venerdì 21 aprile 2017

21 aprile, Dies Romana

di Marco Pantaloni

Oggi si festeggia il Natale di Roma, una festività laica che si collega alla data presunta della fondazione della città avvenuta, appunto, il 21 aprile del 753 a.C.
In antichità questo giorno veniva detto Dies Romana o Romaia; a partire da questa data deriva la cronologia romana, definita con la locuzione latina Ab Urbe condita, cioè “dalla fondazione della Città”, che contava gli anni a partire dal 753 a.C.
Nel mondo, Roma è conosciuta come la città dei sette colli ma, nel tempo, l’esatta identificazione di questi rilievi non è mai stata la stessa.
L’elenco più antico riporta, ovviamente, il Palatino che è il luogo leggendario dove avvenne la fondazione della città, il Germalo, che è una prosecuzione dello stesso Colle Palatino verso il Tevere, la Collina Velia, orientata verso l'Esquilino, la Suburra, orientata in direzione del Quirinale e, per finire, il Fagutale, il Colle Oppio e il Cispio, tutti compresi nell'Esquilino.

In seguito, l'identificazione dei sette colli si modificò con l'espansione della città di Roma. Partendo infatti dalla originaria Roma quadrata, si arrivò alla Roma imperiale, che vide la sua massima espansione. La vastità del territorio urbano fece sì che tra i sette colli si annoverassero anche il Vaticano e il Gianicolo.

In un rara edizione de Il Dittamondo di Fazio degli Uberti (1301?-1367?), conservato presso la Biblioteque nationale de France, compare una rappresentazione della città di Roma con i suoi sette colli. Del Dittamondo esistono poche edizioni e quella posseduta dalla Bibliotéque nationale de France è una copia miniata e commentata da Andrea Morena da Lodi nel 1447.
Il Dittamondo è un poema enciclopedico di sei libri in terzine incatenate; racconta di un viaggio, compiuto dall’Autore attraverso l'Europa, l'Africa settentrionale e la Palestina sotto la guida del geografo Solino. Fazio degli Uberti riporta le leggende, le notizie storico-geografiche e descrive i panorami e le particolarità delle città visitate.

Visitando la città di Roma ne racconta la storia e ne descrive i caratteri; l’immagine a margine del testo nel volume commentato da Andrea Morena riporta i seguenti sette colli: Ianicolo, Tarpeio, Aventino, Palanteo, Quirinale, Celion, Viminale.


La rappresentazione della città di Roma con i suoi sette colli estratta
da Il Dittamondo di Fazio degli Uberti, conservato presso la
Biblioteque nationale de France, nell’edizione miniata e commentata
da Andrea Morena da Lodi nel 1447
(da gallica.bnf.fr/Bibliothèque nationale de France)

Per saperne di più:
Fazio degli Uberti - Il Dittamondo

domenica 16 aprile 2017

Montagna e letteratura. Francesco Petrarca, “L'ascesa al Mont Ventoux”

di Marco Pantaloni
Giusto di Gand, Francesco Petrarca,
XV secolo,
Galleria Nazionale delle Marche,
Urbino.


Francesco Petrarca (Arezzo, 1304 – Arquà, 1374) è universalmente riconosciuto come uno dei principali autori della letteratura italiana, soprattutto grazie al Canzoniere, considerato modello di eccellenza stilistica.
Nato ad Arezzo, dove la famiglia era stata esiliata da Firenze a causa di problemi politici del padre, fu costretto a trascorrere l’infanzia in diversi luoghi della Toscana (Arezzo, Incisa, Pisa). Nel 1312 Petrarca si trasferì a Carpentras, vicino Avignone. Restò a Carpentras fino all'autunno del 1316, quando Francesco, il fratello Gherardo e l'amico Guido Sette furono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier.

Del suo soggiorno a Carpentras, Francesco Petrarca ci lascia alcuni scritti, e in particolare una lettera conosciuta come “Ascesa al Monte Ventoso”.
La lettera, scritta in latino, è raccolta nelle Familiares, e narra l'ascesa del Mont Ventoux compiuta dal poeta e dal fratello Gherardo tra il 24 e il 26 aprile 1336. Il documento è indirizzato all'amico Dionigi di Borgo San Sepolcro, frate agostiniano che aveva regalato a Petrarca una copia delle Confessioni di Sant'Agostino, opera che influenzò molto il poeta.
Durante l’ascensione, si rivelò il diverso temperamento dei due fratelli: Francesco cercava di trovare scorciatoie, deviando dalla via principale, mentre Gherardo proseguiva diretto verso la cima. Una volta giunti in vetta, Francesco meditò sulla vita che aveva condotto nei dieci anni passati dopo aver lasciato Bologna, avvertendone la vanità ed esprimendo quindi la volontà di cambiare regime. Dopo queste considerazioni, aprì a caso le Confessioni agostiniane che gli aveva donato Dionigi di Borgo San Sepolcro, e lesse la frase:
"Et eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et occeani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos"
(E gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti e i vasti flutti del mare e gli ampi letti dei fiumi e l'immensità dell'oceano e il corso delle stelle, e trascurano se stessi).
Questa lettera testimonia l’immagine del poeta: un intellettuale che si muove tra le spinte delle passioni umane e delle aspirazioni sublimi, consapevole delle proprie debolezze ma anche in grado di elevarle trasformandole in opere letterarie.

Il Mont Ventoux è un massiccio montuoso della Provenza, alto 1.912 m s.l.m. I francesi lo chiamano il "Gigante della Provenza" o anche "Monte Calvo"; si trova a circa 20 km a NE di Carpentras, e appare isolato e lontano dalle altre cime della regione provenzale. La cima del Mont Ventoux, oggi, è raggiungibile in auto, ma nel 1300 salire in vetta non era assolutamente facile. Nella lettera a Dionigi, Petrarca racconta la fatica dell’ascensione e le riflessioni filosofiche e teologiche che il cammino gli suscita. Con questo testo l'andare in montagna diventa fatto letterario.

“L’ascesa al Monte Ventoso” - Francesco Petrarca
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall'infanzia e questo monte, che a bell'agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa».Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani.Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana.


