mercoledì 28 marzo 2018

Volume 44 dei Rendiconti online della Società Geologica Italiana - Tre secoli di geologia in Italia

Sul sito della Società Geologica Italiana è stato pubblicato il volume 44 dei Rendiconti online della Società Geologica Italiana, dedicato al tema “Tre secoli di geologia in Italia” edito da Alessio Argentieri, Marco Pantaloni, Marco Romano, Gian Battista Vai.
Questo volume dei Rendiconti Online della Società Geologica Italiana raccoglie in forma di short notes i contributi collegati all'analoga sessione dell'88° Congresso societario, tenutosi a Napoli dal 7 al 9 Settembre 2016 presso l’Università “Federico II”.
I soci della Società Geologica Italiana possono scaricare il volume attraverso il proprio account personale al seguente indirizzo: http://rendiconti.socgeol.it/210/ultima_uscita.html



Questo i contributi presenti nel volume:

  • Argentieri A., Cosentino D., Dal Piaz G.V., Pantaloni M., Petti F.M. & Zuccari A. - Ritratto di un gentiluomo con il papillon: Achille Zuccari, Segretario Generale della Società Geologica Italiana.
  • Battista F., Citton P., Leoncini C., Riti L. & Nicosia U. - The paleontological collection of Egidio Feruglio at MUST.
  • Fabbi S., Cestari R. & Pichezzi R.M. - The “Subiaco stone” and the early studies on the carbonate successions of the Upper Aniene Valley.
  • Laureti L. - The mapping of the Lombard geologists in the XIX Century from Brocchi to Taramelli.
  • Dal Piaz G.V. - Felice Ippolito, il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari e la ricerca di minerali radioattivi nel basamento cristallino delle Alpi.
  • Candela A. - Per una storia sperimentale delle Scienze della Terra: dal documento alla prova sul terreno.
  • Perini P. - Cartografia geologica del confine calabro-lucano alla fine del XIX secolo: il contributo di Giovanni Battista Bruno, “amatore di geologia”.
  • Lipparini L., Bencini R. & Gerali F. - “Sgorga il Petrolio dalla Terra d’Abruzzo”: oil exploration and production history in the Abruzzo region (Central Italy) across the 20th century.
  • Lipparini L., Gerali F. & Bencini R. - “Dighe di pece e di asfalto”: bitumen exploitation history in the Abruzzo region (Central Italy) across the 20th century.
  • Barale L., Mosca P. & Fioraso G. - Il “periodo d’oro” degli studi geologici nelle Alpi Marittime tra il XIX e il XX secolo.
  • Salvador I., Romano M. & Avanzini M. - Gli “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo”: gli effetti delle eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815) nelle cronache delle regioni alpine.
  • Abate T. & Branca S. - L’introduzione del colore per la rappresentazione dei prodotti vulcanici: il caso della cartografia geologica dell’Etna nel XIX secolo.
  • Lanzini M. - La geologia e le catacombe romane. Michele Stefano De Rossi (1834-1898), un geologo inventore.
  • Romano M. & Nicosia U. - Tributo a Bruno Accordi: la prima riscoperta e valorizzazione moderna delle ‘gloriose’ radici geopaleontologiche Italiane.
  • Argentieri A., Occhigrossi B.C., Piro M. & Rotella G. - Natural and anthropogenic cavities and sinkholes in Rome metropolitan area: from geological and speleological research to land management.
  • Marchetti L., Petti F.M., Bernardi M., Citton P., Rossi R. & Schirolli P. - On the first description of tetrapod footprints from Italy: re-analysis of the original specimen after 150 years.
  • Console F., Fabbi S. & Pantaloni M. - La cartografia geologica in Calabria nel XIX secolo.
  • Visconti A. - Paesaggi geo-mineralogici e produzione siderurgica in Lombardia tra Sette e Ottocento: un’interconnessione sempre più stretta.


sabato 24 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Quarta e ultima parte -

Il Geologo Alberto Parodi

Alberto Parodi era nato nel 1907 a Puno, un paese sul lago Titicaca in Perù, sito ad una altitudine di 3.812 m. S.l.m. dove il Padre Costantino con la famiglia si era trasferito. 
Alberto studia a Puno al collegio “San Carlos” e a 20 anni rientra in Italia per studiare geologia al Politecnico di Milano dove fu discepolo del Professor Ardito Desio. 
Dopo la laurea si trattenne in Italia con residenza a Isola del Cantone (Genova), comune di origine della sua famiglia. Segnalato dal Professor Ardito Desio, come valido geologo, venne assunto dalla S.A.P.I.E.  il 14 ottobre 1937 con contratto a tempo indeterminato, giunse a Jubdo (Etiopia) il 06 gennaio 1938 ed assunse il comando della colonna di esplorazione geomineraria n°4.
Alla stessa colonna e sotto la sua guida, era assegnato il giovane laureando Alfredo Pollini, giunto assieme a lui in Africa, che lo affiancò nella ricerca geologica e mineraria. 
Alberto e Alfredo lavorarono alla prospezione alluvionale della collina di Kapi ed alla riattivazione della miniera abbandonata di Tullu Kapi (Carta n. 2).


carta 2

Effettuarono la prospezione alluvionale del bacino del fiume Bir-Bir e dei suoi affluenti di sinistra presso Jubdo ed analoga esplorazione venne effettuata dalla colonna nel bacino imbrifero dei fiumi Uva e Kobara affluenti di destra del Bir-Bir. 
Nella zona dell’Alaltù Alberto Parodi effettuò lo scavo di circa 400 pozzetti ed esplorò l’altipiano di sinistra della valle del Didessa studiandone gli aspetti geologici (Foto 15, 16, 17, 18).


foto 15

foto 16

foto 17

foto 18
Il 15 ottobre 1939 venne richiamato alla scuola ufficiali di Addis Abeba per l’istruzione militare che, per varie ragioni di studio e lavorative, non aveva potuto completare (Foto 19).


foto 19

Pertanto dovette lasciare, non senza problemi per lui e la società mineraria, il servizio sul campo con la colonna n°4. Terminato il corso allievi ufficiali, venne richiamato in guerra come Sottotenente della artiglieria da montagna nella 140° batteria del LXX° Gruppo di Artiglieria Coloniale in forza alla 70ª Brigata (batterie 139ª e 140ª) (foto 20).


foto 20

Fece la campagna del Somaliland e nel marzo 1941 iniziò con la sua unità il ripiegamento, dapprima sull’Harar, poi nel Galla e Sidama, passando a sud di Addis Abeba. Ridotti all’osso dalle diserzioni delle truppe di colore (al Gruppo erano rimasti solo 70 uomini), dovettero arrendersi prima. 
Alberto venne catturato il 19 aprile 1941 a Dire Dawa e imprigionato ad Eldoret (Campo 356) in Kenya, (P.O.W. 9592), con i colleghi Alfredo Pollini, Mario Maschio, Pasquale Zugno e Giuseppe Puliga (Foto 21).


foto 21

Sembra che liberato dopo la fine della guerra dovette aspettare il rimpatrio in Italia, al porto di Mombasa, per circa un anno. Rientrato in patria alla fine del 1946 si sposò con la professoressa Eugenia Tamini (biologa della Università di Milano), sua fidanzata, che lo aveva aspettato.       
Nel 1947, a causa della crisi lavorativa dell’Italia del dopoguerra, decise di trasferirsi nuovamente in Perù dove divenne professore universitario all'Università San Agustín di Arequipa. 
Era specializzato in Geologia Strutturale e Vulcanologia e in questa università fu Direttore della scuola di Geologia. Anche la Moglie di Alberto insegnò nella stessa università nella cattedra di Anatomia Comparata e Microbiologia. La Repubblica Italiana conferì ad Alberto, in data 02 giugno 1965, con firme di Saragat e Moro l’Onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana (Doc. n. 4).


