Visualizzazione post con etichetta Servizio Geologico d'Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Servizio Geologico d'Italia. Mostra tutti i post

giovedì 17 febbraio 2022

Geologi di altri tempi: Nicola Zattini, tecnico e rilevatore della Carta geologica d’Italia

di Anna Rosa Scalise

In occasione della ricorrenza da cinque anni della scomparsa di Nicola Zattini ho il piacere di ricordare la sua figura umana, l’intensa attività tecnico-scientifica, le condizioni e il periodo storico del Servizio Geologico d’Italia in cui egli svolse il suo lavoro.


Nicola Zattini nel dicembre del 1960 fu assunto presso il Servizio Geologico d’Italia allora sotto la direzione di Enzo Beneo, con la qualifica di “Vice geologo in prova”, qualifica usata a quei tempi per i neo impiegati.

Nel 1960 iniziò una nuova era per la geologia italiana; fu approvata la legge “Sullo” (dal nome del parlamentare proponente) che autorizzò uno stanziamento straordinario di fondi per completare la prima edizione di quella cartografia geologica iniziata quasi cento anni prima, e pubblicare una seconda edizione, aggiornata e moderna di quasi la metà di tutto il territorio italiano. All’entrata in vigore della legge fu programmato quindi l’aggiornamento ed il completamento di 140 fogli da realizzare entro il 30 giugno del 1970, termine fissato dalla norma.

I “favolosi” anni ’60 rappresentarono un periodo di straordinaria rilevanza e di grande impegno per il Servizio Geologico d’Italia che fu designato Organo Cartografico dello Stato, e subito dopo iniziarono i lavori per la redazione della Carta Geologica d’Italia alla scala 1: 100.000 con la collaborazione delle Università, gli Enti pubblici e privati e le regioni Autonome con il coordinamento del Comitato Geologico presieduto allora da Ardito Desio.

In questo contesto, il geologo Nicola Zattini, neo assunto, fu subito impiegato al rilevamento geologico di terreno delle aree dei Fogli alla scala 1:100.000 n.106 “Firenze” prima e 130 “Orvieto” poi, insieme al collega Lamberto Pannuzi, l’amico fraterno con il quale condivise ancora prima l’esperienza per conto dell’Enel e poi presso la GEMINA (Geomineraria Nazionale) sulla ricerca della lignite in Umbria, in quei luoghi a lui tanto cari dove conobbe Luciana, diventata poi sua moglie e la madre dei suoi tre figli.

In quegli anni, continuò con passione e impegno profuso alle attività di studio e ricerca delle tematiche geologiche dell’Italia centro-meridionale che contribuirono alla crescita delle conoscenze scientifiche dei Fogli: 138 “Terni, 143 “Bracciano”, 144” Palombara Sabina”, 153 “Agnone”, 161 “Isernia”, 162 “Campobasso”, 173 “Benevento”, 175“Cerignola”, e alla redazione delle note illustrative dei Fogli Orvieto, Perugia, Città di Castello, Terni, Palombara Sabina, Campobasso, Benevento.





Gli impegni dei geologi di stato di allora furono interessati dal coordinamento e dalla revisione scientifica dei Fogli geologici affidati alle Università, al CNR, alle Regioni e alle Province Autonome di Trento e Bolzano e dalle attività di campagna svolte con molte difficoltà specialmente nelle aree di montagna dove furono impegnati a percorrere molti chilometri a piedi in condizioni climatiche avverse, spesso in solitudine, e con un abbigliamento non sempre adeguato. La prima dotazione di indumenti protettivi più consoni ai lavori di campagna avvenne molto tardi a seguito della morte del collega Carlo Bergomi che nel 1977 aveva perso la vita durante una campagna di rilevamento, dopo questo evento cambiarono le condizioni di lavoro dei geologi di stato che da quel giorno furono maggiormente valorizzati e meno trascurati.

La figlia di Zattini, Giuseppina, racconta: “quando papà rilevava da solo nelle zone di montagna, di inverno indossava un passamontagna, destando sospetti nei pastori che incontrava. Una volta fu aggredito dai cani e fu costretto ad arrampicarsi su un albero, per potersi arrampicare su un albero, conoscendo mio padre, doveva aver preso una gran paura, rimase sull’albero fino all’arrivo del pastore al quale ancora una volta dovette spiegargli che lui era lì per lavoro e che non aveva alcuna intenzione di rubare”.

“[…] ricordo ancora di quegli anni, quando il collega di papà, Nestore Malferrari, veniva a prenderlo in macchina, caricavano i bagagli e i viveri e partivano per una gita di rilevamento, papà era andato a fare una gita e la gita era un lavoro, questa cosa mi affascinava tantissimo. Papà aveva una passione smisurata per il suo lavoro egli diceva spesso che il rilevamento te lo devi sentire, è qualcosa che hai dentro, non si impara sui libri, devi avere l’occhio e l’intuito, non è una cosa semplice. L’entusiasmo per il suo lavoro lo portava spesso a voler fare tante altre cose ma si era sempre sacrificato per la sua famiglia, fra le tante aveva rinunciato alla carriera universitaria presso la facoltà di Scienze Geologiche di Cagliari, proposta dal prof. Carmelo Maxia del quale era stato l’allievo preferito”.

”[…] da bambina papà mi portava spesso in ufficio nella sede di Santa Susanna, ricordo ancora la nebbia di fumo che aleggiava nella sua stanza, l’area era irrespirabile e io mi chiedevo come facessero le persone a lavorare con lui e a respirare quell’odore insopportabile, lo stesso si percepiva poi sulle carte geologiche che portava a casa che ne rimanevano impregnate per parecchio tempo”. […] Ricordo ancora delle accese discussioni che faceva con i colleghi su argomenti di geologia, egli ascoltava prima tutti e poi e sulla base della sua esperienza cercava di essere persuasivo con argomenti di logica e di ragionamento. […] di altri colleghi che andavano a rilevare con papà ricordo Lamberto Pannuzi, Carlo Bergomi (per noi zio Carletto), Bruno Compagnoni ed Ernesto Centamore, per me era sempre una festa quando al loro ritorno dalla missione rimanevano a pranzo a casa nostra e io che ero affascinata dai loro discorsi gli facevo continue domande”.

Le attività previste dalla legge “Sullo” nel 1968 furono completate con il rilevamento e la stampa di buona parte dei Fogli, negli anni successivi i lavori proseguirono con il rilevamento degli ultimi tre e con l’elaborazione, il disegno e la preparazione alla stampa dei rimanenti. Il Comitato Geologico durante gli otto anni trascorsi svolse un’intensa attività assolvendo ai compiti assegnati dalla legge e fornendo il più fattivo e valido contributo alla soluzione dei problemi scientifici.

Nel 1971 iniziarono le attività degli studi di base per la preparazione delle norme generali, scientifiche e tecniche per il rilevamento della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, con la finalizzazione della stessa verso problemi prevalentemente applicativi riguardanti la sicurezza del territorio in relazione alle vari forme di rischio geologico e di rappresentazione cartografica. Questa nuova attività prese l’avvio con le modeste dotazioni del bilancio ordinario e con i contributi, offerti dal CNR, e dalla regione Trentino- Alto Adige ma con un organico ridotto e con scarsi mezzi furono rilevati e stampati solo alcuni fogli indicati come “sperimentali”. Nell’ambito di questa nuova attività il Comitato Geologico, presieduto dal prof. A. Jacobacci che era anche il Direttore del Servizio, nel 1974 nominò un gruppo di lavoro composto da C.F. Boni, M. Govi, C. Merlo, L. Pannuzi, A. Valdinucci, N. Zattini che venne integrato poi da P. Bono e coordinato dallo stesso Jacobacci per la redazione delle “Norme per la cartografia idrogeologica” e del “Rischio geologico”, pubblicate successivamente nel Quad.n.1 del Servizio Geologico.




