lunedì 6 gennaio 2014

Un prelato prestato alla geologia: Giuseppe Morozzo della Rocca e l’alabastro di Civitavecchia.

di Fabiana Console e Marco Pantaloni
Giuseppe Morozzo della Rocca
(Torino, 1758 - Novara, 1842)

Giuseppe Morozzo della Rocca nacque il 12 marzo 1758 a Torino, da una nobile famiglia signora dell’omonimo castello di Morozzo nelle terre Cuneesi già dal X secolo. Il fratello Carlo Lodovico, formatosi alla scuola d’artiglieria, fu uno dei maggiori scienziati piemontesi nonché presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino.
Iscritto all'Università di Torino, si laureò in teologia nel 1777 e l’anno seguente fu eletto Rettore dell’Università. Poco dopo si trasferì a Roma ed entrò nell'Accademia dei nobili ecclesiastici.
Pio VI lo nominò protonotario apostolico e lo destinò come vicedelegato pontificio a Bologna. Superando concorrenti ben più anziani di lui, fu promosso governatore di Civitavecchia il 25 febbraio 1785 e detenne la carica fino al marzo 1794.

Nel 1791 pubblicò il volume, dal quale abbiamo tratto questo post, contenente una carta incisa da G. M. Cassini: Analisi della carta corografica del Patrimonio di S. Pietro, corredata di alcune memorie storiche ed economiche (1791).



Con il toponimo “Patrimonio di San Pietro”, denominato anche Tuscia Suburbicaria, territorio a nord di Roma, si indicava una delle quattro divisioni amministrative dei territori del Vaticano istituite da Innocenzo III governate da funzionari di nomina papale.
La corografia (da χρος khōros, "luogo"; chðra "paese" + γράφειν gráphein, "scrivere") è la descrizione di fenomeni geografici e non, limitatamente a una determinata zona. La carta corografica è quindi volta a rappresentare una regione più o meno ampia della superficie della Terra sotto il profilo sia fisico che antropico, indicando le eventuali relazioni di interdipendenza tra i fatti osservati.

La carta allegata all'opera (intagliata in rame a bulino) incisa dal cartografo Giovanni Maria Cassini (denominata per le dimensioni in 4° carta murale (93 x 126 cm) raffigura la parte territoriale del Vaticano compresa tra il Monte Argentario e la foce del Fiume Tevere.
In alto negli angoli destro e sinistro sono ritratte due vignette: una del papa regnante Pio VI e una di San Pietro.


Di grande interesse cartografico ma anche economico e politico l’anno di edizione del volume poiché proprio nel 1791 Pio VI condannò le azioni della Assemblea Nazionale di Parigi, annunciando opposizione ufficiale del papato alla Rivoluzione francese . L' elemento anticlericale della Rivoluzione è sempre stato evidente ed una invasione militare in Italia avrebbe comportato la perdita di territori significativi per la Francia durante la direzione e l'occupazione di Roma nel 1797. Il motivo quindi che spinse Monsignor Morozzo a pubblicare tale carta corografica potrebbe essere stato quello di affermare una chiara rivendicazione di un territorio che storicamente non era mai stato francese.

