venerdì 5 settembre 2014

1873 - Giuseppe Ponzi e la storia dei Vulcani Laziali: la prima carta geologica

di Fabiana Console


Nel febbraio del 1859 presso l’Accademia Pontificia Tiberina Giuseppe Ponzi, che divenne primo titolare della Cattedra di Geologia voluta da Papa Pio IX a Roma nel 1864, lesse il suo discorso Sulla Storia naturale del Lazio, in seguito pubblicato nel vol. 158 del Giornale Arcadico.
In quella memoria egli fece una breve esposizione degli avvenimenti di natura vulcanica che si attuarono in quella regione e diede una spiegazione, per la prima volta, “dei monti che ne risultarono”.
Dopo quasi quattordici anni, tornato a leggere quello scritto, ne rimase così mal contento” tanto da indurlo a condannarlo “alla oblivione” e riprodurlo corretto con nuove cognizioni “acquistate” da ulteriori osservazioni geologiche che espose il 7 dicembre del 1873 alla Reale Accademia dei Lincei, il cui Presidente era allora Quintino Sella.

L'origine vulcanica dei territori oggi denominati Colli Albani era stata riconosciuta per la prima volta dal fisico Girolamo Lapi, nel 1759, che aveva anche riconosciuto i laghi di Albano e Nemi come crateri vulcanici. Molti studiosi, italiani e stranieri, si erano interessati in seguito a vari aspetti geologici, giungendo alla carta di sintesi di Murchison, e molti altri studi seguirono, sempre più approfonditi. In questo breve scritto si vuole fare una sintesi del lavoro di Ponzi che ha dato poi vita alla prima vera Carta geologica dei vulcani del Lazio, rilevata e disegnata da lui. Come detto, gli studi su quest'area, rivelatasi di grande interesse, si moltiplicarono e portarono a rappresentazioni cartografiche sempre più complesse e dettagliate e a ricostruzioni approfondite dell'evoluzione di quello che appariva sempre più un territorio vulcanico decisamente articolato.



