martedì 27 ottobre 2020

"Carta Geologica della Pianura tra Imola e Ravenna" e "Guida alla lettura"

di Stefano Marabini e Gian Battista Vai

Nel corso del 2020 è stata pubblicata la "Carta Geologica della Pianura tra Imola e Ravenna", di Stefano Marabini e Gian Battista Vai (Théodolite Editore, Imola).



La Carta, che è accompagnata da una Guida alla lettura, è stata realizzata seguendo un approccio morfostratigrafico, considerando quindi i corpi stratificati per alcuni metri al di sotto delle superfici dei depositi. Questo metodo ha permesso la correlazione con sezioni geologiche realizzate partendo da dati di pozzo e di correlazione sismica.
Interessante il legame semiotico dei colori usati, dal caldo al freddo per la litologia (da ghiaie ad argille), per gli ambienti deposizionali di pianura (da prossimale a distale) e cronologico (dall'Ultimo Massimo Glaciale all'Ottimo Climatico).
Molto interessante, poi, l'idea di mettere la "Carta geologica della provincia di Ravenna" e la relativa sezione, a margine, realizzata da Giuseppe Scarabelli nel 1854, a dimostrazione del grande spirito di osservazione dell'illustre scienziato e, soprattutto, della grande capacità di analisi e di ricostruzione delle geometrie deposizionali nell'ambito pedemontano.


Nella Guida alla lettura, viene compiuto un viaggio nello sviluppo delle conoscenze della geologia Emiliano-Romagnola in termini di stratigrafia delle unità che compaiono, da due secoli, nelle carte geologiche.
Viene studiato il ruolo dei padri fondatori della geologia, e a seguire il primo e il secondo Novecento, per finire con le recenti ricerche stratigrafiche in pianura e nel margine appenninico.
Inoltre, la Guida ci illustra i dettagli che hanno portato a realizzare questa Carta della dinamica spaziale e temporale della pianura emiliano-romagnola degli ultimi 37.000 anni, passando dalle 3 unità usate da Scarabelli alle 9 di oggi.
 
Nel 1854 Scarabelli affermava che "consimili lavori" di geologia della pianura avrebbero procurato "utilissime applicazioni per la prosperità e il ben essere della umana famiglia". A quel tempo, però, non disponeva di strumenti scientifici e tecnologici "per progredire oltre".
A distanza di 170 anni, compensando questa mancanza, la "Carta Geologica della Pianura tra Imola e Ravenna" vuole rinnovare l'intento di Scarabelli, confidando in un utilizzo "per il ben essere della umana famiglia".

mercoledì 23 settembre 2020

Renato Funiciello, Italiano della Repubblica

a cura della Sezione di Storia delle Geoscienze

L’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani da decenni cura l’opera collettiva Dizionario Biografico degli Italiani, di cui si è parlato sul blog GEOITALIANI (www.geoitaliani.it) in uno dei primi post nell’aprile 2013 (https://www.geoitaliani.it/2013/04/il-dizionario-biografico-degli-italiani.html) e in altri successivi (https://www.geoitaliani.it/2013/10/giovanni-pallini-detto-jack-un.html). Dopo decenni, il Dizionario sta per completarsi con l’edizione degli ultimi volumi dalla V alla Z; le voci sinora pubblicate, oltre 30.000, sono tutte consultabili liberamente on-line sul sito Treccani (https://www.treccani.it/biografico/index.html).

Negli ultimi anni la Sezione di Storia delle Geoscienze ha contribuito all’opera proponendo l’inserimento di personaggi nel lemmario e redigendo voci di illustri geoscienziati (elenco e link sul sito GEOITALIANI nella sezione “Le nostre pubblicazioni”; https://www.geoitaliani.it/p/pubblicazioni.html).

Accanto ai personaggi del secondo Novecento già presenti nei volumi del DBI, o dei quali è programmata la scrittura (lettere dalla S alla Z), la direzione dell’opera ha concepito e promosso la serie Italiani della Repubblica, pubblicata on-line, per valorizzarne altri di spicco, prima non biografati perché viventi al momento della pubblicazione del rispettivo volume. Nella galleria di autorevoli italiane e italiani attivi in vari campi della cultura nazionale non c’erano geoscienziati. Grazie ai professori Raffaele Romanelli (Direttore del DBI) e Pietro Corsi (membro del Comitato scientifico), che hanno accolto e sostenuto la proposta, è stata pubblicata la voce dedicata a Renato Funiciello, redatta da Alessio Argentieri. La fotografia che la accompagna fu realizzata nel 2009 da Paola Campolunghi presso il Dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università Roma TRE.