All’inizio degli anni ‘80 quando entrai insieme ad altri colleghi al Servizio Geologico, Zattini operava allora presso il Reparto di Geologia Applicata con Amedeo Balboni, Walter Brugner, Alvaro Valdinucci, Enrico Prat e Giuseppe Castaldo nella veste di geologo applicato effettuando numerosi interventi nel campo della geologia tecnica e collaborando alle attività di consulenza richieste dalle altre Amministrazioni dello Stato e dagli Enti pubblici, regionali e comunali per lo studio e la soluzione di problemi geo-applicativi. Gli interventi spaziarono dalle problematiche di idrogeologia a quelle dei bacini artificiali; dalle costruzioni di strade, ponti, viadotti e gallerie alla coltivazione di cave e miniere; dallo studio di fenomeni alluvionali, frane e consolidamento degli abitati alle opere di difesa delle coste; dalle consulenze di piani regolatori a quelle tecniche d’ufficio o di parte in provvedimenti giudiziari. La testimonianza di questo lavoro di consulenza tecnico-scientifica fu la redazione di centinaia di relazioni ora presenti nell’archivio della “letteratura grigia” presso il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA.


Nicola Zattini si dedicò con tanta energia a questi studi geologico-tecnici intervenendo in tutte le regioni d’Italia, sempre presente con il suo apporto di conoscenza ed esperienza, fra le tante attività, partecipò attivamente allo studio delle aree terremotate e alla scelta dei siti per la ricostruzione degli abitati dal terremoto del Friuli del 1976 a quello del terremoto dell’Irpinia del 1983.

Giuseppina ricorda ancora che: “a seguito del terremoto dell’Irpinia dovette fare la valigia in fretta e furia perché vennero a prenderlo con l’Elicottero nello stadio di Palestrina, nella cittadina dove allora abitavamo. […] Una delle tante volte che operava in una delle aree terremotate” - racconta Giuseppina - “si era stufato di dormire in tenda e decise dormire in albergo, da quel momento fortunatamente le scosse cessarono e per questo fu soprannominato anti-terremoto fu per via di questo soprannome che gli abitanti di quelle zone per recuperare gli oggetti rimasti incustoditi nelle loro case disastrate si facevano accompagnare da lui”.

“[…] Tra tutte le sue consulenze ricordo quella che fece per conto della società Ferrarelle, fu chiamato perché la falda produttiva si stava esaurendo e lui individuò l’area dove poter effettuare ulteriori captazioni per incrementare la disponibilità idrica”.

Ebbi la fortuna di conoscere e apprezzare la sua preparazione e le sue competenze professionali sin dai primi anni della mia attività lavorativa presso il Servizio Geologico, nell’ambito del progetto per la realizzazione della “Carta della Vulnerabilità per Franosità”, elaborata alla scala 1:500.000, secondo le norme del “Rischio geologico”, pubblicata sul vol. XXXVI delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia sotto la direzione scientifica di N. Zattini. Fu un progetto realizzato in ossequio alla delibera del C.I.P.E. del 31 ottobre 1985, quale documentazione tecnico-scientifica sui rischi connessi agli eventi naturali che ricorrono sul territorio nazionale. Tale lavoro fu parte integrante della relazione finale del Comitato per lo studio dei Rischi Catastrofali e ufficialmente presentato al Ministero dell’Industria il 12 febbraio 1987.

Nel 1984, il prof. A. Jacobacci istituì un gruppo di lavoro di cui ero anch’io componente, coordinato da Nicola Zattini, con l’obbiettivo di sperimentare le “Norme sulla cartografia idrogeologica” nel territorio del F. 389 “Anagni” alla scala 1:50.000. e realizzare il rispettivo foglio idrogeologico successivamente pubblicato. Avviati i lavori di rilevamento di campagna durante le prime uscite era interessante seguire Zattini come sulla base della sua lunga esperienza cercava sempre di impostare un’analisi critica e ragionata dei dati, prendeva i suoi appunti con una matita molto piccola ed era sempre super preciso e puntuale.


Nel 1987, il Servizio Geologico fu trasferito al Ministero dell’Ambiente e l’anno successivo, finalmente dopo anni in cui si operava nelle ristrettezze economiche e con scarsi mezzi ne fu stabilita l’autonomia scientifica e funzionale con uno stanziamento di 20 miliardi di lire per l’avvio del progetto CARG che prevedeva la realizzazione della Cartografia geologica e geotematica nazionale alla scala 1: 50.000. Per l’attuazione del progetto CARG dovemmo rivedere le vecchie norme e pertanto realizzammo una “Guida al rilevamento e alla rappresentazione della Carta Idrogeologica d’Italia”, alla scala 1: 50.000 con il coordinamento di Zattini che nel frattempo fu nominato dirigente dell’Ufficio di Idrogeologia del quale facevo parte anch’io.

A seguito dell’approvazione della Legge della difesa del suolo del 1989 fu istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il Dipartimento Nazionale per i Servizi Tecnici di cui il Servizio Geologico era parte integrante insieme al Servizio Sismico, al Servizio Dighe e al Servizio Idrografico e Mareografico.

In quel periodo le tante attività dell’Ufficio di Idrogeologia coordinate da Zattini proseguirono con un grosso contributo al controllo, al monitoraggio delle discariche e alla scelta dei siti per l’attuazione di nuovi impianti svolte in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, il Ministero dell’Ambiente e l’Enea che insieme al Servizio Geologico costituirono il Gruppo di Diagnostica nominato nell’ambito delle Emergenze ambientali dei Rifiuti solidi urbani della Regione Campania e di quella socio-economico e ambientale della Regione Puglia.

Dopo il suo collocamento a riposo, avvenuto per raggiunti limiti di età nel 1995, rimanemmo sempre in contatto; era nata una profonda amicizia e una stima reciproca, nelle lunghe telefonate mi parlava spesso dei suoi figli e dei suoi adorati nipoti. La sua passione per la geologia era rimasta sempre quella di una volta e anche se era andato in pensione si interessava sempre delle problematiche geologiche del territorio di Palestrina e delle zone limitrofe, era diventato per gli abitanti di quel territorio un punto di riferimento e di consultazione, molto spesso veniva coinvolto per dare le indicazioni necessarie per l’esecuzione dei pozzi per acqua, per seguire i sondaggi e per studiare i terreni attraversati dalle perforazioni. Aveva intrapreso anche con interesse un rilevamento di dettaglio di quelle aree per soddisfare alcuni dubbi emersi dalle problematiche geologiche.

Nicola Zattini ha rappresentato in vario modo e in tempi diversi, una componente importante, umana e scientifica, del mio percorso lavorativo presso il Servizio Geologico, della nostra vita di geologi lo abbiamo avuto come maestro e come collega, riconoscendone e apprezzandone le competenze professionali assieme alle qualità personali, con lui abbiamo vissuto lunghi anni di vicissitudini liete e tristi sia nella difficoltà della ricerca sia nelle tante piccole e simpatiche avventure che fanno parte del periodo lavorativo.

