Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post

domenica 19 agosto 2018

La (mancata) conservazione dei beni a carattere geologico - storico: l’Acqua Lancisiana


di Marco Pantaloni

Nel centro di Roma, a poca distanza dal Vaticano, si trovava, fino a pochi decenni fa, una delle più famose sorgenti romane: l’Acqua Lancisiana.
Scoperta nella seconda metà del 1500 sulla Salita di Sant’Onofrio, alle pendici del Gianicolo, dal medico romano Alessandro Petronio, la sorgente venne descritta nella sua opera “De victu romanorum et di sanitate tuenda”, pubblicata a Roma nel 1581.

Frontespizio del volume "De victu romanorum et di sanitate tuenda",
di Alessandro Petronio


Il paragrafo "De Fonticulo in Tyberis ripa apud Sanctum Spiritum",
nel quale vengono descritte quelle che poi verranno chiamate Acque Lancisiane

In realtà l’uso della sorgente è precedente la descrizione di Petronio; infatti, l’utilizzo già in epoca romana è testimoniato dalla presenza di un cunicolo che drenava la falda presente nelle sabbie gialle e grigie della Formazione di Monte Mario (MTM) alimentando, probabilmente, la Domus Agrippinae.

Stralcio del foglio geologico 374 Roma della Carta Geologica d'Italia alla scala 1:50.000,
con evidenziata l'area dell'ubicazione delle sorgenti dell'Acqua Lancisiana.
Immagine tratta dal sito ISPRA (www.isprambiente.it)

In seguito la sorgente venne abbandonata e non più utilizzata, fino al XVIII secolo quando il medico romano Giovanni Maria Lancisi (1654 - 1720), identificata l’emergenza idrica, ne compì delle analisi sulla “leggerezza e purità”, come ci racconta Alberto Cassio nel 1756. Lancisi cominciò quindi a usarla per gli ammalati “con si giovevoli effetti che, nel vicino Archiospedale di Santo Spirito le fu dato il titolo di Acqua Lancisiana”.
Il frontespizio del volume "Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti
da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma, delle moderne e di altre in essa nascenti",
di Alberto Cassio

L’allora papa Clemente XI volle quindi che venissero riunite le diverse vene d’acqua e ripristinato l’antico condotto; l’acqua venne quindi canalizzata in tre differenti tubazioni con una portata complessiva di circa 2,3 l/s: una parte venne condotta all’interno dell’ospedale, ad uso dei pazienti, e una parte venne fatta confluire in una conca di marmo posta sovrastata da un mascherone, disegnato da Giacomo Della Porta e recuperato da un abbeveratoio nel Foro Romano, rendendola quindi disponibile alla popolazione romana.

In primo piano, la Fonte dell'Acqua Lancisiana sulla riva destra del Tevere,
in prossimità dell'attuale Lungotevere Gianicolense;
sul lato opposto la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.
(Immagine tratta dal sito Rerum Novarum)

In seguito all’ampliamento dell’Ospedale Santo Spirito nel 1827, però, l’accessibilità alla fonte fu negata; venne ripristinata solamente da Pio VIII nel 1830, dopo molte proteste. Lo stesso Pio VIII, che definiva l’Acqua Lancisiana la migliore di Roma, restaurò il condotto di adduzione facendolo confluire nella nuova fontana ubicata nel Porto Leonino sul Tevere, realizzato da Leone XII, in prossimità dello scomparso Ponte dei Fiorentini.
La costruzione dei muraglioni alla fine del ‘800 comportò ulteriori modifiche alla fonte. La fontana esistente venne rimossa e vennero costruite due nicchie nei muraglioni nelle quali sgorgavano le acque sorgive.
Ciascuna nicchia ha due cannelle, che versavano acqua in vasche rettangolari, accessibili da rampe di scale che dal Lungotevere scendono sull’argine del fiume. Sopra le nicchie sono state poste due lapidi, a memoria dei rifacimenti: quella più a monte, verso il Ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, ricorda la sistemazione di Clemente XI del 1720, l’altra quella di Pio VIII del 1830. E’ curioso notare un errore geologico nel testo: si afferma infatti che le acque originano dal Colle Vaticano, mentre derivano da quello Gianicolense.
La lapide commemorativa della sistemazione delle Acque Lancisiane
compiuta da papa Clemente XI nel 1720