Vi invitiamo perciò a ripercorrere la vicenda umana e professionale di Funik (https://www.treccani.it/enciclopedia/renato-funiciello_%28Dizionario-Biografico%29/ ), Italiano della Repubblica, che la sequenza alfabetica ha gradevolmente incastonato tra altri grandi personaggi, Vittorio Foa, Arnoldo Foà e Giorgio Gaber. Nulla è casuale nella cabala dei numeri e delle lettere …




giovedì 17 settembre 2020

I siti della memoria geologica nel territorio del Lazio.

di Marco Pantaloni, Fabiana Console, Alessio Argentieri, Diego Mantero

I concetti di tutela della geodiversità e di valorizzazione e conservazione del patrimonio geologico, alla base del sistema dei Geositi, sono ormai acquisiti nella cultura del territorio e nella normativa di settore. Accanto a luoghi degni di tutela per la presenza di ‘oggetti geologici’ ne esistono altri meritevoli di attenzione per essere stati teatro di eventi significativi per il progresso delle scienze geologiche e dello studio del territorio: i siti della memoria geologica.
Ancora oggi, i geologi non possono trascurare la vasta mole di informazioni raccolte nel passato dai nostri predecessori, così come non devono ignorare le modificazioni territoriali, avvenute spesso in epoche recenti, che hanno determinato la scomparsa di località di affioramento di “fenomeni geologici” di primaria importanza per la ricostruzione della storia geologica dei luoghi.
La finalità del progetto i cui risultati vengono presentati in questo volume è proprio quella di contribuire a mantenere viva la “memoria geologica” legata ai siti, presenti nel territorio della regione Lazio, nei quali è stata scritta la storia della geologia. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso il censimento, l’approfondimento e la divulgazione della conoscenza dei “siti della memoria geologica” attraverso una serie di articoli scientifici che raccolgono la descrizione dei luoghi, degli eventi geologici individuati e, non ultimo, dei personaggi che hanno contribuito a diffondere l’interesse per quel determinato luogo.
I siti sono presentati a partire dalla costa tirrenica, iniziando con le spiagge ferrifere di Ladispoli, per esplorare in senso antiorario prima Tuscia e Sabina a nord, poi Ciociaria e Pianura Pontina a sud, giungendo così all'area metropolitana di Roma e infine alla Capitale, che naturalmente primeggia per densità di luoghi ed eventi.


Pantaloni M., Console F., Argentieri A., Mantero D. (Eds.) (2020) - I siti della memoria geologica nel territorio del Lazio. Memorie Descrittive della Carta Geologica d'Italia, 106, Roma, Servizio Geologico d'Italia - ISPRA, 328 pp.


Il volume è disponibile al download sul sito web dell'ISPRA:

https://www.isprambiente.gov.it/…/i-siti-della-memoria-geol…








domenica 26 aprile 2020

Il 25 aprile 1945 dell'Italienische Militarinternierte n. 6168

di Alessio Argentieri

Il 25 Aprile del 1945, l’Internato Militare Italiano n. 6168 si trovava ancora nello Stalag XIB di Fallingbostel, in Bassa Sassonia, in cui era recluso da diversi mesi. Pochi giorni prima, il 16 di quel mese, una divisione corazzata inglese aveva liberato il campo di concentramento, salvando i prigionieri da una sorte infausta: i nazisti, prossimi alla disfatta, avevano infatti deciso di trasferirli in quelli di sterminio di Bergen Belsen e Buchenwald. Il protagonista di questa storia, in grave denutrizione e ammalato di pleurite, fu trasferito nel maggio 1945 nel non lontano campo di Bomlitz, trasformato in ospedale militare inglese; dopo quattro mesi di degenza egli fece ritorno in Italia, il 30 agosto 1945, per riprendere la propria vita dopo la tragica parentesi bellica.