documento 4

Alberto Parodi era un buon alpinista; tra il 1955 ed il 1965 realizzò assieme ad alpinisti italiani (Piero Gillone e Mario Fantin), diverse ascensioni su almeno 20 vulcani sopra 5.800 m. s.l.m. In particolare studiò “El Misti”, vulcano di Arequipa, scrivendo diverse note scientifiche. 
Scrisse anche sull’osservatorio astronomico di Carmen Alto, raccontando che proprio in prigionia in Kenya, lesse un libro che parlava della scoperta, fatta proprio da quel sito dall’astronomo William Pikering nel 1898, di un nuovo satellite di Saturno (Phoebe). 
Da ultimo, quasi cieco, scrisse un lavoro sul lago Titicaca sulle cui rive (Puno) era nato. 
Fu consulente internazionale per diversi cantieri idroelettrici e rappresentante del Peru al Smithsonian Institute of Vulcanology, presentando molti progetti sull’energia geotermica, fino alla sua morte avvenuta nel 1999. 


Carbonia, marzo 2018

Dott. Geologo Aurelio Fadda
Via Cannas, 23
09013 Carbonia (CI)

giovedì 22 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Terza parte -

Il Geologo Alfredo Pollini

Alfredo Pollini fu un valente geologo che nacque a Milano nel 1916 e conseguì la laurea discutendo a Milano, il 29 ottobre 1938, una tesi sui giacimenti auriferi nella zona di Tullu Kapi (in lingua Galla: “montagna umida”), sita nell’ovest etiopico, dal titolo: "La geologia della regione di Tullu Kapi, ovest etiopico - Uollega. Appunti, schizzi, stratigrafie, schizzo geologico dell'Uollega, articoli di quotidiani”.
Alfredo aveva potuto realizzare la tesi in Etiopia facendo lo “studente lavoratore”; infatti, assunto alle dipendenze della S.A.P.I.E., la tesi di laurea fu realizzata con la documentazione e le carte ricavate dalle sue esplorazioni sul campo (Carta 2 -Schema geologico Tullu Kapi).


carta 2

In quei territori, negli anni 1937-1940, compi attività di esplorazione mineraria in una area che va dalla confluenza del fiume Didessa col Nilo Azzurro, sino alla regione della foresta tropicale di Ghimirà e della savana del lago Chiarini, confinanti con il Sudan lungo il fiume Akobo (Foto 9 e 10).


foto 9
foto 10

Nell’ ultimo periodo di esplorazioni, interrotto nel giugno 1940, a causa delle vicende belliche, Alfredo Pollini “Capo Colonna” e mio padre Angelo Fadda “Sotto Capo Colonna” (foto 11), con gli altri colleghi della 16a colonna di esplorazione geomineraria, lavorarono nelle aree del Uollega e del Beni Sciangul alla ricerca di nuove mineralizzazioni soprattutto aurifere, platinifere e cuprifere (Foto 12 e 12b).

foto 11

foto 12
foto 12b

Grazie ad alcuni Ordini di servizio della S.A.P.I.E. (n° 233 e 280, indirizzati al Capo Colonna Alfredo Pollini) e salvati da mio Padre assieme a parte dei suoi negativi, si evince che la 16a Colonna, a differenza delle altre, aveva una certa autonomia e dipendeva direttamente dall’Ispettore Generale (Comm. Ing. André Claude.). 
Questa Colonna aveva ordini per effettuare ricerche geominerarie partendo dal riconoscimento degli affioramenti e dal loro campionamento. I campioni di terreno e roccia prelevati, dovevano essere imballati con cura e recapitati al laboratorio di Jubdo. Veniva richiesto di realizzare dei piani di dettaglio a piccola scala delle varie aree, ogni qualvolta se ne sentisse la necessità ed in particolare, la ricerca doveva essere indirizzata sulle aree non coperte dai basalti (i quali dovevano essere delimitati), in quanto risultavano promettenti per l’oro. Alla colonna venivano date in esplorazione aree quasi completamente sconosciute, sotto l’aspetto geologico e minerario, dove si dovevano effettuare prospezioni alluviali ed eluviali. Gli ordini di servizio del 1938 e 1939 ci indicano che, il compito della 16° Colonna era di esplorare queste aree sconosciute, fin tanto che le prospezioni sulle “grandi piane” non avessero fornito una buona conoscenza dei territori. 
Per tutte le esigenze logistiche, ci si avvaleva dell’Agente delle società S.A.P.I.E. e Prasso a Gambela, Sig. Anastasiades, al quale andavano trasmessi i rapporti bimensili, i campioni, le domande di fondi e di rifornimenti alimentari che venivano poi da quest’ultimo inviate al centro, mentre per il reclutamento del personale indigeno, la sicurezza ed i rifornimenti, si indicava di mantenere un buon collegamento con il commissario di Gambela. 
Fra i compiti della Colonna vi era pure l’acquisto dell’oro presso le popolazioni locali ed in particolare, sul fiume Baro e sul Bu Bonga, dove gli uomini di un certo “Sceicco Aduraman” (Abdul Rahman?) di Bonga, località a 1750 m. s.l.m., ne facevano una piccola produzione. L’oro doveva essere “ben pulito” e si doveva acquistare in pepite e polvere al prezzo di 2.50 $ il grammo. Il lavoro svolto dalla 16a Colonna era apprezzato dai superiori, come testimoniano diversi passaggi presenti negli ordini di servizio, come questo a firma dell’Ing. André Claude: 

Ordine di Servizio n° 280 - Concessione Principe Borghese
Colonna n° 16 – Istruzioni

<<” I rapporti del Dott. Pollini e del Sig. Fadda dal 15/4 al 15/5 e i disegni annessi testimoniano un lavoro attivo e coscienzioso. Le collezioni di campioni scelte con discernimento e cura hanno subito un primo esame al laboratorio e delle lame saranno ricavate su gneiss basici e le varietà di pegmatiti. La transazione fra i gneiss fondamentali e i gneiss metamorfosati e le intrusioni basiche hanno potuto essere facilmente seguite grazie alle esatte indicazioni del Dott. Pollini…>>

Nella foto n.13, possiamo individuare, oltre ad Alfredo Pollini e Angelo Fadda, il “Grasmac” (grado militare etiopico che indica il comandante dell’ala sinistra) della Regia Residenza di Burè, tale Agos Berhè e Chebbedè (l’interprete della colonna originario di Addis Abeba), con armati Amhara del Grasmac, guerrieri Masongo e portatori Sudanesi.

