sabato 13 agosto 2016

P’trodd, ovvero Tempa Petrolla

di Marco Pantaloni

Nelle campagne fra Montalbano Jonico e Pisticci, nel settore NO dell’area della Riserva Regionale dei Calanchi di Montalbano Jonico, proprio al confine tra i territori comunali di Craco, Pisticci e Montalbano Jonico, affiora uno spettacolare piastrone calcareo pressoché verticale immerso nel vasto mondo argilloso di questo settore di Basilicata.

Tempa Petrolla vista dalla valle del Cavone

Si tratta di un enorme olistolite costituito da calcari grigi a Orbitoides e rudiste di età cretacica , a giacitura verticale, inglobato nel complesso argilloso delle argille variegate cretaciche-miocenico inferiore dell’Unità tettonica sicilide di Rocca Imperiale, rappresentate da argille rosse, verdi e grigio-piombo, caotiche, con strati di diaspri varicolori e calcari selciferi. L’area ricade nel Foglio 507 Pisticci della Carta geologica d’Italia in scala 1:50.000 del Servizio Geologico d’Italia, ISPRA (visualizzabile a questo link: http://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/507_PISTICCI/Foglio.html).

Stralcio del foglio geologico 507 Pisticci della Carta geologica d’Italia in scala 1:50.000 e della relativa legenda (Servizio geologico d’Italia, ISPRA)



Nel versante della Petrolla affiorano numerosi olistoliti, anche se di dimensioni più modeste e con diversi assetti giaciturali, rappresentati da unità di diversa natura litologica.

Un altro olistolite calcareo affiorante nell'area
I depliants turistici locali enfatizzano il geosito della Petrolla come “un misterioso meteorite piombato in questo mare d’argilla”.
Grazie alla posizione sopraelevata a dominio delle vie di passaggio, Tempa Petrolla è stato abitato fin dal Neolitico, ospitando poi nel Medioevo un villaggio fortificato. Dalla sommità del rilievo roccioso, sul quale è stato edificato un piccolo castello, sono visibili a 360° il Torrione di Craco, il Castello di Pisticci, il Castello di San Basilio e le fortificazioni di Montalbano Jonico. Tempa Petrolla fa parte del sistema geodetico nazionale.
Nel dialetto locale la Petrolla è, ovviamente, la pietra; un luogo che nel vissuto popolare evoca, come spesso in Basilicata, il brigantaggio.
Tempa Petrolla è sullo spartiacque di due valli, quella del fiume Cavone e quella del fiume Agri: un punto strategico, ripreso dalla cartografia a far parte della sistema geodetico italiano grazie alla sua estrema visibilità.

Ma oltre alla Petrolla, è l’intera area calanchiva di Montalbano Jonico a offrire, per gli aspetti geologici e paleontologici, paesaggistici, ambientali, archeologici e culturali, un estremo interesse. Le incisioni calanchive, brulle ma nello stesso tempo contornate da boschetti di macchia mediterranea, pini e cipressi, disegnano allo sguardo paesaggi di grande suggestione.
Come detto, le particolarità geologiche e la valenza scientifica dei Calanchi di Montalbano hanno fatto sì che la Regione Basilicata ha istituito con L.R. n.3 del 2011 la “Riserva regionale dei Calanchi di Montalbano Jonico”, con l’intenzione di tutelare quest’importante area naturale, assolutamente unica.

Il centro storico di Montalbano costituisce il punto di partenza per passeggiate nella riserva, percorrendo i cosiddetti "Appiett’", sentieri che si innescano sulle vecchie vie della transumanza e che spaziano lungo la Val d’Agri, dal Mar Jonio fino alle montagne del Pollino.
Da ricordare che nell’area di Montalbano Jonico è stata proposta la sezione tipo per il limite stratigrafico Pliocene-Pleistocene.

Per saperne di più:
http://legambientemontalbano.jimdo.com/la-riserva-dei-calanchi/

venerdì 15 luglio 2016

Passeggiate sui basalti colonnari

di Giovanna Baiguera

Pietre lanciate, canne d'organo, passeggiate dei giganti. Che relazione esiste tra questi termini? E quale con le scienze naturali? La risposta è in un unico soggetto geologico, conosciuto tecnicamente come basalto colonnare, la cui singolarità evidentemente non lascia indifferenti, oggi come in passato.
Il santuario europeo di queste maestose costruzioni è considerato, a buon titolo, la celebre Giant's Causeway in Irlanda del Nord (http://www.giantscausewayofficialguide.com/), ma non mancano gli esempi italiani, di tutto rispetto.


Fig. 1 – Gole di Alcantara, Sicilia (foto M. Magnoni)

Le caratteristiche così originali e riconoscibili di questi affioramenti sparsi in diverse parti del globo esercitarono un potente stimolo sui primi studiosi della terra.
Permisero ad esempio di mettere in luce affinità sospette tra lembi della crosta terrestre apparentemente scollegati, contribuendo alle prime intuizioni sulle similitudini tra rocce distanti e quindi, infine, sulla deriva dei continenti.
Ancor prima, le colonne basaltiche sfidarono il pensiero scientifico sulla natura stessa di tutte le rocce, per la loro forma così somigliante all'abito cristallino di certi minerali, giocando un ruolo-chiave nella disputa fra nettunisti e plutonisti, all'epoca in cui si cercava di spiegare l'origine delle rocce in un processo unico o dominante, in un caso guidato dalle acque marine, nell'altro dal calore sotterraneo. Secondo gli uni dalle acque si sarebbero infatti generati tutti i minerali e le rocce, accumulate strato su strato per precipitazione chimica, mentre altri riponevano nel fuoco delle profondità terrestri la forza edificatrice di tutte le catene montuose.
Tutti dibattiti a cui presero parte anche esponenti italiani, in un passato relativamente recente, con forti limiti imposti da condizionamenti di natura culturale, oltre che da osservazioni necessariamente macroscopiche e attualistiche dei fenomeni geologici.
Fu nell'arco di un solo secolo, fra il '700 e l'800, che l'origine dei basalti passò, nel credo scientifico, da marina a magmatica.


Fig. 2 – Illustrazione tratta da “De’ monti colonnari e d'altri fenomeni vulcanici dello Stato veneto” (1778), di John Strange, diplomatico britannico presso la Repubblica di Venezia (http://www.gonnelli.it)


Oggi, a meno di due secoli di distanza, i basalti colonnari possono ritenersi in gran parte decifrati, pur non smettendo di sorprendere, non solo per la loro bellezza, ma anche grazie a recenti osservazioni di laboratorio sui meccanismi di formazione delle colonne.