Egli è stato l’esempio del lavoro di un geologo di Stato di tanto tempo fa che ha operato con competenza e serietà in condizioni diverse da quelle attuali, con pochi mezzi e con grande spirito di sacrificio. Si è sempre distinto per la sua onestà intellettuale e per il suo carattere nel difendere le conclusioni tecniche scaturite da sopralluoghi, dagli studi e dalle ricerche.

Sono stata fortunata a lavorare al suo fianco e ad apprendere dalla sua esperienza, egli oltre ad essere un bravo geologo aveva delle qualità umane non comuni era una persona affabile, saggia e molto umile ma anche di carattere. Egli è stato per me un maestro e un amico affettuoso.

Per saperne di più:

Jacobacci A. (1980) Relazione sulle attività del Servizio Geologico d’Italia nel 1979. Boll. Serv. Geol. d’It., vol. C.

Jacobacci A., Motteran G. Prat E. Scalise A. R., Vittori P., Zattini N. (1987) - Carta della Vulnerabilità per franosità. Mem. Descr. Carta Geol. d’It., vol.XXVI. Atti delle giornate di studio: Ricerche Geologiche corredate all’ambiente Mem. Descr. Carta Geol. d’It. vol. XLII.

Mari G.M., Motteran G., Scalise A.R., Terribili D., Zattini N. (1995) - Carta idrogeologica d’Italia-1: 50.000. Guida al rilevamento e alla rappresentazione. Serv. Geol. It., Quad. III Serie, vol.5.

Ministero dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato - Dir. Gen. Miniere (1968) - Carta Geologica d’Italia. Relazione al parlamento sullo stato dei lavori al 30 giugno 1968.

Motteran.G., Scalise A.R., Terribili D., Ventura G., Zattini N. (1993) - Carta idrogeologica d’Italia in scala 1:50.000, Foglio 389 Anagni, Serv. Geol. It.

Motteran G., Scalise A.R., Terribili D., Zattini N. (1994) - Contributo alla conoscenza dell’Idrogeologia lungo il limite tra il rilievo carbonatico dei monti Ernici e i sedimenti lacustri della piana del Tufano (Frosinone). Boll. Serv. Geol. It., vol. CXIII.

lunedì 10 luglio 2017

Lamberto Pannuzi: geologo del Servizio Geologico d’Italia e pioniere della “Geomorfologia dinamica”

di Anna Rosa Scalise e Mario Valletta

“Nel dicembre del 1960, Lamberto, Carlo Bergomi, Giorgio Stampanoni, Vittorio Manganelli, Silvana Zanfrà, Anna Tilia, Generoso Cestari e io” - rammenta Nicola Zattini - “ fummo assunti nei ruoli del Servizio Geologico d’Italia a seguito della vincita di un bando di concorso per geologi. [..] Ci conoscevamo già da prima, Lamberto e io, sin dai tempi delle attività realizzate insieme nell'ambito del progetto di ricerca sulla lignite svolta in Umbria per conto dell’Enel e poi della Gemina (Geomineraria Nazionale). […] All'inizio del nostro impiego al Servizio eravamo ormai una coppia fraterna e ci occupammo subito del rilevamento dei Fogli geologici alla scala 1:100.000 n. 106 Firenze e poi n. 130 Orvieto”.
Lamberto era un vero geologo di campagna, ed era costantemente impegnato in attività di rilevamento per buona parte dell’anno. Quando rientrava in ufficio ci piaceva scambiare con Lui qualche battuta; ci raccontava le sue avventure e di tutto quello che gli era successo durante la missione di rilevamento. Egli era costantemente critico, borbottava sempre, tanto è vero che era soprannominato “pentola a pressione”; ma oltre a essere una brava persona era anche un bravo geologo.

L’impegno profuso da Lamberto al rilevamento di campagna si realizza ancora nell'area di altri Fogli geologici alla scala 1:100.000: Orvieto, Isernia, Bracciano, Agnone, Campobasso, Terni, Palombara Sabina e Benevento.



Collabora al “Progetto Finalizzato Neotettonica” del CNR nell'ambito dei Fogli Verbicaro, Cetraro, Agnone, Alatri e Sora. Nell'ambito dello stesso Progetto elabora una metodologia per lo studio dei terrazzi marini nel tratto di costa che si estende da Maratea a Paola tra la Basilicata e la Calabria.
Membro del Comitato glaciologico, in rappresentanza del Servizio Geologico d’Italia, partecipa alle campagne in Val Rhemes e sul Rutor. Gli studi sistematici insieme al collega A.V. Damiani sull’evoluzione del glacialismo pleistocenico nell'Appennino centrale si concretizzano nella pubblicazione di note scientifiche nelle quali vengono descritte le evidenze del modellamento glaciale nei Monti Simbruini - Ernici, nei gruppi montuosi della Genzana, del Monte Greco e nell'alta valle dell'Aniene.
Gli interessi nel campo della Geomorfologia sviluppatisi nel corso della sua esperienza, prima di studio e poi lavorativa, in vaste aree del territorio italiano, lo hanno portato in collaborazione con A.V. Damiani, all'elaborazione della metodologia per la realizzazione della Carta Geomorfologica Dinamica e alla pubblicazione dei Fogli Subiaco e Scansano alla scala 1:50.000. In questi Fogli viene sperimentata una rappresentazione cartografica innovativa riconosciuta sia a livello nazionale che internazionale. Partecipa inoltre alla realizzazione della Carta geologica del Parco Nazionale d’Abruzzo alla scala 1:50.000, curandone gli aspetti geomorfologici.



Nel 1990 è grazie a Lui che, nell'ambito del Servizio Geologico d’Italia, si istituisce un settore dedicato alla Geomorfologia del quale rimane il responsabile fino alla fine della sua carriera.
I colleghi E. Chiarini, M. D’Orefice, R. Graciotti, E. La Posta e F. Papasodaro che sin d’allora afferiscono a questo settore proseguono ancora oggi presso il Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia – ISPRA, la ricerca intrapresa insieme a Lamberto riconoscendone “la guida e l’esempio trasmesso per un metodo di lavoro basato innanzitutto sulla conoscenza diretta ed integrale del territorio e su una raccolta dei dati accurata ed il più possibile oggettiva”.





Sempre negli anni Novanta, insieme al suo gruppo pubblica le norme per la cartografia geomorfologica ufficiale alla scala 1:50.000 che nell'ambito del progetto CARG diventano le linee guida per la realizzazione dei Fogli geomorfologici alla scala 1:50.000 Belluno, Anagni, Città di Castello, Monte Etna e Tagliacozzo.
“Altri geologi” - ricorda Mario Valletta – “termine “nobile” ma oramai desueto persino a livello di qualifica (tecnologo: “cù è? Direbbero i colleghi siciliani), che sono stati suoi “allievi” e che, grazie alla sua scuola viva e vitale, continuano ad apportare contributi significativi alla conoscenza dell’assetto e dell’evoluzione geomorfologica di ampi settori della catena appenninica”.
“A me (Mario), non resta che ricordare qualche momento di un sodalizio, nato nella lontana estate del 1961, con una piccola baruffa in attesa dello storico, lentissimo ascensore dell’allora unica sede, quella di Largo di S. Susanna. Sodalizio che si è rapidamente trasformato in amicizia, cementata pure dallo spirito di corpo e dall'orgoglio di appartenere ad una storica e gloriosa istituzione che, senza andare troppo indietro nel tempo, aveva avuto tra i propri ricercatori Francesco Scarsella, Giovanni Merla, Enzo Beneo e ne aveva del calibro di Attilio Moretti, Manfredo Manfredini e Alfredo Jacobacci. Bypasso, volutamente, quelli che erano, allora, i “ragazzi”.



