scoglio una lapide in marmo bianco in memoria dei marinai ventimigliesi caduti nella Prima Guerra Mondiale e fu installato un pennone portabandiera (Anonimo, 1924; Fig. 4b). La lapide, tuttora presente anche se mal conservata (Fig. 4c), reca incisi i nomi di dodici marinai, ai lati di un medaglione con una testa di soldato e il motto dannunziano "Donec ad metam" ("Fino alla meta").

La Margunaira era originariamente separata dalla riva da uno stretto braccio di mare. Meta prediletta dei tuffatori, lo scoglio fu addirittura dotato, a un certo punto, di un trampolino artificiale, visibile nell'immagine 4d; nella stessa immagine lo scoglio appare collegato a terra da una scogliera artificiale perpendicolare alla linea di riva, realizzata negli anni '50. L'ultimo tratto di tale scogliera, addossato allo scoglio, fu in seguito rimosso e la Margunaira tornò a essere completamente circondata dalle acque, condizione in cui è rimasta fino ai primi anni 2000.


Fig. 4. La Margunaira nel tempo. a) Cartolina di inizio '900, che mostra lo scoglio ancora senza lapide. b) Cartolina del primo dopoguerra, che mostra un momento della cerimonia di inaugurazione della lapide ai marinai caduti (da una fotografia di G. Bugelli, pubblicata anche in Anonimo, 1924). c) Dettaglio della lapide come si presenta oggi; foto del 5 Gennaio 2022. d) Cartolina (anni '50-'60) che mostra la Margunaira collegata alla riva da una scogliera artificiale (e dotata di trampolino per i tuffi, visibile sulla sinistra).

Nell'ultimo decennio, la costruzione del porto turistico di Ventimiglia e il contestuale, notevole avanzamento della linea di riva hanno causato lo 'spiaggiamento' della Margunaira. Lo scoglio, un tempo "baciato senza posa dalle azzurre acque del Mar di Liguria" (Anonimo, 1924), dista ora una trentina di metri dalla riva e si trova ormai sepolto dalla ghiaia per più di un terzo della sua originaria altezza fuori acqua (Fig. 5).


Fig. 5. La Margunaira come appare oggi, 'spiaggiata' e in parte sepolta (si confronti con le immagini 3b e 3d). Sulla destra in a), e sullo sfondo in b), è visibile parte del molo del nuovo porto turistico di Ventimiglia. Foto del 5 Gennaio 2022.


Bibliografia

Anonimo (1924) - Ventimiglia ai caduti del mare. L'Italia Marinara, 4(7), 111 (più foto a p. 113).

Breda A., Mellere D., Massari F., Asioli A. (2009) - Vertically stacked Gilbert-type deltas of Ventimiglia (NW Italy): The Pliocene record of an overfilled Messinian incised valley. Sedimentary Geology, 219, 58–76.

Gaudin C.T., Moggridge M. (1864) - Menton. Bulletin de la Société Vaudoise des Sciences Naturelles, 8(52) 187-197.

Issel A. (1911) - L'evoluzione delle rive marine in Liguria. Bollettino della Società Geografica Italiana, serie IV, 12(10), 1204-1234.

Marini M. (2001) - Il Pliocene Ligure fra Ventimiglia e Bordighera (Imperia, Alpi Marittime liguri): osservazioni preliminari. Bollettino della Società Geologica Italiana, 120, 37–46.

Rovereto G. (1928) - I Bàusi Rossi e la Riviera al confine francese. L'Universo, 9(6), 517-535.

Sacco F. (1934) - Le Alpi. Touring Club Italiano, Milano.

Salvo U. (1925) - Dolce Riviera, paese delle coulisses. Noi e il Mondo, rivista mensile de "La Tribuna", 15(9), 637-642

Sawicki L.R. (1908) - Beiträge zur Geomorphologie der Riviera di Ponente. Atti della Società Ligustica di Scienze Naturali e Geografiche, 19(3-4), 238-288.

 




mercoledì 12 gennaio 2022

“Villasaltosprung”: da una singola faglia alla moderna concezione della catena Varisica in Sardegna

di Rodolfo Carosi

Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Torino


L’evoluzione delle conoscenze a volte segue vie impreviste guidate da concatenazioni di eventi apparentemente casuali in periodi nei quali “i tempi sono maturi” affinché si verifichi un salto in avanti, grande o piccolo che sia, nelle conoscenze. Questo è anche il caso delle conoscenze geologiche del Paleozoico sardo coinvolto nella catena ercinica, fino alla metà-fine degli anni settanta ritenuta per lo più una catena orogenica priva di sovrascorrimenti e di falde di ricoprimento con abbondanti graniti e metamorfismo di alta temperatura, differentemente da quanto avveniva nelle catene di tipo alpino (ZWARTH, 1968).