foto 13

I territori esplorati erano molto vasti e si organizzavano delle missioni a partire da località base con percorsi tesi ad individuare quelle caratteristiche geo-giacimentologiche che dessero indizi o conferme della presenza di minerali preziosi. Dal gennaio 1939 le esplorazioni vennero fatte assieme a mio padre Angelo. 
Abbiamo notizie di una prima missione che ebbe come base la località di Nora, sita a circa 21 chilometri da Gondar, a Nord Est del lago Tana dove vennero studiate le alluvioni aurifere del fiume Siri e dei suoi affluenti. 
Una seconda missione fece base a Bonga, cittadina sita più a Sud Ovest e distante oltre 600 chilometri dalla prima; Bonga è ubicata in una area molto più boscosa caratterizzata da piantagioni di caffè e thè. 
In questa località, oltre all’oro alluvionale ed eluviale, venivano ricercate anche mineralizzazioni di rame. 
Un terzo campo ebbe base a Gori, una località posta tra Neggio e Mendi. 
Purtroppo gli Ordini di Servizio recuperati, sono ormai spesso poco leggibili e inoltre, come ricorda mio padre in una lettera indirizzata all’amico Alfredo Pollini, egli tagliò dalle pagine delle “fogline” di spazi bianchi per confezionare, con dentro qualcosa da bruciare, delle sigarette “nei giorni nerissimi della disfatta”. 
Questi documenti molto deteriorati, riportano nomi di località, paesi e corsi d’acqua indicanti gli itinerari da seguire, talvolta scritti in modo impreciso o attualmente quasi illeggibile e dunque oggi non facilmente individuabili. Si citano con chiarezza alcuni centri abitati ubicati presso i grandi laghi come: Mojo sito a circa 50 chilometri a Sud Est di Addis Abeba; Chitti sito a 180 chilometri a Sud Est di Gambela e altri sparsi in un territorio vastissimo. È certo che diverse altre missioni esplorative furono svolte nel biennio 1938-1940, coprendo un vasto territorio pressoché inesplorato ed interrotte solo allo scoppio della seconda guerra mondiale. Queste aree, soprattutto la zona di Gambela e del fiume Baro, erano piuttosto malsane a causa della malaria e della (febbre) ricorrente. Dal carteggio fra Desio e la società si apprende la preoccupazione del padre di Alfredo Pollini per il suo impiego in aree così insalubri (Foto 14).

foto 14 - Gambela - battelli a ruota sul fiume Baro

Leo Pollini intervenne (tramite Desio), per chiederne il trasferimento non appena possibile, ma la società rispose che la cosa era necessaria perché i giacimenti più promettenti si trovavano spesso proprio nelle zone insalubri. Nel caso di Alfredo Pollini e dunque di mio padre, la società spiegò confermando i dati già in mio possesso, che essi avevano sostituito la 6a colonna del Sig. Apikian, proprio a causa della preparazione specifica di Alfredo (geologo) ed efficienza della sua colonna in seguito a importanti segnalazioni di presenza aurifera nella zona. 
Allo scoppio della II guerra mondiale Alfredo Pollini venne richiamato in data 10 giugno 1940; fu ufficiale di battaglione arabo-somalo e combatté lungo il fiume Giuba. 
Dal libro di Walter Pierelli: “Le mie tre guerre in Africa Orientale – Contro gli Inglesi”, si apprendono alcune notizie su Alfredo. I due si erano conosciuti in prigionia e Pierelli ne parla dicendo che era un geologo di Milano, in africa per fare ricerche geologiche, che alla dichiarazione di guerra contro la Francia venne arruolato ed inviato a fare il corso per allievi ufficiali di complemento ad Addis Abeba. Ultimato il corso fu nominato sottotenente dei bersaglieri e durante l’attacco degli inglesi contro la Somalia si trovava ad Afmadù nel capoluogo dell’Oltre-Giuba. Grazie ad una lettera del padre Leo, indirizzata alla S.A.P.I.E, apprendiamo che Alfredo era ufficiale del 75° Battaglione Coloniale (sul fronte del Giuba).
Con Pierelli, dopo la cattura, era stato assegnato allo stesso campo POW ed in seguito Pierelli, Pollini, ed alcuni sui colleghi della S.A.P.I.E.: il geologo Alberto Parodi, i Periti Minerari Mario Maschio, Pasquale Zugno e altri, vengono trasferiti da Naivasha, presso l’omonimo lago, ad Eldoret campo 356.
In una lettera di Alberto Parodi alla società (Doc. n. 3), scritta dalla prigionia, egli annuncia la morte di un altro collega il Perito Minerario Puliga (Sottotenente sardo, morto di malattia in prigionia il 4 novembre del 1941).


documento 3

Rientrato in patria, Alfredo dal 1949 al 1960 si dedicò alla attività didattica e scientifica come Aiuto Professore e Direttore incaricato dell’Istituto di Geologia dell’Università di Milano, che resse durante la spedizione al K2 del Professor Ardito Desio. 
Insegnò geografia generale, geomorfologia, geologia generale ed applicata, curando i lavori di tesi di alcune centinaia di allievi. 
Negli anni 1954 e 1956 partecipò alle prime esplorazioni nel mar tirreno del batiscafo “Trieste” di Auguste Picard, giungendo col Dott. Jacques Picard fino alla profondità di 3700 m. a sud ovest dell’isola di Ponza. In una sua lettera del maggio 1979, mi raccontò che nel 1960, a metà anno accademico, allontanandosi dall’insegnamento universitario per “dissapori” col suo diretto superiore, chiuse la sua ultima lezione dicendo agli allievi di geologia: “siate uomini prima che geologi”! 
Si dedicò dunque alla libera professione (Era iscritto all’Albo dell’Ordine Nazionale dei Geologi col n. 916) e fu autore di diverse pubblicazioni scientifiche in campo glaciologico e stratigrafico; interessante fu la pubblicazione dal titolo: “Il Trieste del Prof. August Piccard e la ricerca geologica sottomarina”.
Alfredo, consulente del Tribunale, era capace di sostenere anche forti attacchi nell’interesse della collettività, come nel caso della realizzazione della SS 36, che collega Lecco a Colico, dove diceva nel 1977: “Silenzio sui pericoli, da pazzi aprirla al traffico”, attirandosi contro le ire dei diversi interessati. 
Egli sosteneva le sue perizie a testa alta, forte di avere la ragione, perfino quando divenne concreto il pericolo di essere accusato di “diffusione di notizie false e tendenziose”, rispose ai suoi detrattori dicendo: …”sarebbe troppo lungo elencare ed illustrare i fenomeni ed i pericoli che in molti tratti e punti verranno incontrati dalla nuova SS 36 ma, mi riserbo di far ciò in altra sede ed in altro momento anche a costo di sopportare bassi tentativi di denigrazione, che sono già stati fatti da parte ben interessata e che il silenzio permanga sui gravi pericoli cui la nuova SS36 esporrà la collettività; ritengo sia mio preciso dovere di tecnico, di studioso e di perito del Tribunale, non desistere dal dare l’allarme su quanto potrebbe accadere e che Dio non voglia accada!”
Fu consigliere regionale del WWF Lombardia dal 1979. Alfredo visse a Milano in Via Filippino degli Organi n° 9 e successivamente ad Olgiate; nel 1999 fu ricoverato nella casa di riposo Carlo ed Elisa Frigerio e morì a Brivio (Lecco) il 21 aprile del 2008 all’età di 92 anni.

La imponente documentazione da lui lasciata è stata riordinata e catalogata ed è attualmente custodita nell’archivio della Comunità Montana della Valchiavenna (SO).

