mercoledì 18 settembre 2013

Filogenesi del geologo rilevatore e diacronia di facies

di Alessio Argentieri

Da quando l’iniziativa è partita, più volte il nucleo fondatore di Geoitaliani si è interrogato sulle motivazioni che lo hanno indotto ad intraprenderla.
Una spiegazione può forse trovarsi ricostruendo il percorso evolutivo che le tecniche di rilevamento dei dati geologici in campagna hanno compiuto, fino alle recenti innovazioni consentite dal progresso tecnologico.

Provo a spiegarmi meglio.

Se osserviamo due gruppi di geologi rilevatori- uno della metà del XIX secolo ed un’altro di fine XX secolo- ripresi nel corso di un’escursione in campagna, ci sorprenderemo delle molte analogie che li accomunano, a partire dalla foggia dell’abbigliamento, in entrambi i casi assai desueta rispetto ad oggi.


Giuseppe Ponzi con gli allievi della Scuola geologica dell’Università di Roma,
durante un’escursione scientifica sui Monti della Tolfa (Lazio settentrionale)
nel maggio 1866 [da Corda & Mariotti, 2012].

Studenti e dottorandi delle Università di Roma e Firenze con il professor Ernesto Centamore
tra Sansepolcro e Castiglion Fiorentino (al confine tra l’Umbria e il Casentino),
probabilmente nella primavera del 1990 (foto di Alessio Argentieri).


Pur differenziate per l’indubbio incremento dell’aliquota di componenti di sesso femminile nel corso di un secolo e mezzo, le due compagini condividono però una serie di caratteristiche che ne identificano una facies comune che si ripropone diacronicamente nel tempo geologico.
Sostanzialmente identiche sono infatti le tecniche di rilevamento geologico utilizzate per operare sul terreno, la scarna dotazione strumentale (scarponi infangati, un martello, una lente di ingrandimento, una bussola, una carta topografica, matite colorate doverosamente spuntate) e del tutto comparabili- se non addirittura indistinguibili tra loro- le carte di campagna, prodotti finali spesso bagnaticci e un po’ scarabocchiati delle sudate ma appaganti giornate di lavoro.
Stralcio di una tavoletta di campagna dei primi del '900,
con appunti di rilevamento di Vittorio Novarese.
Se passiamo ad osservare un rilevatore di oggi ed il suo moderno equipaggiamento (tablet, sistemi informativi geografici, GPS, immagini satellitari, telefono cellulare, altimetro di precisione, mezzo di trasporto fuoristrada) lo hyatus è lampante, ad ennesima testimonianza di come nella storia geologica i processi di cambiamento si sviluppino con lentezza per poi concretizzarsi bruscamente, in un intervallo temporale assai ristretto.













E come potevamo noi, studenti di scienze geologiche degli anni ’80 del XX secolo (quando ancora la teoria della tettonica globale era fresca di consolidamento e concetti come di quello di geosinclinale non sembravano ancora del tutto demodé) non provare un moto incontrollabile di affetto e di vicinanza emotiva con quel gruppo di signori con marsina e baffi a manubrio immortalati in un dagherrotipo un po’ sbiadito? Come un brachiopode del Carbonifero doveva sentirsi in sintonia, nel nome della comune “paleozoicità”, coi suoi progenitori precambriani dal semplice guscio chitinoso, così noi riscontriamo una forte affinità con i primi rilevatori della Carta geologica d’Italia. Con quelli arrivati dopo, come i Bivalvi, ci somigliamo un po’ ma non troppo ….
In conclusione, evviva i cambiamenti che hanno prodotto il progresso delle geoscienze ai livelli attuali, nella consapevolezza che non ci saremmo però arrivati senza un’epoca precedente in cui gli studenti di scienze geologiche erano costretti- quando ancora era consentito il lusso di sconfinare un po’ fuori corso- a rilevare decine e decine di chilometri quadrati di territorio .…