Nelle note illustrative del Foglio 549 – Muravera in scala 1:50.000 (ISPRA, 2001) si legge: “Alla fine degli anni ’70 due gruppi di ricercatori, uno italiano (CARMIGNANI & PERTUSATI, 1977; CARMIGNANI et al., 1978a, 1979) e uno francese (NAUD  & TEMPIER, 1977; NAUD, 1979a, 1979b), lavorando indipendentemente, documentarono nella Sardegna centro-orientale importanti raccorciamenti ercinici, con pieghe rovesciate chilometriche e raddoppi tettonici di importanza regionale. L’evidenza di una pila di falde vergenti a SW e l’età ercinica del metamorfismo di medio e alto grado della Sardegna NE (DI SIMPLICIO et al., 1974a, 1974b; DEL MORO et al., 1975; FERRARA et al., 1978), precedentemente spesso considerato caledoniano o precambriano, portarono rapidamente all’ipotesi di CARMIGNANI et al. (1979) secondo cui la struttura del basamento sardo derivava da una collisione continentale”.

Ma che cosa ha fatto sì che due geologi strutturali italiani (che fino a quel momento avevano lavorato essenzialmente in Appennino settentrionale) arrivassero per primi con un lavoro esaustivo (CARMIGNANI & PERTUSATI, 1977) a identificare la corretta natura della tettonica del basamento ercinico in Sardegna? Gli eventi sono piuttosto singolari e non se ne trova traccia in nessun documento ufficiale, ma la storia, nota a moltissimi geologi che lavorano, o hanno lavorato in Sardegna, vale la pena di essere raccontata e con essa il ruolo primario che ha avuto in tutto questo la faglia di Villasalto (CA). Le note mineralizzazioni ad antimonio, tungsteno e solfuri sono infatti ospitate nella cataclasite legata alla faglia stessa, a spese principalmente degli scisti neri siluriani e dei metacalcari siluro-devonici. Quindi c’è, e c’è sempre stata, una stretta relazione tra la miniera di Villasalto e la omonima faglia.

A metà degli anni settanta Giacomo Oggiano, studente di geologia di Pisa, stava svolgendo la tesi di laurea presso la miniera di Villasalto, aprì la lettera che il suo relatore era solito inviargli mensilmente in Sardegna in risposta ai suoi doverosi aggiornamenti periodici. Con grande sorpresa e sgomento apprese che il Prof. Gabor Dessau, docente di Giacimenti Minerari dell’ateneo pisano, aveva intenzione di sospendere la sua tesi per il suo comportamento ritenuto inappropriato nei confronti del Direttore della miniera di antimonio di Su Suergiu e Martalai a Villasalto, che lo ospitava presso la foresteria per lo svolgimento della sua tesi di laurea.

La questione era che lo studente aveva contraddetto sia il geologo della miniera sia il Direttore che credevano fermamente che la faglia di Villasalto (Villasaltosprung) fosse una faglia diretta ercinica come già stabilito da TEICHMULLER (1931) che si estendeva per oltre 40 km nella Sardegna sud-orientale. Giacomo Oggiano, applicando da laureando le moderne tecniche di analisi strutturale e di rilevamento geologico apprese nel corso dei suoi studi a Pisa (tra le primissime sedi in Italia negli anni ’70 del 900 a sviluppare una geologia strutturale di tipo moderno), aveva invece trovato evidenze inequivocabili che si trattava di una faglia inversa. Da qui la discussione con il geologo della miniera e il Direttore e le lamentele di quest’ultimo con il Prof. Dessau che, incalzato dal Direttore, aveva ritenuto opportuno redarguire lo studente indisciplinato fino a sospenderne la tesi. Giacomo, però, spaventato dal dover iniziare tutto da capo dopo mesi di lavoro, non si dette per vinto e, convinto della bontà delle sue osservazioni, chiese aiuto al fratello di un giovane assistente di Pisa (F. Baldacci) che conosceva bene due giovani geologi strutturali emergenti, Luigi Carmignani e Pier Carlo Pertusati, allora assistenti alla cattedra di geologia all’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Pisa, chiamati in suo soccorso per dirimere la questione. Essi, dopo un primo sopralluogo, oltre che a confermare la natura di faglia inversa e di accavallamento di natura regionale tra le Arenarie di S. Vito (cambro-ordoviciane) e gli scisti e calcari siluro-devonici, formatosi durante la prima fase deformativa sin-metamorfica e deformato dalle fasi successive intuirono l’importanza e le implicazioni di tale riconoscimento (CARMIGNANI & PERTUSATI 1977; CARMIGNANI et al., 1978a, 1979) e le possibili conseguenze sulla tettonica dell’intera catena ercinica (Fig. 1).