Addirittura, nel 1924 venne avviata l’attività di imbottigliamento effettuata dalla Società Anonima Acque Minerali; per tale scopo, una delle condutture venne derivata verso la stabilimento di imbottigliamento posto su Viale Gianicolo, mentre un’altra continuò ad alimentare una delle due nicchie. L’attività industriale venne sospesa dopo la costruzione della galleria di Porta Cavalleggeri e della fogna del Gelsomino, che portarono, nel 1942, alla chiusura dell’adduzione dell’acqua a causa di un sospetto inquinamento (molto verosimile), come già evidenziato anni prima da analisi compiute dal CNR. Da allora, dell’acqua non rimane traccia essendo derivata direttamente in fognatura.
L’Acqua Lancisiana ebbe, come naturale, diverse denominazioni, quasi tutte di origine popolare trasteverina: Acqua Pia, Acqua di Porto Leonino, Acqua della Fontanella o Acqua della Barchetta; quest’ultima derivava dalla vicinanza di un battello per il trasferimento dalla Lungara verso Via Giulia.
Oggi le nicchie dell’Acqua Lancisiana sono ancora visibili, anche se in pessime condizioni di conservazione, al limite dell’abbandono. La curiosa e complessa storia di queste sorgenti, che tanto hanno significato per il rione di Trastevere e per la città di Roma, richiedono assolutamente un diverso grado di conservazione, al fine di garantire il mantenimento della memoria geologico - storica della città, delle quali le Acque Lancisiane rappresentano un unicum nel loro genere.


L'attuale condizione di degrado di una delle nicchie dell'Acqua Lancisiana,
completamente abbandonata


Per saperne di più:
Camponeschi B. & Nolasco F. (1982) – Le risorse naturali della Regione Lazio: Roma e i Colli Albani. Regione Lazio, 7, Roma.
Cassio A. (1756) – Corso delle acque antiche portate sopra XIV aquidotti da lontane contrade nelle XIV regioni dentro Roma,  delle moderne e di altre in essa nascenti. Tip. Puccinelli, Roma.
Corazza A., Lombardi L. (1995) – Idrogeologia dell’area del centro storico di Roma. In: Funiciello R. (coord. scient.), La Geologia di Roma – Il centro storico. Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, 50, 179 - 211.

Siti web:
Roma Città delle Meraviglie. Rione Trastevere - Fontana dell'Acqua Lancisiana. http://roma.mysupersite.it/fontanediroma/rionetrastevere/gianicolense


sabato 17 febbraio 2018

Via Livio Andronico a Roma, tra passato e presente

di Alessio Argentieri


Fig. 1 - Il dissesto di Via Livio Andronico;
foto di Carlo Esposito, febbraio 2018
Il quartiere Balduina, sulle pendici del rilievo di Monte Ciocci a Roma, è stato di recente al centro della cronaca locale e nazionale per un fenomeno di dissesto occorso in un’area intensamente urbanizzata.
Come è noto, il crollo si è manifestato nel tardo pomeriggio di mercoledì 14 febbraio, in un tratto di Via Livio Andronico, a ridosso di un cantiere edile in cui erano state realizzate opere di contenimento di un grande scavo. Il crollo della paratia di pali ha coinvolto la sede stradale e due edifici a ridosso di essa, sono stati precauzionalmente evacuati.

Fig. 2 - Stralcio dal Foglio 5 della Carta Litostratigrafica del Comune di Roma
alla scala 1:20.000 di Ventriglia, 2002 (nel cerchio rosso la zona di interesse)
Fig. 3 - Stralcio dal Foglio 374 Roma alla scala 1:50.000 della Carta Geologica d’Italia, 2008
(nel cerchio rosso la zona di interesse) (stralcio cartografico tratto da www.isprambiente.it)
Le pagine di Geoitaliani non sono la sede opportuna, peraltro in mancanza dei necessari elementi conoscitivi, per entrare nel merito delle cause del fenomeno di dissesto idrogeologico (impropriamente citato come voragine nelle prime notizie degli organi di informazione). La situazione è oggetto di consulenza tecnica specialistica disposta dall'autorità giudiziaria, ma anche di monitoraggio a cura di ricercatori della Sapienza- Dipartimento di Scienze della Terra e del suo “Centro di ricerca per la previsione, prevenzione e controllo dei rischi geologici”- CERI, nell'ambito di una collaborazione non onerosa con l’Ufficio Extradipartimentale Protezione Civile di Roma Capitale.
La vicenda fornisce però lo spunto per una piccola narrazione sui temi di storia della geologia, ed in particolare su quello delle moderne ricerche geologiche nell'area urbana di Roma.