- continua (3/4)



martedì 20 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Seconda parte -


I giacimenti auriferi e platiniferi

Nelle regioni interessate dalle concessioni della S.A.P.I.E., si riteneva a ragione, potessero esservi racchiusi dei giacimenti minerari; di questi, l’unico interamente noto e sfruttato in scala semi industriale “sin dal tempo del governo negussita” era quello platinifero di Jubdo, giacimento eluviale (lateriti), sfruttato col sistema del “Ground sluicing” ed arricchimento finale dei concentrati alla batea (Foto 4, 4b e 5).

foto 4

foto 4b

foto 5

Malgrado i diversi tentativi fatti da italiani e stranieri nelle regioni di Neggio, del Baro e del Birbir, non aveva potuto affermarsi nessuna coltivazione aurifera organizzata, né nelle alluvioni né nei giacimenti primari. 
Del tutto trascurati in quegli anni, erano i giacimenti di altri minerali. Mentre il platino appariva legato alla sola regione di Jubdo, si riscontrò una importante disseminazione d’oro alluvionale in tutta la regione; disseminazione già nota agli indigeni e da essi primitivamente sfruttata fin dai tempi più remoti, come provato dal ritrovamento di utensili e pietre lavorate, fatte nel corso delle ricerche, sotto il mantello alluvionale recente ad una profondità di 25-30 metri. Ovunque lo zoccolo cristallino era a nudo, liberato dalla copertura basaltica, si riscontrava la presenza dell’oro. Questa importante disseminazione nelle alluvioni, avrebbe potuto creare delle illusioni sulla possibilità di sfruttamento con mezzi meccanici ma, i tecnici di allora, capirono che la maggior parte delle zone aurifere avrebbero potuto essere sfruttate economicamente soltanto adottando sistemi molto vicini a quelli primitivi utilizzati dagli indigeni. Questi sistemi avrebbero dovuto esse debitamente perfezionati ed organizzati. 
In quegli anni, fu avanzata l’ipotesi di effettuare maggiori studi e ricerche sui giacimenti primari (affioramenti di quarzo) potenti 10-15 metri e lunghi anche qualche chilometro. Queste ulteriori ricerche prevedevano l’esecuzione di trincee, pozzi e sondaggi al fine di stabilire la reale loro potenzialità.
In ogni caso, dall’esame della documentazione dell’epoca, appare che l’interesse nazionale fosse quello di effettuare scoperte quanto mai rapide dando assoluta precedenza ai giacimenti presenti nelle alluvioni e svolgendo solo in fasi successive più complesse indagini sulle rocce madri.
Il piano di ricerche predisposto dalla S.A.P.I.E. fu condizionato dalle esigenze governative e dalla necessità di formare numerosi quadri tecnici nazionali, specializzati in ricerche aurifere, dei quali l’Italia sino a tale data difettava. In un primo tempo fu predisposto lo studio sistematico delle alluvioni e delle eluvioni e solo in una seconda fase, dopo aver acquisito una profonda conoscenza degli aspetti litologici e geominerari, formato il personale sul posto, inviati nuovi uomini e mezzi, iniziarono le ricerche in profondità sui filoni mineralizzati.
Il piano generale delle ricerche della S.A.P.I.E. fu dunque predisposto sulla scorta delle precedenti considerazioni, delle informazioni ottenute grazie alle ricognizioni preliminari e soprattutto, grazie ai dati raccolti durante la prima campagna di esplorazione effettuata dall’ottobre del 1936 all’aprile del 1937. 
Nel piano era previsto un periodo di intervento della durata di 5 anni. La necessità di giungere a rapidi risultati fece sì che, nella prima fase della durata di tre anni riservata alle ricerche nelle alluvioni aurifere, gli ingegneri e i tecnici minerari specializzati nel campo, operassero stabilendo volumi, tenori, condizioni di lavorazione ed individuando i mezzi più idonei da utilizzarsi per lo sfruttamento.
Nello stesso tempo venne eseguito l’inventario e lo studio dei filoni di quarzo a mezzo di lavori superficiali (trincee), campionature, analisi di laboratorio e delimitazioni topografiche. Alla seconda fase si sarebbe proceduto con maggior sicurezza, forti delle conoscenze acquisite, andando ad indagare in profondità nei giacimenti primari rivelatisi più promettenti.
Il programma prevedeva:

1938-1939: trasporto di uomini e materiali; prospezioni
1939-1940: lavori di ricerca mineraria
1941      : determinazione dei tenori medi e delle riserve di minerale sfruttabili industrialmente; costruzione di impianti pilota
1942-1943: ampliamento ed inizio di coltivazioni industriali

Nel quadro generale delle prospezioni, per quanto l’obiettivo principale fossero i giacimenti auriferi e platiniferi, venne presa in esame anche la investigazione di tutte le altre possibilità minerarie quali: lignite, mica, ferro, calcari da cemento, da calce e sorgenti termali; inoltre la ricerca venne estesa ai minerali di rame, stagno, molibdeno, pietre preziose e semi preziose etc.
La direzione generale delle ricerche era formata da un centro sul posto (provvisoriamente ubicato a Jubdo) e da un centro in Italia posti in stretto collegamento. Il centro sul posto aveva funzioni di comando, di rifornimento, di studio e di reclutamento del personale indigeno.
Il personale addetto a Jubdo era formato da un Ingegnere specialista, Direttore Generale delle prospezioni, da un Ingegnere aggiunto, da disegnatori (ufficio studi e rilievi), da meccanici addetti alle riparazioni e conservazione del materiale di prospezione e dal personale amministrativo strettamente indispensabile. Il Direttore Generale delle prospezioni aveva il compito di controllare sul posto i lavori di ciascuna colonna almeno una volta al mese.
Nel centro venne istituito un laboratorio attrezzato per eseguire le analisi chimiche per “via umida”; le analisi dell’oro per “via secca” con forni adatti; saggi di lavaggio dei minerali con macinazione ed amalgamazione; ricerche mineralogiche e petrografiche (Foto 6).

foto 6

Erano adibiti a questi lavori, un Capo laboratorio ed un aiuto chimico. In Italia, il centro di Roma che aveva sede presso l’amministrazione della società S.A.P.I.E., aveva la funzione di reclutamento del personale europeo e di acquisto dei materiali e degli strumenti necessari per le prospezioni e le coltivazioni. 
Essi venivano dettagliatamente informati due volte al mese sui lavori in corso mentre, l’istituto di Geologia della Regia Università di Milano, si occupava della consulenza scientifica ed elaborazione dei dati.

Le colonne di esplorazione

Da fonti varie, fra le quali pubblicazioni tecniche, documentazioni dell’epoca della ditta S.A.P.I.E. e dagli appunti di mio padre Angelo e di Alfredo Pollini, si evince che il personale componente le colonne di esplorazione era formato da europei ed indigeni ed a capo di ogni colonna vi era un ingegnere o geologo specialista in ricerche minerarie. 
Egli aveva a sua disposizione uno o due sotto capi colonna “bianchi” che lo coadiuvavano nei rilievi topografici e nella esecuzione delle prospezioni. Vi erano poi due sorveglianti, capi cantiere “bianchi”, forniti di esperienza mineraria e capaci di dirigere cantieri isolati. Il personale indigeno fisso era formato da uno o più interpreti, da due capi cantiere che sapessero leggere e scrivere l’amarico, da due capi operai pratici di lavaggi alla batea; da due capi operai minatori anch’essi pratici dei lavaggi di cui sopra; da quattro capi operai pratici nello scavare pozzi di ricerca; da un postino; da un maniscalco; da cinque conducenti; da un capo squadra e da alcuni armati Zabagnas (Foto 7).