Mont Ventoux
(Di BlueBreezeWiki - Opera propria, CC BY-SA 3.0,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36765218
Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. [...]C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non fosse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell'aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d’attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l’Athos e l’Olimpo nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto ed udito di essi. Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma rompendone, come dicono, le rocce con l’aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. [...]
Il Mont Ventoux visto dalle Gorges de la Nesque

Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi. […]Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa […]Tra questi ondeggianti sentimenti del mio cuore, senza accorgermi del sassoso sentiero, nel profondo della notte tornai alla capanna da cui m’ero mosso all’alba, e il chiarore della luna piena ci era di dolce conforto, nel cammino.
(Malaucena, 26 aprile 1336)



Più prosaicamente, oggi il Mont Ventoux costituisce una delle tappe più suggestive del Tour de France, che spesso propone l'ascensione di questa cima, celebre per le sue difficoltà tecniche dovute alla lunghezza di 15 km e alla pendenza della salita (media 7,7 % fino al 20% max).


Il memorabile il duello Lance – Pantani del 2000,
per la conquista della vetta.
I ciclisti salirono per la prima volta sul Ventoux nel 1951. Tra coloro che si sono fatti onore su questa salita ricordiamo Charly Gaul (1958), Raymond Poulidor (1965), Eddy Merckx (1970), Bernard Thévenet (1972), Eros Poli (1994), Marco Pantani (2000), Richard Virenque (2002) e Chris Froome (2013).
Nel 1967, il ciclista britannico Tommy Simpson morì sulla salita, a circa 2 km dalla vetta, per un arresto cardio-circolatorio causato dall'estrema fatica, da disidratazione e da sostanze dopanti assunte poco prima. Una piccola lapide a bordo strada lo ricorda.

Per saperne di più:
http://books.google.it/books?id=vM5LAAAAMAAJ&pg=PA481&dq=Lettere+di+Francesco+Petrarca+ascesa+al+Mont+Ventoux&hl=it&ei=B6tnTq-qN83vsga8qszXCg&sa=X&oi=book_result&ct=result&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false

lunedì 10 aprile 2017

Il terremoto, Roma e il suo poeta

di Marco Pantaloni

Il rapporto che esiste fra il terremoto e la città di Roma è ufficialmente riconosciuto; la storia ci racconta che nel corso dei secoli Roma ha risentito, e risentirà, dei terremoti appenninici.
La gran parte dei cittadini romani ricorda con ansia e timore la lunga sequenza di scosse avvenute tra l’agosto 2016 e il gennaio 2017, così come quelle dell’aprile 2009; i resoconti di quei risentimenti si trovano, anche online, sulla stampa quotidiana di quei mesi.
Un racconto speciale dei fenomeni avvenuti durante il 1800, invece, ci arriva da un cronista d’eccezione, il più importante dei poeti romaneschi: Giuseppe Gioachino Belli.


La statua di Giuseppe Gioachino Belli, a Roma,
nella piazza a lui dedicata, nel Rione Trastevere
(foto Di Livioandronico2013 - Opera propria, CC BY-SA 3.0,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33712053)

Giuseppe Gioachino Belli nacque a Roma nel 1791 e morì nel 1863. Durante la sua vita, compose 2279 sonetti, scritti in vernacolo romanesco, raccogliendo e dando voce al popolo di Roma, la plebe, durante il secolo XIX.
Dopo un infanzia complicata dalle vicende familiari, Belli iniziò nel 1805 a scrivere delle composizioni dedicate alla Natura e alla sua bellezza; continuò la sua produzione giovanile con scritti sul tema dei fenomeni naturali che, pur privi di alcuna importanza scientifica, misero in luce il suo acuto spirito di osservazione.
Durante la sua vita si verificarono, nelle aree prossime alla città di Roma, alcuni importanti terremoti. Le cronache dell’epoca riportano le reazioni dei cittadini romani a questi eventi, alcuni dei quali ben risentiti nel territorio cittadino.


Dal catalogo dei forti terremoti in Italia
(dal sito INGV, http://storing.ingv.it/cfti4med/)

  • 28 agosto 1799 - Marche (magnitudo 5.9)
  • 26 luglio 1805 - Molise
  • 26 agosto 1806 - Colli Albani
  • 1 giugno 1829 - Colli Albani
  • 13 gennaio 1832 – Valle del Topino
  • 5 gennaio 1838 - Valnerina
  • 10 giugno 1841 - Valle dell’Aventino

In particolare, il 13 gennaio 1832 si verificò un evento sismico di magnitudo 6.1 con epicentro tra Spello e Budino. Si trattò del main shock di una lunga sequenza sismica iniziata già dal mese di ottobre del 1831; l’evento fu rappresentato da due violenti scosse a distanza di un quarto d'ora l'una dall'altra che causarono tra 40 e 50 vittime e danni in un'area compresa tra Assisi, Bevagna, Montefalco, Trevi e le montagne a est di Foligno. Le località maggiormente colpite furono Budino, Castellaccio e Scafali. Le repliche continuarono fino al mese di marzo, causando nuovi danni in diverse località. In particolare, una scossa avvenuta il 13 marzo causò il crollo del tetto della basilica di S. Maria degli Angeli già precedentemente lesionata (scheda dal sito INGV: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/05892.html).

 
Il cantante cesenate Paolo Soglia scampato al terremoto che colpì Foligno, 1832.
(Ex voto Madonna del Monte, Cesena, Italia)
(fonte http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Ascalarchives.com%3A0089616)


Giuseppe Gioachino Belli, alle due pomeridiane di quel venerdì 13 gennaio 1832, a Roma, avvertì nettamente le scosse di quel forte terremoto.
Scrisse quindi quattro sonetti, dal titolo emblematico:

Er terramoto de venardí
Rimonno ha scritto da Fuligno ar nonno
c’un trave che ccascò dar primo piano,
mentre lui stava a ppranzo in ner siconno
l’acchiappò in testa e jje stroncò le mano.
E sseguita la lettra de Rimonno
che nun c’è bbarba-d’omo de cristiano
che ss’aricordi da che mmonno è mmonno
un antro terramoto meno piano.
E ddisce ch’è un miracolo chi ccampi,
perché la scossa venne a l’improviso
peggio de cuer che viengheno li lampi.
E mmó, pe nnun fà er fine de li sorci,
e nnun annà, ddio guardi, in paradiso,
stanno tutti in campagna com’e pporci.
(19 gennaio 1832 - De Pepp’er tosto)


Il tono descrittivo dell’evento, pur se alleggerito dallo scanzonato vernacolo romanesco, appare drammatico e oltremodo attuale; compaiono la rapidità del fenomeno, gli effetti distruttivi della scossa sulle case e sulle persone, la breve memoria storica dell’uomo rispetto ai fenomeni naturali e, per ultima, la necessità di salvaguardare la propria incolumità da eventi successivi.