Fig. 1. Carta geologico-strutturale dei dintorni di Villasalto da CARMIGNANI ET AL., 1978.

Fino a quel momento, infatti, la catena ercinica in Sardegna era considerata “… priva di ampi carreggiamenti”, nonostante il lavoro di BOSELLINI E OGNIBEN (1968) che avevano già riconosciuto un sovrascorrimento ercinico nella zona di Funtana Raminosa, in Sardegna centrale, tra il Postgotlandiano (ora Unità della Barbagia o interne) e i sottostanti scisti neri e calcari siluro-devonici (ora parte superiore della successione dell’Unità di Meana Sardo). E’ da rimarcare che all’epoca le successioni litostratigrafiche del Paleozoico sardo, specialmente la parte pre-ordoviciana, erano solo in parte conosciute e i primi lavori di geologia strutturale sugli indicatori cinematici risalgono solo al 1979 e anni successivi (BERTHÈ et al., 1979). La geologia strutturale si stava affermando proprio in quegli anni come disciplina a sé stante a partire dal libro di J.G. Ramsay del 1967 “Folding and fracturing of rocks” basato sulla meccanica dei mezzi continui. E’ da rimarcare che la rivista Journal of Structural Geology è nata nel 1979.

Il riconoscimento della faglia di Villasalto come accavallamento regionale ripiegato da fasi deformative successive è stato quindi il primo passo che ha permesso di reinterpretare la catena varisica sarda in ottica moderna come overthrust, una pila di falde alloctone con senso di trasporto vero SW, metamorfismo regionale di tipo Barroviano progrado da SW verso NE, presenza di una deformazione polifasica, un avampaese posto a SW e una zona interna o assiale a NE.

Come nella teoria del caos si afferma che un battito di ali di una farfalla possa causare un uragano a migliaia di km di distanza analogamente, considerando non solo lo spazio ma anche il tempo, una situazione locale, l’apertura di una lettera, una tesi sospesa, l’insistenza di uno studente sicuro delle proprie osservazioni, due geologi strutturali che stavano sviluppando e applicando tecniche di moderna geologia strutturale in Appennino, sono stati fattori scatenanti che hanno dato origine ad effetti a cascata e alla fine ad una vera e propria rivoluzione delle conoscenze del basamento sardo.

Gli studi interdisciplinari hanno infatti dato vita ad una nuova e proficua stagione di ricerche strutturali, stratigrafiche, metamorfiche, magmatologiche e di cartografia geologica che in pochi anni hanno letteralmente rivoluzionato le conoscenze del basamento ercinico sardo. Tutto questo lavoro ad opera di ricerche congiunte delle Università di Pisa, Siena e Cagliari è culminato in una escursione di più giorni sul basamento in occasione del 71° Congresso della Società Geologica Italiana del 1982 in occasione del centenario della sua fondazione e con la stesura di un volume guida “Guida alla geologia del Paleozoico sardo” di oltre 200 pagine contenente numerosi articoli e carte geologiche originali che offrono un quadro organico di tutta la geologia paleozoica dell’isola (CARMIGNANI et al., 1982; Fig. 2).

Fig. 2. Copertina della Guida alla Geologia del Basamento Sardo del 1982.

All’epoca ero uno studente di Geologia a Pisa ed ho avuto la fortuna di partecipare nell’ambito del corso di Geologia Strutturale all’istruttiva “escursione di prova” guidata da L. Carmignani, P.C. Pertusati (Università di Pisa), C. Ghezzo e C. A. Ricci (Università di Siena) e di percepire la fase pulsante di questa trasformazione in corso, oltre ai primi racconti di questa avventura scientifica.

Le differenze, piuttosto evidenti della geologia fino al 1975 e del decennio successivo, si possono osservare confrontando la carta della Sardegna di IACOBACCI et al. (1975) (Fig. 3), nella quale compaiono solo pochissimi thrust (e tra questi la faglia di Villasalto) e la carta in scala 1:500.000 ad opera di CARMIGNANI et al. (1987) (Fig. 4) dove sono rappresentate tutte le unità tettoniche attuali. Il basamento sardo è stato in gran parte cartografato in scala 1:10.000 nel corso degli anni ’80 anche con il contributo di molte tesi di laurea.

Fig. 3. Schema stratigrafico del Massiccio Sardo-Corso (JACOBACCI ET AL.,1975).

Fig. 4. Modello Strutturale del Basamento Ercinico della Sardegna (1987).

L’ossatura fondamentale della catena è stata riconosciuta e delineata proprio in quegli anni.