foto 7

Ad ogni colonna erano assegnati da 15 a 30 muli da basto e da sella ed in totale l’effettivo fisso degli indigeni, di una colonna tipo, era di 35-45 uomini compresi i domestici dei bianchi. Gli operai per aprire le piste di prospezione, per lo scavo dei pozzi e trincee etc. venivano reclutati sul posto e potevano arrivare a 300 unità. Ogni colonna era fornita del materiale di accampamento necessario alla vita del personale lontano dalla base, del materiale di trasporto, degli attrezzi necessari alle ricerche, degli strumenti di precisione occorrenti per i rilievi topografici, del materiale d’ufficio e da disegno, del materiale sanitario e farmaceutico, delle munizioni e dei viveri di riserva. 
Grazie alle ricognizioni effettuate nel 1937, si era in possesso di carte e di itinerari in scala 1:200.000 che fungevano da supporto di base alle colonne e che venivano perfezionati man mano. Il centro di Jubdo provvedeva al reclutamento e formazione dei quadri indigeni di tutte le categorie, all’istruzione degli ascari e del personale ed inoltre, stabiliva la missione per ciascuna colonna. 
Il personale di esplorazione del primo semestre del 1938, arrivò a Jubdo, via Addis Abeba, il 17 dicembre del 1937-XVI. Vennero costituite 7 colonne di esplorazione; una missione di radioestesia (una sorta di ricerca di minerali analoga alla rabdomanzia); una missione geologica e costituito il Centro di Prospezione-Ispezione Generale. In questo primo semestre del 1938 furono percorsi 15.040 km e studiati dal punto di vista geologico, mineralogico, geografico ed economico 27.310 kmq. I chilometri di fiumi esplorati furono 766 e le piane alluvionali esplorate con pozzi e sondaggi furono di 12.483 ettari per un complessivo di 1.568 fra pozzi e sondaggi. Vennero eseguiti 102 diversi rilievi per creare la carta geologica e topografica ed inoltre, vennero rilevate due carte della concessione una al 100.000 ed una al 400.000. Le diverse colonne allestirono 275 accampamenti e tracciarono 435 km di piste in foresta e boscaglia per il lavoro di prospezione. Furono numerosi i campioni raccolti ed analizzati dalle colonne e dai chimici del laboratorio di Jubdo. 
A questa prima campagna di ricerca furono adibiti: 11 fra Ingegneri e Geologi, 7 prospettori minerari, 10 Capi cantiere, 1 Assistente di laboratorio ed 1 Amministrativo per un totale di 30 persone dei quali 25 assegnati alle colonne e 5 al centro ricerche. Vi erano inoltre 766 indigeni dei quali 14 adibiti al centro ricerche. 
Dato il periodo di occupazione italiana dell’A.O.I., non ancora consolidato del tutto e della presenza di popolazioni ostili, si ebbero attacchi e scontri a fuoco che causarono 8 morti (4 ascari e 4 minatori) e 6 feriti dei quali 2 gravi. I risultati in termini minerari ed economici furono di 3.086 kg di oro accertati e quelli di maggior rilievo si ebbero sul fiume Alaltù presso Neggio (già capoluogo dell’Uollega), sul fiume Sari e sul torrente Buba a sud di Jubdo. Inoltre vennero raccolti dati importanti anche su Platino, Lignite, Ferro, Miche e Calcari da cemento; il laboratorio di Jubdo si mostrò capace di effettuare analisi chimiche e mineralogiche su qualsiasi roccia o minerale della zona. Al fine di favorire, facilitare e stabilizzare la mano d’opera in prossimità dei cantieri minerari, vennero istituiti degli spacci per indigeni. 
Il programma per l’anno successivo 1939, prevedeva l’aumento del numero delle colonne d’esplorazione da tenere permanentemente sul terreno e di esplorare la zona del paese Sciangalla, fino ad allora inesplorato, tra Neggio e il fiume Didessa oltre alle zone della nuova concessione nel Beni Sciangul. 
La S.A.P.I.E., prima della interruzione delle ricerche e delle coltivazioni per lo scoppio della guerra, effettuò nell’Uollega, accurati lavori di ricerca nelle alluvioni del Birbir, Alaltù, Dilla ed in vari giacimenti eluviali nelle regioni di Neggio e Jubdo. 
Per queste ricerche furono impiegate sino a diciannove squadre di prospezione, arrivando a circa 40 tecnici nazionali e 1500-2000 indigeni. Per opera della stessa società vennero scoperti giacimenti di lignite e mineralizzazioni di molibdenite, sulla cui importanza non si ebbe il tempo per pronunciarsi. 
La consociata S.M.I.T. eseguì lavori di ricerca in profondità su giacimenti auriferi primari a Ondonok e nelle alluvioni dell’Esc. A tal fine, il 15 aprile del 1939, la S.M.I.T. firmò un contratto della durata di un anno con il “Cagnasmac” Zeno Mohammed di Ondonok. Tale contratto prevedeva la fornitura di 50 operai indigeni, da reintegrare tutti i mesi, al costo di 4 Talleri/uomo oltre a vitto e alloggio a carico della società.
Al Cagnasmac andava in compenso un tallero/mese per ciascun operaio fornito.
Questi lavori consistettero in 1163 m. di gallerie, 672 m. di discenderie e 380 m. di pozzetti. La società mineraria PRASSO, che aveva in concessione il giacimento platinifero del Birbir, agli inizi del 1939 ultimò l’impianto di una laveria per il trattamento del materiale di prima concentrazione proveniente dai cantieri.
Dalle lettere del Signor Gustavo Manca, Capo Ispettore a Neggio, tecnico minerario di valore che aveva lavorato in importanti miniere aurifere, salta fuori che la ricerca del famoso "oro di shangalla" risultava essere un grande bluff.  La cosa era apparsa evidente fin dai primi sondaggi effettuati dopo il suo arrivo, ma le relazioni in tal senso da lui inviate alla SAPIE, non erano gradite. 
La società voleva a tutti costi far credere che li ci fossero grandi giacimenti d'oro in modo che il governo stanziasse ingenti fondi per la ricerca e fossero così giustificate le notevoli spese di gestione.  
La SAPIE lo incalzava perché si costruisse una mega villa in modo da mostrare la disponibilità economica, cosa che Gustavo Manca non fece. Scriveva alla famiglia che l'unico oro che si riusciva a trovare era quello che indigeni provenienti dalla Somalia Britannica scambiavano con il sale, per cui i dirigenti della società si affrettavano a mandare grossi quantitativi di sale dall'Italia con l'ordine di accaparrarsi tutto l'oro possibile con lo scambio. Queste affermazioni, probabilmente non estensibili a tutte le aree esplorate, vengono confermate dal rapporto redatto in data 12/06/1940 dell’Ingegner Luigi Usoni, ispettore minerario sui lavori della consociata SMIT a Ondonok, Beni Sciangul (foto 8).

foto 8

Il rapporto venne inviato al Ministero dell’Africa Italiana che lo trasmise per conoscenza a Maurizio Rava, Presidente della società Italo Tedesca.   
L’Ispettore minerario Usoni descrive i lavori di ricerca effettuati al 31/05/1940 puntualizzando gli aspetti tecnicamente negativi, come la mancanza di idonee attrezzature e delle pompe per andare al di sotto del livello idrostatico; analizza le non corrette tecniche di campionamento ed analisi, i costi sproporzionati alla realtà del giacimento (6 milioni di Lire) e contesta apertamente la capacità tecnica e gestionale del direttore locale. Conclude ritenendo “grandemente esagerate” le manifestazioni minerarie e completamente smentite le “ottimistiche” previsioni su tonnellaggi e tenori a suo tempo formulate con “sorprendente ingenuità”. L’Ingegner Luigi Usoni conclude il suo rapporto proponendo il licenziamento del direttore in quanto oltre tutto colpevole di aver taciuto alla società le reali potenzialità del giacimento di Ondonok. 
Propone la netta riduzione del personale nazionale (28 persone per un costo di 1 milione/Lire annue) e suggerisce le azioni tecniche atte a rilanciare la ricerca e corretta valutazione del giacimento aurifero. 
Lo scoppio della II guerra mondiale impedì il completamento delle ricerche e la realizzazione di questi progetti.