Er medemo I
Io stavo in piede avanti der cammino
posanno la marmitta sur fornello,
quanto sento uno scrocchio ar tavolino,
e ddà ddu’ o ttre ttocchetti er campanello!
M’arivorto, e tte vedo er credenzino,
tu ttu ttu ttú, ttremajje lo sportello.
Arzo l’occhi ar zolaro, e ppare infino
fà de questo la gabbia de l’uscello.
Tratanto er gatto, fsc, zompa tant’arto,
er campanello ricomincia er zono,
e una luscerna me va ggiú de cuarto.
Io mo ddunque te dico, e nnun cojjono,
che sti tocchi sto trittico e sto sarto
vonno dí tterramoto bbell’e bbono.
(19 gennaio 1832)

In questo secondo sonetto descrive le sensazioni e le modalità con le quali, a Roma, lontani quindi decine di chilometri dall’epicentro, si percepisce lo scuotimento del terreno: il tavolo e la credenza che scricchiolano, il campanello che tintinna, il lume che si disequilibra.

Er medemo II
E io? pe sscegne in chiesa, propio allora
m’ero appuntata in testa la bbautta,
quanno che mme sentii cunnolà ttutta,
e ccome una smanietta de dà ffora.
Nun te so ddí ccome arimasi bbrutta:
so cche ccurzi a bbussà a la doratora:
«Sora Lionora mia, sora Lionora,
uprite oh dio che lla luscerna bbutta».
Tra ttutto sce poté ccurre er divario
d’un par de crèdi, c’uscì mmezza morta
da la stanzia der letto cor vicario.
E llí un zuttumpresidio; e a ffalla corta
su ddu’ piedi intonassimo er rosario
tutt’e ttre ssott’er vano de la porta.
(19 gennaio 1832)

Qui descrive il comportamento di un'altra persona, una donna, che dopo essersi appuntata sui capelli un velo (bautta) sente il pavimento dondolare. Nel chiedere aiuto ad una vicina – e qui, seppure in un momento di paura e ansia, appare la vena satirica di Belli – scopre una relazione tra “Lionora e il vicario”; tutti e tre insieme, però, si riparano, intonando il rosario, sotto il vano della porta, come consigliano oggi i sismologi…

Er medemo III
C’ha cche ffà er terramoto de Fuligno
co la commedia der teatro Pasce?!
C’entra come ch’er fischio e la bbammasce
come la fregna e ’r domminumzuddigno.
E cquì ha rraggione lui Mastro Grespigno,
cuer c’abbotta li fiaschi a la fornasce,
ch’er terramoto è un spirito maligno
che ttanto fa cquer che jje pare e ppiasce.
Nun ze pò ppregà Iddio matin’e ggiorno
e annassene la sera a la commedia?
Cuesto che gguasta ar terramoto, un corno?
Bella raggion der cazzo! propio bbella!
Perché ar Papa je trittica la ssedia
se mette la mordacchia a Ppurcinella!
(19 gennaio 1832)

E qui ancora, cercando radici nella credulità popolare, spiega le relazioni tra gli eventi naturali e il comportamento (a)morale dell’uomo, rappresentato dal teatro. Belli fa dei paragoni estremi confrontando il fischio e la bambagia, l’organo sessuale femminile e la frase “Dominus nun sum dignus”; ma dà poi credito a mastro Crispino, che afferma che il terremoto è uno spirito maligno che fa ciò che vuole, attribuendo un’origine soprannaturale al fenomeno. Affronta e scompone questa credenza popolare attraverso la sua dialettica e il suo anticlericalismo: qualora si trovasse una relazione tra il comportamento dell’uomo e i terremoti, ai vertici della Chiesa non converrebbe, pena il “trittico” (tremolio) della sedia - e non solo per motivi sismici -, mettere “la mordacchia a Ppurcinella”.

Er teremoto
Che ccos’è er teremoto de la terra
me l’ha spiegato tutto-quanto Toto.
Disce che ggiù ggiù ggiù c’è un buscio vôto
dove ce scola l’acqua e cce se serra.
E cche cquanno er zor diavolo fa vvoto
a ccas’e cchiese d’intimajje guerra,
va llí cor una fiaccola e cce sferra
sto Sartarello cquì der teremoto.
La fiaccola de pesce e dde caperchio
manna l’acqua in bullore e ll’arza in fume,
e er fume che vvo uscí smove er cuperchio.
Toto, che ssa ste cose perch’è ccoco,
disce, si ttira l’acqua e accenne er lume:
«Acqu’e ffoco er Zignore je dia loco».
(20 gennaio 1832) - De Pepp’er tosto

Questo ultimo sonetto sul tema del terremoto, scritto nel 1832, tenta di dare una spiegazione pseudo-scientifica sulla sua origine, estraendola dalle affermazioni di Toto, cuoco di professione e quindi esperto conoscitore di fuoco e vapore…
Lo “scienziato” Toto ritiene che nelle profondità della Terra ci sia una enorme cavità, piena d’acqua che il diavolo, quando dichiara guerra alla case e alle chiese, porta a bollire con una fiaccola di canapa e pece. Il vapore che si origina, tentando di uscire, smuove “er cuperchio”. Belli conclude con una affermazione di Toto, fervente cattolico e scienziato ante-litteram: il Signore dia pace all’acqua e al fuoco…

L’evento del gennaio 1832 evidentemente colpì profondamente Giuseppe Gioachino Belli, che nel 1834 scrisse un altro sonetto; in particolare, in quello scritto il 6 giugno, attacca con il suo consueto spirito anticlericale la raccolta dei fondi da destinarsi alla ricostruzione dei territori danneggiati dall’evento.