In seguito si è passati da un modello interamente ensialico (CARMIGNANI et al., 1979) all’ipotesi di una sutura oceanica con relitti di eclogiti (CAPPELLI et al., 1992; CARMIGNANI et al., 1992 1994).

Nel 1992 in occasione di una riunione annuale del Gruppo Informale di Geologia Strutturale è stata organizzata un‘escursione di una settimana attraverso tutta l’isola, dalla zona esterna della catena fino alla zona “assiale” a nord, con la stesura di un esaustivo volume che rimane un caposaldo nella storia della geologia della Sardegna (Fig. 5).

Fig. 5. Copertina del volume: Struttura della catena ercinica in Sardegna.
Guida all’escursione del 1992.

Le successioni stratigrafiche sono state meglio delineate così come gli eventi deformativi e metamorfici e tutto il ciclo magmatico (CRUCIANI et al., 2015 con bibliografia) nonché le relazioni tra metamorfismo e la transpressione Varisica datata a 325-300 Ma nel nord della Sardegna (CAROSI & PALMERI 2002; DI VINCENZO et al., 2004; CAROSI et al., 2020).

Bibliografia

BERTHE’ D., CHOUKROUNE P. & JEGOUZO P. (1979)- Orthogneiss mylonite and non coaxial deformatiom of granites: the example of the Soulh Armorican Shear Zone, France . .J. Struct. Geol., 2, (1/2), 127-133.

BOSELLINI A. & OGNIBEN G. (1968) - Ricoprimenti ercinici in Sardegna. Annali Univ. di Ferrara, 1 (l). 1-15.

CAPPELLI B., CARMIGNANI L., CASTORINA F., DI PISA A., OGGIANO G. & PETRINI R. (1992) - A Hercynian suture zone in Sardinia: geological and geochemical evidence. Geodinamica Acta, 5: 101-118, Paris.

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CAROSI R. & PERTUSATI P. (1990) - Evoluzione strutturale delle unità tettoniche erciniche nella Sardegna centro-meridionale. Bollettino della Società Geologica Italiana, 109, 325 – 335.

CAROSI, R., PETROCCIA, A., IACCARINO, S., SIMONETTI, M., LANGONE, A., MONTOMOLI, C. (2020) - Kinematics and timing constraints in a transpressive tectonic regime: the example of the Posada-Asinara shear zone (NE Sardinia, Italy). Geosciences 10, 288. https://doi.org/10.3390/geosciences10080288

COCOZZA T., JACOBACCI A., NARDI R. & SALVADORI I. (1974) - Schema stratigrafico-strutturale del Massiccio sardo-corso e minerogenesi della Sardegna. Mem. Soc. Geol. It., 13, 85-186.

CRUCIANI G., MONTOMOLI C., CAROSI C., FRANCESCHELLI M. & PUXEDDU M. (2015) - Continental collision from two perspectives: a review of Variscan metamorphism and deformation in northern Sardinia, Periodico di Mineralogia (2015), 84, 3B (Special Issue), 657 – 699.

DI VINCENZO G., CAROSI R. & PALMERI R. (2004) - The relationship between tectono-metamorphic evolution and argon isotope records in white mica: constraints from in situ 40Ar-39Ar laser analysis of the Variscan basement of Sardinia. J. Petrol., 45, 1013 1043.

DI SIMPLICIO, P., FERRARA, G., GHEZZO, C., GUASPARRI, G., PELLIZZER, R., RICCI, C.A., RITA, F. AND SABATINI, G. (1974) - Il metamorfismo ed il magmatismo paleozoico della Sardegna. Rendiconti della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia, 30, 979-1068.

DEL MORO, A., DI SIMPLICIO, P., GHEZZO, C., GUASPARRI, G., RITA, F. AND SABATINI, G., (1975) - Radiometric data and intrusive sequence in the Sardinian batholith. N. Jb. Min. Abh., 126, 28-44.

FERRARA, G., RICCI, C. A., RITA, F. (1978) - Isotopic ages and tectonometamorphic history of the metamorphic basement of northeastern Sardinia. Contrib. Mineral. Petrol., 68, 99-106.

NAUD G. (1979a) - Les shales de Rio Canoni, formation-repère fossilifère dans l’Ordovicien supérieur de Sardaigne orientale. Conséquences stratigraphiques et structurales. Bull. Soc. géol. France, 21: 155-159, Paris.

NAUD G. (1979b) - Tentative de synthèse sur l’évolution géodynamique de la Sardaigne antépermienne. Mem. Soc. Geol. It., 20: 85-96, Roma.

NAUD G. & TEMPIER C. (1977) - Schema stratigraphique et tectonique des formations paléozoiques de Sardaigne sud-orientale. 7. Réunion Annuelle des Sciences de la Terre, Lyon, 384, Lione.