Se si dovesse illustrare a un geoscienziato di allora le conoscenze attuali occorrerebbe ripartire dalla definizione stessa di basalto, roccia dal colore tipicamente scuro, formata dalla solidificazione di un magma in condizioni effusive e caratterizzata da una tessitura per lo più microcristallina, o in certi casi persino amorfa/vetrosa, che ne determina un aspetto omogeneo.
In effetti le colonne possono essere formate anche da rocce a rigori non ascrivibili tra i basalti propriamente detti (in base alla classificazione di Streckeisen, per esempio), ma il termine viene spesso usato per alludere a tutte le rocce vulcaniche nel loro complesso.
Il basalto si sta formando anche in questo momento, in molte parti della terra. Come ogni altro tipo di roccia, del resto. Ma qui si tratta di una produzione relativamente veloce e copiosa, creata dalla semplice fuoriuscita di lava all'aria aperta o nelle profondità marine.
Capita poi tutti i giorni di venire a contatto con questo tipo di rocce, presenti nelle più comuni pavimentazioni stradali, ora negli impasti bituminosi delle asfaltature e un tempo come costituente del selciato, ancora presente in molte città.


Fig. 3 – Selciato a blocchetti di porfido riolitico (“sampietrini”)
Di tutti i basalti osservabili, pochi presentano una struttura colonnare e di questi pochissimi hanno forme così imponenti e definite come quelle affioranti in alcune località del mondo, divenute poli di attrazione turistica.
Ad oggi si ritiene che i basalti colonnari si formino innanzitutto a fronte di un rapido raffreddamento del magma, da contatto diretto con l'aria o con altri corpi freddi o addirittura ghiacciati, come il permafrost. Non sarebbero poi trascurabili le caratteristiche del fluido magmatico, composizionali (il chimismo incide sulla viscosità) e migratorie (relative ai movimenti convettivi interni alla massa ma anche al suo percorso di fuoriuscita).
Osservare direttamente la nascita delle colonne non è impresa facile. Una delle condizioni chiamate in causa per la loro formazione è la costrizione laterale del magma da parte di una roccia preesistente, senza la quale la massa potrebbe invece fluire, espandersi e contrarsi più liberamente e quindi disordinatamente. Si tratterebbe quindi di iniezioni di lava in grandi fessure e si può immaginare come queste condizioni si verifichino specialmente in prossimità delle zone di rift, ad esempio lungo le dorsali medio-oceaniche, le cui parti emerse mostrano infatti tante presenze di basalti colonnari, come in Islanda.
Strutture colonnari basaltiche sarebbero state osservate persino sulla Luna e su Marte (http://earthobservatory.nasa.gov/IOTD/view.php?id=38904).


Fig. 4 – Basalti colonnari (Galtellì, Sardegna)
A parte le condizioni di contesto, per spiegare il meccanismo fisico di formazione delle colonne occorre innanzitutto pensare a due fenomeni che avvengono quando un fluido magmatico, come altre sostanze, si raffredda e si asciuga: la riduzione di volume e un cambiamento di comportamento da elastico a rigido, quindi fragile.
Ecco quindi che, sul “confine freddo” di questo ammasso magmatico in via di raffreddamento, iniziano ad aprirsi delle spaccature a geometria poligonale, del tutto simili a quelle osservabili sulle superfici disseccate dei depositi fangosi, in una pozzanghera attuale ma anche fossilizzate in sedimenti antichi (“mud cracks”).


Fig. 5 – Fratture poligonali nel fango (foto G. Davoli)
Con il procedere del raffreddamento nelle profondità dell'ammasso, questa griglia di fratture tenderebbe ad approfondirsi, scolpendo le colonne.
Più che di fratture in questo caso si potrebbe parlare di giunti da raffreddamento, in origine per lo più saldati. Si tratta comunque di zone di debolezza dell'ammasso, dove la degradazione post-deposizionale ad opera degli agenti atmosferici può portare anche al distacco di singoli elementi.

Tornando alla propagazione del raffreddamento all'interno del fluido magmatico, bisogna aggiungere che questo normalmente non procede in modo perfettamente continuo, bensì attraverso passi di ordine centimetrico, talvolta materializzati in lineamenti trasversali lungo la colonna. Anche questi lineamenti segnano la presenza di superfici di debolezza, stavolta perpendicolari alla colonna, in grado di determinare un vero e proprio sfettamento delle colonne, “a biscotto”. I biscotti hanno spesso superfici concave/convesse che contribuiscono, in una certa misura, a stabilizzarne l'impilamento lungo la colonna, un po' come avviene per le articolazioni ossee.


Fig. 6 – Basalti colonnari in Auvergne, Francia
Ma ciò che colpisce maggiormente delle colonne basaltiche è la loro sezione poligonale. Sin dalle prime pubblicazioni si parlava di colonne prismatiche o angolari, con forme trasversali tipicamente esagonali. In effetti, sebbene la geometria non sia sempre così perfetta, qualche spigolo lungo la colonna è sempre riconoscibile e frequentemente prossimo a 120° di ampiezza.


Fig. 7 – Basalti colonnari in Auvergne, Francia

Fig. 8 – Rilievo di una sezione affiorante nella Giant's Causeway, Irlanda del Nord, dove i colori delle colonne sono assegnati in funzione del numero di quelle adiacenti: rosso per i rapporti quadrilateri, arancione pentagonali, verde esagonali, blu eptagonali e violetto ottagonali (di O'Reilly J.P., modificato da Goehring L., 2008)

Come si accennava poc'anzi, grazie a recenti studi basati su diverse osservazioni e prove sperimentali con sostanze che si prestano allo scopo, si sono potuti svelare alcuni dei meccanismi che regolano la geometria dei poligoni prodotti dalla contrazione. La giunzione a “Y” tra i vari poligoni, ovvero la formazione di angoli attorno ai 120°, sarebbe associata a ripetuti cicli di contrazione-rigonfiamento, ovvero raffreddamento-riscaldamento, che nel magma potrebbero essere alimentati dai fenomeni di convezione nel fluido in via di solidificazione. La giunzione a “T”, cioè con angoli attorno ai 90° (come quelli mostrati dal fango essiccato nella figura precedente), sarebbe invece prodotta da meccanismi di contrazione meno complessi.