Le lemosine p’er terremoto
Terminata la quèstuva, e indivisi
Tutti quanti li fonni aridunati,
Sei mijjara de bbravi colonnati
Furno spidite ar Vescovo d’Assisi.
Figurateve lui! Visti e ccontati,
Je pàrzeno sei mila paradisi:
Eppuro, a ddílla in termini priscisi
Li danni nun zò ancora arimediati.
Ma annatesce a pparlà! “Ssori cojjoni”,
V’arisponne, “l’ho spesi mejjo assai
Ner fà una compaggnia de Scenturioni”.
Bbasta, o sii vero o ’na bbuscía ggiocosa,
Er terremoto come ll’antri guai
Pe li vescovi è bbono a cquarche ccosa.
(6 giugno 1834)


Nel mese di dicembre dello stesso anno scrive ancora, dedicando la sua opera alla reazione della plebe, come lui chiamava il popolo di Roma, ad un terremoto notturno.

Er terremoto de sta notte
Sí, tterremoto, sí: nnun te cojjono.
Drent’a la stanzia mia che ssemo in tanti
scià svejjati d’un zarto a ttutti quanti,
e ttu, gghiro fottuto, hai sto bber dono?
Ggnente de meno che cc’è pparzo un tono
che ccià ffatto chiamà ttutti li santi!
Antro che camminà ll’appiggionanti!
È stato un terremoto bbell’e bbono.
Tant’è vvero, che, cquanno è usscito Toto,
ne la bbottega de padron Grigorio
j’hanno detto: «Hai sentito er terremoto?».
Chi ddisceva ch’è stato annullatorio,
e cchi ddisceva d’attaccacce er voto
perché invesce è vvienuto succurzorio.
(6 dicembre 1834)

Qui Gioachino Belli entra ancora più nel merito scientifico, riportando le sensazioni ancora più specifiche del popolo, ormai in grado di distinguere le scosse “succurzorie” da quelle “annullatorie”.


Thomas Cole, Interior of the Colosseum, Rome, 1832

Giuseppe Gioachino Belli è morto a Roma nel 1863, e dispose che le sue opere fossero bruciate. Per fortuna, il figlio non rispettò le volontà del padre permettendo la diffusione dei suoi meravigliosi sonetti che rappresentano, in modo sintetico e caustico, la mentalità e la quotidianità del popolo romano attraverso l’uso di termini ricercatamente incolti.

Le polemiche seguirono Belli anche dopo la morte; nel suo epitaffio, scritto dal suo amico Francesco Spada e sormontato dal monogramma di Cristo, compare l’aggettivo “romanus”, troppo vicino alla Repubblica di qualche anno prima…

HIC SITUS EST- JOSEPHUS JOACHIM BELLI – ROMANUS - QUI RELIGIONE MORIBUS INGENIO - EXEMPLAR INTEGER ACER - CARMINIBUS OMNIGENIS - DELECTANDO PARITERQUE MONENDO - LATE ENITUIT - NATUS DIE VII SEPT. A MCCXCI - VITA DECESSIT XI DECEMB. MCCCLXIII
(In questo luogo è – Giuseppe Gioachino Belli – romano – che per fede costumi ingegno – esemplare, integro, acuto – brillò dovunque – con i suoi versi di ogni genere – divertendo e ammonendo contemporaneamente – nato il 7 settembre 1791, morto l’11 dicembre 1863)


La lapide della tomba di Giuseppe Gioachino Belli,
al Cimitero del Verano a Roma

Per saperne di più:




lunedì 3 aprile 2017

Targioni Tozzetti, acquazzoni e sigari toscani

di Marco Romano

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande che per mare e per terra batti l'ali,e per lo 'nferno tuo nome si spande

Con questa famosa invettiva che apre il Canto 26 dell’Inferno, il Sommo Poeta si scaglia contro la corrotta Firenze, profetizzando, nel rancore covato di figlio esule, la futura rovina e punizione della città toscana. Punizione che alla fine arriverà, seppur tardiva, nelle prime ore di venerdì 4 novembre del 1966. Due giorni di temporali violenti e nubifragi, l’Arno beve avido il pianto dirotto delle cataratte celesti e si gonfia a dismisura; gli argini innaturali, che da secoli cercano di tenere a bada l’imponente serpente acquoreo, non bastano più a contenere la furia delle acque. Alle 2.30 del 4 novembre le fognature iniziano a esplodere in sequenza, l’una dopo l’altra, come fuochi d’artificio; alle 7 il fiume straripa allagando per 5 metri la Tipografia della Nazione; alle 9 di mattina l’onda d’acqua e fango è già entrata ‘trionfale’ in Piazza Duomo. Molte le vittime, opere d’arte invalutabili danneggiate e sommerse dai detriti, tratte in salvo in casi fortunati dai famosi “angeli del fango”, espressione coniata dal giornalista Giovanni Grazzini: squadroni di giovani arrivati da moltissimi paesi che si rimboccarono le mani per salvare il salvabile; un'enorme manifestazione di solidarietà condivisa che raramente si era vista in altre occasioni.

Ma si sa, anche per il caso di Firenze l’acqua toglie e l’acqua dà...

Gli angeli del fango”. Alluvione di Firenze, novembre 1966
(da http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/alluvione-firenze-anniversario-1.2566576)

Torniamo questa volta all’anno del signore 1815. Il primo di aprile, proprio il giorno del famoso pesce eponimo, nasce Otto von Bismarck, poi soprannominato il “Cancelliere di Ferro”, spauracchio per i socialisti tedeschi. Diciotto giorni dopo il Monte Tambora esplode in una delle più catastrofiche e potenti eruzioni pliniane di cui si abbia traccia nella storia. Nei primi minuti perdono la vita oltre 11.000 persone, travolte da flussi piroclastici, onde di tsunami e ricaduta di ceneri incandescenti. Le conseguenze sul clima furono disastrose, portando al famoso “anno senza estate”: circa 160 miliardi di prodotti piroclastici furono sparati nella stratosfera, generando uno scudo schermante per la radiazione solare. Oltre 60.000 persone morirono nelle carestie che seguirono come effetti collaterali del rapido cambiamento climatico.