RAMSAY J.G. (1967) - Folding and fractures of rocks. Mc Graw- Hill, New York and London, 1967, 568 p.

TEICHMÜLLER R. (1931) - Zur Geologie des Thyrrhenisgebietes. Teil 1: Alte und junge Krustenbewegungen im südlichen Sardinien. Ges. Wiss. Göttingen, Math.-Phys. Kl., Nachrichten, 3: 857-950, Göttingen.

ZWART, H.J. (1967) -The duality of orogenic belts. Geol. Mijnbouw. 46: 283–309.


venerdì 31 dicembre 2021

Calendario 2022: “A cento anni dalla morte di Torquato Taramelli (1845-1922)”

di Fabiana Console, Silvana Falcetti, Marco Pantaloni

Nel 2022 si celebrerà il centenario della morte di Torquato Taramelli (1845-1922), che è stato uno dei più importanti geologi del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo.

Taramelli, professore di geologia nell'Università di Pavia, socio nazionale dei Lincei e Presidente della Società Geologica Italiana nel 1890 e nel 1905, fu uno scienziato eclettico i cui interessi spaziavano dalla stratigrafia alla paleontologia, dalla sismologia alla geomorfologia glaciale.

In qualità di geologo applicato gli furono affidate innumerevoli consulenze tecniche come ad esempio la progettazione dell’acquedotto pugliese, del traforo del Sempione, del Passo del Turchino e Cremolino, la stima dei danni del nubifragio del 1911 in Valtellina, un progetto di derivazione del fiume Recca a Trieste, del bacino del Crati in Calabria e lo studio dei terreni per la ferrovia Genova-Ovada-Asti e Ronco-Voghera ed in generale di tutta la nuova linea “direttissima” da Genova alla Valle del Po.

Con Giulio Andrea Pirona eseguì il rilevamento geologico della regione friulana pubblicandone nel 1881 la prima carta di sintesi con a corredo un catalogo ragionato delle rocce. Magistrale la Carta geologica delle Province venete completata nel 1880, rimasta inedita e manoscritta, corredata da una serie dei terreni presentata e premiata insieme alla Relazione sul Lias veneto alla R. Accademia dei Lincei nel gennaio 1881. Tra le innumerevoli carte geologiche e geotematiche prodotte da Taramelli, abbiamo scelto la piccola Carta litologica della Brianza e della pianura Lombarda, di dimensioni 40x27 cm, in scala 1:450.000 (esemplare autografo della Biblioteca ISPRA).

L’aver sovrapposto la carta di Taramelli sul modello in rilievo del terreno dimostra l’accuratezza dei rilievi eseguiti in passato e la necessità di recupero delle informazioni cartografiche storiche per la caratterizzazione dell’evoluzione del territorio.

Chiudiamo con un brano estratto dal discorso del Presidente Taramelli per l’inaugurazione del 9° Congresso della Società Geologica Italiana, pronunciato a Bergamo il 9 settembre 1890.

Dalle mura della mia città nativa, le Prealpi insubriche vedonsi per amenissimi colli degradare al piano, e questo, come mare di verzura, si stende sino al lontano Appennino, che si scorge in leggera tinta azzurrigna; epperò il problema della formazione della valle padana si offre spontaneo anche alla mente dei meno versati in geologia. Da fanciullo, quando tutt'altro io pensava di me che di occuparmi di tale studio, fissai più volte con intensa curiosità di sapere questo incomparabile orizzonte; ed ora mi è dolce soddisfazione il potere a voi richiamare alcune nozioni, per le quali il panorama che verrete contemplando sì farà più eloquente ed ancora più grandioso”.


Il calendario è disponibile al download al seguente link:

https://drive.google.com/file/d/1SzhdSYAZ_3U5eMijit1blAEwO8YnxM3f/view?usp=sharing





 

martedì 28 dicembre 2021

28 dicembre 1908: Venturino Sabatini e il "Terremoto della Calabria meridionale-Messina"

 di Marco Pantaloni e Fabiana Console

Il 28 dicembre è una data che nella memoria di tutti noi segna uno degli eventi naturali più catastrofici che abbia mai colpito l’Italia: il “Terremoto della Calabria meridionale-Messina” o “Terremoto calabro-siculo”.

Si verificò alle 5.20 del 28 dicembre 1908 e danneggiò moltissimi centri abitati, oltre le città di Messina e Reggio di Calabria.

Venturino Sabatini, geologo e vulcanologo del R. Ufficio Geologico, si recò a Messina per conto del suo ufficio pochi giorni dopo l’evento.

