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lunedì 12 maggio 2014

1838: un viaggio geologico con Nicolò Della Torre alla scoperta delle cave di ardesia della Liguria orientale



di Fabiana Console e Marco Pantaloni

Questa piccola ed agevole guida in 8° fu pensata e voluta dall’Autore per far conoscere le cave di pietra di lavagna (ardesia) ai viaggiatori non concittadini che si apprestavano a visitare i territori che si estendevano da Chiavari verso levante “dove sorge un monte che lungo la costiera mette piede in mare”.

Il volume si apre alla curiosità del lettore con una stupefacente veduta panoramica (una litografia in b/n di 80x30 cm) del Monte Sangiacomo, disegnato con dovizia di particolari geografici dal terrazzo dell’Orfanotrofio del paese.


Veduta panoramica del Monte Sangiacomo,
disegnato dal terrazzo dell’Orfanotrofio del paese
Lo stesso Della Torre ci informa, nelle note al lettore, che rarissimi stranieri si erano spinti nei secoli precedenti per quei territori a causa dell’asprezza delle vie e che per tale motivo le ardesiere rimasero per secoli ignorate. Plaude pubblicamente Francesco I di Borbone appena divenuto, alla morte del padre Ferdinando, Re delle Due Sicilie, che con la consorte Maria Isabella di Borbone nel 1825 visitò la Riviera ligure dando bel esempio per molti imitatori.

Poche e frammentarie erano infatti le testimonianze storiche di questi territori impervi ma così produttivi. Nel 1537 Agostino Giustiniani fu il primo a trattare dell’argomento e la sua descrizione può essere considerata, in ogni modo, un classico tanto che anche Dalla Torre lo cita nella sua descrizione di un territorio ricco di
una lapidicina o sia vena di pietra rara, e qual si trova in pochi altri paesi et la pietra che sia veduta dall’aria, e dal sole è di sua natura molto tenera, e facile a tagliare quasi come un melone, et una rapa, et al modo che si chiappano in Parigi co’ conii le legna di quercia nata all’ombra, e se ne fanno tra le altre cose lastre … sottili quanto è una costa di coltello, nominate da Genuesi Abaini, delle quali coprono le case loro, et è questa copertura bellissima al vedere, ma ancora molto utile perché dura lungo tempo, se ne fanno ancora di queste pietre lastre per far scilicati di case, colonnette, friggi, architravi e cornici et ornamenti ...”.

Nel 1568 Giorgio Vasari descrive l’ardesia come:
un’altra sorte di pietra che tendono al nero, e non servono agli architetti se non a lastricare i tetti. Queste sono lastre sottili a suolo a suolo dal tempo e dalla natura pe’ servizio degli uomini, che ne fanno ancora pile, murandole talmente insieme... Nascono queste nella riviera di Genova in un luogo detto Lavagna e ne cavano pezzi lunghi dieci braccia; e i pittori se ne servono a lavorarsi su le pitture a olio, perché elle vi si conservano su molto lungamente che nelle altre cose”.

Nel 1610 il cartografo bolognese Magini descriveva con enfasi l’ardesia, la sua estrazione e la sua lavorazione:
è meraviglioso il modo con che si cava, il quale è che si cava sottoterra anzi sotto possessioni vignate e cultivate ove nasce gran quantità di vini e olij eccellenti et in queste cave sotterranee cavano massi quadri, larghi lunghi come vogliono essendo in loro mano cavargli di che grandezza e forma piace loro”.
Immagine tratta dal libro di Nicolò Della Torre
che illustra le condizioni di lavoro dei cavatori di ardesia

Nell’800 il primo ad essersi soffermato attentamente ed aver descritto la lavagna delle Cave liguri fu Giuseppe Mojon in uno scritto del 1805 in cui diede, innovativo per l’epoca, una soddisfacente definizione scientifica sulla ‘pietra di Lavagna’:
è un’ardesia, o scisto argilloso d’un griggio cenerino, poco lucido, di tessitura fina, lamellare, morbida al tatto, che si lascia separare con facilità in strati, o lastre sottili, piane, di mediocre durezza, facile a spezzarsi ed infusibile a fuoco; è d’essa composta d’allumine, di silice, di magnesia e di ferro”.
Ma per ottenere informazioni storiche più dettagliate e di maggior interesse sul piano tecnico ed economico occorre aspettare il testo del Mongiardini del 1809, con la sua mirabile descrizione dei lavoratori delle lastre che
a forza di scalpelli e picconi penetrano sotto le linee sino a quella profondità che deve avere la gran lastra […]. Quindi, con l’aiuto di alcuni cunei o piedi di capra, facilmente la dividono dal rimanente, badando però di adoperare un forza uguale per ogni lato”.
Ma fu soprattutto con il lavoro di Nicolò Della Torre del 1838 che si è ricostruita la realtà socio-economica e organizzativa dell’ambiente della lavagna, nonché i relativi processi di lavorazione dell’ardesia in epoca storica.