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venerdì 11 gennaio 2019

Storie (di uomini e rocce) in bianco e nero: Portoro

di Giovanna Baiguera



Fig. 1 – Pavimento.
Locanda L’Ombrosa, Bottagna (SP).


200 milioni di anni fa, inizio Giurassico.
Il supercontinente Pangea sta andando a pezzi. Lo attraversano spaccature dove stanno per formarsi nuovi oceani, in progressiva espansione. Tutti i fondali marini già esistenti stanno invece per sparire, immersi e rifusi nelle profondità mantelliche oppure corrugati e innalzati in montagne che cresceranno anche per migliaia di metri in altezza.
Là in mezzo, fra Laurasia e Gondwana, un lembo litosferico si sta abbassando. Lo bagnano acque sottili, con il loro carico minerale e biotico. Dapprima in parte evaporano ma poi la batimetria cresce e sulla neonata piattaforma marina si depongono estese fanghiglie calcaree.
Per un certo tempo l'ossigeno è poco e la sostanza organica soffoca, marcisce, sepolta sotto nuovi lenzuoli melmosi, ora calcarei ora silicei. Pigmentazioni carboniose impregnano tutto quel sedimento che, pressato dal carico sovrastante, via via si indurisce preservando un aspetto irrimediabilmente cupo.
Passano circa 100 milioni di anni e le zolle cambiano direzione, iniziano a convergere. Ma l'inabissamento prosegue, anzi si accentua, velocizzato da maestose forze tettoniche che provocano la subduzione, l’obduzione e il definitivo riempimento del protoceano con centinaia di metri di sabbie torbiditiche, note successivamente come “Macigno”.

20 milioni di anni fa, Miocene.
L'esperienza marina è quasi giunta al termine nel grande bacino ormai colmato e la crosta, così ispessita, si è risollevata fino a riemergere, per poi risalire ancora negli anni a venire.

Fig. 2 – Muretto a secco.
Vezzano Ligure (SP).


mercoledì 9 luglio 2014

Il fungo di Piana Crixia


Il fungo di Piana Crixia
di Marco Pantaloni

Parliamo di una nuova spettacolare forma di erosione, che questa volta assume le sembianze di un enorme fungo.
Il fungo di Piana Crixia si trova nella frazione Borgo di questo comune, in provincia di Savona, in destra idrografica del Fiume Bormida di Spigno.
Questo monumento geologico è rappresentato da una enorme piramide di erosione selettiva, che ha operato entro i conglomerati oligocenici della Formazione di Molare, alta complessivamente 15,5 metri.
Si presenta con un grande masso ofiolitico (serpentinite), del peso stimato di circa 500 t, sostenuto da una colonna tronco-conica, costituita da conglomerato poligenico e polimetrico a matrice fine, ben cementato.
È proprio l’elevato grado di cementazione del conglomerato che permette alla colonna, all’apparenza poco coesiva, di sostenere l’enorme peso del blocco ofiolitico.
È evidente che il lento procedere dell’erosione, tuttavia, in un futuro più o meno lontano, porterà al crollo del masso ofiolitico e all’erosione della colonna conglomeratica, ormai priva della copertura.
Delle forme assolutamente analoghe si incontrano in varie località alpine, come le pittoresche e famosissime piramidi di terra create dall'erosione subaerea che, in quelle località, ha modellato depositi morenici o fluvioglaciali.

Immagine tratta da Wikipedia, autore Bozzibozzi

Come avviene in altre località, sia per la sua imponenza che per la sua singolarità , il fungo di Piana Crixia è oggetto di leggende locali; non ultima quella che vuole Napoleone talmente interessato a questo monumento naturale da volerlo trasferire in Francia.
L’area di Piana Crixia ricade nel Parco naturale regionale di Piana Crixia.
Per raggiungere il geosito occorre uscire al casello di Millesimo o a quello di Altare dell'autostrada A6 Torino-Savona; dall’autostrada si prosegue sulla ss. 29 in direzione di Acqui Terme fino a Piana Crixia. A poche decine di metri dalla parrocchiale di Borgo, un sentiero conduce verso i punti di osservazione illustrati da un pannello didattico.


Il pannello didattico nel Parco naturale regionale di Piana Crixia



Per saperne di più:
Parco naturale regionale di Piana Crixia: http://www.parks.it/parco.piana.crixia/pun.php
Video sul fungo di Piana Crixia: https://www.youtube.com/watch?v=9nThU__g6zA

lunedì 12 maggio 2014

1838: un viaggio geologico con Nicolò Della Torre alla scoperta delle cave di ardesia della Liguria orientale



di Fabiana Console e Marco Pantaloni

Questa piccola ed agevole guida in 8° fu pensata e voluta dall’Autore per far conoscere le cave di pietra di lavagna (ardesia) ai viaggiatori non concittadini che si apprestavano a visitare i territori che si estendevano da Chiavari verso levante “dove sorge un monte che lungo la costiera mette piede in mare”.