Nel 1911, durante il Congresso della Società Geologica Italiana che si tenne a Lecco sotto la Presidenza di Mario Cermenati, Sabatini tenne una conferenza sul terremoto del 1908 nel Teatro della città; la trascrizione integrale della conferenza è disponibile sul Bollettino della Società Geologica Italiana, vol. 30, 1911, CCXCIX–CCCXXXIX.

Il resoconto viene esposto con toni drammatici, segno di una intensa partecipazione dello scienziato alla tragedia a cui aveva assistito qualche anno prima. L’incipit della conferenza è il seguente:

“Chi avesse la fortuna di non essersi trovato mai presente a grandi disastri e dei grandi disastri ignorasse la storia potrebbe credere che io abbia caricato le tinte. Ma se saprà trasportarsi in quei terribili momenti quando dopo uno strappo superante i limiti di elasticità dei nervi umani questi non vibrano più, quando tutte le facoltà sono sconvolte, quando un onesto può divenire un disonesto e un mite può trasformarsi in un feroce, intenderà che i criterii de la vita d'ogni giorno non sono più applicabili”.







Il resoconto continua alternando osservazioni scientifiche a descrizioni di situazioni personali drammatiche.

Chiudiamo con la nota di chiusura della Conferenza, pronunciata da Sabatini. Rientrando nel suo alloggio a Messina, costituito dalla motonave Savoia, Sabatini riferisce:

 “Appena sul ponte, scossi l'acqua che ricopriva l'impermeabile e spinsi giù il cappuccio. Ma, sul punto d'entrare nei saloni illuminati, una donna elegantemente vestita mi si parò davanti.

A la fioca luce de la vicina lampada riconobbi un volto giovane, ma imbellettato, da l'aria provocante e dal sorriso sardonico.

- Dove ho mai visto costei? mi chiesi. E lei beffardamente:

- Arrivi tardi, mi disse, il pranzo volge a la fine. Vieni a prendere un bicchiere di Champagne.

E siccome la guardavo interrogandola:

- Chi sono? mi rispose. Sono la Signora ... Vita. Mi riconosci?

- Ora sì. Da quindici giorni i giornalisti ragunati quassù non parlano che di te e sperticano le tue lodi. Diogene cercava l'uomo. Costoro, fra tanta penuria, hanno trovato la donna.

Solo non sapevo che te ne stessi al riparo su queste navi.

Ti credevo su le macerie ... o almeno sotto.

Ella ebbe un brivido, e afferrandomi il braccio:

- Ho freddo, mi disse. Entriamo.

Entrammo, ma abbagliato da la luce sfolgorante de le lampade elettriche, stordito dal clamore con cui duecento persone chiudevano il pranzo, nauseato da gli odori acuti de la grande copia di vivande, rivolsi per un istante il capo a l'indietro, e, ne la notte nera, piovosa, vidi distintamente su le banchine affondate un popolo di morti, co' poveri piedi bagnati dal mare, con le povere spalle bagnate da la pioggia, con la bocca contratta in una smorfia feroce, tendere le braccia scarnite verso di noi che non ci preoccupammo di evitare il disastro e - in quell'ora - lanciarci un'ultima maledizione!”

Per saperne di più

Bollettino della Società Geologica Italiana, vol. 30, 1911, CCXCIX–CCCXXXIX

Marco Pantaloni (2017) - Sabatini, Venturino. Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 89






mercoledì 22 dicembre 2021

Roma e il suo territorio: le Opere di Ugo Ventriglia

di Alessio Argentieri e Giovanni Rotella

Il Professor Ugo Ventriglia (Roma, 2 ottobre 1916- 28 maggio 2005), formatosi all’Università di Roma “La Sapienza” come ingegnere minerario sotto la guida di Francesco Penta, impostò nella seconda metà del XX secolo lo studio sistematico della moderna geologia ed idrogeologia delle aree urbane, sperimentandolo nel laboratorio naturale di Roma.

Sulle pagine di www.geoitaliani.it si è già parlato di lui tempo addietro (Via Livio Andronico a Roma, tra passato e presente, https://www.geoitaliani.it/2018/02/via-livio-andronico.html).

Il nome di Ventriglia resta precipuamente associato allo studio sistematico della geologia della Città di Roma e del suo territorio provinciale, in ragione delle voluminose opere corredate da tavole tematiche da lui prodotte, pietre miliari nella conoscenze geologiche sull’area romana. Grande attenzione egli poneva al contributo degli Autori del passato, come testimoniano le accurate bibliografie. Seppur in parte superato da studi più recenti, il contributo di Ventriglia mantiene intatta la purezza del dato scorporato dall’interpretazione.