Fig. 9 – Esperimenti di essiccazione controllata nell'amido di mais (http://www.lgoehring.com/Experiments_in_corn_starch.html)

In realtà, come risulta da recenti studi, i due pattern di fratturazione, rettangolare ed esagonale, potrebbero essere entrambi presenti durante la graduale contrazione della lava (e di altri materiali), pur in momenti diversi, in risposta a precise leggi fisiche. Lo schema ad angoli intorno ai 90° si produrrebbe infatti abitualmente negli stadi iniziali, con la comparsa delle prime fratture, le quali poi, con il procedere della contrazione, tenderebbero a proliferare e quindi a unirsi, assumendo, ad un certo punto, una configurazione più organizzata, caratterizzata da giunzioni a 120°, così stabile da preservarsi anche durante la progressiva penetrazione in profondità.
Per saperne di più:


  • Dall'Olio N. (2004), Vedere il tempo – L'interpretazione dei fossili e degli strati nella scienza tra '600 e '700, Monte Università Parma Ed.
  • Toscano M. (2006), “Nature catched in the fact” - Sperimentalismo e collezionismo antiquario-naturalistico nel Regno di Napoli, Veneto, Gran Bretagna tra il XVIII-XIX secolo, tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
  • Goehring L. (2008), On the scaling and ordering of columnar joints, tesi, University of Toronto, Canada
  • Chambers N. (2009), I contatti italiani di Sir Joseph Banks, in: Le scienze nel Regno di Napoli, a cura di Mazzola R., Collana “Filosofia e saperi” dell'Istituto per la Storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Aracne ed.
  • Pantaloni M. (2013), Le pietre lanciate, Geoitaliani (http://www.geoitaliani.it/2013/12/le-pietre-lanciate.html)
  • Tongiorgi M. (2013), Il nano e i giganti: idee della geologia tra il '700 e il '900, Naturalmente (http://www.naturalmentescienza.it).
  • Ciancio L. (2013), I segni del tempo: teorie e storie della Terra, Treccani (http://www.treccani.it).
  • Goehring L. e Morris S.W. (2014), Cracking mud, freezing dirt, and breaking rocks, Physics Today, vol. 67, issue 11, pp. 39-44.
  • Hofmann M., Anderssohn R, Bahr H-A, Weiß H-J e Nellesen J. (2015), Why Hexagonal Basalt Columns?, Physical Review Letters 115, 154301.




mercoledì 18 maggio 2016

La Gioconda: tecnica artistica e approccio geologico

di Manuel Curzi

La Gioconda è probabilmente il quadro a cui è stato dedicato il più alto numero di studi per gli innumerevoli aspetti riguardati la famosa opera di Leonardo Da Vinci: le tecniche di pittura, la scelta dei colori, il paesaggio, il sorriso, la posa e l’identità stessa del soggetto (Fig. 1).


Fig 1: La Gioconda

Dietro la figura v’è uno strano paesaggio, infinitamente profondo, fatto di rocce corrose e sfaldate tra corsi d’acqua, con un’atmosfera satura di vapori in cui s’infrange e filtra la luce. È l’immagine della “natura naturans”, del farsi e disfarsi, del ciclico trapasso della materia dallo stato solido al liquido, all’atmosferico.” 


(Argan G. C., 1974 ). 
Secondo il professore Carlo Pedretti, tra i massimi studiosi ed esperti italiani di Leonardo da Vinci, il quadro sarebbe stato realizzato a più riprese: iniziato in Toscana, Leonardo lo avrebbe infatti portato con sé fino in Francia, dove oggi è conservato. In sostanza la Gioconda rappresenterebbe il diario personale di Leonardo a cui l’artista, di tanto in tanto, metteva mano modificando e plasmando di continuo gli oggetti raffigurati. Per questo motivo la Monna Lisa viene considerata un po’ come un vero libro aperto sulla vita del grande genio italiano, da cui attingere informazioni riguardo la continua crescita artistica e tecnico-scientifica di Leonardo nel tempo.
L’analisi del dipinto, conservato al Museo del Louvre di Parigi, non si limita all’enigmatico sorriso e alla figura emblematica della Monna Lisa; infatti anche il panorama sullo sfondo è da lungo tempo oggetto d’interesse da parte di storici e critici d’arte. Infatti, seppure risulti grosso modo chiaro il contesto geografico della Gioconda, non si è ancora arrivati a un comune e definitivo accordo sulla sua precisa localizzazione.
Attualmente esistono teorie contrastanti riguardo la posizione geografica del paesaggio del dipinto. Secondo molti esperti rappresenterebbe il paesaggio aretino, in Toscana, nella zona dove l’Arno riceve le acque della Val di Chiana. Un indizio preciso a tale proposito sarebbe il ponte basso a più arcate, struttura identica al Ponte di Buriano costruito in provincia di Arezzo a metà del 1200, al di sopra del quale passa l’antica via consolare Cassia Vetus (strada che collega Roma, Chiusi, Arezzo e Firenze).
Secondo altri studiosi (la cui interpretazione è ancora una volta legata al ponte alla destra della Monna Lisa), il luogo corrispondente sarebbe Piacenza, lì dove il Ponte Gobbo attraversa il fiume Trebbia (Fig. 2; per approfondire: Glori e Cappello, 2011). Nonostante le diverse e contrastanti interpretazioni, la tesi secondo la quale il paesaggio raffigurato corrisponde alla zona Toscana è stata confermata dal Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali, guidata dal presidente Silvano Vinceti.


Figura 2: Dettaglio del ponte alle spalle della Monna Lisa.
A: Ponte Buriano, in Toscana.
B: Ponte Gobbo, Bobbio, in provincia di Piacenza.
Leonardo conosceva bene quest’area come testimonia una sua mappa autografa che descrive mirabilmente il bacino idrico della Val di Chiana. Nel disegno, attualmente custodito nella collezione inglese a Windsor, s’intravedono tutti gli elementi riconducibili al settore della Toscana precedentemente descritto (Fig.3).
Dagli studi di Joliveau (2010) e Pezzutto (2012), emerge che l’immagine su un lato del dipinto sembra trovare una continuità sul lato opposto. Giustapponendo e allineando le due porzioni del quadro, si può riscostruire uno sfondo completo apprezzandone la continuità (Fig. 4). Inoltre, grazie alla tecnica della prospettiva aerea, pensata e adottata per la prima volta da Leonardo (tecnica che permette di rappresentare oggetti in prospettiva giocando con i colori e le sfumature) il paesaggio della Gioconda è stato reso dall’artista in modo da suggerire una mappa in rilievo (Mottin, 2006; Pezzutto, 2012).


