lunedì 10 aprile 2017

Il terremoto, Roma e il suo poeta

di Marco Pantaloni

Il rapporto che esiste fra il terremoto e la città di Roma è ufficialmente riconosciuto; la storia ci racconta che nel corso dei secoli Roma ha risentito, e risentirà, dei terremoti appenninici.
La gran parte dei cittadini romani ricorda con ansia e timore la lunga sequenza di scosse avvenute tra l’agosto 2016 e il gennaio 2017, così come quelle dell’aprile 2009; i resoconti di quei risentimenti si trovano, anche online, sulla stampa quotidiana di quei mesi.
Un racconto speciale dei fenomeni avvenuti durante il 1800, invece, ci arriva da un cronista d’eccezione, il più importante dei poeti romaneschi: Giuseppe Gioachino Belli.


La statua di Giuseppe Gioachino Belli, a Roma,
nella piazza a lui dedicata, nel Rione Trastevere
(foto Di Livioandronico2013 - Opera propria, CC BY-SA 3.0,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33712053)

Giuseppe Gioachino Belli nacque a Roma nel 1791 e morì nel 1863. Durante la sua vita, compose 2279 sonetti, scritti in vernacolo romanesco, raccogliendo e dando voce al popolo di Roma, la plebe, durante il secolo XIX.
Dopo un infanzia complicata dalle vicende familiari, Belli iniziò nel 1805 a scrivere delle composizioni dedicate alla Natura e alla sua bellezza; continuò la sua produzione giovanile con scritti sul tema dei fenomeni naturali che, pur privi di alcuna importanza scientifica, misero in luce il suo acuto spirito di osservazione.
Durante la sua vita si verificarono, nelle aree prossime alla città di Roma, alcuni importanti terremoti. Le cronache dell’epoca riportano le reazioni dei cittadini romani a questi eventi, alcuni dei quali ben risentiti nel territorio cittadino.


Dal catalogo dei forti terremoti in Italia
(dal sito INGV, http://storing.ingv.it/cfti4med/)

  • 28 agosto 1799 - Marche (magnitudo 5.9)
  • 26 luglio 1805 - Molise
  • 26 agosto 1806 - Colli Albani
  • 1 giugno 1829 - Colli Albani
  • 13 gennaio 1832 – Valle del Topino
  • 5 gennaio 1838 - Valnerina
  • 10 giugno 1841 - Valle dell’Aventino

In particolare, il 13 gennaio 1832 si verificò un evento sismico di magnitudo 6.1 con epicentro tra Spello e Budino. Si trattò del main shock di una lunga sequenza sismica iniziata già dal mese di ottobre del 1831; l’evento fu rappresentato da due violenti scosse a distanza di un quarto d'ora l'una dall'altra che causarono tra 40 e 50 vittime e danni in un'area compresa tra Assisi, Bevagna, Montefalco, Trevi e le montagne a est di Foligno. Le località maggiormente colpite furono Budino, Castellaccio e Scafali. Le repliche continuarono fino al mese di marzo, causando nuovi danni in diverse località. In particolare, una scossa avvenuta il 13 marzo causò il crollo del tetto della basilica di S. Maria degli Angeli già precedentemente lesionata (scheda dal sito INGV: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/05892.html).

 
Il cantante cesenate Paolo Soglia scampato al terremoto che colpì Foligno, 1832.
(Ex voto Madonna del Monte, Cesena, Italia)
(fonte http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Ascalarchives.com%3A0089616)


Giuseppe Gioachino Belli, alle due pomeridiane di quel venerdì 13 gennaio 1832, a Roma, avvertì nettamente le scosse di quel forte terremoto.
Scrisse quindi quattro sonetti, dal titolo emblematico:

Er terramoto de venardí
Rimonno ha scritto da Fuligno ar nonno
c’un trave che ccascò dar primo piano,
mentre lui stava a ppranzo in ner siconno
l’acchiappò in testa e jje stroncò le mano.
E sseguita la lettra de Rimonno
che nun c’è bbarba-d’omo de cristiano
che ss’aricordi da che mmonno è mmonno
un antro terramoto meno piano.
E ddisce ch’è un miracolo chi ccampi,
perché la scossa venne a l’improviso
peggio de cuer che viengheno li lampi.
E mmó, pe nnun fà er fine de li sorci,
e nnun annà, ddio guardi, in paradiso,
stanno tutti in campagna com’e pporci.
(19 gennaio 1832 - De Pepp’er tosto)


Il tono descrittivo dell’evento, pur se alleggerito dallo scanzonato vernacolo romanesco, appare drammatico e oltremodo attuale; compaiono la rapidità del fenomeno, gli effetti distruttivi della scossa sulle case e sulle persone, la breve memoria storica dell’uomo rispetto ai fenomeni naturali e, per ultima, la necessità di salvaguardare la propria incolumità da eventi successivi.