Fig. 4 – Lucius Livius Andronicus
(Musei Vaticani; da http://www.urbisetorbis.org)
Il poeta e drammaturgo Andronìco (nella pronuncia latinizzata), originario della Magna Grecia, nacque probabilmente a Ταρασ (in latino Tarentum, l’odierna Taranto) attorno al 280 a.C. La sua biografia, che presenta molte incertezze, ci dice che egli giunse a Roma come schiavo, e che una volta divenuto liberto assunse il nomen della gens Livia. A lui, primo poeta romano di cui siano stati reperiti frammenti di opere, si deve l’introduzione della cultura greca a Roma. Fu pedagogo dei figli del console Marco Livio Salinatore, che durante la seconda guerra punica sconfisse nella battaglia del Fiume Metauro (207 a.C.) l’esercito cartaginese guidato da Asdrubale Barca, fratello di Annibale, poi decapitato. Livio Andronico, autore e attore altamente considerato a Roma, era stato incaricato dai pontefici di un partenio in onore di Giunone propiziatorio degli eventi bellici; dopo la vittoria il Senato istituì in suo onore sul colle Aventino, presso il Tempio di Minerva, il collegium scribarum histrionumque. La sua morte avvenne nel 200 a.C. circa.


Fig. 5 - Ugo Ventriglia (1916-2005)
Ventuno secoli dopo nasceva nella Città Eterna un altro personaggio che sui colli che fiancheggiano il Tevere, da Monte Mario all'Aventino, avrebbe sviluppato la passione della sua vita.
Ugo Ventriglia, nato il 2 ottobre 1916, formatosi come ingegnere minerario sotto la guida di Francesco Penta, impostò nella seconda metà del XX secolo lo studio sistematico della moderna geologia ed idrogeologia delle aree urbane, sperimentandolo nel laboratorio naturale di Roma.
La carriera accademica di Ventriglia si sviluppò essenzialmente presso la facoltà di Ingegneria della Sapienza a Roma, tranne un breve periodo a Bari. Dal 1945 egli fu iscritto alla Società Geologica Italiana. Parallelamente fu consulente per problematiche di carattere geologico- tecnico per Enti statali e parastatali in Italia e all’estero. Questa lunghissima esperienza “clinica”, che lo tenne impegnato e attivo sino alla fine della sua esistenza, gli consentì di acquisire e catalogare una enorme mole di dati e conoscenze sul territorio, che sarebbero poi confluite a costituire le sue opere di sintesi su Roma e sulla sua provincia.
Il nome di Ventriglia resta indissolubilmente associato allo studio sistematico della geologia della Città di Roma e del suo territorio provinciale e alle voluminose opere corredate da tavole tematiche da lui prodotte, pietre miliari nella conoscenze geologiche sull’area romana. Grande attenzione egli poneva al contributo degli Autori del passato, come testimoniano le accurate bibliografie dei suoi scritti. Seppur in parte superato da studi più recenti, il contributo di Ventriglia mantiene intatta la purezza del dato scorporato dall’interpretazione.