La dedica del volume, datata 2 maggio 1791, infatti è proprio per il pontefice:
Alla Santità di Nostro Signore Papa Pio VI felicemente regnante.
L’approvazione all'imprimatur è del giorno successivo a nome del Prefetto della Biblioteca Vaticana Giuseppe Reggi il quale asserisce che:
La Carta […] non solamente non contiene cosa contraria alla cattolica fede […] ma presenta […] una serie di accurate osservazioni ed utili riflessi.
Che l’Umilissimo, devotissimo ed obbedientissimo servitore Giuseppe Morozzo ci tenesse a identificare la sua carta come “accurata” lo si evince chiaramente dalle prime pagine in cui attacca senza mezzi termini G. Filippo Ameti, autore di una carta corografica della stessa zona territoriale datata 1696; Morozzo accusa infatti Ameti di aver commesso un grave errore per quanto riguarda le posizioni astronomiche:
Ora diasi un’occhiata alla posizione di Roma secondo l’Ameti e si vedrà siffatta a gradi 42 di latitudine e 37 di longitudine […] lo stesso difetto, anzi ben anche maggiore, si scorge nelle principali città della provincia.
Il contenuto del volume è uno spaccato storico, sociale ed economico del territorio che all’epoca vantava 154.816 anime e che: si presenta sotto una figura quasi triangolare a cui fervono di punti Fiumicino, Orvieto e la Grattricciara.
Senza voler entrare troppo nella descrizione minuziosa del volume vale la pena evidenziare che il Morozzo fa una lista di tutte le città e dei paesi della zona (comprese le relative coordinate geografiche) e che si sofferma in particolare su Civitavecchia e sul suo porto da poco ristrutturato con due bracci semicircolari al fine di arrestare gli impetuosi flutti.
Disamina i fiumi, i laghi, i monti e le colline e passa poi a discorrere sulle attività agricole e le così dette produzioni vegetali e si sofferma su come bonificare le campagne da insetti e le coste dalle alghe ammassate e raccolte […] che possono scemare […] a forza di fuoco. Esalta e incentiva la produzione della lana – che fa incassare all'erario somme considerevoli – e la distingue come cardine per il buon successo delle manifatture romane.
Altro motivo di vanto del territorio che procurava ottimi guadagni era il legname grazie alle vaste macchie che ingombrano una porzione molto considerevole del Patrimonio. Questo ci rende un’idea vaga di quanto la zona della Tolfa sia stata disboscata negli ultimi trecento anni per fare posto ad una massiccia urbanizzazione. Il Morozzo insiste molto nell'eccessiva boscosità del territorio tanto da criticare chi dei suoi predecessori ha impedito il taglio al fine di dare libero passaggio ai venti salubri che giungevano dal mare. Con questo è ovviamente contrario però dal taglio irregolare e indiscreto delle foreste.

In ultimo appare poi il lato geologico dello studio; l’ultima parte del volume è tutta dedicata alle produzioni naturali di cui ricco e fecondo è il territorio.
Comincia l’analisi:
[…] in primo luogo, con l’allume di rocca, sì per la sua qualità, che per la quantità, e l’estensione del traffico.
Ma di questo materiale e della sua storia, che caratterizza questo settore del Lazio settentrionale, torneremo a parlare in seguito.
Continua poi:
"per non passare sotto silenzio la cava di alabastro detto di Civita vecchia (che fu scoperta nel 1780 in circa), essendo situata presso alla strada che da questa Città conduce alla Tolfa nella possessione denominata Ferrara poco distante dalle terme Taurine. Tale alabastro è una vera stalattite nata dall’incrostatura, che fu i macigni di travertino aderenti alle radici d’alberi non più vegetanti formano le minerali acque Taurine, le quali, filtrandosi nell’interno delle adjacenti colline s’impregnano di fughi metallici, che servono a fiorire, e colorare i suddetti alabastri. Mentre li lavorano, mandano questi un’odore di zolfo somigliantissimo a quello, che esala dalle suddette acque Taurine, delle quali si trovano molte sorgenti nei medesimi colli. Nell'alabastro di Civita vecchia campeggia una leggiadra varietà di tinta, di gradazioni del rosso, dell’oscuro, del bianco, che sovente è cristallino, ed agatato.
Per tale cagione quei che lavorano il detto marmo gli danno diversi nomi, cioè di alabastro a lumachella, di alabastro fiorito, e talora di alabastro di figure, e colori eleganti.Desso è capace di un bel pulimento; ma poiché i corpi eterogenei, che vi s’incontrano, lo rendono molto poroso, e difficilmente se ne trova un masso intero di considerabile grandezza, pare, che sperar non si possa un vantaggio di gran momento dalla cava, che il somministra, la quale in fatti è al presente sospesa. Fra i pezzi più singolari ch'io abbia veduti di codesto marmo, debbono annoverarsi a ragione quelli che onde sono formate le quattro colonne poste al ciborio dell’altare del Sagramento nel magnifico tempio di Subiaco eretto dal Regnante Sommo Pontefice, che possono gareggiare coi marmi dell’antichità".
Conclude l’opera con un auspicio, da buon amministratore riguardo i profitti, da prelato al benessere dell’uomo:
Quindi argomentasi quanto importi al Principato il mantenerlo nella migliore situazione possibile, e difenderlo da tuttociò, che potesse mai ritardare, o render meno agevole il conseguimento del fine, a cui è destinato: intorno a che, pare, che nulla resti a desiderare sotto gli auspici di un Sovrano il quale non cessa di avere altamente a cuore qualunque cosa possa tornare a […] vantaggio di tutti i dominj affidatigli dalla Provvidenza, così impiega […] una parte delle Paterne sue cure al più solido stabilimento di un’opera, la quale riguarda in special maniera la felicità, e il credito di questa non dispregevole provincia del Patrimonio.
Per quanto riguarda l’alabastro di Civitavecchia, e per chi ne volesse ammirare la bellezza, oltre che nella Chiesa di Sant'Andrea a Subiaco, come ci ha ricordato Morozzo, già Mariano Vasi, nel suo “Itinerario istruttivo di Roma e delle sue adiacenze” del 1791, individuava 4 colonne di alabastro nel Museo Pio-Clementino (che rappresenta oggi il più grande complesso dei Musei Vaticani) che venne ampliato proprio dal Papa Pio VI.