Il volume si apre alla curiosità del lettore con una stupefacente veduta panoramica (una litografia in b/n di 80x30 cm) del Monte Sangiacomo, disegnato con dovizia di particolari geografici dal terrazzo dell’Orfanotrofio del paese.


Veduta panoramica del Monte Sangiacomo,
disegnato dal terrazzo dell’Orfanotrofio del paese
Lo stesso Della Torre ci informa, nelle note al lettore, che rarissimi stranieri si erano spinti nei secoli precedenti per quei territori a causa dell’asprezza delle vie e che per tale motivo le ardesiere rimasero per secoli ignorate. Plaude pubblicamente Francesco I di Borbone appena divenuto, alla morte del padre Ferdinando, Re delle Due Sicilie, che con la consorte Maria Isabella di Borbone nel 1825 visitò la Riviera ligure dando bel esempio per molti imitatori.

Poche e frammentarie erano infatti le testimonianze storiche di questi territori impervi ma così produttivi. Nel 1537 Agostino Giustiniani fu il primo a trattare dell’argomento e la sua descrizione può essere considerata, in ogni modo, un classico tanto che anche Dalla Torre lo cita nella sua descrizione di un territorio ricco di
una lapidicina o sia vena di pietra rara, e qual si trova in pochi altri paesi et la pietra che sia veduta dall’aria, e dal sole è di sua natura molto tenera, e facile a tagliare quasi come un melone, et una rapa, et al modo che si chiappano in Parigi co’ conii le legna di quercia nata all’ombra, e se ne fanno tra le altre cose lastre … sottili quanto è una costa di coltello, nominate da Genuesi Abaini, delle quali coprono le case loro, et è questa copertura bellissima al vedere, ma ancora molto utile perché dura lungo tempo, se ne fanno ancora di queste pietre lastre per far scilicati di case, colonnette, friggi, architravi e cornici et ornamenti ...”.

Nel 1568 Giorgio Vasari descrive l’ardesia come:
un’altra sorte di pietra che tendono al nero, e non servono agli architetti se non a lastricare i tetti. Queste sono lastre sottili a suolo a suolo dal tempo e dalla natura pe’ servizio degli uomini, che ne fanno ancora pile, murandole talmente insieme... Nascono queste nella riviera di Genova in un luogo detto Lavagna e ne cavano pezzi lunghi dieci braccia; e i pittori se ne servono a lavorarsi su le pitture a olio, perché elle vi si conservano su molto lungamente che nelle altre cose”.

Nel 1610 il cartografo bolognese Magini descriveva con enfasi l’ardesia, la sua estrazione e la sua lavorazione:
è meraviglioso il modo con che si cava, il quale è che si cava sottoterra anzi sotto possessioni vignate e cultivate ove nasce gran quantità di vini e olij eccellenti et in queste cave sotterranee cavano massi quadri, larghi lunghi come vogliono essendo in loro mano cavargli di che grandezza e forma piace loro”.
Immagine tratta dal libro di Nicolò Della Torre
che illustra le condizioni di lavoro dei cavatori di ardesia

Nell’800 il primo ad essersi soffermato attentamente ed aver descritto la lavagna delle Cave liguri fu Giuseppe Mojon in uno scritto del 1805 in cui diede, innovativo per l’epoca, una soddisfacente definizione scientifica sulla ‘pietra di Lavagna’:
è un’ardesia, o scisto argilloso d’un griggio cenerino, poco lucido, di tessitura fina, lamellare, morbida al tatto, che si lascia separare con facilità in strati, o lastre sottili, piane, di mediocre durezza, facile a spezzarsi ed infusibile a fuoco; è d’essa composta d’allumine, di silice, di magnesia e di ferro”.
Ma per ottenere informazioni storiche più dettagliate e di maggior interesse sul piano tecnico ed economico occorre aspettare il testo del Mongiardini del 1809, con la sua mirabile descrizione dei lavoratori delle lastre che
a forza di scalpelli e picconi penetrano sotto le linee sino a quella profondità che deve avere la gran lastra […]. Quindi, con l’aiuto di alcuni cunei o piedi di capra, facilmente la dividono dal rimanente, badando però di adoperare un forza uguale per ogni lato”.
Ma fu soprattutto con il lavoro di Nicolò Della Torre del 1838 che si è ricostruita la realtà socio-economica e organizzativa dell’ambiente della lavagna, nonché i relativi processi di lavorazione dell’ardesia in epoca storica.