Er medemo I
Io stavo in piede avanti der cammino
posanno la marmitta sur fornello,
quanto sento uno scrocchio ar tavolino,
e ddà ddu’ o ttre ttocchetti er campanello!
M’arivorto, e tte vedo er credenzino,
tu ttu ttu ttú, ttremajje lo sportello.
Arzo l’occhi ar zolaro, e ppare infino
fà de questo la gabbia de l’uscello.
Tratanto er gatto, fsc, zompa tant’arto,
er campanello ricomincia er zono,
e una luscerna me va ggiú de cuarto.
Io mo ddunque te dico, e nnun cojjono,
che sti tocchi sto trittico e sto sarto
vonno dí tterramoto bbell’e bbono.
(19 gennaio 1832)

In questo secondo sonetto descrive le sensazioni e le modalità con le quali, a Roma, lontani quindi decine di chilometri dall’epicentro, si percepisce lo scuotimento del terreno: il tavolo e la credenza che scricchiolano, il campanello che tintinna, il lume che si disequilibra.

Er medemo II
E io? pe sscegne in chiesa, propio allora
m’ero appuntata in testa la bbautta,
quanno che mme sentii cunnolà ttutta,
e ccome una smanietta de dà ffora.
Nun te so ddí ccome arimasi bbrutta:
so cche ccurzi a bbussà a la doratora:
«Sora Lionora mia, sora Lionora,
uprite oh dio che lla luscerna bbutta».
Tra ttutto sce poté ccurre er divario
d’un par de crèdi, c’uscì mmezza morta
da la stanzia der letto cor vicario.
E llí un zuttumpresidio; e a ffalla corta
su ddu’ piedi intonassimo er rosario
tutt’e ttre ssott’er vano de la porta.
(19 gennaio 1832)

Qui descrive il comportamento di un'altra persona, una donna, che dopo essersi appuntata sui capelli un velo (bautta) sente il pavimento dondolare. Nel chiedere aiuto ad una vicina – e qui, seppure in un momento di paura e ansia, appare la vena satirica di Belli – scopre una relazione tra “Lionora e il vicario”; tutti e tre insieme, però, si riparano, intonando il rosario, sotto il vano della porta, come consigliano oggi i sismologi…

Er medemo III
C’ha cche ffà er terramoto de Fuligno
co la commedia der teatro Pasce?!
C’entra come ch’er fischio e la bbammasce
come la fregna e ’r domminumzuddigno.
E cquì ha rraggione lui Mastro Grespigno,
cuer c’abbotta li fiaschi a la fornasce,
ch’er terramoto è un spirito maligno
che ttanto fa cquer che jje pare e ppiasce.
Nun ze pò ppregà Iddio matin’e ggiorno
e annassene la sera a la commedia?
Cuesto che gguasta ar terramoto, un corno?
Bella raggion der cazzo! propio bbella!
Perché ar Papa je trittica la ssedia
se mette la mordacchia a Ppurcinella!
(19 gennaio 1832)

E qui ancora, cercando radici nella credulità popolare, spiega le relazioni tra gli eventi naturali e il comportamento (a)morale dell’uomo, rappresentato dal teatro. Belli fa dei paragoni estremi confrontando il fischio e la bambagia, l’organo sessuale femminile e la frase “Dominus nun sum dignus”; ma dà poi credito a mastro Crispino, che afferma che il terremoto è uno spirito maligno che fa ciò che vuole, attribuendo un’origine soprannaturale al fenomeno. Affronta e scompone questa credenza popolare attraverso la sua dialettica e il suo anticlericalismo: qualora si trovasse una relazione tra il comportamento dell’uomo e i terremoti, ai vertici della Chiesa non converrebbe, pena il “trittico” (tremolio) della sedia - e non solo per motivi sismici -, mettere “la mordacchia a Ppurcinella”.

