lunedì 3 aprile 2017

Targioni Tozzetti, acquazzoni e sigari toscani

di Marco Romano

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande che per mare e per terra batti l'ali,e per lo 'nferno tuo nome si spande

Con questa famosa invettiva che apre il Canto 26 dell’Inferno, il Sommo Poeta si scaglia contro la corrotta Firenze, profetizzando, nel rancore covato di figlio esule, la futura rovina e punizione della città toscana. Punizione che alla fine arriverà, seppur tardiva, nelle prime ore di venerdì 4 novembre del 1966. Due giorni di temporali violenti e nubifragi, l’Arno beve avido il pianto dirotto delle cataratte celesti e si gonfia a dismisura; gli argini innaturali, che da secoli cercano di tenere a bada l’imponente serpente acquoreo, non bastano più a contenere la furia delle acque. Alle 2.30 del 4 novembre le fognature iniziano a esplodere in sequenza, l’una dopo l’altra, come fuochi d’artificio; alle 7 il fiume straripa allagando per 5 metri la Tipografia della Nazione; alle 9 di mattina l’onda d’acqua e fango è già entrata ‘trionfale’ in Piazza Duomo. Molte le vittime, opere d’arte invalutabili danneggiate e sommerse dai detriti, tratte in salvo in casi fortunati dai famosi “angeli del fango”, espressione coniata dal giornalista Giovanni Grazzini: squadroni di giovani arrivati da moltissimi paesi che si rimboccarono le mani per salvare il salvabile; un'enorme manifestazione di solidarietà condivisa che raramente si era vista in altre occasioni.

Ma si sa, anche per il caso di Firenze l’acqua toglie e l’acqua dà...

Gli angeli del fango”. Alluvione di Firenze, novembre 1966
(da http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/alluvione-firenze-anniversario-1.2566576)

Torniamo questa volta all’anno del signore 1815. Il primo di aprile, proprio il giorno del famoso pesce eponimo, nasce Otto von Bismarck, poi soprannominato il “Cancelliere di Ferro”, spauracchio per i socialisti tedeschi. Diciotto giorni dopo il Monte Tambora esplode in una delle più catastrofiche e potenti eruzioni pliniane di cui si abbia traccia nella storia. Nei primi minuti perdono la vita oltre 11.000 persone, travolte da flussi piroclastici, onde di tsunami e ricaduta di ceneri incandescenti. Le conseguenze sul clima furono disastrose, portando al famoso “anno senza estate”: circa 160 miliardi di prodotti piroclastici furono sparati nella stratosfera, generando uno scudo schermante per la radiazione solare. Oltre 60.000 persone morirono nelle carestie che seguirono come effetti collaterali del rapido cambiamento climatico.

Esplosione del Monte Tambora nel 1815
(da http://www.meteoweb.eu/2012/04/lesplosione-del-vulcano-tambora-del-10-12-aprile-1815-e-lanno-senza-estate/128199/).

Il 18 giugno Napoleone conosce la sua famosa disfatta nella leggendaria battaglia di Waterloo contro l’esercito prussiano del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher e quello britannico del Duca di Wellington. Il cerchio si chiude finalmente, “due volte nella polvere due volte sull'altar”. E nella sonora sconfitta sembra metterci lo zampino lo stesso monte Tambora e i suoi gorgheggi vulcanici iniziati a metà aprile. Infatti, nonostante l’artiglieria di Napoleone fosse pronta a fare fuoco sin dalle prime ore del mattino, il cannoneggiamento non poté iniziare prima delle nove, a causa della densa foschia, tenebre e relativa scarsa visibilità legata alla grande eruzione pliniana.

La battaglia di Waterloo. Olio su tela, di William Sadler II
Nella penisola imperversa la guerra austro-napoletana: il 30 marzo con il “Proclama di Rimini” il popolo italiano è esortato da Gioacchino Murat all’unità nazionale; ha inizio il lungo cammino verso il Risorgimento. Le scaramucce hanno fine temporaneamente il 20 maggio con la firma presso Capua del trattato di Casalanza e il Regno di Napoli, in barba a Murat (sarà fucilato il 16 ottobre presso Pizzo Calabro, dove era sbarcato per cercare di recuperare Napoli), è restituito ai Borbone. Tre giorni dopo le truppe austriche entrano trionfalmente a Napoli: Ferdinando IV è rimesso comodamente a sedere sul trono di Napoli e Sicilia.