Spirito di corpo ed orgoglio di appartenenza, che hanno rappresentato sia il motore, che ha fatto si che nell'arco di dieci anni fosse completata la Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, nonostante un Comitato Geologico invadente e pretenzioso, sia lo straordinario “cemento” umano che ha amalgamato “ragazzi” di matrici universitarie diverse.



Lamberto ed io abbiamo sempre fatto parte di gruppi operativi di ricerca e di rilevamento diversi, ma ciò non ha impedito che vi fossero scambi frequenti (dei quali spesso era protagonista pure Nicola Zattini che, con Lamberto, ha costituito una coppia storica) di opinioni, di idee, che spesso portavano ad intravedere se non a delineare soluzioni. L’affettuosa, fraterna amicizia che ci ha immediatamente unito è andata via via crescendo e si è protratta sino alla sua scomparsa, senza momenti di pausa, neppure quando, chiamato ad altri incarichi, avevo lasciato il Servizio Geologico. Ed è, anzi, a quel periodo che si riferiscono due momenti ai quali accenno di seguito e che mostrano quale grandezza e gentilezza di animo vi fossero dietro modi talora, ma solo apparentemente, bruschi, sostanzialmente da “gigante buono”: d’altra parte, aveva pure un passato da rugbista! Gigante buono che, letteralmente, si sciolse nel momento nel quale (eravamo insieme in uno dei saloni della biblioteca) lo raggiunse la telefonata che annunciava la nascita della figlia; all'epoca, i padri erano considerati, nel rapporto con la sala parto, alla stregua di cani randagi.
Mi riferisco alla perdita, avvenuta mentre era impegnato in un rilevamento nel Massiccio del Matese, nei rilievi sovrastanti la Conca di Letino, di Carlo Bergomi: accenno appena all'essere Carletto, come Vittorio Manganelli, parte integrante e determinante di quei “ragazzi” che, nei primi anni ’60, arricchirono lo scarno organico del Servizio Geologico.
L’annuncio dell’incidente del quale era rimasto vittima raggiunse molti di noi mentre eravamo impegnati negli ultimi giorni della campagna di rilevamenti del 1977: rientrammo subito in sede, alimentando una speranza che, presto, si rivelò irrealizzabile. Lamberto fu tra i più attivi, proponendo sia che accompagnassimo Carletto nella sua Reggio Emilia, accanto ai genitori, sia che raccogliessimo fondi da destinare ad una iniziativa in memoria. Quest’ultima si tradusse nel dotare l’ambulatorio di Letino (il più vicino all'area dell’evento) di attrezzature e materiale medico di primo soccorso.
Quando, nel decennale della scomparsa, decidemmo di ricordare Carletto dedicandogli due giornate di studio (gli Atti sono raccolti in un volume delle Memorie Descrittive), Lamberto è stato estremamente attivo sia nel collaborare all'organizzazione che a guidare la giornata di campagna svoltasi nell'Appennino laziale. Mi è caro, qui, ricordare che come artefice della seconda giornata, dedicata alla idrogeologia di un settore dei Monti del Matese, sia stato Pietro Celico, straordinaria figura di ricercatore e didatta al quale non può che andare un fraterno, commosso saluto.
Ad informarmi della scomparsa, improvvisa, assolutamente inattesa e prematura di Vittorio Manganelli, fu ancora Lamberto. Vittorio aveva formato, per un lungo periodo, coppia fissa con Carletto e, da pivellini, avevamo iniziato a fare insieme esperienza in Puglia e poi nelle Marche.
Un gruppetto, del quale facevamo parte Lamberto ed io, si era adoperato affinché Vittorio fosse ricordato nell'ambito di iniziative dell’Università di Camerino, presso la quale da qualche anno si era trasferito quale Professore Associato. Il consenso di quell'Ateneo fu immediato e totale ed il ricordo di Vittorio inserito, come elemento integrante, nei lavori di un Congresso; il commosso ricordo, che fu letto da Luigi Salvati, si concludeva con “Non omnis moriar”.
Anche tu, Lamberto carissimo, nel nostro cuore e nei nostri ricordi sei e sarai sempre vivo e vitale!

Per saperne di più:

  • Bollettino del Servizio Geologico d’Italia (1960-1961) - Struttura del Servizio Geologico. Personale del Servizio Geologico (situazione al 31 dicembre 1960). Vol. LXXXII, pp.152-164.
  • Bollettino del Servizio Geologico d’Italia (1962) – Appendice. Personale tecnico del Servizio Geologico (situazione al 31 dicembre 1965). Vol. LXXXIII, pp. 204-222.
  • Chiarini E, D’Orefice M.,Graciotti R.,La Posta E.,Papasodaro F. (2008) - Lamberto Pannuzi: dalla geologia alla geomorfologia. Mem.Descr.Carta Geol. D’Ital. Vol.LXXVII, pp.37-40 figg.3.
  • http://www.isprambiente.gov.it/it/cartografia/carte-geologiche-e-geotematiche/carte-geotematiche-alla-scala-1-a-50000


martedì 22 novembre 2016

“Rischio idrogeologico”: Alvaro Valdinucci e Walter Brugner

di Anna Rosa Scalise


Oggi si parla tanto di “rischio idrogeologico”, un termine improprio entrato nell'uso comune con il quale si intende definire i fenomeni e i danni reali o potenziali causati dalle acque in generale. Le manifestazioni più frequenti di tali fenomeni sono le frane, le alluvioni, le erosioni costiere, le subsidenze e le valanghe che rappresentano la naturale evoluzione geomorfologica del territorio italiano e di tutte le regioni interessate dall'orogenesi alpina.

Il “rischio idrogeologico” è fortemente condizionato anche dall'azione dell’uomo. La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano e aumentato l’esposizione ai fenomeni e al rischio stesso. Un dissesto antropico quindi ben più grave del presunto “dissesto idrogeologico”, che il più delle volte non è il frutto della natura cieca e crudele come si intende a far credere ma il risultato di una politica impreparata e superficiale su un terreno rischioso e impegnativo.

A seguito di ogni evento disastroso si è sempre invocata la presenza del geologo sul territorio, ma quando però? Ad evento avvenuto.

La mancanza della figura del geologo era avvertita sin dai tempi dai tempi dell’Unità d’Italia quando Quintino Sella ministro dell’economia fece istituire il Servizio Geologico di Stato, allora i geologi erano ancora considerati una categoria di naturalisti fino al 1963 anno in cui, in seguito a grandi disastri tipo la frana del Vajont, fu varata la legge di istituzione della professione del geologo e successivamente nel 1968 quella dell’Ordine Professionale.