Così si apre la lunga disquisizione di Ponzi che passa poi ad enumerare dettagliatamente il territorio circostante:
il gran cono con la sua sommità troncata e scavata, e come sul ciglio di questa s’innalzi un rilievo circolare di un diametro non minore di 8 chilometri di circonferenza.
Però questo cerchio non è completo,
presentando verso ponente una soluzione di continuità quasi per un terzo del suo giro, per la quale hanno scolo le acque interne. Tale cresta si vede sorgere verso Genzano, e per gradi innalzarsi fino all' Artemisio, suo punto culminante a 940 metri sul livello del mare, che domina la città di Velletri. Da questa sommità declina alla foce dell'Algido, o in quella apertura per la quale trascorre l'antica via Latina. Torna di nuovo a rielevarsì per girare e formare le prominenze di Rocca Priora a 717 metri, e poi discendere per terminare nelle colline tusculane. Le interne pendenze sono scoscese, e si precipitano nella gran cavità imbutiforme, a fondo spianato rappresentato dalla valle latina o piani della Molara ondeggiati fra 500 e 580 metri. L'esterno piovente più rapido nelle altitudini si fa sempre più dolce, di mano in mano che scende per fondersi nelle pianure romane.
Sulle esterne pendenze di questo gran cono laziale si aprono certe altre cavità circolari con tutti i caratteri di minori crateri, che disposti all'intorno cingono il cratere centrale di coni parassiti, più spessi verso N.O. che dall'opposto lato, e si distinguono per la loro mala conservazione, perché si vedono più o meno degradati per vetustà, come tutto intero il sistema a cui appartengono. Tali sono i bacini del lago di Albano, di Nemi, e la Valle Aricìna, ravvicinati fra loro in guisa da risultarne un triangolo sul cui centro s'innalza il Monte Gentile. A questi appartengono altresì il cratere del Laghetto, o di Giuturna sotto Albano, la Valle Marciana presso Grottaferrata, quello del Tuscolo alla Villa Montalto, Prata Porci, e Pantano Secco sotto Monte Porzio, il bacino del lago Gabino presso l'Osa, quello della Cechignola presso Roma; il laghetto di Giulianello oltre Velletri, ed altri sfigurati da restarne appena il sospetto.
Ma, avverte Ponzi, che non sono solo questi i soli monti che costituiscono il gruppo laziale; ma che:
dal fondo del cratere centrale, s'innalza un altro monte conico ben rilevato che propriamente dicesi Monte laziale, o l'Albano degli antichi, sulla cui sommità apresi altresì altro cratere circolare a modo di anfiteatro, il cui fondo porta, il nome di Campi d'Annibale, il quale ha pure una slabratura che serve di colatoio, interrotta da un rilievo prominente al disopra di Rocca di Papa che vien detto la Rocca Albana, perché domina tutto il territorio latino. La cresta che cinge questo cratere ha un diametro da 2 a 3 chilometri e mezzo, […] Sulle radici di questo interno cono si trovano altre piccole prominenze crateri formi chiaramente spettanti allo stesso Monte. A questi appartiene quello delle Tartarughe fatto a ferro di cavallo, le colline del Castello del Tuscolo rilevate verso il Nord, e vari altri piccoli monticelli posti a levante, e perduti nella macchia della Faggiuola, da rammentare quelli che in numero maggiore sono sostenuti dall'Etna in Sicilia.
Dalla forma esteriore che presenta il Lazio, non si può non definire una contrada vulcanica; inoltre:
le lave le scorie le ceneri e i lapilli, di cui tutto il gran cono laziale si compone fanno ampia testimonianza della sua origine eruttiva,
ma quello che meglio conferma la natura di questi monti, è, asserisce il Ponzi,
l'ordinamento dei crateri in sistemi detti dal De Buch centrali, nei quali una bocca maggiore posta nel centro è cinta da una serie di bocche succursali minori.
Nel Lazio questo sistema è doppio, poiché
nel seno del più grande cratere se ne contiene un altro simile, ma di più piccole dimensioni, facendo il paragone con il Vesuvio sorto nell'anno 79 dell'era cristiana entro la Somma.
Dopo aver fatto una breve sintesi della vulcanicità in generale della Terra e dei vulcani italiani (dai Vulsini all'Isola di Pantelleria) passa poi a descrivere la storia del territorio laziale.
Noi non sappiamo con certezza cosa era il Lazio prima che il vulcanismo se ne impossessasse; però possiamo imaginarlo costituito da vaste pianure verdeggianti, quali doveano essere nell'epoca alluvionale, pasturate dagli animali, quando la natura riprendeva vigore al rallentarsi della catastrofe glaciale. Durante questa esterna tranquillità la nuova direzione che presero le interne lave verso questa contrada, dovettero fargli sperimentare i segni precursori del grandi fenomeni eruttivi, e sottoporla ad oscillazioni sismiche, le quali crescendo sempre di intensità, si convertirono in tremendi terremoti che la misero di soqquadro[…] e non cessarono fino a che non si squarciò il suolo.