Esplosione del Monte Tambora nel 1815
(da http://www.meteoweb.eu/2012/04/lesplosione-del-vulcano-tambora-del-10-12-aprile-1815-e-lanno-senza-estate/128199/).

Il 18 giugno Napoleone conosce la sua famosa disfatta nella leggendaria battaglia di Waterloo contro l’esercito prussiano del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher e quello britannico del Duca di Wellington. Il cerchio si chiude finalmente, “due volte nella polvere due volte sull'altar”. E nella sonora sconfitta sembra metterci lo zampino lo stesso monte Tambora e i suoi gorgheggi vulcanici iniziati a metà aprile. Infatti, nonostante l’artiglieria di Napoleone fosse pronta a fare fuoco sin dalle prime ore del mattino, il cannoneggiamento non poté iniziare prima delle nove, a causa della densa foschia, tenebre e relativa scarsa visibilità legata alla grande eruzione pliniana.

La battaglia di Waterloo. Olio su tela, di William Sadler II
Nella penisola imperversa la guerra austro-napoletana: il 30 marzo con il “Proclama di Rimini” il popolo italiano è esortato da Gioacchino Murat all’unità nazionale; ha inizio il lungo cammino verso il Risorgimento. Le scaramucce hanno fine temporaneamente il 20 maggio con la firma presso Capua del trattato di Casalanza e il Regno di Napoli, in barba a Murat (sarà fucilato il 16 ottobre presso Pizzo Calabro, dove era sbarcato per cercare di recuperare Napoli), è restituito ai Borbone. Tre giorni dopo le truppe austriche entrano trionfalmente a Napoli: Ferdinando IV è rimesso comodamente a sedere sul trono di Napoli e Sicilia.

La fucilazione di Gioacchino Murat
(da https://www.pontelandolfonews.com/storia/la-tomba-di-gioacchino-murat-a-pizzo-calabro/la-chiesa-e-re-gioacchino-murat/).

Ma torniamo al discorso principale. Come dicevamo, a Firenze l’acqua toglie e l’acqua dà…

Pomeriggio afoso di metà agosto 1815, cortile della manifattura di tabacchi nell’ex-convento di Santa Caterina in via delle Ruote a Firenze. Approfittando del gran caldo e sole battente, numerosi barili di tabacco Kentucky vengono sparsi nel cortile per sciugarsi e ottenere la classica consistenza desiderata. Improvviso sopraggiunge su Firenze un classico temporale di fine estate, un violento fortunale tra lampi, tuoni e acqua scrosciante. Gli operai non fanno in tempo a coprire le preziose foglie e il tabacco si inzuppa irrimediabilmente di acqua. Viene posto quindi nuovamente al sole, per cercate di asciugarlo a dovere, e salvare, in qualche modo, la partita ‘sfortunata’. Tuttavia il tabacco non asciuga solamente, ma esposto al sole fermenta, acquisendo anche un odore a primo impatto alquanto sgradevole (in buona parte dovuto all’ammoniaca prodotta nella fermentazione).

Foglie di tabacco pronte per la lavorazione dei toscani
(da http://www.fincatolacasadelhabano.com/prodotti/sigari/toscani/info/1.html).
Sigaraie all’opera nella Manifattura dei toscani a metà anni cinquanta del secolo scorso
(da http://www.fincatolacasadelhabano.com/prodotti/sigari/toscani/info/10.html)

Il direttore delle Manifatture Tabacchi (che nel frattempo se ne stava beato in vacanza a Forte dei Marmi), temendo il possibile disappunto del Granduca Ferdinando III, invia l’ordine di salvare il salvabile: il tabacco sarà utilizzato ugualmente per sigari scadenti, venduti a basso prezzo tra la popolazione meno abbiente nei quartieri popolari d’Oltrarno. In questo modo la partita non sarebbe andata totalmente persa, e qualche soldo dell’investimento iniziale poteva tornare nelle casse delle Manifatture. Tuttavia il direttore in questione non aveva tenuto conto di un fattore centrale. Quella doppia fermentazione del tutto casuale, dopo l’acquazzone dell’agosto 1815, aveva dato origine a uno dei prodotti del tabacco più famosi in Italia e nel mondo: il Toscano. I sigari “scadenti’ difatti riscossero immediatamente un successo di pubblico clamoroso, e già a partire da metà ottocento troviamo una manifattura simile anche a Napoli, dove veniva prodotto il famoso “Napoletano” o “Fermentato Forte”. Il nuovo Toscano appena nato, lo “stortignaccolo” bitorzoluto e ruvido, fece la fortuna dell’industria del tabacco fiorentino, e il resto è storia. Fumato ammezzato da Garibaldi l’eroe dei due mondi (abitudine che aveva preso in Sud America; prima si fumava alla “maremmana”, ovvero tutto intero), compagno inseparabile del compositore Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi, Pietro Mascagni, Arturo Toscanini, Amedeo Modigliani, Carlo Bo, Mario Soldati e Gianni Brera, il toscano e toscanello diventa un simbolo inimitabile e invidiato della penisola, come molti altri prodotti originali nostrani.

L’Eroe dei due Mondi e il sigaro toscano ammezzato
(da http://stream24.ilsole24ore.com/foto/viaggi/ilsigarotoscanounitaoggi250scatti/AaxGEZhD?refresh_ce=1)

A Bologna, nel 1885, nasce un nuovo giornale che, come trovata commerciale, viene distribuito nelle tabaccherie e venduto a soli 2 centesimi agli acquirenti dei Toscano. Il carlino è una moneta da 10 centesimi, il Toscano ne costava 8: ecco come nasce il “Resto del Carlino”…