Fig. 6 - Ventriglia con i suoi collaboratori
(l’identificazione parziale dei personaggi è stata effettuata
grazie a Massimo Mantovani - GEOTER srl, Roma)
Mentre tutto ciò avveniva, Ugo visse nella casa romana di Via Livio Andronico 45, con la moglie Tina Rosati (detta Carla, sposata nel 1955) e i cinque figli Fausta, Flavia, Silvio, Francesco e Gaetano.
Nel suo studio egli, ancora attivissimo seppur ottantenne, elaborò e portò a compimento alle soglie del nuovo millennio la sua ultima opera, la “Geologia del territorio del Comune di Roma” (2002), realizzata e pubblicata con la collaborazione del Servizio Geologico della Provincia di Roma.
Ed in quella stanza di Via Livio Andronico, la lunghissima e minuziosa correzione di varie tirature di bozze, e un memorabile pomeriggio del 2002 per la videoripresa della sua presentazione, inserita nella versione multimediale dell’opera realizzata in collaborazione tra il Servizio Geologico della Provincia di Roma e il Dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università Roma TRE.
Ventriglia, nonostante l’età avanzata, approvò la moderna iniziativa (assai lontana, per un uomo della sua generazione, dal concetto classico di pubblicazione), comprendendone le potenzialità di diffusione gratuita tra gli studiosi, i tecnici e i professionisti, proprio negli anni in cui a Roma l’Amministrazione comunale promuoveva la redazione del “Fascicolo del fabbricato”, esperienza purtroppo prematuramente archiviata.
Link al video: http://www.provincia.rm.it/dipartimentoV/SitoGeologico/PagDefault.asp?idPag=63
Questa casuale coincidenza dell’evento di Via Livio Andronico, che accomuna un poeta greco-latino del III secolo a.C. e uno scienziato e tecnico romano del XX secolo d.C., ci consente una riflessione finale.
La geologia di un luogo, come in altri casi la sua sismicità, non bastano da sole a causare i disastri. La conoscenza aiuta a prevenirli.
Che il recente fenomeno di dissesto della Balduina sia avvenuto nella stessa strada in cui abitò Ventriglia, dedito allo studio del sottosuolo urbano di Roma per gran parte della sua lunga vita, è un paradosso già eloquente da solo.
Più volte, dalla nascita del progetto GEOITALIANI, è stata evidenziata l’importanza della tradizione della cultura geologica, secondo il principio ispiratore che guarda al passato come chiave del presente e del futuro. Forse, dalla vicenda del crollo della Balduina, un’ulteriore piccola conferma chela direzione giusta possa essere trovata anche grazie all’eredità dei Maestri predecessori.

Per saperne di più:



venerdì 21 aprile 2017

21 aprile, Dies Romana

di Marco Pantaloni

Oggi si festeggia il Natale di Roma, una festività laica che si collega alla data presunta della fondazione della città avvenuta, appunto, il 21 aprile del 753 a.C.
In antichità questo giorno veniva detto Dies Romana o Romaia; a partire da questa data deriva la cronologia romana, definita con la locuzione latina Ab Urbe condita, cioè “dalla fondazione della Città”, che contava gli anni a partire dal 753 a.C.
Nel mondo, Roma è conosciuta come la città dei sette colli ma, nel tempo, l’esatta identificazione di questi rilievi non è mai stata la stessa.
L’elenco più antico riporta, ovviamente, il Palatino che è il luogo leggendario dove avvenne la fondazione della città, il Germalo, che è una prosecuzione dello stesso Colle Palatino verso il Tevere, la Collina Velia, orientata verso l'Esquilino, la Suburra, orientata in direzione del Quirinale e, per finire, il Fagutale, il Colle Oppio e il Cispio, tutti compresi nell'Esquilino.

In seguito, l'identificazione dei sette colli si modificò con l'espansione della città di Roma. Partendo infatti dalla originaria Roma quadrata, si arrivò alla Roma imperiale, che vide la sua massima espansione. La vastità del territorio urbano fece sì che tra i sette colli si annoverassero anche il Vaticano e il Gianicolo.

In un rara edizione de Il Dittamondo di Fazio degli Uberti (1301?-1367?), conservato presso la Biblioteque nationale de France, compare una rappresentazione della città di Roma con i suoi sette colli. Del Dittamondo esistono poche edizioni e quella posseduta dalla Bibliotéque nationale de France è una copia miniata e commentata da Andrea Morena da Lodi nel 1447.
Il Dittamondo è un poema enciclopedico di sei libri in terzine incatenate; racconta di un viaggio, compiuto dall’Autore attraverso l'Europa, l'Africa settentrionale e la Palestina sotto la guida del geografo Solino. Fazio degli Uberti riporta le leggende, le notizie storico-geografiche e descrive i panorami e le particolarità delle città visitate.

Visitando la città di Roma ne racconta la storia e ne descrive i caratteri; l’immagine a margine del testo nel volume commentato da Andrea Morena riporta i seguenti sette colli: Ianicolo, Tarpeio, Aventino, Palanteo, Quirinale, Celion, Viminale.