Nel 1941, quale tenente di fanteria del Regio Esercito, egli era stato inviato al fronte, prima in Albania dove fu impegnato in combattimenti di posizione, e poi in Grecia. L’8 settembre 1943 egli si trovava a Istmia, preso il canale di Corinto, dove in virtù delle sue competenze di geologo svolgeva l’incarico di sorveglianza della stabilità delle sponde. Lì, all’indomani dell’armistizio, i tedeschi catturarono i militari italiani, deportandoli in Polonia con un travagliato viaggio durato un mese in vagoni bestiame piombati, attraversando Grecia, Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria e Germania. Il tenente, come circa 700.000 altri connazionali, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di partecipare alla guerra civile, scegliendo la prigionia. Agli internati militari italiani (Italienische MilitärInternierte, contrassegnati dall’acronimo IMI) fu negato lo status di prigionieri di guerra. La sua lunga cattività durò quasi due anni, passati in diversi campi (ottobre 1943 a Luckenwalde, presso Berlino; dal novembre 1943 a Beniaminowo, vicino Varsavia; poi in Bassa Sassonia, dapprima Stalag XB di Sandbostel dal marzo 1944 e poi Stalag XIB di Fallingbostel dal gennaio 1945). Tra i suoi compagni di sventura alcuni personaggi famosi, tra cui lo scrittore Giovannino Guareschi. Per il nostro geologo, montanaro della Val di Non, la pena aggiuntiva del piatto e desolato paesaggio del bassopiano germanico, anziché le amate Dolomiti.
Ma il personaggio diede a questa esperienza tragica un grande significato, grazie alla sua passione per la fotografia, coltivata clandestinamente durante tutta la reclusione a rischio dell’incolumità. Grazie ad una Zeiss Super Ikonta, poi sostituita da una Voigtländer Leica celata anche nelle mutande, tanti scatti impressi su pellicole custodite e sviluppate solo dopo la fine della guerra. Fotografie di enorme importanza storica e simbolica, che documentarono la prigionia e la liberazione. La prova di una sfida azzardata, combattuta e vinta a mano disarmata dagli oppressi contro i potenti oppressori, una sorta di ‘Resistenza passiva’ di gran parte degli internati militari italiani che, scegliendo per varie ragioni la prigionia, rifiutarono la guerra civile e diedero comunque un contributo alla sconfitta del nazifascismo.
Il personaggio, per chi di questa storia non è a conoscenza, era Vittorio Vialli (Cles, Trento 1914- Bologna 1983) insigne paleontologo e geologo, curatore presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, poi professore di paleontologia e di geografia fisica all’Università di Bologna e direttore dell’Istituto di Geologia e Paleontologia, nonché del Museo Geologico “Giovanni Capellini”. La produzione scientifica di Vialli è composta da trentasei tra articoli e carte, oltre ad alcuni testi didattici, che spaziano dalla paleontologia (stratigrafica, sistematica e di evoluzione) a temi prettamente geologici, incluso il rilevamento e la cartografia. In termini quantitativi pesa il decennio scarso che le vicende belliche gli sottrassero allo studio e alla ricerca, peraltro proprio nella fase cruciale tra la trentina e la quarantina; grande impegno dedicò inoltre alla didattica e alla conservazione museale. Il suo profilo umano e professionale, già raccontato in molti libri e saggi, è di prossima pubblicazione nel volume 99 del Dizionario Biografico degli Italiani edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani (Argentieri, in stampa).



Ieri, nel settantacinquesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, era programmata la presentazione a Bologna di una nuova edizione (curata anche dai figli Silvana e Bruno Vialli) del suo libro del 1975 Ho scelto la prigionia, in cui egli, tre decadi dopo gli eventi, narrò per immagini e parole la sua esperienza di internato militare. Fu la moglie Liana Mazzoldi ad assisterlo allora nel lavoro, impegnativo soprattutto emotivamente, di riordino del materiale fotografico.
L’emergenza sanitaria globale in corso ha imposto il rinvio di questo, come di moltissimi altri eventi ordinari e straordinari. Ecco un motivo in più per attendere con speranza la fine della pandemia, per onorare la memoria di questo illustre Geoitaliano. Un esempio di resistenza e di sopportazione delle difficoltà, capace di sopravvivere alle tragedie e di riprendere il percorso interrotto, a cui guardare con ammirazione.





domenica 5 aprile 2020

Prize “Quintino Sella for the History of Geosciences” in honor of Nicoletta Morello and Bruno Accordi


The Società Geologica Italiana is proud to announce that has been published the first edition of the “Biennial Prize “Quintino Sella for the History of Geosciences” in honor of Nicoletta Morello and Bruno Accordi - Competition notice 2020 for the two-year period 2019 - 2020.

The Prize, sponsored by the Banca Sella, consists of € 2.000. The winner will receive the membership to the Società Geologica Italiana for the year following the prize assignment, or the renewal if already a member.

The Prize is conferred to the author of the best scientific paper in the field of the History of Geosciences, published on national or international reviews in the two years before the call. The Prize is indivisible.