La Cappella del Sacramento nella
Chiesa di Sant'Andrea a Subiaco
(immagine tratta dal sito:
http://www.escursioniciociaria.com/ita/subiaco-basilica-sant-andrea)

Faustino Corsi, nel suo “Catalogo ragionato d’una collezione di pietre da decorazione” del 1825 descrive l’Alabastro di Civitavecchia come: "Misto di bigio persichino, e bianco. Vi sono quattro colonne nella galleria de’ candelabri del museo vaticano". Il campione di alabastro della Collezione Corsi, oggi in possesso dell’Università di Oxford, è definito come “Breccia of travertine clasts, peloids, algal debris and fine-grained ferruginous detritus in a sparite matrix”.

L'area di affioramento dell'alabastro di Civitavecchia,
dal foglio 142 Civitavecchia della Carta geologica d'Italia
alla scala 1:100.000 (Servizio geologico d'Italia)
(immagine tratta dal sito ISPRA)


Per saperne di più:
  • Corpo reale delle Miniere (1904), Guida all'Ufficio Geologico: con appendice. Tipografia nazionale di G. Bertero, Roma.
  • Corsi Faustino (1825) - Catalogo ragionato d’una collezione di pietre da decorazione. Tip. Salviucci, Roma.
  • Corsi collection of decorative stones: http://www.oum.ox.ac.uk/corsi/stones/view/371
  • Faramondi, S., G. Giardini, and G. Guidi (1985), Le Collezioni dei materiali litoidi, ornamentali e da costruzione del Servizio Geologico d'Italia : I litotipi della regione Lazio. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma.
  • Istituto di Studi Romani, a cura di A. Frutaz, "Le Carte del Lazio", XLV, tav. 211.
  • Giardini G., Colasante S. (2002) - Pietre decorative antiche Collezioni "Federico Pescetto" e "Pio De Santis". http://www.isprambiente.gov.it/it/museo/pubblicazioni/pietre-decorative-antiche
  • Jervis, G. (1889), I tesori sotterranei dell'Italia: descrizione topografica e geologica di tutte le località nel Regno d'Italia in cui riscontransi rocce economiche, ordinate secondo i Bacini idrografici del paese: Parte 4, Geologia Economica dell'Italia. Ermanno Loescher, Torino.
  • Patrimonio di S. Pietro, olim Tuscia suburbicaria: con le sue piu cospicue strade antiche e moderne e principali casali e tenute di esso descritto da Giacomo Filippo Ameti. In Roma: dato in luce da Domenico de Rossi 1696. Comprende: [1.1] : *Parte prima terrestra (!) del patrimonio di S. Pietro. [1.2] : *Parte seconda terrestre del patrimonio di S. Pietro. [2.1] : *Parte prima maritima del Patrimonio di S. Pietro. [2.2] : *Parte seconda maritima del Patrimonio di S. Pietro