La rappresentazione della città di Roma con i suoi sette colli estratta
da Il Dittamondo di Fazio degli Uberti, conservato presso la
Biblioteque nationale de France, nell’edizione miniata e commentata
da Andrea Morena da Lodi nel 1447
(da gallica.bnf.fr/Bibliothèque nationale de France)

Per saperne di più:
Fazio degli Uberti - Il Dittamondo

venerdì 3 ottobre 2014

Le Tre Fontane e il martirio di San Paolo

di Marco Pantaloni

A Roma, sulla trafficata Via Laurentina, in prossimità del complesso sportivo dell’Acqua Acetosa e del Luna Park, ormai abbandonato, sorge un luogo di pace, isolato dal traffico e dal rumore, simbolo per la Cristianità.
Si tratta del complesso abbaziale delle Tre Fontane, che presenta i caratteri di un monastero fortificato, come si vede già dal portale d'ingresso, il cosiddetto Arco di Carlo Magno.

L’Abbazia delle Tre Fontane sorge in una piccola valle attraversata dal tracciato dell’antica Via Laurentina; la zona veniva chiamata, in antichità, “Acquae Salviae”. Si presume che il toponimo derivi dall’associazione dell’abbondanza delle acque con il nome della famiglia proprietaria dei terreni in tarda epoca latina.


L'area delle Acquae Salviae (tratta da Google Earth)

La storia di questo luogo risale alla metà del VII secolo, quando è attestata la presenza di un “abate Giorgio, del monastero di Cilicia che sorge alle Acque Salvie della nostra città”. Il nucleo originario del complesso, quindi, fu quello greco-armeno, a cui viene attribuita la fondazione della chiesa che oggi si chiama Santa Maria Scala Coeli.

Alla fine dell’XI secolo, col decadimento di importanza del monastero armeno e lo sviluppo del potere dei Cluniacensi, l’abbazia e i possedimenti passarono, per pochi decenni, a questi ultimi. In seguito, poi, l’intera area passò dai Cluniacensi ai Cistercensi, che edificarono la Chiesa Abbaziale.

Dopo lunghi secoli e varie vicissitudini, nel 1808 l’Abbazia fu soppressa dai francesi, che dispersero il patrimonio; solo libri e archivi vennero trasferiti in Vaticano. La valle delle acquae salviae, abbandonata alla natura, si impaludò e l’area venne infestata dalla malaria.
Nel 1867, 18° centenario del martirio dei Santi Pietro e Paolo, grazie ad una donazione francese venne insediata nell’antica abbazia una comunità di Trappisti che provvidero al restauro della basilica e alla bonifica dell’area. La bonifica fu realizzata per mezzo di canalizzazioni, piantumazione di eucalipti e l'interramento di uno stagno.





Cercando un filo logico che leghi questo luogo alla nostra disciplina, non è l’aspetto storico-architettonico quello che suscita la nostra curiosità, bensì l’origine della denominazione del luogo: le Tre Fontane.
Secondo la tradizione cristiana, il 29 giugno del 67 d.C. fu proprio nella valle delle acquae salviae che San Paolo di Tarso venne decapitato; la testa dell’”apostolo dei Gentili”, il principale missionario del Vangelo di Gesù, cadendo a terra rimbalzò tre volte. In ciascun punto scaturì una sorgente, distanziata pochi metri una dall’altra.
Queste sorgenti si trovano all’interno della suggestiva Chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, costruita nel V secolo sul luogo dove l'apostolo fu, secondo la leggenda, martirizzato e decapitato, come recita la grande lastra marmorea posta sull'architrave della facciata: "S. Pauli Apostoli Martyrii Locus Ubi Tres Fontes Mirabiliter Eruperunt”, ossia "Luogo del martirio di S.Paolo Apostolo dove tre fonti sgorgarono miracolosamente".










Già Andrea Bacci nel 1571, nel suo trattato De Thermis (un libro sulle acque, la loro storia e le qualità terapeutiche che venne accolto con entusiasmo dalla società scientifica papalina e fu oggetto di molte ristampe), ricorda che quelle tre sorgenti erano “crassae, fumosae et cum aliquali tepore”.
La prima polla ha la caratteristica di essere calda, la seconda tiepida, la terza fredda. Sulle tre fontane, che a lungo conservarono le differenti temperature delle acque, furono erette tre edicole in ricordo del miracolo avvenuto. Le edicole sono a forma di nicchia con colonne di marmo nero di Chio, sovrastate dallo stemma della famiglia Aldobrandini e da un catino a conchiglia; su ognuna delle quali è scolpita la testa di S. Paolo. Per molto tempo l'acqua fu distribuita ai fedeli perché ritenuta miracolosa per varie malattie, ma nel 1950, a causa dell'inquinamento, il flusso venne chiuso.