The Competition is open to all those who, on the deadline for the submission of applications, meet the following requirements:
  • under the age of 35;
  • are not tenured university professors.
The application form must be submitted by self-certification, in which the general details must be reported, as well as the candidate's personal and residence data according to the format available on the Società Geologica Italiana website, and must reach the Secretary of the Società Geologica Italiana by April 30th, 2020 accompanied by the following documentation on free paper:
  • the pdf file of the scientific paper presented for the competition (already awarded papers are not admitted);
  • the "curriculum vitae";
  • the list of any other publications of the candidate.
The documentation should be sent in pdf format to the following address: premi@socgeol.it

The announcement of the winner and the awarding of the prize will take place on the occasion of the General Assembly of Members to be held in Trieste at the headquarters of the 90th National Geological Congress of the Società Geologica Italiana in September 2021.



sabato 22 febbraio 2020

Corso di Storia della geologia alla Sapienza, Università di Roma


di Alessio Argentieri e Marco Pantaloni

La Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana è lieta di annunciare che presso il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza Università di Roma, è stato attivato l’insegnamento di Storia della Geologia. L’incarico di docenza è stato conferito a Marco Romano, che da giovane ricercatore fu fra i primi adepti della Sezione progetto GEOITALIANI ed oggi, dopo qualche anno, affronta questo importante impegno della sua maturazione didattica e scientifica.
Il corso è collocato nel secondo semestre dell’Anno Accademico 2019/20 ed avrà inizio il prossimo giovedì 27 febbraio (ore 16). Le lezioni si svolgeranno presso il Dipartimento di Scienze della Terra nei seguenti orari: giovedì 16-18 (aula 16) e venerdì 11-13 (Aula 5).
L’evento è motivo di orgoglio e vanto per la nostra Sezione, a nome della quale formuliamo i migliori auguri al collega Romano e ringraziamo il Dipartimento di Scienze della Terra per la lungimirante scelta.
E’ un momento significativo per la comunità geoscientifica italiana, che con questo ulteriore passo rimette la propria tradizione culturale quale base fondante della formazione delle nuove leve di geologi. Che si diventi tecnici, ricercatori, didatti, pubblici funzionari o liberi professionisti, è imprescindibile conoscere le proprie radici, sapere da dove si proviene, per capire dove dirigersi.
Oltre sette anni fa con questo spirito ci si lanciò nell’impresa GEOITALIANI, come ricordato di recente nel celebrare il settimo anniversario della nascita della Sezione (https://www.geoitaliani.it/2019/12/the-seven-year-itch.html).

Ed è una ottima notizia che in questo 2020, proprio nel luogo in cui Bruno Accordi concepì e realizzò il suo Storia della geologia (pubblicato nel 1984, e ad oggi l’unico trattato organico sulle geoscienze italiane), finalmente si ritorni a parlare del passato quale chiave del presente e del futuro. Per giunta nello stesso anno in cui si attribuirà il nuovo premio co-intitolato a Bruno Accordi e Nicoletta Morello che la SGI, con il fondamentale supporto della Fondazione Banca Sella, attribuirà a giovane studiosa/o di storia delle geoscienze.
Ci concediamo perciò con sollievo un poco di ottimismo rispetto alle considerazioni fatte nel 2013 sulle capacità delle varie discipline scientifiche italiane nel valorizzare la propria tradizione culturale (http://www.geoitaliani.it/2013/12/le-vite-degli-altri-storia-e-memoria.html).




martedì 31 dicembre 2019

La rota porphyretica nella Basilica di San Pietro in Vaticano


di Marco Pantaloni

Tra le migliaia di visitatori che ogni giorno entrano nella Basilica di San Pietro in Vaticano, solo pochi si soffermano a osservare una lastra di porfido collocata proprio all’interno della porta centrale, o porta del Filarete, della Basilica.
La vastità e lo splendore della chiesa distolgono l’attenzione del visitatore dal disco rosso cupo di porfido, conosciuto appunto come rota porphyretica, incastonato tra gli altri marmi nel pavimento.

Questo disco marmoreo rappresenta uno dei simboli più importanti per il ruolo secolare della Chiesa perché sopra di essa si svolgevano le solenni cerimonie della Corona e l'intronizzazione dei papi. L’importanza della rota è dimostrata dal fatto che, in passato, non poteva essere calpestata dal popolo comune per nessun motivo; la tradizione riporta che sulla lastra di porfido il papa Leone III abbia incoronato Carlo Magno, nella famosa notte di Natale dell’anno 800, anche se l’iconografia classica non ne riporta l’esistenza.