La fucilazione di Gioacchino Murat
(da https://www.pontelandolfonews.com/storia/la-tomba-di-gioacchino-murat-a-pizzo-calabro/la-chiesa-e-re-gioacchino-murat/).

Ma torniamo al discorso principale. Come dicevamo, a Firenze l’acqua toglie e l’acqua dà…

Pomeriggio afoso di metà agosto 1815, cortile della manifattura di tabacchi nell’ex-convento di Santa Caterina in via delle Ruote a Firenze. Approfittando del gran caldo e sole battente, numerosi barili di tabacco Kentucky vengono sparsi nel cortile per sciugarsi e ottenere la classica consistenza desiderata. Improvviso sopraggiunge su Firenze un classico temporale di fine estate, un violento fortunale tra lampi, tuoni e acqua scrosciante. Gli operai non fanno in tempo a coprire le preziose foglie e il tabacco si inzuppa irrimediabilmente di acqua. Viene posto quindi nuovamente al sole, per cercate di asciugarlo a dovere, e salvare, in qualche modo, la partita ‘sfortunata’. Tuttavia il tabacco non asciuga solamente, ma esposto al sole fermenta, acquisendo anche un odore a primo impatto alquanto sgradevole (in buona parte dovuto all’ammoniaca prodotta nella fermentazione).

Foglie di tabacco pronte per la lavorazione dei toscani
(da http://www.fincatolacasadelhabano.com/prodotti/sigari/toscani/info/1.html).
Sigaraie all’opera nella Manifattura dei toscani a metà anni cinquanta del secolo scorso
(da http://www.fincatolacasadelhabano.com/prodotti/sigari/toscani/info/10.html)

Il direttore delle Manifatture Tabacchi (che nel frattempo se ne stava beato in vacanza a Forte dei Marmi), temendo il possibile disappunto del Granduca Ferdinando III, invia l’ordine di salvare il salvabile: il tabacco sarà utilizzato ugualmente per sigari scadenti, venduti a basso prezzo tra la popolazione meno abbiente nei quartieri popolari d’Oltrarno. In questo modo la partita non sarebbe andata totalmente persa, e qualche soldo dell’investimento iniziale poteva tornare nelle casse delle Manifatture. Tuttavia il direttore in questione non aveva tenuto conto di un fattore centrale. Quella doppia fermentazione del tutto casuale, dopo l’acquazzone dell’agosto 1815, aveva dato origine a uno dei prodotti del tabacco più famosi in Italia e nel mondo: il Toscano. I sigari “scadenti’ difatti riscossero immediatamente un successo di pubblico clamoroso, e già a partire da metà ottocento troviamo una manifattura simile anche a Napoli, dove veniva prodotto il famoso “Napoletano” o “Fermentato Forte”. Il nuovo Toscano appena nato, lo “stortignaccolo” bitorzoluto e ruvido, fece la fortuna dell’industria del tabacco fiorentino, e il resto è storia. Fumato ammezzato da Garibaldi l’eroe dei due mondi (abitudine che aveva preso in Sud America; prima si fumava alla “maremmana”, ovvero tutto intero), compagno inseparabile del compositore Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi, Pietro Mascagni, Arturo Toscanini, Amedeo Modigliani, Carlo Bo, Mario Soldati e Gianni Brera, il toscano e toscanello diventa un simbolo inimitabile e invidiato della penisola, come molti altri prodotti originali nostrani.