Er teremoto
Che ccos’è er teremoto de la terra
me l’ha spiegato tutto-quanto Toto.
Disce che ggiù ggiù ggiù c’è un buscio vôto
dove ce scola l’acqua e cce se serra.
E cche cquanno er zor diavolo fa vvoto
a ccas’e cchiese d’intimajje guerra,
va llí cor una fiaccola e cce sferra
sto Sartarello cquì der teremoto.
La fiaccola de pesce e dde caperchio
manna l’acqua in bullore e ll’arza in fume,
e er fume che vvo uscí smove er cuperchio.
Toto, che ssa ste cose perch’è ccoco,
disce, si ttira l’acqua e accenne er lume:
«Acqu’e ffoco er Zignore je dia loco».
(20 gennaio 1832) - De Pepp’er tosto

Questo ultimo sonetto sul tema del terremoto, scritto nel 1832, tenta di dare una spiegazione pseudo-scientifica sulla sua origine, estraendola dalle affermazioni di Toto, cuoco di professione e quindi esperto conoscitore di fuoco e vapore…
Lo “scienziato” Toto ritiene che nelle profondità della Terra ci sia una enorme cavità, piena d’acqua che il diavolo, quando dichiara guerra alla case e alle chiese, porta a bollire con una fiaccola di canapa e pece. Il vapore che si origina, tentando di uscire, smuove “er cuperchio”. Belli conclude con una affermazione di Toto, fervente cattolico e scienziato ante-litteram: il Signore dia pace all’acqua e al fuoco…

L’evento del gennaio 1832 evidentemente colpì profondamente Giuseppe Gioachino Belli, che nel 1834 scrisse un altro sonetto; in particolare, in quello scritto il 6 giugno, attacca con il suo consueto spirito anticlericale la raccolta dei fondi da destinarsi alla ricostruzione dei territori danneggiati dall’evento.

Le lemosine p’er terremoto
Terminata la quèstuva, e indivisi
Tutti quanti li fonni aridunati,
Sei mijjara de bbravi colonnati
Furno spidite ar Vescovo d’Assisi.
Figurateve lui! Visti e ccontati,
Je pàrzeno sei mila paradisi:
Eppuro, a ddílla in termini priscisi
Li danni nun zò ancora arimediati.
Ma annatesce a pparlà! “Ssori cojjoni”,
V’arisponne, “l’ho spesi mejjo assai
Ner fà una compaggnia de Scenturioni”.
Bbasta, o sii vero o ’na bbuscía ggiocosa,
Er terremoto come ll’antri guai
Pe li vescovi è bbono a cquarche ccosa.
(6 giugno 1834)


Nel mese di dicembre dello stesso anno scrive ancora, dedicando la sua opera alla reazione della plebe, come lui chiamava il popolo di Roma, ad un terremoto notturno.

Er terremoto de sta notte
Sí, tterremoto, sí: nnun te cojjono.
Drent’a la stanzia mia che ssemo in tanti
scià svejjati d’un zarto a ttutti quanti,
e ttu, gghiro fottuto, hai sto bber dono?
Ggnente de meno che cc’è pparzo un tono
che ccià ffatto chiamà ttutti li santi!
Antro che camminà ll’appiggionanti!
È stato un terremoto bbell’e bbono.
Tant’è vvero, che, cquanno è usscito Toto,
ne la bbottega de padron Grigorio
j’hanno detto: «Hai sentito er terremoto?».
Chi ddisceva ch’è stato annullatorio,
e cchi ddisceva d’attaccacce er voto
perché invesce è vvienuto succurzorio.
(6 dicembre 1834)

Qui Gioachino Belli entra ancora più nel merito scientifico, riportando le sensazioni ancora più specifiche del popolo, ormai in grado di distinguere le scosse “succurzorie” da quelle “annullatorie”.


Thomas Cole, Interior of the Colosseum, Rome, 1832

Giuseppe Gioachino Belli è morto a Roma nel 1863, e dispose che le sue opere fossero bruciate. Per fortuna, il figlio non rispettò le volontà del padre permettendo la diffusione dei suoi meravigliosi sonetti che rappresentano, in modo sintetico e caustico, la mentalità e la quotidianità del popolo romano attraverso l’uso di termini ricercatamente incolti.

Le polemiche seguirono Belli anche dopo la morte; nel suo epitaffio, scritto dal suo amico Francesco Spada e sormontato dal monogramma di Cristo, compare l’aggettivo “romanus”, troppo vicino alla Repubblica di qualche anno prima…

HIC SITUS EST- JOSEPHUS JOACHIM BELLI – ROMANUS - QUI RELIGIONE MORIBUS INGENIO - EXEMPLAR INTEGER ACER - CARMINIBUS OMNIGENIS - DELECTANDO PARITERQUE MONENDO - LATE ENITUIT - NATUS DIE VII SEPT. A MCCXCI - VITA DECESSIT XI DECEMB. MCCCLXIII
(In questo luogo è – Giuseppe Gioachino Belli – romano – che per fede costumi ingegno – esemplare, integro, acuto – brillò dovunque – con i suoi versi di ogni genere – divertendo e ammonendo contemporaneamente – nato il 7 settembre 1791, morto l’11 dicembre 1863)


La lapide della tomba di Giuseppe Gioachino Belli,
al Cimitero del Verano a Roma

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