L’incoronazione di Carlo Magno (dettaglio), di Raffaello Sanzio.
(Web Gallery of Art: Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14614952)


La presenza di questa rota è stata richiamata in molti testi e la sua presenza deriva dal recupero di materiale dalla demolizione della precedente Basilica vaticana. Infatti, lo storico Onofrio Panvinio (1530-1568) nella descrizione del pavimento della vecchia basilica riporta la presenza di quattro rotae: due in marmo egiziano, delle quali una immediatamente dopo la soglia e due in porfido, posizionate una nel nartece e un’altra, quasi sicuramente la rota porphyretica, in corrispondenza dell’altare del Santissimo Sacramento. Questa posizione è confermata dal chierico della basilica Giacomo Grimaldi (1560-1623) che descrive quattro rotae allineate di cui una, che lui chiama “grande porphyretica”, posta di fronte all’Altare del Santissimo Sacramento. Grimaldi fu un attento cronista delle demolizioni e delle ricostruzioni della basilica, e uno dei pochi a riprodurre l’ambiente dell’antica basilica costantiniana. La rota porphyretica, nella riproduzione di Grimaldi, è la più grande delle quattro rotae e viene evidenziata dal colore rosso, al centro della navata in prossimità dell’altare del Santissimo Sacramento.

Rappresentazione dell’antica Basilica di San Pietro di Giacomo Grimaldi;
il disco rosso al centro del disegno è la rota porphyretica
(http://projects.leadr.msu.edu/medievalart/exhibits/show/roman_architecture_ages/old_st_peters)

Durante la costruzione della attuale basilica, il vecchio pavimento venne interrato a circa 4 metri di profondità e venne riesumato solo nel 1649 in occasione del Giubileo, quando papa Innocenzo X fece sostituire il pavimento della chiesa disegnato dal Maderno con l’attuale pavimento intarsiato di Gian Lorenzo Bernini. Il riposizionamento della rota porphyretica nell'attuale posizione, quindi, avvenne proprio in quel periodo; tuttavia durante i lavori la lastra fu spezzata e venne quindi ridotta nelle attuali dimensioni di circa 2,6 metri di diametro.
Nessuno studio riporta informazioni circa l’origine della lastra di porfido; sicuramente si tratta di materiale di riuso proveniente da opere della Roma imperiale. Questa pietra ornamentale, chiamata dai romani Lapis porphyrites o Porfido imperiale, è caratterizzata da un color rosso porpora con piccoli cristalli di feldspato bianco. Scientificamente è descritta come una dacite-andesite porfirica del Precambriano, con massa di fondo colorata da ematite e piemontite silicea con manganese. I cristalli rosa e bianchi sono costituiti da feldspato plagioclasico e quelli neri da biotite o orneblenda.

La rota porphyretica collocata all'interno della porta centrale
della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Venne estratta a partire dal I sec. a.C. a Gebel Dokhan nel Deserto egiziano orientale, divenuto poi Mons Porphyrites. Fu usata soprattutto ai tempi di Nerone, Traiano ed Adriano, e veniva estratta nelle cave di proprietà imperiale; la predilizione degli imperatori per il colore porpora fece sì che questa pietra ornamentale divenisse uso riservato dell’imperatore e, da quel momento, simbolo del potere.
Dopo l’abbandono delle cave egiziane, gli scalpellini romani riusarono massicciamente questa pietra, che venne quindi chiamata porfido rosso antico o porfido rosso egiziano, nei pavimenti cosmateschi delle chiese di Roma.

Di fatto, il valore simbolico della rota porphyretica la rende una delle pietre ornamentali più evocative nella storia dell’occidente, assegnandoli un valore culturale enormemente superiore a quello intrinseco economico.

Per saperne di più


sabato 7 dicembre 2019

The Seven Year Itch: GEOITALIANI 2012-2019


di Alessio Argentieri e Marco Pantaloni

Oggi la Sezione di Storia delle Geoscienze compie sette anni di vita. Il parto, seguito ad una lunga gestazione, avvenne il 7 dicembre 2012 nell’Aula del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza a Roma con la Conferenza “Le Geoscienze tra passato e futuro”. L’evento, organizzato dalla Società Geologica Italiana a seguire l’Assemblea generale, è stato raccontato già nel quinto anniversario con l’articolo che vi invitiamo a rileggere (http://www.geoitaliani.it/2017/12/primo-lustro.html).

Per il settimo compleanno ecco un piccolo omaggio a lettrici e lettori di GEOITALIANI, molti dei quali sappiamo essere cinefili.
Nel 1955 usciva nelle sale cinematografiche “The Seven Year Itch”, regia di Billy Wilder, uno dei film su cui si fonda il mito di Marilyn Monroe. In Italia fu rinominato “Quando la moglie è in vacanza”, con una traduzione infedele (letteralmente sarebbe “Il prurito del settimo anno”), forse imposta dalla censura che di cose pruriginose non voleva assolutamente sentir parlare.
Il numero magico 7 ci avrebbe consentito altre citazioni cinematografiche, dai cowboys guidati da Yul Brynner (“The Magnificent Seven” di John Sturges, 1960) o meglio ancora dal loro archetipo giapponese (“Shichinin no Samurai di Akira Kurosawa, 1954), sino a “Snow White and the Seven Dwarfs” (regia di David Hand, 1937). E su quest’ultima scelta avremmo avuto gioco facile, visto che nessun geologo al mondo può negare che le proprie passioni professionali abbiano una radice, seppur minima, nelle rappresentazione disneyana delle viscere della Terra, da cui i nanetti cavavano pietre preziose multicolori.

