sabato 11 maggio 2013

La stanza dei libri antichi

I LUOGHI
di Fabiana Console


A Roma, presso l’ISPRA, esiste un locale che racchiude il cuore storico della Biblioteca: è la cosiddetta “stanza dei libri antichi”, preziosa eredità della preesistente Biblioteca del Servizio Geologico d’Italia.
La Biblioteca del Servizio Geologico, fondata nel 1872, ha sempre riservato un particolare interesse all'acquisizione - retrospettiva e corrente – di opere monografiche e cartografiche di carattere geologico, paleontologico e naturalistico, in particolare relative al territorio nazionale.
Questa lunga politica di acquisizioni, coerentemente perseguita per volontà di insigni geologi e studiosi, è stata alimentata da scambi, lasciti e donazioni, dando origine alla sedimentazione di un patrimonio bibliografico e documentario di notevole pregio bibliologico e di intrinseco valore storiografico e scientifico.
Il fondo antico annovera oltre 700 opere monografiche ed atlanti, datati tra il 1720 ed il 1860, tutti in buono stato di conservazione. Non è il mero dato numerico ad essere rilevante ma il fatto che questi volumi rappresentino la sintesi e la testimonianza di come, in poco più di un secolo, si sia passati da una generica e generale “storia naturale” alla “geologia” e “paleontologia” come vere e proprie “scienze della Terra”.
Solo come esempio riportiamo due pregiatissimi volumi scritti da due naturalisti toscani dell’Italia del XVIII secolo: Antonio Vallisneri e Ambrogio Soldani.


Il volume più antico posseduto dalla Biblioteca ISPRA è proprio quello di Antonio Vallisneri del 1726: Lezione accademica intorno l'origine delle fontane, con le annotazioni per chiarezza maggiore della medesima, di Antonio Vallisneri ... - Seconda edizione con la giunta di varie lettere dissertatorie, un'altra lezione accademica, osservazioni, ragioni, ed esperienze nuove, dimostranti la verità del proposto sistema, con la risposta alle obbiezioni del sig. dottore N N. compilata da Gaston Giuseppe Giorgi ....





Antonio Vallisneri (1661-1730) fu professore associato all’Accademia dei Ricovrati di Padova nel 1710. Il 24 giugno 1714 tenne presso l’Accademia una celebre Lezione accademica intorno all’origine delle fontane, nella quale affrontò l’annosa e dibattuta questione sull'origine delle acque sorgenti perenni. Vallisneri aveva effettuato una serie di indagini sul “campo”, praticate soprattutto in esplorazioni sull’alto Appennino Tosco-Emiliano. Le sue osservazioni furono sostenute da un metodo sperimentale molto efficace, considerato un modello esemplare del metodo galileiano. In primo luogo confutò, mostrandone l’insensatezza, la cosiddetta “teoria marina”, all’epoca largamente diffusa e sostenuta, fra gli altri, anche da René Descartes (1596-1650).
I fautori di tale teoria credevano che l’erogazione continua di acqua che scaturiva dalle sorgenti fosse generata da acqua marina penetrata in profondità, fatta evaporare dal calore interno terrestre entro le rocce e condensata nelle grotte sotterranee, secondo il principio dell’alambicco, che ne consentiva la distillazione. Sulla base dell’osservazione diretta dei fenomeni e dello studio dettagliato della morfologia e della composizione litologica degli strati delle montagne, Vallisneri dimostrò il ciclo perenne dell’acqua, attribuendo alle acque sorgive un’origine meteorica. Tutte le sorgenti, cioè, risultavano alimentate dalle acque piovane. Nei periodi di siccità le sorgenti sono alimentate dallo scioglimento delle nevi e dei ghiacciai d'alta quota. L'acqua, passando attraverso strati geologici permeabili, giunge fino ad uno strato geologico impermeabile dal quale sgorga. Osservò inoltre che le acque percolano dalla volta o dai fianchi delle cavità naturali e non dal terreno.

Del 1795 è invece il volume dell’abate Ambrogio Soldani intitolato: Sopra una piogetta di sassi accaduta nella sera de' 16, giugno del 1794, in Lucignan d'Asso nel Sanese: dissertazione di Ambrogio Soldani.



“Il dì 16 Giugno dopo le ore sette della sera verso il tramontare del sole fù veduta una nuvola, […] i cui caratteri principali erano 1. Lo scintillare e mandar razzi 2. Il fumare 3. Fare delle straordinarie esplosioni 4. Gettare dè sassi infuocati sulla terra".
Così l'abate Ambrogio Soldani (1736-1808) descrisse in questa dissertazione la caduta da una “scura nuvola” di una pioggia di meteoriti a sud-est di Siena il 16 Giugno 1794.
La pioggia di meteoriti cadde in una zona mal definita ma piuttosto estesa che comprendeva parte dei territori senesi. Il numero esatto delle meteoriti non è conosciuto però la massa totale sparsa per musei e collezioni di tutto il mondo è di 3674,3 grammi. Cosa pensarono fosse quella "nuvola" gli scienziati del tempo? Giusto un giorno prima il Vesuvio a Napoli aveva avuto una forte eruzione e il prof. Giorgio Santi (1746-1822) suppose che la "nuvola" avesse raccolto quei sassi dal Vesuvio, in quei giorni di attività, li avesse trasportati quindi fin sul cielo toscano per scaricarli nella campagna senese. Però l'abate Soldani fa notare subito la differente struttura delle rocce vulcaniche da quella dei sassi raccolti.
Lo stesso Lazzaro Spallanzani (1729-1799) fa osservare come sia impossibile che quella nuvola spiccata dal Vesuvio sia arrivata in Toscana senza essere notata da nessuno durante il lungo viaggio; suppone invece che una specie di tornado avesse raccolto delle pietre da un determinato luogo per poi scaricarli su Siena.
Il Soldani è il primo ad ipotizzare l'origine spaziale di quei sassi, ma la mentalità di quel tempo non era pronta a queste teorie.