Tanti distinti Geologi parlarono del Lazio prima di Ponzi; fra i più antichi e famosi lui stesso cita Breislak e Brocchi mentre fra i suoi contemporanei annovera Murchison, Lyell, Rath, Forbes, Phillips:
Costoro scrissero cose stupende sulla natura, e sui prodotti di quella interessante regione. Però a gloria del vero nessuno diresse mai l'attenzione allo svolgimento del periodo vitale di quei vulcani o alla loro cronologia eruttiva.
Egli fu il primo infatti che fece:
un abbozzo sedale dei principali fatti, componenti la storia vulcanica del Lazio, distinta in quattro periodi eruttivi, alternanti con altrettanti lassi di tempo di tregua, o di quiete apparente.
Questi periodi , enumerati e poi descritti nel dettaglio con un ampio corredo di esempi storici e riferimenti bibliografici a scrittori romani antichi, dunque sono:
1)          Al principiare dell'epoca alluvionale fu la prima e vasta apparizione del fuoco nel Lazio con Impeto tremendo. Questo dovette durare per una lunga serie di secoli, giacché fu capace di rilevare in una scala immensa il primo e maggior sistema che diede essenzialmente la forma a tutta la contrada latina. Dopo aver sfogata la quantità di lave necessaria al ristabilimento dell’equilibrio, declinando gradatamente il fuoco scomparve, per correre una prima tregua, per la quale, ritornata la calma, la vita prese possesso di quelle colline.
2)          Al declinare della stessa epoca alluvionale si riaccese il vecchio cratere centrale, e nel suo seno si rilevò il Monte Albano, o Laziale propriamente detto, ripetendo in una scala minore le forme del primo, o un secondo sistema vulcanico più piccolo, compreso nel cratere centrale più grande. Anche questo dopo aver percorso un periodo d'eruzioni declinò per riportare la contrada allo stato normale, lasciando le sue nuove prominenze.
3)          La tranquillità non dura, perché il fuoco per la terza volta ricomparisce sul Lazio, non più al punto delle prime eruzioni, ma concentrato nel cratere del lago Albano. Quivi le eruzioni dovettero spiegare minore intensità, e con alternativa, o intermittenza prolungarsi fino ai tempi tradizionali, cioè fino all' epoca della dominazione di Albalunga, prima della fondazione di Roma.
4) Gli ultimi guizzi del fuoco nel Lazio si verificarono, coll'apertura di un nuovo e piccolo cratere, che oggi rinveniamo alla sommità del Monte Pila, sul ciglio del cratere centrale del Monte laziale, o dei Campi d'Annibale, a fianco della Rocca Albana. Questo poco durò ma presto si estinse ricorrendo la dominazione del terzo Re di Roma.
Il Ponzi con questo scritto elimina definitivamente dall'agone scientifico una vecchia controversia, quale è quella della giacitura dei celebri vasi latini che fin dal 1817 si estraggono dal di sotto di un banco di peperino vulcanico fra Marino e Castel Gandolfo
La questione dell'origine dei vasi scavati sotto il peperino è definitivamente risoluta, imperoccbè è evidente che spettano alla Necropoli albana seppellita tutta intera dall'ultimo spandimento di peperilli e perciò credo che debba scomparire dai dibattimenti scientifici come questione decisa.
Fu veggente e molto arguto nelle conclusioni dello scritto:
Ora mi sembra o ben o male aver soddisfatto al mio scopo, quale è una succinta esposizione della storia dei Vulcani del Lazio. Ma non credasi già che con questa siano finiti gli studi prattici di quella interessante contrada. Finora non sono stati colti che pochi fiori da un campo vastissimo e fertilissimo, capace di dare immensi prodotti. Con ciò siacchè sebbene io e i miei predecessori Breislak e Brocchi, vi abbiamo lavorato, nondimeno si può dire che gli studi sul Lazio, sono stati appena tracciatì. lo non ho avuta altra mira che lanciare sul Lazio uno sguardo a volo di uccello, per averne un concetto generale, e trovare a quei vulcani un posto nei fasti della Terra. Laonde all'aspetto di un orizzonte così splendido, non mi resta che fare un invito ai Geologi e Mineralogi, perché vogliano rivolgere i loro lavori ad una contrada che sembra fatta dalla Natura per esercitarvi la loro facoltà della mente, e non dubitino che passerà molto tempo prima che venga esaurito un tema scientifico di tanta entità.
Aggiungo a questa Storia una casta geologia del Lazio, non solo perché venga meglio compresa ed illustrata; ma altresì per facilitare i lavori che vi si facevano in seguito dai Geologi.