Nel 1973, quando i Geologi del Reparto di Geologia Applicata del Servizio Geologico d’Italia venivano chiamati ad intervenire nei vari settori geoapplicativi, il prof. A. Jacobacci, direttore del Sevizio Geologico d’Italia, nella relazione di attività annuale scriveva:
“Pur con la nota carenza di quadri che non ha consentito il totale espletamento degli incarichi richiesti da ogni parte d’Italia, il personale di questo reparto ha svolto un non indifferente numero di interventi nei settori geoapplicati. […] Sono stati effettuati 111 sopralluoghi per conto dei Ministeri della Difesa, dell’Interno (Direzione Generale della Protezione Civile), dei Lavori Pubblici, della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle Antichità e delle Belle Arti), dell’Agricoltura e delle Foreste riguardanti: bacini artificiali, idrologia sotterranea, strade, strade ferrate, ponti, viadotti, gallerie stradali e ferrovie, consolidamento abitati e difesa delle frane, idoneità dei suoli di fondazione, piani urbanistici, sistemazione idraulico-forestale, zone terremotate e disastrate in genere commissioni di studio consolidamento palazzo di giustizia, la frana al Lungotevere delle Vittorie”.
Nella relazione alla ricorrenza del centenario del Servizio Geologico (1973), A. Jacobacci riporta ancora che:
“Nel 1951 i geologi di ruolo sono solo dieci”
e nel 1952 l’allora Direttore Beneo, nella relazione dell’attività del Servizio Geologico, scriveva:
“i geologi rilevatori hanno effettuato il maggior numero di interventi di consulenza per lo studio dei movimenti franosi su richiesta degli uffici competenti del Ministero dei Lavori Pubblici. […] Nel 1954” - scrive ancora A. Jacobacci - “i geologi di ruolo erano ventiquattro unità con l’entrata di Walter Brugner e Alvaro Valdinucci e “[…] nel 1955 nella ristrutturazione interna dei settori di lavoro la sezione di Geologia Applicata svolgeva numerose ricerche idrogeologiche in varie parti di Italia. Sempre più numerosi erano gli interventi per le indagini sui movimenti franosi, anche perché questi risultavano essere sempre più preoccupanti man mano che l’interesse antropico si spostava verso aree in precedenza non utilizzate (espansione urbanistica, eccezionale sviluppo della rete stradale, acquedotti, ecc.)”.
Alvaro Valdinucci (a sinistra) e
Walter Brugner (a destra)
Solo nel 1973, a cento anni dalla nascita del Servizio Geologico d’Italia, i geologi in ruolo diventano trenta unità.
“Alvaro Valdinucci e Walter Brugner hanno operato per oltre un ventennio presso il Servizio Geologico d’Italia, spaziando nei vari campi della geologia con maggiore interesse alle attività della geologia applicata. Oltre 1000 lavori a testimonianza di un’attività instancabile e appassionata che li ha accomunati e accompagnati in tutta la loro vita lavorativa”
è quello che descrivono in un articolo delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, R. M. Menotti geologo ricercatore del CNR e G. Ventura geologa del Servizio Geologico d’Italia, nel ricordare i due colleghi. E proseguono:
“[…] basta scorrere i titoli delle relazioni inedite oggi conservate presso l’archivio della letteratura grigia del Servizio Geologico d’Italia/ISPRA, per capire come l’attività dei geologi di Stato fosse propedeutica e assolutamente irrinunciabile ai fini della realizzazione di una qualsiasi opera pubblica. In quegli anni in cui non esisteva neanche la Protezione Civile e di cui forse non si sentiva la necessità, era presente un Servizio Geologico d’Italia che comunque garantiva, attraverso interventi capillari su tutto il territorio italiano, la fattibilità di tutta una serie di piccole o grandi opere la cui realizzazione dipendeva dai pareri tecnici rilasciati dai geologi di Stato”.
In questo contesto operavano Brugner e Valdinucci: tra i due era nato un sodalizio fraterno che durerà fino all’ultimo giorno di vita, sodalizio basato sulla comune ambizione di svolgere il proprio lavoro adottando corrette scelte sociali e al servizio della natura. La loro collaborazione all’interno del Servizio Geologico dura fino al 29 settembre del 1976, giorno in cui gravi motivi di salute costringono Walter Brugner al collocamento a riposo anticipato.
Si riporta ancora che:
“All’interno del Servizio Geologico d’Italia hanno promosso e realizzato agli inizi degli anni sessanta la sezione di Geologia Applicata, ne sono stati i pionieri, gli artefici e gli animatori, dedicando tutte le loro risorse agli studi geologico-tecnici in tutte le regioni d’Italia, sempre presenti con il loro apporto di conoscenza ed esperienza nei momenti più tragici che hanno colpito il territorio italiano dal terremoto del Belice, alle alluvioni nel Bellunese, alla Frana del Vajont, al terremoto del Friuli, alla frana di Ancona, alla frana di Orvieto, alla frana di Todi, alle colate di Nerano, ai crolli di Civita di Bagnoregio, al sisma dell’Irpinia, alla frana di Agrigento, ecc.”.
Alvaro Valdinucci (1922-1995)
Una presenza spesso decisiva, quella di A. Valdinucci, come nelle polemiche scoppiate all’indomani della Frana di Ancona del 1982, Egli era stato chiamato per effettuare un sopralluogo nelle stesse aree dove era già intervenuto nel 1970 a seguito di una richiesta dell’Ufficio del Genio Civile di Ancona ed aveva redatto una relazione tecnica su: “Ancona. Sui limiti da imporre allo sviluppo edilizio nel comprensorio denominato “Posatora” ove da tempo è in atto un movimento franoso di considerevoli dimensioni” che concludeva con il divieto di qualsiasi costruzione, su gran parte del versante settentrionale.
Nel 1982, quando la stessa frana si riattiva provocando disastri, il Valdinucci viene richiamato per l’ennesimo sopralluogo. Nessuno aveva tenuto conto dei suoi suggerimenti e a seguito del sopralluogo redige una seconda relazione dal titolo: “Sulla ripresa del movimento in corrispondenza e nota “Frana Barducci in comune di Ancona”.
“L’apporto di A.Valdinucci”- continua il Menotti - “è stato determinante per indirizzare le ricerche applicative e suggerire le soluzioni tecniche in situazioni politiche particolari che hanno portato in più di un’occasione allo scioglimento di Commissioni tecnico-scientifiche costituite ad hoc, come per la frana di Agrigento nel 1978, per il consolidamento di Orvieto e Todi nel 1984, per il consolidamento di Civita di Bagnoregio negli anni novanta. […] Gli studi tempestivi e puntuali di W.Brugner e A. Valdinucci hanno contribuito alla ricostruzione dei centri abitati e delle infrastrutture devastate dai terremoti, alluvioni e frane. Hanno sempre operato “con specchiata rettitudine ed esemplare onestà, concentrando la loro attività nel campo della geologia applicata. […] Essi hanno sempre presentato e difeso le oggettive conclusioni tecniche, frutto di sopralluoghi, studi e ricerche, dimostrando non solo onestà intellettuale ma anche carattere e volontà, doti che hanno portato talvolta i due geologi di stato ad essere più osteggiati che apprezzati“.
Le attività di studi e consulenza di W.Brugner e A. Valdinucci sono state svolte in un arco di circa trent’anni a seguito di richieste effettuate dai vari Enti pubblici di supporto tecnico-scientifico e alla partecipazione di numerose commissione tecniche istituite per le problematiche del Vajont, del Belice, di Agrigento, di Orvieto, di Todi, di Ancona e dell’Irpinia, i loro interventi sono stati incisivi nelle scelte e nelle risoluzioni. Gli studi hanno interessato consolidamenti di movimenti franosi in aree urbane, strade, ponti, sponde di corsi d’acqua, di crolli di cavità sotterranee artificiali e naturali, e, ancora sulle condizioni di stabilità dei versanti e sull’individuazione di nuove aree da adibire a centri abitativi in zone colpite dal terremoto.