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domenica 18 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Prima parte -

I Geologi: Ardito Desio, Alberto Parodi e Alfredo Pollini in Etiopia 

Al termine della guerra d’Etiopia, le necessità imposte dalla autarchia all’Italia determinarono lo sviluppo della ricerca di risorse minerarie ed in particolare, riprese la ricerca e coltivazione nelle zone già conosciute o indiziate per la presenza di oro e platino.
Numerosi tecnici italiani vennero assunti dalla “Società Anonima Per Imprese Etiopiche” S.A.P.I.E. a partire dalla fine del 1937, per partecipare alla campagna di prospezioni e ricerche minerarie nel Uollega e Beni Sciangul in A.O.I. (con disponibilità ad essere posti in comando alle società consociate PRASSO e S.M.I.T.). La S.A.P.I.E. infatti era azionista di maggioranza delle altre due società: la Società Mineraria Italo-Tedesca (S.M.I.T.) e la Societè Minière des Concession Prasso en Abyssinie (PRASSO); insieme a loro operava nei centri minerari di Jubdo (Uollega) e di Ondonok (Beni Sciangul). 
La S.A.P.I.E aveva sede principale a Roma in Via XX settembre n. 5 e due uffici di rappresentanza in Etiopia rispettivamente: nella capitale Addis Abeba in Viale Regina Elena (poi in Corso V.E. III Re Imperatore n. 185) e nella cittadina di Decamerè sita nel Sud dell’Eritrea. 
A Jubdo la Società possedeva, con la consociata Prasso, una miniera aurifera e platinifera sedimentaria a cielo aperto; un “placer”, dove migliaia di operai di colore, coordinati dai “negradass” o capi operai, smuovevano la terra poi dilavata in appositi canali (slujces) da dove si recuperavano i preziosi metalli. 
Il villaggio (foto 1 e 2) era stato realizzato attorno alla concessione che il piemontese Alberto Prasso aveva ottenuto nel 1905 da Menelik. A lui si deve la scoperta dei ricchi giacimenti auriferi e platiniferi del Birbir e la fondazione con capitali francesi della “Societè Minière des Concessions Prasso en Abyssinie”. Caduto in disgrazia del fascismo, ed inviato al confino, venne estromesso dalle sue miniere in Etiopia e morì poverissimo a Merano il 27 dicembre del 1949. 
Jubdo è distante 538 km dalla capitale Addis Abeba ed è sito ad una altitudine di 1750 m. s.l.m.


foto 1

foto 2
Si trattava di un villaggio sperduto nell'altipiano seppure dotato di spaccio, posta, telegrafo e di un ambulatorio medico. Era abitato da circa 50 italiani e diverse migliaia di indigeni.  
Le costruzioni della “Societè Minière des Concessions PRASSO en Abyssinie” stavano in una ampia area recintata assieme alle capanne regolarmente allineate degli operai indigeni. 
Il materiale platinifero si presentava frammisto a terreno argilloso proveniente dalla decomposizione di una roccia assai rara, la Dunite serpentinizzata localmente chiamata “birbirite” (dal fiume Bir Bir), che contiene il platino con un tenore d medio di 0,34 grammi per tonnellata. 
I concentrati minerali di Jubdo contengono circa il 78% di platino e minori percentuali di altri metalli pregiati: oro, iridio, palladio, osmiridio e altri. 
Una cronaca dell’epoca: “l’oro e il platino nell’Impero Italiano” ci riferisce: “I Giacimenti hanno una estensione di settanta chilometri ma la zona attualmente sfruttata non supera i dieci. Lo sfruttamento minerario fu iniziato nel 1924 dalla “Societè Minier Des Concessions Prasso en Abyssinie” – Gruppo Italo-Francese che ottenne dal Negus, con un contributo di mezzo milione di lire annue, di esplorare la zona di Jubdo. Nel 1917 la società divenne prevalentemente Italiana e sotto la guida di capaci tecnici ebbe incrementi rapidi e cospicui con la produzione del platino decuplicata da 20 a 200 kg l’anno. Nel 1935 gli italiani abbandonarono Jubdo per l’inizio del conflitto e gli indigeni non seppero estrarre che 26 kg di Platino nell’intero 1936 contro i 280 estratti sotto la guida italiana”.
Dal libro di Ciro Poggiali si apprende che: “…era usanza degli indigeni recare il metallo (qualche grammo o frazione di grammo) nel fondo di una penna di falco tagliata così da formare un tubetto” …
Con una bilancia da farmacisti si pesava la preziosa polvere che era sempre mischiata ad un po' di limatura di ferro che veniva allontanata con l’uso di una calamita. 
Il giorno della consegna era la domenica ed il guadagno dei minatori era in media di tre - quattro talleri per settimana. Il settore minerario era strategico per l’autarchia nazionale anche se, in realtà, le conoscenze preliminari delle potenzialità dell’A.O.I.  non davano adito a grandi speranze. 
Fin dal 1936 fu istituito un Servizio minerario coloniale per procedere a una rapida esplorazione dell’Etiopia. L’AGIP organizzò una missione scientifica alla ricerca di giacimenti di idrocarburi ma i risultati, nonostante le numerose segnalazioni e le infinite leggende, furono assai deludenti. Nel 1940 l’AGIP si limitava a effettuare delle prospezioni nelle isole Dahlak in Mar Rosso, riprendendo delle vecchie ricerche. 
I settori più promettenti sembravano essere quelli dell’oro e del platino ma si riteneva che lo sfruttamento di questi giacimenti avesse senso solo nell’ottica dell’autarchia perché i costi di estrazione e di gestione erano superiori ai valori di mercato del minerale. 
Lo stato promosse alcune società deputate all’opera di studio e sfruttamento delle risorse minerarie dell’AOI. All’Azienda Miniere Aurifere dell’Africa Orientale (AMAO), fu affidata la riorganizzazione dei giacimenti eritrei, fino ad allora sfruttati con tecniche arcaiche da alcuni privati. 
La valorizzazione delle regioni occidentali dell’Etiopia fu affidata alla S.A.P.I.E. - PRASSO e alla Società Mineraria Italo-Tedesca (S.M.I.T), frutto dell’accordo tra i due governi per esercitare un permesso di ricerca concesso dal Negus a una compagnia del Reich prima della guerra. 
Il compito di intraprendere la prospezione di tutte le aree inesplorate dell’Etiopia fu affidato alla Compagnia mineraria etiopica (COMINA), costituita nel 1937 dalla Montecatini e da altre grandi imprese italiane, siderurgiche e meccaniche. I risultati ottenuti risultarono modesti. 
Nel 1940 la produzione complessiva dell’A.O.I. era  pari a 465 chili d’oro, di cui 387 in Eritrea e 78 nell’ovest etiopico. Più soddisfacente era la produzione di platino, pari a 119 chili nel 1940 (era pari a 200 nel 1934), a fronte di un fabbisogno nazionale di 300. 
La S.A.P.I.E. era titolare di due concessioni di ricerca e coltivazione mineraria situate nell’Ovest Etiopico; la prima nel Uollega si estendeva su una superficie di 36.000 kmq (pari ad una volta e mezzo la Sardegna), lungo le rive del fiume Birbir, dalle sorgenti sino alla confluenza con il Fiume Baro e lungo il Didessa da Cerrà, fino allo sbocco nel Nilo Azzurro. 
La seconda, di minore estensione, si trovava nel Beni Sciangul e si estendeva su di una superficie di 4.000 kmq. I principali fiumi dell’Ovest Etiopico attraversano le due concessioni: il Nilo Azzurro in due tratti per 85 e 40 km circa; il Didessa per 290 e per 40 km; il Baro per 120 km; il Dilla nel Uollega per 60 km; il Tumat nel Beni Sciangul per oltre 60 km. (Carta n. 1).


carta 1
Il Baro, navigabile sino a Gambela da giugno ad ottobre, durante la stagione delle piogge, costituiva una via di accesso alle concessioni.