Ma quando e come arriva il tabacco in Toscana?
La risposta la troviamo in un naturalista toscano di primo piano; un vero e proprio precursore in diverse discipline, specialmente nelle nascenti Scienze della Terra: Giovanni Targioni Tozzetti. Targioni Tozzetti (1712-1783) può essere considerato una figura d’intellettuale completa, con testi e lavori che spaziano dalla medicina alla botanica, scienze naturali e scienze geologiche sensu lato. Studente sotto l’ala protettrice di Pier Antonio Micheli (dopo la laurea in medicina a Pisa nel 1734), Tozzetti riesce a dedicarsi pienamente alla botanica, passione ereditata dal padre Benedetto. La grande conoscenza delle essenze vegetali, le descrizioni di alberi, fiori, arbusti o erbe, sarà un filo conduttore che accompagnerà tutta la stesura dei Viaggi in Toscana, così come altre opere dell’autore. Sul piano pratico, le ricerche botaniche di Tozzetti portarono a grandi scoperte e risultati negli studi sui parassiti. Studi fondamentali che garantirono un posto di primo piano a Targioni Tozzetti, come erede naturale di Antonio Micheli nella cattedra a Firenze, e successivamente come direttore del rinomato Giardino Botanico della città.
L’opera maggiore di Targioni Tozzetti fu pubblicata in una prima edizione (1751-1754) di sei volumi e una seconda edizione rivista e ampliata di ben dodici volumi tra il 1768 e il 1769. Nei tomi è possibile trovare le notizie più varie e disparate sul territorio toscano, dalla toponomastica dei luoghi alla geografia, dalla storia civile a quella ecclesiastica. Nei lunghi tomi ci sono continui riferimenti agli assetti geomorfologici e idrografici dei luoghi, la fauna caratteristica; nella collezione di testi sono discussi l’assetto idrografico e geomorfologico del territorio, i fossili, i minerali, le sorgenti, le essenze vegetali, l’ubicazione produzione e possibilità di coltivazione futura di tutte le miniere. Nei grandi tomi i vari argomenti non sono semplicemente derivati o presi in prestito da autori precedenti, ma sono spesso frutto di analisi diretta sul territorio. Tozzetti in varie circostanze e su vari argomenti riesce realmente a stupire il lettore per la modernità delle sue teorie ed ipotesi, specialmente per quanto riguarda lo studio dei depositi sedimentari, con grandi intuizioni nel campo delle Scienze della Terra.
Nel Tomo Quarto della prima edizione, Tozzetti ci delizia con una lunga digressione sulla pianta del tabacco, suo utilizzo e diffusione nel continente europeo e nel mondo. Lungi da essere lo spauracchio cancerogeno come leggiamo (e vediamo) recentemente su confezioni di sigari e sigarette, a metà del settecento il tabacco è esaltato per le sue proprietà e “numero grandissimo di virtù, appena credibili e quasi miracolose, a prò del Genere Umano”. Queste ‘grandi’ proprietà, riporta Tozzetti, spinsero ovviamente i conquistatori europei a importare la “razza del Tabacco” in Europa, “lusingatisi verisimilmente, che anche in essa potesse conservare intiere quelle facoltà, che nel proprio suo paese tanto si decantavano”.
Il primo a importare i preziosi semi dal Messico alla Spagna fu l’esploratore Francisco Hernández de Córdoba, mentre in Inghilterra, continua Tozzetti, vennero importati dalla Virginia dal leggendario capitano Francis Drake, prima corsaro poi insignito al titolo di cavaliere da Elisabetta I. In Francia personaggio centrale a riguardo è Jean Nicot, Signore di Villemain (1530-1600), accademico e diplomatico francese. Riporta Tozzetti come Nicot, consigliere ed ambasciatore del Re di Francia in Portogallo tra il 1559-1561, fece coltivare i semi del tabacco presso il suo giardino, conducendo anche prove empiriche “per ritrovare ed autenticare le di lei virtù medicinali”. Ottenuta la forma migliore, Nicot inviò i semi alla Regina Madre, Caterina de Medici, dando luogo a una prima diffusione del tabacco in Francia. Fu così che in Francia il tabacco prese direttamente il nome diretto da Nicot, come “Erba Nicotiana” da cui poi a seguire il vocabolo ‘nicotina’. Era inoltre conosciuta, riporta Tozzetti, come “Erba dell’Ambasciatore”, “Erba della Regina Madre” e in fine “Erba del Priore”; in quei tempi infatti il Gran Priore di Francia risiedeva a Lisbona presso l’Ambasciatore Nicot, e una volta ottenuti i semi di tabacco lo fece piantare e crescere rigogliosamente nel suo giardino di Parigi “dispensandolo per medicamento”.
Nell’ambito dei classici bracci di ferro patriottici eno-gastronomici tra italioti e franzosi, in questo caso la Francia la fa da maestrina. In Italia difatti il tabacco arriva in seconda battuta, per opera del Monsignor Niccolò Tornabuoni che, riporta Tozzetti, era Ambasciatore del Serenissimo Granduca Cosimo I alla corte di Francia. Niccolò inviò i semi a suo nipote Alfonso Tornabuoni, Vescovo di Borgo S. Sepolcro. Fu così, scrive Tozzetti, che “donde moltiplicatesi presso di noi la pianta, si chiamò Erba Tornabuona”. Diversamente a Roma il tabacco arrivò grazie ai semi inviati Cardinal Santacroce, Nunzio Apostolico alla Corte di Spagna. Per questo motivo riporta Tozzetti il tabacco romano inizialmente prese il nome di “Erba S. Croce” (come trovato anche negli scritti del famoso Andrea Cesalpino).
I vari nomi particolari e nazionali dati alla pianta tuttavia durarono poco, e alla fine prese il sopravvento, scrive Tozzetti, il nome Tabacco all’uso spagnolo, “verisimilmente perché allora era la Corte di Spagna quella che dava il tuono alle Mode”. Tozzetti riporta come stranamente già al suo tempo non restava traccia alcuna del ‘miracoloso’ uso medicinale del tabacco. Diversamente, scrive il naturalista, “l’orribile consumo di Tabacco che se ne fa ai nostri tempi nell’Europa, si ristringa quasi unicamente al voluttuoso, se piuttosto non si deve dire vizioso. Tali sono principalmente quelli insegnati dagli Americani, di Masticare, e di fumare il Tabacco, introdotti prima per medicamento, e per consiglio de’ Medici, di poi passati in consuetudine”. Il terzo uso del tabacco, nato essenzialmente in Europa, consisteva nell’assumerlo in polvere attraverso il naso, essenzialmente un rimedio per starnutire e liberare le vie respiratorie.
Sulla base di evidenze di coltivazioni in Svezia (di cui parla anche il celebre Linneo), Tozzetti riferisce come in realtà non sia così difficile avviare anche in Toscana una possibile coltivazione di tabacco. Ad esempio individua come papabili alla bisogna le vaste aree della Maremma dove “i Pecorari non stanno fissi tutto l’anno, ma verisibilmente i luoghi dove le Pecore abbiano stalleggiato tutto l’inverno, dovrebbero essere al caso per farvi le piantazioni di Tabacco nella Primavera successiva…”. Al tempo di Tozzetti infatti tutto il tabacco consumato in Toscana era forestiero e non veniva ancora prodotto nella regione. Scrive il grande naturalista come gran parte delle foglie di tabacco in Toscana, “ci viene di fuor di Stato, ma è certo che nel circondario della medesima Toscana riesce perfettissima, e potente quanto in altri paesi, e con un poco di attenzione maggiore che vi si usasse, potrebbe uguagliare nel colore, e nell’odore, qualunque altra”.
Cosa dire, anche in questo campo Tozzetti è stato più che lungimirante e, a partire dal diciannovesimo secolo, la produzione di tabacco sarà un elemento importante e centrale per le casse e l’economia del Granducato di Toscana. E con l’invenzione fortuita del toscano, non solo il risultato “è potente quanto in altri paesi”, ma possiamo dire che come gusto, sapore deciso e intensità unica, lo ha sicuramente superato. Inoltre, ironia della sorte, non fu “un poco d’attenzione” come auspicava Tozzetti, ma proprio una fortuita disattenzione a portare alla nascita del sigaro Toscano.