Oggi è possibile ascoltare il fluire delle acque avvicinandosi alla base delle edicole e, nel silenzio della Chiesa, pensare alla moltitudine di fedeli che, nei secoli, hanno venerato questo luogo mistico e le tre polle d’acqua sorgiva.

Per concludere questo racconto, prima di uscire dalla chiesa, è necessario notare nell'angolo di destra, vicino alla prima edicola e protetta da una cancellata, la colonna di marmo bianco alla quale la tradizione vuole che S. Paolo sia stato legato per subire il martirio.


Forse degli accurati studi idrogeologici potrebbero spiegare in modo scientifico l’origine di queste tre piccole sorgenti; la Chiesa sorge sui depositi siltoso-sabbiosi e siltoso-argillosi delle piane alluvionali del Fiume Tevere, con alla base livelli ghiaioso-sabbiosi che possono ospitare una falda in pressione (SFTba nel foglio 374 Roma della Carta geologica d’Italia in scala 1:50.000). Nell’area, questi depositi quaternari sono in contatto laterale con l’unità medio pleistocenica della Formazione di Valle Giulia (VGI: ghiaie, sabbie e limi, con travertini fitoclastici alla sommità), oltre che con i depositi piroclastici costituiti dalle Pozzolane rosse (RED nella carta geologica), anch’esse di età Pleistocene medio p.p.

Stralcio del foglio 374 Roma
della Carta geologica geologica d'Italia
in scala 1:50.000

E' nostra opinione, tuttavia, mantenere un’aura di mistero sull'origine di queste acque. La leggenda sulla nascita delle sorgenti e le virtù terapeutiche assegnate alle acque, dovrebbero essere preservate dalle osservazioni scientifiche, che poco o nulla potrebbero aggiungere al profondo valore mistico del luogo.

Per saperne di più:



sabato 2 novembre 2013

1839 - da Catania a Clermont Ferrand: viaggio di un naturalista catanese

di Marco Pantaloni

Nel 1838, Carmelo Maravigna, naturalista catanese e professore di chimica nella locale università, grazie alle

“paterne cure dell’Augustissimo e Clementissimo Monarca Ferdinando II,
Re del Regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, ec.
Duca di Parma, Piacenza, Castro, ec. ec.,
Gran Principe Ereditario di Toscana, ec. ec. ec.”

poté compiere un lungo viaggio che, dalla sua città, lo portò al congresso scientifico di Clermont Ferrand.
Già nel 1837 Maravigna era stato invitato ad un precedente Congresso a Metz; sia l’Accademia Gioenia che il Decurionato si premurarono di procurargli il denaro necessario al viaggio, nonostante si fosse in un’epoca “lagrimevole per la capitale della Sicilia”.
Il Maravigna lavorò alacremente per quel Congresso, concentrando la sua ricerca sulle specie mineralogiche dell’Etna. Il lavoro risultò così corposo da meritare di essere trasformato in un compendio su tutta la “Orittognosia etnea”. Non contento, agognando di esporre la sua ricca collezione di cristalli di zolfo, redige una “Monografia sulle forme cristallografiche dello zolfo”, ricca di tavole originali.
E ancora, a integrazione della malacologia siciliana di Poli, pubblicò le “Memorie di malacologia e di conchiologia di Sicilia”, sugli Atti dell’Accademia Gioenia di Catania.
Non solo: volle anche cercare di confutare la teoria che “le tefrine, i basalti e le trachiti sono prodotte da sollevamento di molle materia dalle interne viscere della Terra, che va a prendere forma di cupole” e che, invece, “provengono da vulcaniche eruzioni, che trovansi in corrente”. Scrisse quindi, per il congresso di Metz, una “Memoria su i rapporti fra la tefrina, il basalte e la trachite dell’Etna”.