L’Eroe dei due Mondi e il sigaro toscano ammezzato
(da http://stream24.ilsole24ore.com/foto/viaggi/ilsigarotoscanounitaoggi250scatti/AaxGEZhD?refresh_ce=1)

A Bologna, nel 1885, nasce un nuovo giornale che, come trovata commerciale, viene distribuito nelle tabaccherie e venduto a soli 2 centesimi agli acquirenti dei Toscano. Il carlino è una moneta da 10 centesimi, il Toscano ne costava 8: ecco come nasce il “Resto del Carlino”…

Ma quando e come arriva il tabacco in Toscana?
La risposta la troviamo in un naturalista toscano di primo piano; un vero e proprio precursore in diverse discipline, specialmente nelle nascenti Scienze della Terra: Giovanni Targioni Tozzetti. Targioni Tozzetti (1712-1783) può essere considerato una figura d’intellettuale completa, con testi e lavori che spaziano dalla medicina alla botanica, scienze naturali e scienze geologiche sensu lato. Studente sotto l’ala protettrice di Pier Antonio Micheli (dopo la laurea in medicina a Pisa nel 1734), Tozzetti riesce a dedicarsi pienamente alla botanica, passione ereditata dal padre Benedetto. La grande conoscenza delle essenze vegetali, le descrizioni di alberi, fiori, arbusti o erbe, sarà un filo conduttore che accompagnerà tutta la stesura dei Viaggi in Toscana, così come altre opere dell’autore. Sul piano pratico, le ricerche botaniche di Tozzetti portarono a grandi scoperte e risultati negli studi sui parassiti. Studi fondamentali che garantirono un posto di primo piano a Targioni Tozzetti, come erede naturale di Antonio Micheli nella cattedra a Firenze, e successivamente come direttore del rinomato Giardino Botanico della città.
L’opera maggiore di Targioni Tozzetti fu pubblicata in una prima edizione (1751-1754) di sei volumi e una seconda edizione rivista e ampliata di ben dodici volumi tra il 1768 e il 1769. Nei tomi è possibile trovare le notizie più varie e disparate sul territorio toscano, dalla toponomastica dei luoghi alla geografia, dalla storia civile a quella ecclesiastica. Nei lunghi tomi ci sono continui riferimenti agli assetti geomorfologici e idrografici dei luoghi, la fauna caratteristica; nella collezione di testi sono discussi l’assetto idrografico e geomorfologico del territorio, i fossili, i minerali, le sorgenti, le essenze vegetali, l’ubicazione produzione e possibilità di coltivazione futura di tutte le miniere. Nei grandi tomi i vari argomenti non sono semplicemente derivati o presi in prestito da autori precedenti, ma sono spesso frutto di analisi diretta sul territorio. Tozzetti in varie circostanze e su vari argomenti riesce realmente a stupire il lettore per la modernità delle sue teorie ed ipotesi, specialmente per quanto riguarda lo studio dei depositi sedimentari, con grandi intuizioni nel campo delle Scienze della Terra.
Nel Tomo Quarto della prima edizione, Tozzetti ci delizia con una lunga digressione sulla pianta del tabacco, suo utilizzo e diffusione nel continente europeo e nel mondo. Lungi da essere lo spauracchio cancerogeno come leggiamo (e vediamo) recentemente su confezioni di sigari e sigarette, a metà del settecento il tabacco è esaltato per le sue proprietà e “numero grandissimo di virtù, appena credibili e quasi miracolose, a prò del Genere Umano”. Queste ‘grandi’ proprietà, riporta Tozzetti, spinsero ovviamente i conquistatori europei a importare la “razza del Tabacco” in Europa, “lusingatisi verisimilmente, che anche in essa potesse conservare intiere quelle facoltà, che nel proprio suo paese tanto si decantavano”.