Ma su tutte le immagini possibili abbiamo deciso di festeggiare la ricorrenza del 7 dicembre con un altro dono del sottosuolo, il flusso d’aria risalente dalle gallerie ipogee per regalarci la meravigliosa Marilyn in abito bianco, che a distanza di decenni ancora estasia.



Dopo sette anni il prurito che diede vita al progetto GEOITALIANI ancora c’è e speriamo sia molto, ma molto contagioso, sino a diventare cronico.
Per questo motivo vi invitiamo a partecipare alle attività e a sostenere la Società Geologica Italiana, rinnovando l’iscrizione per il 2020.

Il contributo degli iscritti rappresenta un supporto fondamentale per la vita della nostra Società, ma soprattutto per poter continuare ad effettuare tutte le attività sociali, tese alla promozione della cultura delle geoscienze sia all'interno della comunità scientifica, nazionale e internazionale, sia nel Paese. Rinnovare la propria associazione alla Società Geologica Italiana significa sostenere l'intera comunità delle geoscienze nel segno della storia, della tradizione e del rinnovamento.

Rinnovando l’iscrizione per il 2020 non mancate di esprimere l’adesione alla Sezione di Storia delle Geoscienze.
GEOITALIANI wants you!!!

lunedì 2 dicembre 2019

Pria Pula, l’isola che non c’è (sulle carte geologiche moderne)

di Luca Barale

La Pria Pula (anche “Pria Pulla” o “Pria Poula”) è uno scoglio di pochi metri di lunghezza, situato a poco più di 200 metri di distanza dalla costa di Pegli (Genova), alle coordinate WGS84 44°25'15.8"N - 8°48'20.6"E. Il nome dello scoglio (letteralmente “Pietra Pollastra”) deriva dalla caratteristica forma “crestata” (Fig. 1), ben riconoscibile anche da riva.


Fig. 1. La Pria Pula in una cartolina d’epoca; sullo sfondo il lungomare di Pegli.
Immagine tratta dal volume “Pegli nel tempo e nei tempi” (Graffigna & Maggio, 2005)
La Pria Pula ha da sempre rappresentato un simbolo della cittadina di Pegli, tanto da essere inserito negli ultimi anni nel censimento dei Luoghi del Cuore dal FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano (https://www.fondoambiente.it/luoghi/isolotto-di-pria-pulla).
Negli anni ’70, l’esistenza della Pria Pula fu minacciata dalla costruzione della diga foranea per il Porto di Voltri-Pra’. Tuttavia, a seguito delle proteste dei pegliesi, il tracciato dell’opera fu deviato di alcuni metri rispetto al progetto originario così da risparmiare lo scoglio, pur racchiudendolo all’interno del bacino portuale.
Dal punto di vista litologico, la Pria Pula rappresenta la continuazione a mare dei metagabbri a glaucofane che costituiscono il promontorio del Bric Castellaccio, già conosciuti nella seconda metà del XIX secolo (es., Bonney, 1879; Parkinson, 1899; Franchi, 1896) e oggi attribuiti all’unità dei Metagabbri del Bric Fagaggia (Unità tettono-metamorfica Palmaro-Caffarella, Massiccio di Voltri; Capponi & Crispini, 2008). 
Le uniche indicazioni in nostro possesso sulla composizione litologica della Pria Pula compaiono in due carte geologiche pubblicate tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo ad opera di due illustri geologi che molto contribuirono alle conoscenze geologiche sull’area genovese. Si tratta della “Carta geologica della Tratta Pegli-Rossiglione (Scala di 1:25.000)” di Torquato Taramelli, allegata al lavoro “Osservazioni geologiche in occasione del traforo delle gallerie del Turchino e di Cremolino sulla linea Genova-Asti” (Taramelli, 1898), e della “Carta Geologica di Pegli e dintorni” inserita nella monografia Liguria Geologica di Gaetano Rovereto (1939). In entrambe le carte, le dimensioni dell’isolotto sono state esagerate, per consentirne la rappresentazione. Nella carta di Taramelli (Fig. 2), la Pria Pula e il vicino promontorio del Bric Castellaccio sono rappresentati con colore giallo scuro, corrispondente ad “Anfiboliti (Ovarditi, prasiniti, ecc.)”. Analogamente, nella carta di Rovereto, la Pria Pula è contrassegnata da una “V” rossa (in verità appena leggibile; Fig. 3), indicante “Gabbri e scisti glaucofanitici”, ovvero “i noti gabbri glaucofanitici e a lawsonite di Pegli e della Pria Poula, grosso scoglio in mezzo al mare” (Rovereto 1939, pag. 308).