Walter Brugner (1920-1994)
Gli interventi puntuali e le consulenze tecnico-scientifiche sono testimoniate dalle centinaia di relazioni presenti nell’archivio della “letteratura grigia”; gli studi e le ricerche svolti nell’ambito del rilevamento dei vari fogli geologici sono documentati da numerose pubblicazioni sul Bollettino del Servizio Geologico d’Italia.
La loro esperienza maturata dallo studio dei movimenti franosi e dei consolidamenti li ha portati ad elaborare uno schema di cartografia tematica relativa alla stabilità dei versanti che ha trovato un’applicazione in un’area campione alla scala 1:50.000 del “Bacino dell’Alpago”.
Il loro contributo è stato prezioso inoltre al rilevamento della Carta geologica d’Italia alla scala 1:100.000 dei fogli n.188 Gravina di Puglia, 144 Palombara Sabina,162 Campobasso, 167/168 Isola Rossa - La Maddalena.



Nel 1981, quando sono entrata a far parte del Servizio Geologico ho avuto il piacere di conoscere solo Alvaro Valdinucci. Egli era una persona pacata e seria, sempre sorridente e disponibile che infondeva un senso di serenità. Preso dal suo lavoro e sempre in giro da un sopralluogo ad un altro, non ho mai avuto la possibilità e la fortuna di lavorare con Lui e di apprendere della sua esperienza e del suo sapere. Menotti, che lo aveva conosciuto già dal 1977 nell'ambito del progetto di ricerca sui movimenti franosi e sugli studi e interventi di consolidamento che avevano interessato il Colle di Todi, lo descrive come: “un geologo competente ed entusiasta, un uomo integerrimo, insofferente alla subordinazione di capi non sempre illuminati”.

Sulla frana del Vajont, Valdinucci era intervenuto all'indomani del disastro contribuendo alla scelta dei siti per la ricostruzione dei centri abitati e, al trentesimo anniversario della strage, aveva preparato un documento con la collaborazione di Menotti nel quale si riporta con rigore la ricostruzione dell’accaduto. Tale documento dal titolo: “9 ottobre 1963 - che Iddio ce la mandi buona - La frana del Vajont - Memoria storica di una catastrofe prevedibile”, grazie alla perseveranza di Menotti, e al patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi viene pubblicato solo nel 2013 al cinquantesimo anniversario. 
Gian Vito Graziano, allora presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, nella prefazione del volume scrive:
“al compianto Alvaro Valdinucci (morto nel 1995) va riconosciuto di aver saputo analizzare e descrivere i fatti, a trenta anni di distanza dall'evento, con la capacità dello storico che attinge alle fonti, dell'uomo di scienza che si avvale della conoscenza, ma anche con l'autorevolezza di funzionario integerrimo del Servizio Geologico di Stato”.
La Memoria è una cronistoria puntuale e completa del Bacino del Vajont, una ricostruzione degli avvenimenti e un’analisi di documenti tramite la quale viene riconosciuta la prevedibilità della grande frana e le pesanti responsabilità di tecnici, imprenditori e politici. La catastrofe, che provocò duemila vittime, poteva essere evitata con uno studio geologico serio e non condizionato utilizzando con una simulazione su modello idraulico opportunamente dimensionato.
La storia professionale di Walter Brugner e Alvaro Valdinucci sono l’esempio del lavoro di due geologi di stato che hanno operato nel passato con competenza e serietà in condizioni diverse da quelle attuali. Oggi i geologi di stato afferenti a vari Enti pubblici sono tanti: solo il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA ne conta 89 unità; non è quindi una questione di carenza della figura del geologo, tranne che in qualche eccezione, se ancora oggi viviamo in un territorio poco controllato e rischioso.

La frequenza di episodi di “dissesto idrogeologico” che hanno spesso causato la perdita di vite umane e ingenti danni ai beni, impongono una politica di previsione e prevenzione non più incentrata sulla riparazione dei danni e sull’erogazione di provvidenze, ma sull’individuazione delle condizioni di pericolo e sull’adozione di interventi per la mitigazione dei rischi.

Con gli anni sono stati presi provvedimenti normativi che hanno imposto la perimetrazione delle aree a rischio, la sorveglianza di alcuni fenomeni, ma tutto questo non è bastato, manca ancora la preparazione di base e la volontà politica a una vera cultura nel rispetto del territorio e alla consapevolezza dei fenomeni naturali.

La scarsa conoscenza delle tematiche geologiche da parte dei cittadini, dei politici e delle Istituzioni, ne impone la divulgazione a una maggiore consapevolezza del ruolo strategico delle Scienze della Terra.
L’educazione ambientale rimane la grande sfida del nostro futuro pertanto tutte le iniziative atte alla sensibilizzazione dei cittadini ai rischi e nel rispetto del proprio territorio rappresentano quindi una finalità primaria per il futuro della società.


Per saperne di più

- BRUGNER W., VALDINUCCI A. (1972) - Schema di cartografia tematica realtiva alla stabilità dei terreni ed esempio della sua applicazione nel territorio dell’Alpago (Provincia di Belluno). Boll.del Serv.Geol. d’Italia Vol.93 pp.189-194 
- BRUGNER W., MENOTTI R.M., VALDINUCCI A.,VENTURA G. (2008) - Walter Brugner (1920-1994) e Alvaro Valdinucci (1918-1995): due geologi al servizio dello Stato. Mem. Descr. Carta Geol. d’It. LXXVII, pp.285-322.
- JACOBACCI A. (1973) - Relazione delle attività svolte dal servizio geologico nell’anno 1973 Boll.del Serv.Geol. d’Ital.Vol.XCIV pp.179-198.
- JACOBACCI A. (1973) - Il centenario del Servizio Geologico Boll.del Serv.Geol. d’Ital.Vol.XCIV pp.3-26.
- MENOTTI R.M., VALDINUCCI A. (1992) - Le frane del Montagnolo in Ancona. Previsione di una “catastrofe naturale” Geol.tecn. & Ambientale, a I, n.2, aprile-giugno, pp.5-30 Roma.
- VALDINUCCI A., MENOTTI R.M. (2013) - 9 OTTOBRE 1963 Che Iddio ce la mandi buona - LA FRANA DEL VAJONT, Memoria storica di una catastrofe prevedibile. ISBN 978-88-909473-9-1.


giovedì 7 maggio 2015

La geologia italiana all’Expo di Parigi del 1878

di Marco Pantaloni e Fabiana Console

Da pochi giorni è stata inaugurata, a Milano, l’Esposizione Universale, che fino al 31 ottobre 2015 rappresenterà una vetrina mondiale sull'alimentazione e la nutrizione. Per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale nella quale i Paesi mostreranno le proprie tecnologie per riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli.

Molti anni fa, invece, l’Esposizione Universale di Parigi del 1878 rappresentò un momento fondamentale per la geologia italiana. Solo pochi anni prima, immediatamente dopo l’unificazione del Paese, erano state istituite le strutture tecnico-scientifiche di riferimento nazionale per la nostra disciplina: nel 1867 venne fondato il Regio Comitato geologico e qualche anno più tardi, nel 1873, il Regio Ufficio geologico. Il primo aveva il compito di coordinare l’attività di realizzazione della cartografia geologica a copertura del territorio nazionale, che doveva essere materialmente effettuata dai geologi e ingegneri rilevatori dell’Ufficio geologico, posto allora alle dipendenze del Corpo Reale delle Miniere del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio.



Facciata del Padiglione italiano
all’Esposizione Universale di Parigi del 1878
Il Regio Ufficio geologico presentò all'Esposizione Universale di Parigi una serie di carte geologiche e tematiche, sia a scala di dettaglio che di sintesi, insieme ad una serie di lavori cartografici realizzati, in proprio, da diversi Autori. A questa serie di prodotti, che rappresentava il meglio della produzione cartografica in ambito geologico del nostro Paese, venne riconosciuto un elevato valore tecnico-scientifico e fu oggetto di numerosi premi e riconoscimenti.