Il primo a importare i preziosi semi dal Messico alla Spagna fu l’esploratore Francisco Hernández de Córdoba, mentre in Inghilterra, continua Tozzetti, vennero importati dalla Virginia dal leggendario capitano Francis Drake, prima corsaro poi insignito al titolo di cavaliere da Elisabetta I. In Francia personaggio centrale a riguardo è Jean Nicot, Signore di Villemain (1530-1600), accademico e diplomatico francese. Riporta Tozzetti come Nicot, consigliere ed ambasciatore del Re di Francia in Portogallo tra il 1559-1561, fece coltivare i semi del tabacco presso il suo giardino, conducendo anche prove empiriche “per ritrovare ed autenticare le di lei virtù medicinali”. Ottenuta la forma migliore, Nicot inviò i semi alla Regina Madre, Caterina de Medici, dando luogo a una prima diffusione del tabacco in Francia. Fu così che in Francia il tabacco prese direttamente il nome diretto da Nicot, come “Erba Nicotiana” da cui poi a seguire il vocabolo ‘nicotina’. Era inoltre conosciuta, riporta Tozzetti, come “Erba dell’Ambasciatore”, “Erba della Regina Madre” e in fine “Erba del Priore”; in quei tempi infatti il Gran Priore di Francia risiedeva a Lisbona presso l’Ambasciatore Nicot, e una volta ottenuti i semi di tabacco lo fece piantare e crescere rigogliosamente nel suo giardino di Parigi “dispensandolo per medicamento”.
Nell’ambito dei classici bracci di ferro patriottici eno-gastronomici tra italioti e franzosi, in questo caso la Francia la fa da maestrina. In Italia difatti il tabacco arriva in seconda battuta, per opera del Monsignor Niccolò Tornabuoni che, riporta Tozzetti, era Ambasciatore del Serenissimo Granduca Cosimo I alla corte di Francia. Niccolò inviò i semi a suo nipote Alfonso Tornabuoni, Vescovo di Borgo S. Sepolcro. Fu così, scrive Tozzetti, che “donde moltiplicatesi presso di noi la pianta, si chiamò Erba Tornabuona”. Diversamente a Roma il tabacco arrivò grazie ai semi inviati Cardinal Santacroce, Nunzio Apostolico alla Corte di Spagna. Per questo motivo riporta Tozzetti il tabacco romano inizialmente prese il nome di “Erba S. Croce” (come trovato anche negli scritti del famoso Andrea Cesalpino).
I vari nomi particolari e nazionali dati alla pianta tuttavia durarono poco, e alla fine prese il sopravvento, scrive Tozzetti, il nome Tabacco all’uso spagnolo, “verisimilmente perché allora era la Corte di Spagna quella che dava il tuono alle Mode”. Tozzetti riporta come stranamente già al suo tempo non restava traccia alcuna del ‘miracoloso’ uso medicinale del tabacco. Diversamente, scrive il naturalista, “l’orribile consumo di Tabacco che se ne fa ai nostri tempi nell’Europa, si ristringa quasi unicamente al voluttuoso, se piuttosto non si deve dire vizioso. Tali sono principalmente quelli insegnati dagli Americani, di Masticare, e di fumare il Tabacco, introdotti prima per medicamento, e per consiglio de’ Medici, di poi passati in consuetudine”. Il terzo uso del tabacco, nato essenzialmente in Europa, consisteva nell’assumerlo in polvere attraverso il naso, essenzialmente un rimedio per starnutire e liberare le vie respiratorie.
Sulla base di evidenze di coltivazioni in Svezia (di cui parla anche il celebre Linneo), Tozzetti riferisce come in realtà non sia così difficile avviare anche in Toscana una possibile coltivazione di tabacco. Ad esempio individua come papabili alla bisogna le vaste aree della Maremma dove “i Pecorari non stanno fissi tutto l’anno, ma verisibilmente i luoghi dove le Pecore abbiano stalleggiato tutto l’inverno, dovrebbero essere al caso per farvi le piantazioni di Tabacco nella Primavera successiva…”. Al tempo di Tozzetti infatti tutto il tabacco consumato in Toscana era forestiero e non veniva ancora prodotto nella regione. Scrive il grande naturalista come gran parte delle foglie di tabacco in Toscana, “ci viene di fuor di Stato, ma è certo che nel circondario della medesima Toscana riesce perfettissima, e potente quanto in altri paesi, e con un poco di attenzione maggiore che vi si usasse, potrebbe uguagliare nel colore, e nell’odore, qualunque altra”.
Cosa dire, anche in questo campo Tozzetti è stato più che lungimirante e, a partire dal diciannovesimo secolo, la produzione di tabacco sarà un elemento importante e centrale per le casse e l’economia del Granducato di Toscana. E con l’invenzione fortuita del toscano, non solo il risultato “è potente quanto in altri paesi”, ma possiamo dire che come gusto, sapore deciso e intensità unica, lo ha sicuramente superato. Inoltre, ironia della sorte, non fu “un poco d’attenzione” come auspicava Tozzetti, ma proprio una fortuita disattenzione a portare alla nascita del sigaro Toscano.