Fig. 2. “Carta geologica della Tratta Pegli-Rossiglione (Scala di 1:25.000)” di Torquato Taramelli (1898). La Pria Pula (qui “Pria Poula”), così come il vicino promontorio del Bric Castellaccio, è rappresentata con colore giallo scuro, corrispondente alla voce “Anfiboliti (Ovarditi, prasiniti, ecc.)” della legenda (b). Riproduzione per gentile concessione della Biblioteca ISPRA, Roma.

Fig. 3. Particolare della “Carta Geologica di Pegli e dintorni” di Rovereto (1939). La Pria Pula, e il promontorio del Bric Castellaccio, presentano una campitura a “V” rosse, corrispondente a “Gabbri e scisti glaucofanitici (serie di Montenotte?)”.
Al contrario, sulle carte geologiche ufficiali dell’area di Genova pubblicate nei decenni seguenti (Carta Geologica d’Italia 1:100 000, Foglio 82 Genova, I Ed., Sacco & Peretti, 1942; II Ed., Servizio Geologico d’Italia, 1971; Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50,000, Foglio 213-230 Genova; Capponi e Crispini, 2008), il toponimo “Pria Pula” compare, ma, a causa della scala di rappresentazione troppo piccola, la composizione litologica dell’isolotto non è più riportata (Fig. 4). Quello della Pria Pula è uno dei tanti esempi di come le “vecchie” carte geologiche, oltre ad avere un innegabile valore storico, possano anche rappresentare un’utile risorsa dal punto di vista scientifico, poiché ricche di informazioni di dettaglio spesso omesse dai documenti moderni.

Fig. 4. Particolari della zona di Genova Pegli tratti dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, Foglio 82 Genova, II Ed. (a; Servizio Geologico d’Italia, 1971) e dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50,000, Foglio 213-230 Genova (b; Capponi & Crispini, 2008). In entrambi i casi, il toponimo “Pria Pula” è presente, ma senza indicazioni sulla sua natura litologica.

Bibliografia
Bonney T.G. (1879) - Note on some Ligurian and Tuscan serpentinites. The Geological Magazine, 2nd decade, 6: 362-371.
Capponi, G., Crispini, L. (2008) - Foglio 213-230 Genova della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 e note Illustrative. APAT, Roma.
Franchi S. (1896) - Prasiniti e anfiboliti sodiche provenienti dalla metamorfosi di rocce diabasiche presso Pegli, nelle isole Giglio e Gorgona ed al Capo Argentario, Bollettino della Società Geologica Italiana, 15: 169-181.
Graffigna G.B., Maggio G. (2005) Pegli nel tempo e nei tempi. Ateneo Edizioni, Genova.
Parkinson J. (1899) - The glaucophane gabbro of Pegli, North Italy. The Geological Magazine, 4th decade, 6: 292-298.
Rovereto G. (1939) - Liguria Geologica. Memorie della Società Geologica Italiana, 2: 1-741.
Servizio Geologico d’Italia (1971) - Foglio 82 Genova, II Edizione, Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000. Roma.
Sacco F., Peretti L. (1942) Carta Geologica d’Italia 1: 100 000. Foglio 82 Genova, I Edizione. Stab. Salomone, Roma.
Taramelli T. (1898) Osservazioni geologiche in occasione del traforo delle gallerie del Turchino e di Cremolino sulla linea Genova-Asti. Tip. Squarci, Roma