L’elenco dei premi assegnati all’Italia per le carte geologiche e tematiche nella classe 16
che comprendeva “Cartes et atlas topographiques, géographiques, géologiques, hydrographiques, astronomiques, etc. Cartes physiques de toutes sortes.”
Durante l’Esposizione si tenne una importante riunione, il I Congresso Geologico Internazionale. Il Comitato organizzatore era composto da Thomas H. Huxley (Gran Bretagna), Otto Torel (Svezia), E.H. Von Baumhauer (Olanda) e Thomas Sterry Hunt (Canada) e la durata prevista di 5 giorni. L’amministrazione dell’Esposizione avrebbe messo a disposizione del Congresso un locale appropriato, mentre la Società geologica francese avrebbe tenuto aperto per i membri del Congresso le sue sale per le riunioni e la biblioteca. Il I IGC si tenne dal 29 agosto al 31 agosto e poi dal 2 al 4 settembre del 1878; in rappresentanza dell’Italia al Congresso parteciparono G. Capellini, F. Giordano e Q. Sella.
Oltre alle premiazioni ufficiali decretate alla geologia italiana dalla giuria dell’Esposizione, un riconoscimento meno evidente, ma per la comunità dei geologi sicuramente più importante, fu l’assegnazione all'Italia dell’organizzazione del II Congresso Internazionale di Geologia, che si svolse poi a Bologna nel 1881, fortemente voluto «allo scopo di risolvere certe questioni in comune che tuttavia divid[evano] i cultori di questa scienza» (Bollettino R. Comitato geologico, 1878, p. 541). Nel panorama geologico internazionale si rendeva necessario stabilire la contemporaneità e la corrispondenza dei terreni ed uniformare sia la nomenclatura geologica che la colorazione delle carte.

Tra tutte le opere mostrate dagli espositori italiani, vogliamo ricordarne alcune:





  • la “Carta Geologica delle Alpi Occidentali in scala 1:50.000”, in 25 fogli (dal Lago Maggiore fino a Mondovì), che ricevette la medaglia d’oro assegnata a Bartolomeo Gastaldi che presentò, completandola con una collezione di rocce, la sua opera monumentale;



  • la “Carta geognostica-mineraria a scala 1:10.000 di una parte della regione dell’Iglesiente in Sardegna”, realizzata da Testore, Zoppi, Lambert e Deferrari. Questa carta, aggiornata dal prof. Meneghini, allora Presidente del Regio Comitato geologico d’Italia, venne pubblicata nel 1888 nel volume n. 4 delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia.



  • la "Carta geologica dello Stretto di Messina" alla scala 1:25.000 di Giuseppe Seguenza, che ricevette una menzione onorevole. Questa carta venne definita da Pietro Zezi «di semplice occasione» affinché si facesse chiarezza sulla possibilità di costruire una ferrovia sottomarina tra il continente e la Sicilia.
I premi ottenuti all’Esposizione furono il risultato di un intenso lavoro portato avanti con costanza tra enormi difficoltà in un Paese ancora immaturo, quasi privo di infrastrutture logistiche e tecnologiche, e per il quale la cartografia geologica rappresentava uno degli elementi conoscitivi del territorio, finalizzato allo sfruttamento delle risorse minerarie, che permettessero all’Italia uno sviluppo industriale analogo a quello degli altri paesi d’Europa.

Per saperne di più:
  • Console F., Pantaloni M. (2014) - Gli albori della cartografia geologica italiana all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Boll. AIC, 150/2014: 20-33.
  • Pantaloni M. (2011), La Carta Geologica d’Italia alla scala di 1:1.000.000: una pietra miliare nel percorso della conoscenza geologica, In: Uomini e ragioni: i 150 anni della geologia unitaria, Atti sessione F4 – Geoitalia 2011 – VIII Forum italiano di Scienze della Terra, pp. 191-201.
  • Vai G.B. (2002), Giovanni Capellini and the origin of the International Geological Congress, Episodes, Vol. 25, no. 4, pp. 248-254.
  • Congres International de Geologie tenu a Paris du 29 au 31 aout et du 2 su 4 septembre 1878, N. 21 de la series, Paris Imprimerie Nationale, 1878, p. 17.
  • https://opac.isprambiente.it
  • http://www.isprambiente.gov.it/it/museo/collezioni/collezioni-storiche/plasticigeologici/plastici-page
  • http://www.expomuseum.com/1878/


lunedì 13 ottobre 2014

Torello Martinozzi, minatore di Gavorrano

di Alessio Argentieri



La storia delle conoscenze geologiche in Italia è legata, in epoca moderna, allo sviluppo dell’industria mineraria. Protagonisti del progresso tecnologico e culturale nazionale furono non solo gli ingegneri del Corpo Reale delle Miniere sabaudo, poi confluito nel Regio Ufficio Geologico, ma anche tutti i lavoratori del sottosuolo dei diversi distretti italiani. I minatori del nostro Paese hanno più volte dovuto- fino ai giorni nostri- difendere con i denti il loro impiego umile, assai rischioso e poco pagato, quando le logiche del mercato internazionale inducevano le imprese a sospendere le attività estrattive del sottosuolo italiano.
In omaggio alla grandissima dignità di questa categoria, ci teniamo particolarmente a riservare ai minatori il posto che spetta loro nel Pantheon di Geoitaliani.

Abbiamo già parlato in passato delle storie di Villasalto (Sardegna) e di Arsia– Raša (Istria); a breve racconteremo dei minatori delle Colline Metallifere della Toscana.

In previsione di ciò, ci associamo oggi al saluto ad uno di loro, Torello Martinozzi da Gavorrano (Grosseto), invitandovi alla lettura delle belle parole che il Direttore Salvatore Veltri gli ha dedicato su Attualita.it



mercoledì 2 luglio 2014

L'elefante di pietra di Campana e il sito dell'Incavallicata


L'elefante di Campana nel sito dell'Incavallicata

di Marco Pantaloni

La fantasia popolare individua spesso delle figure zoomorfe o antropomorfe nelle rocce o nei paesaggi; nella gran parte dei casi nessuno mette in dubbio l’azione dell’attività esogena della natura nella conformazione di queste figure.


Caso diverso è invece quello dell’elefante di Campana e delle rocce del sito dell’Incavallicata.
Il sito di cui parliamo è ubicato in prossimità del paese di Campana, un paese della Presila Cosentina, situato a metà tra il mare e la montagna, a circa 600 metri di altitudine.

L’elemento più interessante, e discusso, di questo sito è un’enorme masso roccioso “scolpito” che prende le sembianze di un grosso elefante. Prossimo ad esso si trova un secondo blocco che l’immaginazione vuole assumere le forme dei piedi di un enorme guerriero seduto.
 

Immagine tratta dal sito web del Comune di Campana (CS)


L’area dove è ubicato questo monumento è chiamata, localmente, Incavallicata; il Comune di Campana ha tutelato l’area costruendo attorno ai blocchi rocciosi un grazioso parco pubblico, in virtù del fatto che le rocce e le grotte circostanti sono diventate, fortunatamente, una meta del turismo culturale.
Tutto questo grazie alla diffusione dell’interesse del sito effettuata dai media: si veda ad esempio una vecchia puntata di Gaia (qui) o dei Turisti per caso (qui). Anche la carta stampata ha dedicato all’argomento diversi articoli, sia sulla stampa locale che nazionale.