L’esplorazione geomineraria – Ardito DESIO

In questo periodo di importanti esplorazioni geominerarie del territorio etiopico, il Professor Geologo Ardito Desio (Palmanova, 18 aprile 1897 - Roma, 12 dicembre 2001), esploratore e famoso geologo italiano, dal novembre 1937 al marzo 1938 si reca in Etiopia, tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, per svolgere ricerche minerarie con lo scopo di cercare oro e platino (Foto 3).


foto 3
La situazione dell’Etiopia a quel tempo era piuttosto difficile; le vie che collegavano i villaggi erano spesso percorse da predoni che assaltavano gli stranieri ed era perciò necessario che le spedizioni geologiche procedessero con scorta armata. 
Nel 1937 e 1938, dunque, si aprì una parentesi nell’avventura libica di Desio, grazie alla S.A.P.I.E., società specializzata nel campo della ricerca mineraria, che gli propose un viaggio nell’ovest dell’Etiopia. 
La collaborazione come consulente in campo geologico, con la qualifica di “Capo dei servizi geologico-minerari “, divenne stabile per alcuni anni (il contratto da lui firmato il 29/10/1937 ne prevedeva tre) ma, per i numerosi impegni del Professore, era discontinua (soprattutto a causa della attività universitaria). 
La S.A.P.I.E. avrebbe certamente desiderato accaparrassi la collaborazione stabile di Ardito Desio e pertanto, d’accordo con l’interessato, tentò il passaggio dal Ministero della Educazione Nazionale a quello dell’Africa Italiana; l’operazione non fu possibile e la notizia venne comunicata a Desio con lettera del 08/12/1937, a firma di Antonio Marescalchi, Consigliere Direttore della società (Doc. n.1).


documento 1
Desio effettuò due missioni geologico - minerarie nell’Ovest Etiopico (Uollega e Beni Shangul) fra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, ove trovò giacimenti di oro, molibdenite e mica. La prima avvenne tra la fine del 1937 e il 1938; fu una spedizione avventurosa in cui ci furono anche delle vittime (due dei cinque Italiani) a causa di scontri a fuoco con gli “sciftà”, gli uomini della resistenza etiopica. 
La vita di Desio venne salvata da uno strumento di lavoro, il contenitore delle carte geografiche, che fermò la pallottola a lui destinata. In una lettera del 2 novembre del 1937, indirizzata al Commendator Marescalchi, egli si dice pronto a partire per l’Etiopia ed in attesa dei visti sul passaporto e dei permessi ministeriali. 
In essa accenna ai suoi due discepoli il Dott. Parodi ed il Sig. Pollini (al momento ancora laureando), che avrebbero portato in nave parte del suo bagaglio ed attrezzature. 
In questa prima fase Desio si occupa anche di formare una biblioteca scientifica con l’acquisto di libri geologici e minerari da far giungere al centro minerario di Jubdo “cosa assai desiderata dal personale di sede e dintorni” come scrive il 13 maggio del 1938 alla Direzione S.A.P.I.E. di Roma. 
Dai carteggi del periodo si evince che la S.A.P.I.E. appare un po' delusa dalla scarsa disponibilità del professore e lamenta le maggiori spese ed incertezze che si sarebbero determinate con la sua assenza dalle zone in esplorazione. La società ricorda di sovente al Professore di cercare nominativi di tecnici con esperienza per ruoli direttivi; Desio risponde dicendo di aver cercato invano ingegneri minerari e facendo i nomi di due periti minerari con esperienza: Rodolfo Costa di Agordo e Antonio Bressan di Gosaldo.
Desio, con molte titubanze e difficoltà certamente dovute anche ai fatti accaduti nella precedente missione (ben lamentate e sottolineate dalla corrispondenza con S.A.P.I.E.), torna in Etiopia l’anno successivo nel gennaio 1939, per continuare il rilievo geologico e fare indagini sui filoni di quarzo che possono contenere oro. Una lettera a lui indirizzata a Jubdo dall’Ufficio di Rappresentanza della S.A.P.I.E., il 25/02/1939, ci dice che il Professor Desio si trovava in quella data nella località mineraria e stava per ripartire in aereo alla volta di Addis Abeba il 27 mattina.
La missione in Etiopia si sarebbe dovuta concludere con una terza spedizione l’anno successivo ma lo scoppio della guerra pose fine alle ricerche, ed al rapporto di consulenza con Desio, come attesta una lettera a lui indirizzata il 27 giugno 1940 (Doc. n. 2), sempre a firma del Consigliere Direttore il Gr. Uff. Comm. Antonio Marescalchi.


documento 2

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martedì 13 marzo 2018

L’Africa di mio Padre. 10 anni di lavoro, guerra e prigionia fra Africa e India. 1936-1946

di Marco Pantaloni




L’Africa di mio Padre.
10 anni di lavoro, guerra e prigionia fra Africa e India.
1936-1946

Aurelio Fadda
TIEMME Officine Grafiche, Assemini (CA).


Dalla penna di Aurelio “Elio” Fadda, geologo minerario, è stato pubblicato nell’agosto 2017 il libro “L’Africa di mio Padre”, dedicato alla ricostruzione del lungo periodo trascorso dal padre Angelo Fadda in Africa e in India.
Il tema trattato può sembrare lontano dalle tematiche affrontate dalla nostra disciplina; tuttavia, la ricostruzione del decennio trascorso da Angelo Fadda in Africa, dapprima come militare, poi per motivi lavorativi, e ancora come militare durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta un intenso omaggio ai tecnici minerari e ai ricercatori che hanno prestato la loro opera nei deserti, sulle montagne e nelle miniere di tutto il mondo.
Il libro, corredato di numerose e preziose immagini fotografiche, è molto di più di una semplice raccolta iconografica; il corredo fotografico, oltre che di eccezionale interesse “geologico e geomorfologico”, ci mostra le condizioni di vita e di lavoro in quei territori selvaggi, in condizioni pericolose e disagiate. Grazie alla presenza di una inseparabile fotocamera Zeiss Ikon 6x6, Angelo Fadda documentò i luoghi e la fasi del suo lavoro di prospettore minerario, oltre che della sua vita quotidiana, sia da civile che da militare. L’invio periodico alla famiglia del materiale fotografico, e la conservazione di oltre 200 negativi, ha permesso ad Elio Fadda di ricostruire il lungo decennio trascorso dal padre in Africa, documentando la sua vita e quella di tante altre persone a lui vicine. Di alcune di esse, nel libro viene ricostruita la biografia; si tratta di colleghi di Angelo, geologi, ingegneri, tecnici minerari, militari: Alfredo Pollini, studente di Ardito Desio; il Maggiore Alfredo Natucci, topografo nelle Forze Armate; Alberto Parodi, anch’egli studente di Desio a Milano e molti altri. La ricerca mineraria in quella che veniva chiamata Africa Orientale Italiana è rappresentata dalla storia di molti giovani tecnici d’esplorazione che, dopo anni trascorsi nelle aree del Wallega per conto di Società di esplorazione, dovettero poi affrontare la Seconda Guerra Mondiale e, alcuni, la prigionia in Kenya o in India.
Di estremo interesse i capitoli che riguardano la storia dell’esplorazione geomineraria in Etiopia compiuta da Desio, l’esplorazione scientifica per conto del Ministero dell’Africa Italiana da parte di G. Bianchi, G. Dainelli, M. Gortani, G. Merla, C. Migliorini, E. Minucci e il capitolo relativo alla descrizione geologica dell’Etiopia, corredato da una rara carta geologica delle regione di “Tullu Kapi”, allegata alla tesi di laurea di Alfredo Pollini.
La redazione del libro si è basata, oltre che sulla documentazione di proprietà della famiglia Fadda, anche dalla consultazione di materiale d’archivio, pubblico e privato; questa eventualità indica la necessità di identificare, catalogare, archiviare e divulgare l’immenso patrimonio storico-culturale di natura tecnico-scientifica conservato presso gli archivi di imprese pubbliche e private, famiglie o archivi e biblioteche locali.
Questo libro, frutto di un grande lavoro di ricerca personale, mostra una profonda passione dell’Autore oltre che per la ricostruzione delle proprie radici, anche per quelle delle discipline minerarie e geologiche, alle quali ha dedicato gran parte della sua esperienza professionale.