Targioni Tozzetti a parte, il rapporto tabacco e geologo è lungo e duraturo, compagno fedele di riflessione e introspezione tra forre, calanchi, ghiacciai e cenge a precipizio. A partire dall’iconica pipa in spuma del tedesco Alfred Wegener, che fuma con lo sguardo intelligente e il pensiero rapito nella sua visionaria deriva dei continenti, per cui non riceverà alcun plauso o riconoscimento in vita. Fino alla più recente pipa e inconfondibile aroma del tabacco ‘Clan’ di Carlo Felice Boni, padre dell’idrogeologia quantitativa in Italia, con lavori epocali cha hanno fatto scuola, come la monumentale monografia sull’Alto Liri (partita per volere dell’allora Direttore Bruno Accordi e pubblicata nel 1969). Pipa da cui non si separava mai, anche durante i temibili esami quando noi, ‘poveri’ studenti, cercavamo di applicare le astruse formule di Darcy (a cui Boni ovviamente non credeva), tra uno sbuffo e un altro di tabacco. Calcoli rigorosamente a mano, con foglio e matita, perché, come ripeteva sempre Boni, “quando vi troverete in Africa per cercare l’acqua, per far di conto avrete solo la sabbia e un bastoncino, non di certo una calcolatrice…”.

Carlo Felice Boni durante le ricerche idrogeologiche nell’alto bacino del Fiume Liri (1967-1969). In secondo piano a sinistra Maurizio Parotto, e a destra Renato Funiciello con il binocolo
(da Parotto, M. 2009. In ricordo di un amico, p. 13, fig. 5).

E parlando di sigari toscani non si può non volare con pensiero affettuoso al Segretario Storico della Società Geologica Italiana, rimasto in carica per oltre mezzo secolo: il gentiluomo Achille Zuccari. Uomo d’altri tempi, di un eleganza innata che non si può improvvisare, col cravattino nero d’anarchico e l’inseparabile toscano.
Ebbi la fortuna di incrociarlo almeno una volta quando venne a fare visita al ‘compagno Nicosia’ (sempre per restare in tema di fumo smodato e sigarette) nella sua stanza nel Dipartimento di Scienze della Terra di Roma, dove il sottoscritto campeggiava da tempo. Ricordo che fu subito attratto fatalmente dalla scatola verde di Toscano Garibaldi sulla mia scrivania, il mio preferito (ovviamente perché tra i più economici).
Prendendo la scatola in mano disse accigliato:
<<Giovanotto, fuma il sigaro Toscano?>>
<<diciamo che ci provo>> farfugliai timoroso, la fama lo precedeva
<<Bene bene>> rispose soddisfatto <<ma vede, mi spiace dirglielo, purtroppo non hanno più il sapore di una volta…>>.

L’elegante Achille Zuccari (centro) con la Prof.ssa Maria Bianca Cita ed il Prof. Bruno D'Argenio al Congresso della Società Geologica a Sorrento nel 1988 (cortesia di Alessandro Zuccari)

Achille Zuccari con il prof. Alfonso Bosellini

Mi congedo, adesso è proprio l’ora di godermi un toscano in santa pace. Magari spezzato nella pipa, alla vecchia maniera, tedoforo moderno alla perpetua memoria di Achille e Carlo…


Riferimenti bibliografici

Parotto, M. 2009. In ricordo di un amico. Italian Journal of Engineering Geology and Environment, 1 (2009), 7-20.
Praturlon, A. 2012. I nostri Anni ’60. Rend. Online Soc. Geol. It., 23, 9-14.
Targioni Tozzetti, G. 1770. Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, per osservare le produzioni naturali, e gli antichi monumento di essa. Volume IV, Edizione Seconda. Gaetano Cambiagi, Stamperia Granducale, Firenze.
  
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lunedì 13 febbraio 2017

Dal Grande Torino al Calcio Padova

di Giorgio Vittorio Dal Piaz


GEOITALIANI ospita con grande piacere un inconsueto contributo del professor Giorgio Vittorio Dal Piaz che, fra le molte cose, è anche un membro della primissima ora della Sezione di Storia delle Geoscienze. Su richiesta, reiterata in più occasioni durante gli incontri conviviali che sono momenti fondanti della nostra congregazione, ecco le sue reminiscenze sportive d’infanzia. Ancora una volta è il ricordo del Grande Torino, stavolta in un epico incontro con il Calcio Padova avvenuto pochi mesi prima del disastro di Superga, a dare lo spunto per una contaminazione tra calcio e storia della geologia, che i nostri lettori troveranno tra le pieghe del racconto. Nel nome della comune passione per gli oggetti quasi sferici, come il Pianeta Terra e i palloni di cuoio bruno dei tempi che furono. (A.A.)