Immagine tratta da Google earth

venerdì 27 giugno 2014

Carlo Bergomi: geologo e ricercatore del Servizio Geologico d’Italia

di Anna Rosa Scalise


In questa breve nota si vuole (ma soprattutto si deve) ricordare ai colleghi geologi e non, e a tutta la comunità scientifica, la figura di Carlo Bergomi, ricercatore del Servizio Geologico d’Italia, scomparso tragicamente in montagna il 14 dicembre 1977, durante una campagna di rilevamento per la Carta Geologica d’Italia, nei pressi di Letino (CE). Si vuole pertanto richiamare alla memoria un evento drammatico e unico nella storia ultrasecolare (oltre 140 anni) del Servizio Geologico d’Italia. Carlo Bergomi si era recato sul Monte Matese solo per pochi giorni, per raccogliere ulteriori dati che servivano per completare il quadro sedimentologico e paleogeografico della zona.

Manfredo Manfredini, allora ricercatore più anziano del Servizio geologico, ricorda: “prima di partire mi aveva brevemente illustrato con entusiasmo le sue ricerche, […] dovevamo incontrarci il giorno dopo con i colleghi del Servizio Geologico e dell’Istituto di Geologia dell’Università di Roma, per discutere sulle sezioni geologiche dell’Italia centrale in preparazione per il Modello strutturale del Progetto Finalizzato Geodinamica del C.N.R.”.
Le campagne di rilevamento geologico si svolgevano, allora, con una macchina di servizio munita di autista che accompagnava il ricercatore fino ad una località prefissata dalla quale egli procedeva a piedi per un percorso in montagna fino a raggiungere un altro luogo, dove era previsto in serata l’appuntamento con l’autista. Manfredini continua: “ricorderò sempre l’angoscia di quelle ore tra il primo allarme per il mancato appuntamento con l’autista Luciano Dioguardi la sera del 14 dicembre e il ritrovamento del corpo verso mezzogiorno del giorno successivo e la speranza assurda coltivata sino alla fine, che circostanze difficilmente immaginabili avessero permesso la sopravvivenza di Carlo; sembrava infatti impossibile che la sua vitalità e la sua intelligenza fossero state improvvisamente annullate da banali circostanze fortuite” . Una caduta nella forra del Fiume Lete lasciò senza vita questo giovane che si era fortemente impegnato nella ricerca, e che fu tra i più validi geologi del Servizio Geologico.

lunedì 9 giugno 2014

Votate un luogo del cuore: l'edificio di Largo Santa Susanna, a Roma



Può un edificio essere il simbolo di una disciplina scientifica? Secondo noi sì.

La geologia si strutturò come disciplina moderna nelle isole britanniche, e non a caso a Londra vengono adeguatamente curati e conservati i luoghi simbolici di questo primato: pensiamo in primo luogo al Natural History Museum di South Kensington, spazio espositivo prestigioso con flussi di visitatori da noi neanche immaginabili, o la Burlington House di Piccadilly, sede della Geological Society of London.

In Italia invece l’edificio abbandonato dell’Ufficio Geologico di Largo Santa Susanna a Roma è l’impietoso emblema dell’immeritato declino delle Scienze della Terra nel contesto culturale nazionale del XXI secolo. Questo bene collettivo è ad altissimo rischio di oblìo, proprio in un Paese esposto ai rischi naturali, dalle mille tragedie subito dimenticate dopo pochi giorni, che non può permettersi - ora più che mai - di perdere la propria memoria geologica.
Per questi motivi si è recentemente deciso di inserire lo storico edificio di Largo Santa Susanna a Roma, sede del Servizio Geologico d’Italia (già Regio Ufficio Geologico) e del Museo Geologico Nazionale, tra i “Luoghi del Cuore”, nell’ambito del censimento dei luoghi italiani da non dimenticare promosso per il 2014 dal FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano.

GEOITALIANI sostiene questo progetto finalizzato a far riconquistare ai cittadini di Roma, d’Italia e del resto del mondo le Collezioni geologiche dello Stato italiano, che contengono - tra l’altro - le Collezioni di marmi antichi tra le più prestigiose al mondo, oggi tutte imballate e non visibili, se non in parte e solo on line (http://www.isprambiente.gov.it/it/museo/collezioni).

E’ lecito sognare che il nostro luogo del cuore, situato in pieno centro storico a Roma ed in posizione strategica rispetto ai principali percorsi turistici, possa un giorno tornare ad essere ciò che merita?
Se siete sensibili a questo tipo di “sottrazione“ della conoscenza e del godimento dei beni culturali e condividete il nostro ragionamento, vi chiediamo quindi di divulgare l’iniziativa e di VOTARE e FAR VOTARE il nostro luogo del cuore, l’edificio di cui di seguito vi narriamo la storia.

http://iluoghidelcuore.it/luoghi/roma/roma/museo-geologico/80556


La storia dell'edificio dell'Ufficio geologico di Largo Santa Susanna

di Marco Pantaloni e Fabiana Console

L'edificio di grande prestigio, progettato dall'ing. Raffaele Canevari, venne inaugurato dal Re Umberto I il 3 maggio 1885 come “Museo Agrario Geologico”, ed è stato la sede storica dell’Ufficio Geologico, della biblioteca e delle sue collezioni per oltre 100 anni.
Il palazzo si trova in pieno centro storico, a poche centinaia di metri dalla Stazione Termini, all’inizio di via Bissolati, sede delle più importanti compagnie aeree internazionali, e a poche centinaia di metri da via Veneto e piazza Barberini.
Chiunque abbia visitato la città, per lavoro o per turismo, ci è passato di fronte e ha notato la scritta, posta sulla sommità della facciata “R. Ufficio Geologico”.



Nell’edificio vennero ospitate ed esposte al pubblico, dislocate su tre piani su una superficie di 2.700 m2, le prestigiose collezioni paleontologiche e lito-mineralogiche appartenenti al Servizio Geologico d’Italia, fino al 1995, anno in cui gli uffici e il museo furono chiusi per consentire la ristrutturazione dell’edificio.
Il Museo era il quarto in Europa dopo quelli di San Pietroburgo, Berlino e Londra, e il Servizio geologico partecipò, nel corso degli anni, ad importantissime esposizioni di risonanza internazionale dando lustro al nostro Paese.
Nello stesso era ospitata anche la Biblioteca del Servizio, la più completa in Italia, ancora oggi, nel campo delle Scienze della Terra, che comprende circa 46.000 carte geologiche e geotematiche, delle quali 15.000 italiane (oltre 1000 appartenenti al fondo antico), 2.200 testate di periodici (per complessivi 80.000 volumi), 15.000 monografie (circa 700 antiche), 63.000 fotogrammi di telerilevamento aereo.
Oltre ai beni “materiali”, l’edificio ha ospitato, nel suo lungo periodo di vita, l’attività dei più illustri scienziati (geologi e ingegneri) che hanno contribuito allo sviluppo della nostra disciplina, portando avanti, nel tempo e con grande spirito di sacrificio, il progetto di cartografia geologica del nostro Paese. I nomi di questi scienziati potranno apparire sconosciuti ai più, ma cercando informazioni sul contributo fornito da Quintino Sella, Felice Giordano, Igino Cocchi, Bernardino Lotti, Domenico Zaccagna, Nicolò Pellati, Pompeo Moderni, Vittorio Novarese, molti rimarranno stupiti dell’importante ruolo da loro ricoperto, sia in ambito scientifico, sia politico che sociale.