Figura 3: Val di Chiana, disegno autografo di Leonardo da Vinci (Windsor, Collezione Reale). (Da Scala / Art Resource, NY). Il riquadro nero rappresenta l’ingrandimento della porzione nella quale sono state evidenziate le analogie con il panorama alle spalle della Gioconda. Tramite il gioco del chiaro-scuro e grazie all’uso delle sfumature, Leonardo è riuscito a rappresentare le proporzioni e le altezze naturali sulla carta. Per mezzo dello stesso lavoro sui toni e sulle intensità dei colori (tecnica aerea), l’artista ha dato enfasi nei propri dipinti alla perdita di nitidezza che l’atmosfera provoca agli oggetti in lontananza.
Come descritto in Pezzutto (2012), lo sfondo della Gioconda sarebbe deficitario di profondità ma soprattutto mancherebbe la corrispondenza di una veduta da un unico punto di osservazione. Infatti non esiste un luogo da cui un osservatore possa vedere contemporaneamente le pendici del Pratomagno, il Ponte Buriano, la confluenza dei corsi d’acqua, la dorsale collinare tra Arezzo e la Val di Chiana e la lontana superficie elevata del Lago Trasimeno così come rappresentato nel dipinto. Da ciò emerge che Leonardo, per creare il paesaggio della Gioconda, sembra aver assemblato una serie di immagini con vista aerea, prese da diversi punti d’osservazione, mettendole in sequenza (Pezzutto, 2012): esattamente il modo in cui aveva impostato il suo lavoro cartografico della Val di Chiana.


Figura 4: Paesaggio della Gioconda ricostruito. L’immagine su un lato del dipinto continua su quello opposto. Confrontare le caratteristiche lungo la cucitura delle metà del quadro giustapposte con quelle lungo la linea sulla mappa riposizionata. Cerchio rosso: Ponte Buriano. Cerchio giallo: confluenza dei corsi d’acqua. Cerchio verde: dorsale collinare tra Arezzo e la Val di Chiana. Questo puzzle rivela la soluzione e suggerisce la direzione di osservazione da parte di Leonardo (dal basso verso l’altro rispetto alla mappa). (Modificato da Pezzutto D., 2012).

Lo studio e la modellazione 3D descritta da Pezzutto (2012), rappresenta il tentativo di una ricostruzione panoramica del paesaggio in questione. Grazie a un complesso software, paragonabile a Google Earth 3D, l’autore ha simulato un’osservazione da un cavalcavia virtuale, adottando la tecnica di Leonardo del sequenziamento di una serie di vedute aeree per la produzione di un disegno cartografico o di un paesaggio dipinto (Fig 5, A-B). L’effetto risultante è stato un miglioramento della rappresentazione della profondità, elemento che come detto sembra manchi nella Gioconda.


Figura 5. A: Paesaggio da quattro diversi punti di vista lungo la Val di Chiana. 1: Castiglione del Lago. 2: Lago Trasimeno. 3: Chiana (attualmente pianura, era un lago al tempo di Leonardo). 4: Dorsali di colline. 5: Fiume Chiana. 6: Confluenza dei fiumi. 7: Fiume Arno. 8: Ponte Buriano. 9: Via Setteponti. 10: Incisione della dorsale collinare. 11: Collina di Cortona.
B: Schema che illustra le corrispondenze tra il paesaggio ricostruito e la mappa di Leonardo. 1: Pratomagno. 2: Arno. 3: confluenza dei fiumi. 4: Fiume Chiana. 5: Ponte Buriano. 6: Crinale delle colline. 7: Strada Setteponti. 8: Incisione della cresta del crinale. 9: Colle vicino Siena. 10: Lago di Chiana. 11: Colline cortonesi. 12: Lago Trasimeno. 13: Castiglione del Lago. 14: Isola nel Trasimeno. 15 Montagne oltre il lago. (Modificato da Pezzutto D., 2012).
Sono state riscontrate altre analogie tra il paesaggio del dipinto e quello del disegno di Windsor, tutte avvaloranti la tesi della posizione geografica in Toscana. Poco distante dal Ponte di Buriano, infatti, l’Arno riceve le acque del canale della Chiana. Risalendo questo canale verso monte si arriva, dopo una serie di meandri, nella Valle dell’Inferno. Questo assetto gemorfologico sarebbe quello rappresentato alla sinistra della Monna Lisa, cioè un corso d’acqua a meandri che s’infila in una stretta gola.
I rilievi alla sinistra della Monna Lisa risultano articolati, aguzzi e fortemente incisi dall’erosione. Infatti, continuando oltre il ponte lungo l’antica Via Cassia, si trova esattamente un’area con guglie e calanchi. In altre opere dell’artista, come la Madonna dei Fusi, Sant’Anna e la Vergine delle Rocce, sono rappresentate questi tipi di morfologie per i depositi affioranti, a cui Leonardo ha dedicato un’ampia trattazione circa la loro genesi per il dilavamento e degradazione meteorica (da ricordare la sua attenzione al tema dell’acqua e della sua forza naturale e idraulica, Baratta M., 1903; De Lorenzo G., 1920; Vai G.B., 1995; Vai G.B., 2003). Nonostante le diverse teorie e i misteri che le opere di Leonardo portano con sé, è comunque certo che il genio avesse una notevole conoscenza della zona aretina e che il suo impegno cartografico, così come la maggior parte delle indagini affrontate nella sua vita, sia stato condotto ancora una volta come estensione e risultante naturale dei suoi studi. Tutto questo con il fine di migliorare anche le proprie rappresentazioni artistiche.
L’artista-scienziato, partendo dai propri studi cartografici preliminari (basandosi cioè sulla sua stessa mappa precedentemente descritta), ha adottato uno trai i principali strumenti di base delle Scienze della Terra, così da poter definire Leonardo da Vinci, ancor prima di artista, grande e attento geologo e osservatore delle forme della natura. Per la prima carta geologica in assoluto, bisognerà aspettare il lavoro del Conte Luigi Ferdinando Marsili, fondatore nel 1711 dell’Accademia delle Scienze di Bologna, nonché autore della carta delle miniere di zolfo di Cesena, nella quale sono delimitate le corrispondenti unità litostratigrafiche (Romano et al., 2016).
Come accennato brevemente sopra, secondo la teoria confermata dal Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali, la zona geografica dipinta alle spalle della Gioconda, corrisponderebbe al settore compreso tra Firenze e Arezzo, dove s’incontrano la Val di Chiana e il Valdarno Superiore: una conca delimitata a NE dal massiccio del Pratomagno e a SW dai Monti del Chianti. Il Valdarno Superiore è attraversato dal fiume Arno che entra in una gola, oggi occupata da due bacini artificiali e caratterizzata da fianchi acclivi e fortemente incisi dall’erosione. L’ingresso della forra corrisponde alla Valle dell’Inferno, l’uscita corrisponde alla Stretta dell'Incisa. Lungo le alte pendici del Pratomagno il Valdarno Superiore è caratterizzato da fenomeni di erosione di terreni argillosi e sabbiosi affioranti ai piedi della stessa dorsale: rappresenterebbero proprio le zone fortemente erose, studiate e rappresentate da Leonardo da Vinci nella Gioconda e in altri suoi quadri (Vergine delle Rocce, Sant’Anna, Madonna dei Fusi) (Fig. 6).