giovedì 1 marzo 2018

Da schisto a scisto: storia di un termine “addolcito”


di Fabiana Console

Capita, affrontando la lettura della letteratura di fine ‘800, o ancor prima, di imbattersi in termini ormai desueti, in disuso o completamente abbandonati.
La lingua italiana e i vocaboli delle geoscienze non si sottraggono a questa regola; l’italiano è una lingua in continua evoluzione, in cui ci sono parole che scompaiono lasciando il posto a parole nuove.
Chi decide e quali sono gli eventi contingenti per cui ciò accade è spesso sconosciuto ai più.
Curioso e fortuito è imbattersi però in manoscritti che certificano un cambio di rotta di una intera comunità scientifica come quella dei geologi con una data ed una motivazione ben precisa.

Nell’organizzare il Secondo Congresso Internazionale di Geologia a Bologna nel 1881, Felice Giordano stabilì tre obiettivi prioritari per poter presentare la prima carta geologica d’Italia alla scala di 1:1.000.000: uniformare la scala cromatica dei colori, uniformare la serie dei terreni e, non ultima, uniformare le regole nomenclaturali (Vai, 2004).

Nell’Archivio del Servizio Geologico d’Italia, conservato presso la Biblioteca dell’ISPRA, un fascicolo contenuto nel Faldone del 1880 è dedicato proprio al Glossario da uniformare.


Tra i tantissimi termini da scegliere, eliminare o modificare per poter tradurre correttamente dalla terminologia straniera, si ragionò molto sulla parola Schisto, e derivati.
L’etimologia del termine deriva dal greco "σχιστός - schistós" (fisso, scisso; σχίζω come verbo scindere), in riferimento alla modalità di fratturazione degli scisti lungo i piani di foliazione.
Nei primi dizionari di storia naturale, il significato dato al termine è “Rocce divise in grandi fogliette parallele fra loro ed al piano degli strati principali”.
Arduino nel 1772 fu uno dei primi autori a definirne le caratteristiche chimico-fisiche nel suo “Saggio mineralogico di lithogonia e orognosia” e a sostenere l’idea dello schisto primitivo (Vaccari, 1996). Con questo termine Arduino intendeva, già nel 1761 (sensu Agricola, 5; Plinius 36,20), il significato di Lapis fictilis, tradotto infatti in lingua tedesca schifer (prima traduzione in tedesco del “De Re Metallica” nel 1557, anno successivo all’edizione in latino di Agricola)
Nel 1813 nel “Catalogo di una collezione di minerali disposta secondo il sistema del celebre Werner ed acquistata per uso de' licei del Regno d'Italia a Freyberg dalla Direzione Generale di Pubblica Istruzione”, alla quale in quel periodo stava “a cuore che possibilmente bene imbevuti de' primi rudimenti di mineralogia passino gli studiosi giovani alle Università del Regno”, fu tradotto dal tedesco l’elenco completo di “462 esemplari mineralogici destinati ai licei del napoleonico Regno d'Italia”. Tra questi si annoverano 15 campioni tradotti con il termine schisto (es. schisto marno-bituminoso, schisto tripoliano, schisto vischioso, schisto Alluminoso, schisto Risplendente, ecc.)
Solo per citare un padre della geologia in Italia, l’abate Antonio Stoppani, autore del “Il Bel Paese”, nel suo Corso annuale di geologia agli allievi ingegneri di Milano riporta la seguente definizione di schistosità come l’“effetto della compressione esercitata sugli strati normalmente o obliquamente al piano degli strati medesimi […] è l’effetto di una laminatura prodotta dall’effetto delle masse sovrapposte o dalle oscillazioni del globo” (Stoppani, 1870).
A onor del vero non si può non citare Leonardo Porta che, nel lontano 1857, nel suo volume “L'astronomia e la geologia per l'intelligenza di ogni ordine di persone“, utilizzava già i termini scisto e micascisto, completamente controcorrente rispetto ai suoi coevi colleghi.

La lettera di cui parliamo, anonima, fu indirizzata a Felice Giordano, e conteneva un “suggerimento”, successivamente accolto, sulla necessità di abbandonare il termine schisto a favore del termine scisto.



“In Italia alcuni dei geologi scrivono scisto, scistoso, altri schisto, schistoso, come anche per conseguenza alcuni scrivono micascisto, talcoscisto e altri micaschisto, talcoschisto.
Però si usano da tutti ad un suono dolce il verbo e derivati, cioè scindere, scisso, scissile, scindula, scissura.
Il suono duro schisto usato da alcuni è una derivazione dell’antico greco skizos, come dovea essere derivato il latino schistum. È però da notare che se i latini aveano conservato il suono duro pel sostantivo schistum, vocabolo che ben di rado dovea usarsi, avevano però addolciti il verbo e derivati, scindere, scissum, scissilis, scindula, scissura.
Ora perché mai l’idioma italiano che è dolce soprattutto dovrebbe, per amore eccessivo di antiquarismo, conservare quel durissimo suono antinaturale di schisto, con micaschisto, talcoschisto? Tutti i popoli moderni, compreso il greco, usano oggidì addolcito anche il sostantivo scisto. Li spagnuoli non hanno tale vocabolo che traducono con pizzarra (lavagna), ma i portoghesi hanno schisto dolce, i francesi schiste pur dolce; gli inglesi schist ed infine i tedeschi schieper dolce. E sì che nella lingua tedesca non mancano le durezze e le K, tuttavia schisto vi è addolcito. Non havvi ragione perché l’italiano non faccia progredire la sua pronuncia, come già fecero tutti li altri popoli e abbandoni dei suoni tartarici, come quelli di schisto, micaschisto, talcoschisto.
Fatto è che molti dotti stranieri nell’udire simile modo di pronunciare in Italia esprimono la loro meraviglia e disapprovazione”.

Dal 1881 una quasi maggioranza di scienziati non usò più il termine “tartarico” schisto ma scisto (ed i suoi derivati), ma come tutte le regole che si rispettino ci sono sempre le eccezioni (Desole, 1962).
Un eccezione poetica è invece quella del 1910 per mano di Gabriele D’Annunzio:
“tanto rilucevano gli schisto che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme”.


Riferimenti bibliografici:


  • Desole L. (1962) - Monte Linas nuovo anello di congiunzione nell'areale della Scilla obtusifolia Poir. Giornale botanico italiano, 69.
  • D’Annunzio G. (1910) - Forse che si forse che no. Presso i Fratelli Treves, Milano.
  •  Vaccari E. (1993) – Giovanni Arduino (1714-1795): il contributo di uno scienziato veneto al dibattito settecentesco sulle scienze della terra. Olschki ed.
  •  Vai G.B. (2004) - The Second International Geological Congress, Bologna, 1881. Episodes Vol. 27, no. 1.