Valerio Bacigalupo esce in presa alta
(http://100anni.padovacalcio.it/index.php)

I primi contatti col football - come si diceva allora - li ho avuti a dodici anni, poco dopo la fine della guerra, quando nell’anno scolastico 1947-48 frequentavo la terza media alla Scuola Tre Cancelli di Pavia, assieme ad Antonio Brambati e Guido Devoto (futuri geologi). Ero ospite dei miei nonni materni, Vittorio Gallo e Marina Gallo Brusotti, abitanti in via Bordoni 4. Con l’amico Eugenio Astolfi giocavamo a “tombolini” sul tavolo di casa, gioco del calcio con pedine della tombola, quelle di una volta in legno, su cui incollavamo un cartoncino con il numero e i colori della maglia delle squadre del cuore (Eugenio avrebbe dovuto brevettarlo). Il mio amico teneva per il Genoa F.C., io per il Torino, forse solo perché ero torinese di nascita e non sapevo ancora che a Torino esisteva anche la Juventus: l’avrei saputo da mio padre anni dopo, già divenuta l’odiata geba (befana, vecchia signora). 
A casa di Eugenio ho sentito anche la prima radiocronaca della mia vita: Italia-Inghilterra 0-4, stadio comunale di Torino, 16 maggio 1948, formazione dell’Italia: Bacigalupo, Ballarin, Eliani, Annovazzi, Parola, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Carapellese. Ricordo ancora la cronaca di Carosio: sembrava un crescendo rossiniano, l’Italia attaccava, arrembava, dominava i maestri del calcio (o la perfida albione, secondo i punti di vista), poi l’improvviso silenzio e una voce gelida … è il quarto minuto, ha segnato Mortensen dall’angolo (cross mancato calciando per sbaglio con l’esterno del destro). Seguirono il goal di Lawton (23’) e la doppietta di Finney nel secondo tempo. Fu questo il mio battesimo.

La Gazzetta Sportiva del 17 Maggio 1948

Tornato a Padova, continuai a giocare a “tombolini” con l’amico e compagno di scuola Pino Bottacin (futuro nazionale di rugby) e, dopo la tragedia di Superga, cominciai a seguire il Calcio Padova - il Padova come si diceva comunemente - stimolato e istruito dai miei cugini Mitzi e Camillo Bianchi che già andavano alla partita, loro in gradinata, il padre Angelo (professore di Mineralogia) in tribuna laterale. Purtroppo non mi portarono allo stadio Appiani per l’epico scontro con il Grande Torino (1949), terminato 4-4, e dovetti consolarmi con i loro entusiastici racconti.


Angelo Bianchi (Casalpusterlengo, 1892 - Padova 1970)
al tunnel del Monte Bianco in costruzione
A Torino, nel girone d’andata, il Padova aveva perso 3-1: era andato in vantaggio col centravanti inglese Charles Adcock, venuto in Italia con le truppe alleate, e nel secondo tempo aveva resistito sino a un quarto d’ora dalla fine quando il risultato cambiò con due reti di Ossola e una di Mazzola.
La partita di ritorno si svolse il 20 febbraio 1949. Il Torino, allenato dall’inglese Leslie Lievesley, era quasi al completo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Martelli, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola (mancava solo Grezar), mentre il Padova, allenato da Serantoni e con Tansini in panchina, comprendeva Luisetto, Sforzin, Arrighini, Rolle, Quadri, Zanon, Vitali, Celio, Checchetti, Matè, Fiore (Rolle e Zanon erano studenti di Ingegneria ed è veridica leggenda che avessero superato l’esame di mineralogia e litologia con il prof. Bianchi parlando principalmente di calcio). Il Padova passò in vantaggio dopo una ventina di minuti, con doppietta del centravanti Aldo Checchetti. Il Toro reagì, raggiunse il pareggio con reti di Ossola (36’) e Castigliano (39’), ma poco prima della fine del primo tempo il Padova passò ancora, con goal di Giancarlo Vitali. Il tifo era alle stelle. Iniziato il secondo tempo il Padova segnò il quarto goal con Fiore, la piccola ala, famosa per le sue corse - con e senza palla - lungo la fascia laterale destra. Sul 4-2 il Padova eresse le barricate - eguagliate in seguito solo dal verrou di Rocco - ma al 71’ e all’87’, Menti riportò il Torino sul quattro pari e la partita si concluse con questo risultato.


I giocatori del Torino il 20 Febbraio del 1949 a Padova rendono omaggio alla memoria
di Walter Petron; da sinistra: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin e Valentino Mazzola
(http://100anni.padovacalcio.it/index.php)
L’anno dopo cominciai a seguire alcune partite casalinghe del Padova. Ricordo in particolare la sonante vittoria 5-2 sul Milan del famoso tridente Gre-No-Li, avvenuta il 9 dicembre 1951. Queste le formazioni: Padova: Romano, Matè, Fuchs (svizzero), Beraldo, Sessa, Zanon, Novello, Sperotto, Martegani (argentino), Camporese, Prunecchi, allenatore Frank Soo, inglese di origini cinesi. Milan: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Tognon, Grosso, Burini, Gren, Nordahl, Liedholm, Renosto, allenatore Lajos Czeizler. Segnarono Beraldo (31’) nel primo tempo e, nel secondo, Nordahl (10’), Martegani (20’), Prunecchi (28’), Renosto (rigore 32’), Martegani (45’).


La formazione tipo del Padova 1951-52
https://www.youtube.com/watch?v=yuKXi5kn20Q
La passione salì con l’avvento di Nereo Rocco e del suo catenaccio, raggiungendo il calor bianco durante il campionato 1957-58 in cui il mitico Paròn portò il Padova dei panzer e di Kurt Hamrin al terzo posto (meritava il secondo, ma anche allora la provincia pagava la sudditanza psicologica goduta dalle grandi). 
Ma questa è un’altra storia come quella del Milan di Rocco, seguito dai molti suoi fans padovani di allora.