Fig 6: Disegno su carta di Leonardo da Vinci. Studio di variazione litologica verticale delle rocce del Valdarno. (Windsor) (Pagliai Polistampa, 2001). Sembra uno schizzo di un geologo del ‘900 (particolarmente bravo nel disegno) sul proprio taccuino di campagna. In realtà è lo studio del genio in cerca della perfezione figurativa.
Le osservazioni e le intuizioni di Leonardo, giunte fino a noi grazie ai suoi grandiosi disegni e manoscritti, evidenziano la stretta relazione tra la litologia e la morfologia di un corpo roccioso. Per avere un quadro completo della grande varietà delle forme del paesaggio, presenti nel presunto panorama toscano alle spalle della Monna Lisa, bisogna comprendere quella che è stata l’evoluzione geologica dell’area. I terreni che affiorano in questo settore dell’Appennino a cavallo tra la Val di Chiana e la Valdarno Superiore (dove s’incontrano il Canale Maestro della Chiana e il Fiume Arno), hanno età che vanno dall’Oligocene al Pleistocene, presentano differenti caratteristiche petrografiche e sono legati alla strutturazione della catena appenninica. L’inizio della deposizione detritica cenozoica, infatti, coincide con l’inizio delle fasi tettoniche compressive. In questo momento si ha deposizione di sedimenti torbiditici arenacei e arenacei-marnosi del sistema catena-avanfossa. Successivamente alla tettonica compressiva miocenica, inizia una fase distensiva che determina una serie di depressioni tettoniche. Queste ultime, nelle aree maggiormente ribassate, diventano sede di estesi ambienti lacustri (Fig. 7). Il bacino del Valdarno si è sviluppato esattamente in quest’ultima fase, durante la quale hanno avuto luogo l’apertura della porzione settentrionale del Mar Tirreno e la frammentazione dell’Appennino in Horts e Graben.
Sulla base dell’evoluzione del sistema deposizione e della conseguente variazione petro-mineralogica dei depositi, l’evoluzione plio-pleistocenica di questo bacino orientato NW-SE, si può suddividere in tre fasi principali (Billi et al., 1991). Nella prima (Pliocene medio), si ha la formazione di piccoli bacini fluvio-lacustri all’interno del graben, con deposizione di materiali clastici da grossolani a fini e intercalazioni di ligniti nelle facies marginali (Gruppo Castelnuovo).


Fig 7: Distribuzione dei principali Bacini Neogenici e quaternari dell’Appennino Settentrionale
(da Società Geologica d’Italia, 1990).
Nel secondo stadio, il bacino ha subito dapprima un tilting verso NE, con la genesi di un lago effimero caratterizzato da sedimentazione di depositi lacustri fangosi, con subordinata sabbia, e sottili lenti di materia organica (Gruppo Montevarchi). Un successivo sollevamento tettonico, accompagnato da elevato apporto sedimentario clastico, ha portato al prosciugamento del lago.
La terza ed ultima fase è consistita nella sedimentazione di depositi grossolani del sistema fluviale sinuoso del paleo-Arno (Gruppo Monticello). I depositi di queste ultime due fasi sono generalmente orizzontali.
Durante l’evoluzione del bacino, le condizioni lungo i margini erano adatte per la formazione di delta e conoidi alluvionali (Delta di Pratomagno) che segnano la transizione tra i depositi lacustri della seconda fase, e quelli fluviali della terza (Fig. 8). In base all’assetto geologico dell’area, a cui sono legate le ampie e articolate forme del paesaggio naturale, risulta una forte corrispondenza con il presunto panorama aretino maestosamente riprodotto dalla mano dell’artista nel dipinto ‘La Gioconda’.
In grandi linee, l’ampio range litologico delle rocce clastiche cenozoiche affioranti alle spalle della Monna Lisa, varia da argille a marne e sabbie più o meno grossolane e variamente cementate. Questo si traduce in diverse erodibilità e resistenza differenziale alla degradazione meteorica e si rispecchia chiaramente nella varietà delle forme geomorfologiche rappresentate nel dipinto di Leonardo. Il paesaggio, decisamente articolato e raffigurato nel dipinto, varia infatti dalle forme pianeggianti dei depositi alluvionali, a quelle aguzze e fortemente incise della gola formata dai depositi arenacei cementati, tra i quali scorre il fiume Arno.


Fig 8: Rappresentazione dei depositi fluvio-lacustri del Bacino di Valdarno. 1) Alluvioni (Olocene); 2) Depositi fluviali del Gruppo di Monticello (Pleistocene medio); 3) Conoidi di Pratomagno (Pleistocene inf-med.); 4) Depositi lacustri del Gruppo di Montevarchi (Pleistocene inf.); 5) Depositi fluvio-lacustri del Gruppo di Castelnuovo (Pleistocene Medio); 6) Bedrock. Nel profilo sono rappresentate le relazioni tra unità stratigrafiche. (Da P. Billi et al.,  1991).
Lo stretto legame tra la litologia e la conseguente varietà delle forme del paesaggio naturale che ne deriva, rappresenta attualmente una nozione intuitiva e data per scontata. Ma circa sei secoli fa, Leonardo, mediante la propria osservazione, i propri disegni, i propri studi e il proprio talento, ha dettato pionieristicamente in chiave artistica alcuni processi e prodotti che oggi non esitiamo a definirli geologici sensu stricto. 