Targioni Tozzetti a parte, il rapporto tabacco e geologo è lungo e duraturo, compagno fedele di riflessione e introspezione tra forre, calanchi, ghiacciai e cenge a precipizio. A partire dall’iconica pipa in spuma del tedesco Alfred Wegener, che fuma con lo sguardo intelligente e il pensiero rapito nella sua visionaria deriva dei continenti, per cui non riceverà alcun plauso o riconoscimento in vita. Fino alla più recente pipa e inconfondibile aroma del tabacco ‘Clan’ di Carlo Felice Boni, padre dell’idrogeologia quantitativa in Italia, con lavori epocali cha hanno fatto scuola, come la monumentale monografia sull’Alto Liri (partita per volere dell’allora Direttore Bruno Accordi e pubblicata nel 1969). Pipa da cui non si separava mai, anche durante i temibili esami quando noi, ‘poveri’ studenti, cercavamo di applicare le astruse formule di Darcy (a cui Boni ovviamente non credeva), tra uno sbuffo e un altro di tabacco. Calcoli rigorosamente a mano, con foglio e matita, perché, come ripeteva sempre Boni, “quando vi troverete in Africa per cercare l’acqua, per far di conto avrete solo la sabbia e un bastoncino, non di certo una calcolatrice…”.

Carlo Felice Boni durante le ricerche idrogeologiche nell’alto bacino del Fiume Liri (1967-1969). In secondo piano a sinistra Maurizio Parotto, e a destra Renato Funiciello con il binocolo
(da Parotto, M. 2009. In ricordo di un amico, p. 13, fig. 5).

E parlando di sigari toscani non si può non volare con pensiero affettuoso al Segretario Storico della Società Geologica Italiana, rimasto in carica per oltre mezzo secolo: il gentiluomo Achille Zuccari. Uomo d’altri tempi, di un eleganza innata che non si può improvvisare, col cravattino nero d’anarchico e l’inseparabile toscano.
Ebbi la fortuna di incrociarlo almeno una volta quando venne a fare visita al ‘compagno Nicosia’ (sempre per restare in tema di fumo smodato e sigarette) nella sua stanza nel Dipartimento di Scienze della Terra di Roma, dove il sottoscritto campeggiava da tempo. Ricordo che fu subito attratto fatalmente dalla scatola verde di Toscano Garibaldi sulla mia scrivania, il mio preferito (ovviamente perché tra i più economici).
Prendendo la scatola in mano disse accigliato:
<<Giovanotto, fuma il sigaro Toscano?>>
<<diciamo che ci provo>> farfugliai timoroso, la fama lo precedeva
<<Bene bene>> rispose soddisfatto <<ma vede, mi spiace dirglielo, purtroppo non hanno più il sapore di una volta…>>.

L’elegante Achille Zuccari (centro) con la Prof.ssa Maria Bianca Cita ed il Prof. Bruno D'Argenio al Congresso della Società Geologica a Sorrento nel 1988 (cortesia di Alessandro Zuccari)

Achille Zuccari con il prof. Alfonso Bosellini
(foto scattata dal prof. Giorgio Vittorio Dal Piaz durante
l’escursione del centenario SGI, Dolomiti, da Porta Vescovo ad Arabba).

Mi congedo, adesso è proprio l’ora di godermi un toscano in santa pace. Magari spezzato nella pipa, alla vecchia maniera, tedoforo moderno alla perpetua memoria di Achille e Carlo…


Riferimenti bibliografici

Parotto, M. 2009. In ricordo di un amico. Italian Journal of Engineering Geology and Environment, 1 (2009), 7-20.
Praturlon, A. 2012. I nostri Anni ’60. Rend. Online Soc. Geol. It., 23, 9-14.
Targioni Tozzetti, G. 1770. Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, per osservare le produzioni naturali, e gli antichi monumento di essa. Volume IV, Edizione Seconda. Gaetano Cambiagi, Stamperia Granducale, Firenze.
  
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