sabato 14 settembre 2019

Notte Europea dei Ricercatori 2019


a cura della Sezione di Storia delle Geoscienze - Società Geologica Italiana




Venerdì 27 Settembre 2019 si terrà a Roma la NOTTE EUROPEA DEI RICERCATORI 2019, promossa dalla Commissione Europea ed organizzata da Frascati Scienza insieme a circa 60 partners. L’iniziativa è stata avviata per la prima volta tredici anni fa, con l’intento di portare la scienza e i ricercatori tra i cittadini, i giovani e gli studenti. Il simbolo di questa edizione, intitolata BEES (BE a citizEn Scientist), è l’ape, animale scelto quale paradigma del rapporto virtuoso tra scienza, ambiente e cittadinanza attiva.
Nella serata di venerdi 27 settembre, dalle 19 a mezzanotte, la sede dell’Università degli Studi Roma TRE (largo S. Leonardo Murialdo 1) ospiterà circa 40 attività diverse, articolate in cinque sezioni:
Attività interattive (Giochi matematici, antibiotici, particelle subnucleari, crittografia, vulcani, terremoti, aerei di carta, DNA, protozoi, macchine per disegnare, chiosco dei “tarocchi del fisico”);
Seminari (oltre alla scoperta dell’acqua su Marte, si parlerà di cambiamenti climatici, buchi neri, macchine per il volo e molto altro);
Mostre e spettacoli (il tradizionale planetario e le osservazioni al telescopio, ma anche raggi cosmici, matematica visuale, carte geologiche, pianeti, la sostenibilità con il cortometraggio “Di chi è la Terra”, e le opere degli artisti di RBN Arte);
Pillole di scienza (sezione di seminari-lampo, dedicati ai temi scientifici più svariati e rivolti ad pubblico no amante dei lunghi monologhi)
Kids’ corner – (con le immancabili attività dedicate ai bambini)
L’accesso è gratuito. Per informazioni e prenotazioni:

GEOITALIANI, accogliendo il cortese invito dell’organizzazione, ci sarà.
La Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana, in collaborazione con Città Metropolitana di Roma Capitale, ISPRA e Dipartimento di Scienze- Università degli Studi Roma TRE, presenterà una conferenza dal titolo “SOTTO I SETTE COLLI” , che ripercorre lo sviluppo della tradizione delle scienze della Terra a Roma dall’inizio del XIX secolo all’epoca moderna, seguendo il filo conduttore del progresso della cartografia geologica dell’area romana (inizio alle ore 22:30 presso l’Aula M2 di Largo San Leonardo Murialdo 1; per prenotazioni https://www.eventbrite.it/e/biglietti-notte-europea-dei-ricercatori-a-roma-tre-63637849521).
Di seguito l’Abstract. Vi aspettiamo.
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SOTTO I SETTE COLLI
di Alessio Argentieri, Fabiana Console, Giovanni De Caterini, Roberto Mazza, Marco Pantaloni, Maurizio Parotto e Giovanni Rotella
Lo sviluppo delle moderne Geoscienze a Roma fonda le sue radici all’inizio del XIX secolo. Sotto il pontificato di Pio VII, grazie al tesoriere generale vaticano Cardinale Alessandro Lante, fu istituita nel 1804 presso La Sapienza la prima cattedra di Mineralogia. A ricoprire l’incarico fu chiamato padre Carlo Giuseppe Gismondi, appartenente all’Ordine degli Scolopi e insegnante nel Collegio Nazzareno. Qui si può individuare il momento fondante della tradizione geo-mineralogica nella Città Eterna, che consentì la nascita di una Scuola geologica romana nella seconda metà dell’Ottocento. E’ Giuseppe Ponzi il capostipite dell’albero “geo-genealogico” capitolino: medico, naturalista e zoologo, fu successore di Gismondi, Pietro Carpi e Vincenzo Sanguinetti nell’insegnamento di mineralogia all’Università La Sapienza e titolare della nuova cattedra di Geologia, istituita nel 1864 durante il Pontificato di Papa Pio IX. Nella stessa epoca i Gesuiti, sotto la guida illuminata del poliedrico padre Angelo Secchi, diedero avvio presso il Collegio Romano agli studi sismologici accanto a quelli di astrofisica e delle altre branche della Fisica Terrestre (meteorologia, geodesia, geomagnetismo). Le ricerche geo-paleontologiche nell’area romana proseguirono invece il proprio percorso autonomo ad opera degli epigoni di Ponzi (Romolo Meli, Alessandro Portis, Antonio Neviani, Enrico Clerici, Gioacchino de Angelis d’Ossat, Giuseppe Tuccimei, per citare i più illustri) compiendo la transizione verso il XX secolo. Ma la storia della cartografia geologica di Roma ha un prologo: è il veneto Giovan Battista Brocchi a completare, tra il 1820 e il 1830, il primo rilievo dell’area urbanizzata, esteso dai Sette Colli alla valle del Tevere e alla dorsale di Monte Mario. Molti aggiornamenti seguono nel tempo, con cadenza quasi periodica, fino ad arrivare nel 2008 al foglio 374 del Progetto CARG alla scala 1:50.000, che rappresenta l’attuale cartografia geologica ufficiale della città di Roma.