Riferimenti bibliografici

  • Argan G. C. 1974. Storia dell’arte italiana. Volume terzo, Firenze, G. C. Sansoni S.P.A.
  • Baratta M., 1903. Leonardo da Vinci ed i problemi della terra. Fratelli Bocca Editori. Torino.
  • Billi P., Magi M., and Sagri M. 1991. Pleistocene lacustrine fan delta deposits of the Valdarno Basin, Italy. Journal of Sedimentary Research. 61.2
  • De Lorenzo, G. 1920. Leonardo da Vinci e la geologia (Vol. 3). N. Zanichelli.
  • Glori C., Cappello U. 2011. Enigma Leonardo. Decifrazione e scoperte. La ricerca. La Gioconda. In memoria di Bianca. Ginevra Benci: il cartiglio decifrato. La ricerca in immagini, Cappello Edizioni.
  • Joliveau T. 2010. “The Amazing Secret Map of Mona Lisa / L’étonnant secret cartographique de la Joconde.
  • Starnazzi C. 2001. Leonardo e dintorni: il maestro, le botteghe, il territorio. Catalogo a cura di Starnazzi C. con i contributi di Carlo Pedretti e Rocco Sinisgalli). Firenze, Pagliai Polistampa.
  • Mottin B. 2006. “Reading the Image” in Mona Lisa: Inside the Painting, ed. JP Mohen, M. Menu and B. Mottin, Abrams, New York, 66.
  • Pezzutto D. 2011. “Leonardo’s Val di Chiana map in the Mona Lisa”, Cartographica 46:3, 149-59.
  • Pezzutto D. 2012. “Leonardo’s Landscapes as Maps”, OPUSeJ 201206262038LLM, 1-31.
  • Pezzutto D. 2013. “Raphael’s Gioconda “, Società Geologica Italiana, 1990, 06-26 - Guide Geologiche regionali: Appennino Tosco-Emiliano. BE-MA editrice. 
  • Romano M., Cifelli R. L., and Vai, G. B. (2016). The first geological map: an Italian legacy. Italian Journal of Geosciences,135(2), 261-267.
  • Vai G. B., 1995. Geological priorities in Leonardo da Vinci’s notebooks and paintings. Rocks, Fossils and History, 13-26.
  • Vai G.B., 2003. I viaggi di Leonardo lungo le valli romagnole: riflessi di geologia nei quadri, disegni e codici. In: Leonardo, Machiavelli, Cesare Borgia: Arte, Storia e Scienza in Romagna (1500-1503), De Luca Editori d’Arte, Roma, 37-47.


lunedì 9 maggio 2016

1277: la più antica traccia di una piena del Tevere

di Marco Pantaloni

Percorrendo il centro storico di Roma, proseguendo la direzione di Ponte Sant’Angelo sul lato opposto al Castello, si percorre una strada, via del Banco di Santo Spirito, che conduce poi in una piccola piazza. Sul lato destro della strada, circa a metà altezza, si trova un piccolo arco, ed un vicolo che collega via del Banco di Santo Spirito con via Paola.


L'Arco dei Banchi visto dall'occhio di GoogleEarth;
nel sottoarco sinistro, all'interno, la lapide con l'iscrizione.
Via del Banco di S. Spirito era anche chiamata “Canale di Ponte”, forse in virtù del fatto che la massa dei pellegrini provenienti dalle vie circostanti e diretti alla vicina Basilica di San Pietro si incanalava in questo tratto di strada per attraversare il Ponte Sant’ Angelo oppure, più probabilmente, a causa delle piene del Tevere che invadevano immediatamente questo breve percorso.

Sotto l’arco, indicato all’esterno da una lapide, si trova la più antica iscrizione relativa ad una piena del Tevere: quella del 7 novembre 1277. Il livello di piena è indicato da una linea orizzontale posta immediatamente sotto una staffa di ferro di sostegno.

La lastra è rettangolare, molto alta e stretta; le parole vengono abbreviate e, per risparmiare spazio, separate da tre puntini verticali. L’epigrafe riporta:
“HUC TIBER ACCESSIT SET TURBIDUS HINC CITO CESSIT ANNO DOMINI MCCLXXVII IND VI M NOVEMB DIE VII ECCL A VACANTE”, che tradotto significa: “Qui arrivò il Tevere, ma torbido, di qui presto si ritirò nell'anno del Signore 1277, sesta indizione, settimo giorno del mese di novembre, mentre la chiesa era vacante”.


La lapide con l'iscrizione della piena del 7 novembre 1277
In origine la lapide si trovava sotto il portico della chiesa dei SS. Celso e Giuliano, che si trovava in piazza di Ponte, ma che venne demolita e ricostruita per ben due volte a causa dei continui allagamenti; il livello riportato è, quindi, diverso da quello effettivamente raggiunto.

Per saperne di più:


mercoledì 4 maggio 2016

Il Grande Torino e il Terziario piemontese

di Alessio Argentieri




67 anni fa, il 4 maggio del 1949, il velivolo Fiat G212 I-ELCE delle Avio Linee Italiane, proveniente da Lisbona, si schiantava alle ore 17:03 contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga, la collina che domina Torino in destra idrografica del Po.
Nell’incidente, come è tristemente noto, persero la vita 31 persone, tra cui i giocatori e lo staff tecnico della migliore squadra di calcio della fase centrale del XX secolo, i membri dell’equipaggio e i giornalisti al seguito. Il Grande Torino rientrava dalla capitale lusitana dopo aver giocato un’amichevole di beneficienza contro il Benfica. La fitta nebbia, che riduceva la visibilità a 40 m, e un probabile guasto dell’altimetro fisso su quota 2000 fecero sì che l’aereo impattasse sul rilievo (669 m s.l.m.) mentre volava invece a circa 600 m dal suolo.



E pensare che quei luoghi, poco più di un secolo prima, furono teatro di un’escursione della Seconda Riunione degli Scienziati Italiani, svoltasi nel Settembre 1840 nella capitale del Regno Sabaudo, un anno dopo la prima tenutasi a Pisa per volere del Granduca Leopoldo.
Il concetto di italianità era ancora assai acerbo, tanto da trovar menzionati nella relazione del Presidente Generale Conte Alessandro di Saluzzo illustri scienziati piemontesi, liguri, veneti, lombardi e toscani, con menzione solo marginale per quelli “dell’inferiore Italia”, dove effettivamente i progresso scientifico era ancora indietro. La profetica introduzione del Presidente si chiudeva però così: “Ponendo io qui termine al mio ragionare vi invito, Chiarissimi Signori, a dar principio alle vostre scientifiche conferenze, su delle quali la dotta Europa ha fissi gli sguardi, e dalle quali una nuova gloria aspetta l’Italia intera, e non che il nostro Piemonte”. 




La riunione si tenne presso la Regia Università torinese “sotto gli auspizi del magnificentissimo Re Carlo Alberto”. Uno dei due Assessori era Angelo Sismonda, a cui succedeva come Presidente della Sezione di Geologia il Marchese Lorenzo Pareto, con Vice il Conte Nicolò da Rio e Segretario Lodovico Pasini. Alle adunanze parteciparono, tra gli altri, personaggi del calibro del Cavaliere Generale Alberto della Marmora e di Luigi Bellardi.
Venne deciso di fare una “corsa geologica tra le colline di Chieri e Superga”; l’escursione, guidata da Pareto e Sismonda, si tenne il 22 settembre 1840 per “vedere le relazioni del terziario medio e del superiore, e per una esatta determinazione dei limiti tra questi terreni” (Sismonda vi aveva già compiuto un’escursione geologica nel 1834 in compagnia di La Marmora , del berlinese Leopold Von Buch e del francese Dufrenoy).