L’Autore volle donare le sue pubblicazioni monografiche alla Provincia di Roma, nell’ambito di un rapporto di collaborazione sviluppatosi per oltre trent’anni. L’Amministrazione Provinciale si fece carico della stampa delle monografie e delle annesse cartografie tematiche. Le pubblicazioni cartacee, a tiratura limitata, sono ormai da tempo esaurite e per i ricercatori e i tecnici che operano nell’area romana l’unica possibilità di consultazione è presso le biblioteche che ne dispongono. Fa eccezione l’opera del 2002, di cui la Provincia di Roma, con la lungimirante approvazione dell’ottuagenario autore, realizzò una versione multimediale in collaborazione con l’Università Roma TRE, da allora disponibile in rete.

Recentemente è stato pubblicato, sul portale della Città metropolitana di Roma Capitale (subentrata dal 2015 alla Provincia di Roma), il nuovo sito del Servizio 2 "Geologico, difesa del suolo – rischio idraulico e territoriale" - Dipartimento IV “Pianificazione, sviluppo e governo del territorio”.


In continuità con la tradizione del Servizio Geologico provinciale (attivo da oltre quaranta anni sui temi della geologia tecnica e della difesa del suolo, sin dalla sua istituzione formale all’inizio degli anni Ottanta), è stata creata sul sito, nella sezione “Pubblicazioni”, una sottosezione “Le Opere di Ugo Ventriglia”, in omaggio alla sua figura di tecnico e di scienziato.

Grazie al consenso rilasciato dagli eredi del Professore, è ora possibile scaricare liberamente i testi (in formato .pdf) e le cartografie (in formato .pdf o .jpg) delle seguenti monografie:

  • Geologia della città di Roma (1971);
  • Idrogeologia della Provincia di Roma- Vol. I “Regione tolfetana” (1988);
  • Idrogeologia della Provincia di Roma- Vol. II “Regione vulcanica sabatina” (1989);
  • Idrogeologia della Provincia di Roma- Vol. III “Regione vulcanica dei Colli Albani” (1990);
  • Idrogeologia della Provincia di Roma- Vol. IV “Regione orientale” (1990);
  • Geologia del territorio del Comune di Roma (2002).

Per saperne di più:

https://www.cittametropolitanaroma.it/

https://geologico.cittametropolitanaroma.it/

https://geologico.cittametropolitanaroma.it/pubblicazioni/ugo-ventriglia


domenica 5 dicembre 2021

Resoconto del Convegno “Traforo ferroviario del Frejus (1853-1871). 150 anni dall’inaugurazione”

di Mattia Sella

La notte di Natale del 1870 cadeva l’ultimo diaframma del traforo ferroviario del Fréjus, che collega Modane a Bardonecchia. Iniziato nel 1857, con il fondamentale sostegno di Camillo Benso conte di Cavour, l’opera era stata conclusa in soli 13 anni e mezzo, rispetto ai 25 anni previsti all’inizio, grazie all’utilizzo della perforatrice idropneumatica messa a punto dall’Ing. Germaine Sommeiller. L’inaugurazione si tenne l’anno successivo, il 17 settembre 1871, a Bardonecchia.

La «gran muraglia della Cina che son le Alpi dal Cenisio al Brennero», come le descriveva in modo efficace Quintino Sella, era stata finalmente attraversata da un tunnel ferroviario. Nella seconda metà dell’Ottocento la rete ferroviaria che si stava sviluppando in Europa aveva trovato un severo ostacolo nella barriera delle Alpi; si cominciò, pertanto, a sviluppare progetti che permettessero di attraversarle con dei trafori. Per realizzare quelle opere, oltre al contributo dei progettisti e degli ingegneri, è stato fondamentale quello dei geologi.

Per commemorare questo evento l’Accademia delle Scienze di Torino ha organizzato nella Sala dei Mappamondi, il 6 e 7 ottobre, il convegno: Fréjus 150 (1871-2021). Per il 150° anniversario del Traforo del Fréjus.

Merita ricordarlo anche nell’ambito della Sezione di storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana, perché nella prima giornata i relatori hanno presentato delle relazioni sia su temi storici sia su temi geologici.