Purtroppo, però, la mancanza di fondi e la febbre asiatica che colpì la città di Marsiglia nel luglio 1837 impedirono al Maravigna di partire. Venne quindi invitato alla successiva 6a sessione del congresso scientifico, questa volta a Clermont Ferrand.

sabato 22 giugno 2013

I geoscienziati nell’odonomastica della città di Roma - 2 parte

LUOGHI DELLA MEMORIA E MEMORIA DEI LUOGHI

di Alessio Argentieri

La periferia: Pietralata e Collina Lanciani


Altro settore cittadino in cui si snoda il nostro percorso è il quartiere Pietralata.
L’area, in sinistra idrografica del basso corso del Fiume Aniene, sin dall’epoca romana fu interessata da attività estrattive.
Agli inizi del secolo XX l’area costituiva una borgata rurale, ma intorno agli anni ’20 iniziarono a svilupparsi i primi insediamenti industriali nei pressi della Via Tiburtina. Pochi anni dopo, a partire dal 1924, iniziò in questa ed in altri settori dell’Agro Romano la costruzione delle “borgate ufficiali”, con modestissime case prive di servizi igienici e di acqua corrente: l’edilizia popolare doveva ospitare i residenti delle zone del centro storico sfollati dai fabbricati destinati alla demolizione per interventi di trasformazione urbanistica della Capitale.
E’ proprio nella borgata di Pietralata, realizzata tra il 1935 e il 1940, che Elsa Morante ambientò la prima parte de La Storia, descrivendo con tragico realismo il disagiato contesto sociale delle classi meno abbienti nell'epoca fascista. L’area, ricadendo nella zona di esondazione del vicino Aniene, era soggetta frequenti allagamenti. Una seconda fase di trasformazione di questa periferia metropolitana si avrà negli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, quando da suburbio viene ridefinita quartire. Ma è soprattutto verso la fine degli anni Settanta, durante la gestione del sindaco Luigi Petroselli, che politiche di urbanizzazione più razionali porteranno al recupero e riassetto di Pietralata.

mercoledì 19 giugno 2013

I geoscienziati nell’odonomastica della città di Roma - 1 parte

LUOGHI DELLA MEMORIA E MEMORIA DEI LUOGHI

di Alessio Argentieri

Un indicatore della capacità che una comunità ha di onorare la memoria dei propri concittadini e connazionali illustri è sicuramente individuabile nell’odonomastica di una città.
Roma, dopo l’unità d’Italia, ha scelto in diverse fasi storiche di tributare un riconoscimento alle geoscienze italiane e al ruolo che i suoi protagonisti hanno svolto per la costruzione dell’identità nazionale. Passiamo in rassegna i luoghi della memoria e la memoria conservata nei luoghi.

1- Le zone residenziali degli anni '20: Pinciano e Parioli


Ernesto Nathan (Londra 1848- Roma 1921),
esponente della sinistra storica radicale,
mazziniano, laico, massone e anticlericale,
fu sindaco della Capitale dal 1907 al 1913.

giovedì 6 giugno 2013

38 a.C., il petrolio a Roma


di Marco Pantaloni
Rappresentazione della fuoriuscita di "olio"
dalla porta della taberna meritoria

(Pietro Cavallini, abside della Basilica di
Santa Maria in Trastevere)



Al viaggiatore, geologo e non, che si trova a girare per le strade ed i vicoli del quartiere di Trastevere a Roma, non sarà sfuggita la denominazione di uno dei vicoli più caratteristici del quartiere: via della fonte d’olio.

Per capire il significato di questo curioso nome occorre entrare nella vicina Basilica di Santa Maria in Trastevere; osservando il gradino nella parte destra del presbiterio è ben visibile l’epigrafe “Fons olei” incisa in un puteale di marmo.



sabato 18 maggio 2013

1940, il Drizzagno di Spinaceto

di Marco Pantaloni
Il Drizzagno di Spinaceto
e il meandro del Tevere abbandonato
(immagine tratta da Google Maps)



Nei primi anni ’30 del secolo scorso, congiuntamente al progetto di realizzazione dell’Esposizione Universale che si sarebbe tenuta a Roma nel 1942 (E42), si ipotizzò la realizzazione di un grande idroscalo (Idroscalo del Littorio) collocato nei campi dell’area della Magliana, affacciati sul Fiume Tevere. L’area era stata già individuata dall’Ufficio speciale per il Tevere e l’Agro romano per un intervento di rettifica attraverso un canale artificiale (o drizzagno) dell’ansa di Spinaceto del fiume. Motivo della rettifica era quello di accelerare il deflusso delle acque e ridurre gli effetti devastanti delle piene che, periodicamente, si abbattevano sulla città di Roma.