La famosa carta geologica di Piemonte, Savoia e Liguria di Angelo Sismonda
Data l’importanza degli affioramenti fossiliferi da visitare, alla comitiva il 22 settembre si aggregarono anche diversi zoologi. Il percorso toccò Chieri, Pino Torinese e quindi Superga tenendosi sulle creste collinari. La comitiva si reco dopo a visitare la Reale Basilica di Superga, fatta costruire da Re Vittorio Amedeo II; ad accogliere gli studiosi il Preside degli Accademici Canonico Audisio (autore tra l’altro di un saggio per conciliare Genesi e Geologia).
Le conoscenze geologiche odierne ci dicono che la collina di Superga appartiene ad una ampia struttura antiformale al cui nucleo si trovano gli orizzonti conglomeratici lenticolari della Formazione di Antognola (Oligocene superiore- Aquitaniano), seguiti dal membro marnoso-siltoso della formazione medesima e poi dalle Marne a Pteropodi inferiori (Burdigaliano p.p.) e dalle Formazioni di Termo-Fourà e di Baldissero (Langhiano).
 
Stralcio dal Foglio 155 “Torino Ovest” della
Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000
(dal sito ISPRA)


Il resoconto dell’escursione si chiude così: “Salita poi la Cupola della Basilica si desiderava d’ammirare lo stupendo Panorama che da quell’altezza si dispiega allo sguardo, e che abbraccia una gran parte delle Alpi e della pianura piemontese, ma il cielo nebbioso e coperto non lasciò godere quella magnifica vista”.
Lo stesso cielo nebbioso e coperto che, oltre un secolo dopo, avrebbe portato al fatale incontro di capitan Valentino Mazzola e dei suoi compagni con i rilievi costituti dai depositi oligo-miocenici.



Per saperne di più: 
• A. Sismonda Escursione geologica fatta in Piemonte nel Novembre 1834. Sollevamento del colle di Superga in Biblioteca Italiana ossia Giornale di letteratura scienze ed arti Volume 76 (dicembre 1834) 
• Atti della Seconda Riunione degli scienziati italiani tenuta in Torino nel Settembre 1840, Tipografia Cassone e Marzorati (Torino 1841)
• Foglio 155 “Torino Ovest” della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 (Progetto CARG)

Si ringrazia Fabiana Console per la collaborazione.

venerdì 29 aprile 2016

Elba: 1871-2016

di Fabiana Console
“Il viaggiatore che giunge all’Elba trasportato dal battello a vapore che lo raccolse a Livorno o a Piombino, pone piede a terra in Portoferraio […] dovendo studiare la parte orientale dell’ Isola, la prima cosa da farsi è il giro delle coste per mare, giro che mette in grado il geologo di molto vedere per i continui tagli naturali ond’esse sono ricche, i quali per la maggior parte resterebbero inosservati qualora lo studioso si limitasse alle sole escursioni per terra. Il che facendo, non si deve perdere di vista il bisogno di porre piede”.


Igino Cocchi così introduceva la sua Memoria sull’Isola d’Elba nel 1871, “Descrizione geologica dell'Isola d'Elba per servire alla carta della medesima”.

Da oggi ISPRA rende disponibile on-line la "Carta Geomorfologica 328 Isola d'Elba" alla scala 1:50.000 e relative Note Illustrative: http://www.isprambiente.gov.it/Me…/carg/index_tematiche.html

Le carte antiche dell'Isola d'Elba di Cocchi, Lotti e Fossen sono invece disponibili sull'OPAC della Biblioteca ISPRA.







lunedì 25 aprile 2016

Aliano e Carlo Levi

di Marco Pantaloni

Aliano è un comune che si affaccia sulla Val d’Agri, in Basilicata.
Aliano ha una storia antica, che si fa risalire ai tempi di Pirro, nel 280 a.C., quando nella zona era presente un villaggio di pastori. Il nome del paese deriva dal latino Praedium Allianum, cioè podere di Allius, gentilizio romano. I primi documenti scritti risalgono, tuttavia, al 1060 quando il borgo venne amministrato dal vescovo di Tricarico.
Aliano è noto per essere stato sede del confino di Carlo Levi; a ricordo del suo periodo trascorso in Basilicata, nel 1945 scrisse il suo romanzo più famoso, “Cristo si è fermato a Eboli”, ambientato proprio ad Aliano, che nel libro lui chiama Gagliano, ad imitazione della pronuncia dei suoi abitanti.
Aliano sorge sul crinale argilloso a circa 500 m di quota, ed è circondato da profondi valloni incisi nelle argille e sabbie della formazione delle “sabbie di Aliano” (AIA), di età Pliocene superiore – Pleistocene inferiore, con intercalate lenti conglomeratiche; questa unità presenta uno spessore notevole, di circa 600 m, e passa lateralmente alla formazione dei “conglomerati di Castronuovo” (CCN) verso ovest, mentre verso est è eteropica con le “argille marnose grigio-azzurre” (MGR).



Stralcio della carta geologica e legenda delle unità del gruppo di Sant'Arcangelo, tratte dal foglio 506 Sant’Arcangelo della Carta geologica d’Italia alla scala 1:50.000 (fonte ISPRA)

La predominanza di unità geologiche dominate da argille, marne e sabbie condiziona fortemente l’aspetto morfologico del territorio, dominato da forme di erosione di tipo calanchivo.
Una meravigliosa scena cinematografica che inquadra in dettaglio le argille e il paesaggio calanchivo della Basilicata è quella girata da Francesco Rosi nella trasposizione cinematografica del libro di Levi, forse una delle più belle pagine del cinema italiano di tutti i tempi.

Immagine tratta dal film "Cristo si è fermato a Eboli", di Francesco Rosi,
tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Levi

Qui Gian Maria Volontè, che interpreta il narratore della storia, cioè lo stesso Carlo Levi, percorre a bordo di una Fiat Balilla 508, accompagnato da due carabinieri, una strada che attraversa e costeggia i calanchi lucani per finire alla località di confino. La scena in questione non è stata girata esattamente ad Aliano ma a Craco, un paese disabitato della Basilicata, abbandonato dagli abitanti a partire dal 1963 a causa di un vasto fenomeno franoso; un’alluvione prima e il terremoto irpino del 1980 in seguito fecero sì che Craco venisse completamente abbandonata.