Questo il programma:

IL TRAFORO DEL FRÉJUS E I PRIMI TRAFORI TRANSALPINI

Chairman Amalia Bosia, Accademia delle Scienze

La Reale Accademia delle Scienze e la sfida del Fréjus

Mario Alberto Chiorino, Accademia delle Scienze & Politecnico di Torino

Il Traforo del Fréjus e la nascita dell'Art of Tunnelling
Sebastiano Pelizza, Accademia delle Scienze & Politecnico di Torino

Quintino Sella tra scienza e politica: i trafori ferroviari transalpini, il Fréjus e il San Gottardo
Mattia Sella, Accademia delle Scienze & Fondazione Sella

Geologia del territorio nell’Ottocento e sue applicazioni ai grandi tunnel transalpini
Giorgio Vittorio Dal Piaz, Accademia delle Scienze

Ricadute sociali, economiche e politiche delle reti ferroviarie e dei primi trafori transalpini
Stefano Maggi, Università di Siena

TRANSALPINE RAILWAY BASE TUNNELS: 150 YEARS OF GEOLOGICAL CONTRIBUTIONS

Chairman Rodolfo Carosi, Accademia delle Scienze & Università di Torino

Geological studies for the Simplon tunnel
Claudio Rosenberg, Sorbonne Université, Paris

Geological studies of the Lyon-Turin cross-border section: Italian side
Marco Gattiglio, Università di Torino

Geological environment of the Fréjus and Lyon-Turin tunnels: structural issues in the framework of Alpine polyphase orogeny
Thierry Dumont, Université Grenoble-Alpes

Gotthard base tunnel: forecast and finding
Peter Guntli, Sieber Cassina + Handke AG, Chur

Geological and structural setting of the Brenner railway base tunnel 

Matteo Massironi, Università di Padova

Innovative 3D/4D geological modelling of tunnels and underground infrastructures
Andrea Bistacchi, Università di Milano – Bicocca

Nella seconda giornata (giovedì 7) sono intervenuti i presidenti e i chairman delle principali società europee che lavorano nel campo delle ferrovie e, in particolare, dei tunnel. Le relazioni sono state più tecniche, di ingegneria e di strategie per lo sviluppo futuro delle ferrovie e dei tunnel.

Il ruolo di Quintino Sella, che dieci anni dopo l’inaugurazione del Fréjus fonderà con Giovanni Capellini la Società Geologica Italiana, è stato fondamentale sia nel progetto del Fréjus sia in quello del San Gottardo. Sella aveva seguito il traforo del Fréjus soprattutto come ingegnere del Regio Corpo delle Miniere. In un intervento alla Camera, nel mese di giugno del 1871, segnalando l’esperienza e la competenza degli operai del Fréjus afferma: «In tutte le cose tecniche la pratica è un elemento importantissimo, ed a me, come ingegnere delle miniere, lasciate ricordare che tra un minatore, il quale sappia dirigere il suo foro di mina, e un minatore, il quale faccia il foro senza studiare la roccia […] c’è differenza grandissima negli effetti che producono».

Egli seguirà, invece, il progetto del traforo del San Gottardo (1872-1882) principalmente nel suo ruolo politico come Ministro delle Finanze (governo Lanza) fino al 1873, poi come capo della Destra dal 1876 al 1878. Il sostegno richiesto all’Italia a fondo perduto era molto oneroso, il doppio di quelli richiesti alla Germania e alla Svizzera sommati. La legge che ratificava il finanziamento dell’Italia per le spese del San Gottardo fu approvata il 3 luglio 1871 grazie al lungo e convincente discorso che era stato pronunciato da Sella alla Camera dei Deputati il 13 giugno.


Il monumento ai realizzatori del Traforo del Frejus in Piazza Statuto a Torino

Per saperne di più:

https://www.accademiadellescienze.it/event/43e8aedf-e46e-4fa4-93a2-79c2016ea33b

venerdì 3 dicembre 2021

140 anni insieme - La Società Geologica Italiana, 1881 - 2021

Roma, 3 dicembre 2021

SAPIENZA Università di Roma, Piazzale Aldo Moro 5, Roma

Aula Lucchesi, Dipartimento di Scienze della Terra


Link: https://global.gotomeeting.com/join/203386261 Codice accesso: 203-386-261


PROGRAMMA

14:00 Apertura conferenza

- INTRODUZIONE - Sandro Conticelli (Presidente SGI)

- 140 ANNI DI GEOLOGIA ITALIANA - Marco Pantaloni & Alessio Argentieri

- TESTIMONIANZE PRESIDENTI EMERITI - Giorgio V. Dal Piaz, Roberto Colacicchi, Giustino Ricchetti, Valerio Bortolotti, Uberto Crescenti, Carlo Doglioni, Elisabetta Erba

- RICORDO DI ANTONIO PRATURLON - Massimo Mattei

- ATTUALITÀ E CULTURA DELLE GEOSCIENZE: LA NUOVA RIVISTA GEOLOGICAMENTE - Enrico Capezzuoli

- IL PROGETTO “MENTE ET MALLEO 1881-2021”: LA STORIA DELLA SGI TRAMITE I PROFILI BIOGRAFICI DEI PRESIDENTI - Alessio Argentieri, Marco Pantaloni e gruppo di lavoro “Mente et Malleo”

17: 00 Dibattito e conclusioni