Carlo Levi, nel suo libro, fa dire al narratore, parlando del luogo del suo confino:
“Mi accorsi allora che il paese non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno ad un’unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglione di due burroni, e poi risaliva e ridiscendeva tra due altri burroni, e terminava sul vuoto. La campagna che mi pareva di aver visto arrivando non si vedeva più; e d’ognintorno altra argilla bianca, senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, coni, piagge di aspetto maligno, come un paesaggio lunare”.

La frase tratta dal libro di Carlo Levi in Piazza San Luigi Gonzaga, ad Aliano


Per i cinefili che seguono il nostro blog, ricordiamo che il film “Cristo si è fermato a Eboli” è disponibile alla visione pubblica sul sito di RAI cinema channel: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-6c96e2b3-0c3f-4093-a392-d0fd344baca8-cinema.html


La nostra passione per la letteratura, in particolare laddove entra e descrive le radici culturali legate ai caratteri geologici del nostro territorio, dal quale questa stessa cultura profondamente deriva, fa sì che non possiamo esimerci dal consigliare una gita nel paese di Aliano, questa sì profonda e intensa perché entra nel cuore del territorio lucano e del nostro Paese.

La tomba dello scrittore, che ha scelto di farsi seppellire nel piccolo cimitero di Aliano, luogo del suo confino.

Per saperne di più:
Cristo si e fermato a Eboli, di Carlo Levi. SuperET, Einaudi, 242 pp.
Cristo si e fermato a Eboli, di Francesco Rosi – 1979 – 145’. Con Gian Maria Volonté, Paolo Bonacelli, Lea Massari, Irene Papas.


venerdì 22 aprile 2016

Servite Domino in laetitia

di Fabiana Console



La foto che ritrae Giorgio Dal Piaz (1872-1962) è stata scattata il 24 settembre del 1940 al Rifugio Ombretta - O. Falier e donata due anni dopo al nipote Giorgio Vittorio (che ringraziamo con estrema gratitudine perché ogni volta permette alla storia della geologia in Italia di recuperare un pezzo delle proprie radici).

Il Rifugio Ombretta, fra Cadore, Zoldo e Agordino, fu l’ultimo fra i sei rifugi della Sezione di Venezia del CAI costruito sulle Dolomiti. L’inaugurazione avvenne il 14 e 15 agosto del 1911. La finalità del rifugio era quella di facilitare le salite della parete sud della Marmolada, delle Cime d’Ombretta, del Monte Fop, del Sasso Vernale,della Cima d’Ombrettola, del Sasso di Valfredda e di altre cime circostanti. Il Ministero della Guerra riconobbe l’alto interesse ai fini della difesa dei confini nazionali e elargì un contributo di 2.500 lire ossia un quarto della spesa totale per sua costruzione. Furono così aperti i sentieri che si snodavano sui versanti della valle e congiungevano le valli italiane con la rete di itinerari dall’Alpenverein.
Il Rifugio durante la Prima Guerra mondiale fu adibito a comando militare della 206ª Compagnia "Val Cordevole" come base logistica per il supporto delle postazioni di passo Ombretta e Ombrettola. Venne raso al suolo il 27 aprile 1917 dalle cannonate austriache sparate dalla cresta sommitale della Marmolada e sino al 1939 non ne rimasero che macerie.
Nel 1937 Ettore Castiglioni con la sua Guida CAI- Touring Club “Monti d’Italia: Odle - Sella - Marmolada” diede un forte impulso all’iniziativa per un recupero della struttura affinchè i turisti dell’Agordino e i frequentatori della Marmolada potessero disporre ancora nella conca d’Ombretta, di un punto d’appoggio per scalate ed escursioni. Il Rifugio fu dedicato alla memoria di Onorio Falier poiché la sorella Enrica, morendo, lasciò alla Sezione 30.000 lire per onorare il fratello, socio vitalizio e venne inaugurato il 13 agosto 1939 alla presenza del Presidente Generale del CAI Angelo Manaresi, e delle maggiori Autorità civili e militari della Provincia di Belluno nonché molti alpinisti e Alpini ed escursionisti. Ettore Castiglioni vi trascorse una settimana nell’agosto del 1942.

Per maggiori informazioni

  • http://www.rifugiofalier.altervista.org/
  • Pellegrinon Bepi, Ai piedi della parete d’argento. Cento anni del rifugio Ombretta "Onorio Falier" alla Marmolada. Belluno, Nuovi Sentieri, 2011


martedì 15 marzo 2016

Alcune considerazioni pratiche sui metodi e sui mezzi del rilevamento geologico in campagna

di Marco Pantaloni
Enzo Beneo (1903 - 1988)

Il rilevamento geologico di campagna è senza dubbio l’attività più importante nel campo delle Scienze geologiche (senza nulla togliere alle altre discipline); l’attività di raccolta dei dati sul terreno, oltre che essere indispensabile per l’acquisizione diretta delle informazioni che riguardano l’oggetto dei nostri studi, rappresenta il terreno (sic) sul quale avviene la formazione e l’istruzione di qualsiasi geologo, indipendentemente dal settore di interesse nel quale, in futuro, si troverà ad esercitare.

Abbiamo già scritto in merito nel settembre 2013 (filogenesi del geologo rilevatore) ma durante le nostre ricerche bibliografiche, sempre ricche di preziosi e interessanti ritrovamenti, ci è saltato all'occhio un particolare articolo, la cui lettura ci riporta a come i nostri predecessori affrontavano le insidie di terreno e come si ponevano il problema dell’organizzazione logistica quotidiana, nei lunghi periodi di rilevamento.

Si tratta di un salto temporale di poco più di 70 anni, che però agli occhi di un giovane geologo, aduso alle moderne tecnologie, possono apparire 700 …..

Nel 1941 Enzo Beneo, a quei tempi geologo rilevatore del R. Ufficio geologico d’Italia, del quale sarà poi Direttore tra il 1950 e il 1966, scrisse una bellissima nota sul Bollettino del R. Ufficio geologico d'Italia, dal titolo “Alcune considerazioni pratiche sui metodi e sui mezzi del rilevamento geologico in campagna”.


L’articolo viene sintetizzato con le seguenti parole:
"Il problema del rilevamento geologico di una regione impervia e disabitata, non può dare risultati cartografici attendibili, se condotto senza l'ausilio di opportuni mezzi logistici organizzati sulla base del campeggio mobile.Solo il fattore tempo può risolvere il problema anche senza organizzazione speciale; ma in tal caso, la durata molte volte maggiore dei lavori, porta conseguenze gravi dai punti di vista economico e culturale".