mercoledì 22 novembre 2017

Carlo Fabrizio Parona

di Giovanni Ferraris


(Questo post è la sintesi di un lavoro omonimo
pubblicato nel volume "Tra le carte della scienza.
L’archivio storico dell'Accademia delle Scienze
di Torino dal passato alla modernità".
A cura di Elena Borgi e Daniela Caffaratto, HAPAX Editore,
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare).


Carlo Fabrizio Parona


Nato a Melegnano, l'8 maggio 1855
Morto a Busto Arsizio, il 15 gennaio 1939
Professione: professore universitario
Socio nazionale dal 15 gennaio 1899
Cariche in Accademia: presidente dal 22 aprile 1928 (rieletto il 26 aprile 1931); vicepresidente (1922 e 1925); tesoriere (1907 e 1910); direttore (1935) e segretario (1916 e 1919) della Classe di scienze fisiche.
Altre cariche: preside della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali (1919-1921)e rettore dell'Università di Torino (1920-1922); presidente della Società Geologica italiana (1901 e 1913); presidente della Commissione Geologica italiana (1910-1913); presidente del R. Comitato geologico d'Italia (1908-1925); presidente della Commissione geo-agrologica per la Tripolitania (1913).

Carlo Fabrizio Parona si laureò in Scienze Naturali nel 1878 presso l'Università di Pavia. Allievo prediletto di Torquato Taramelli, dal 1881 al 1890 ne fu assistente presso la cattedra di Geologia. Contemporaneamente fu anche professore di Storia Naturale presso l'istituto tecnico Antonio Bordoni di Pavia.
Vinta la cattedra di Geologia presso l'Università di Torino nel 1899, la tenne fino al 1930 insieme alla direzione del Museo geo-paleontologico, che egli arricchì assai, specialmente con una sala dedicata alla paleontologia italiana, Al pensionamento, continuò a frequentare l'Istituto di Geologia per alcuni anni, per poi essere ospitato presso I'Accademia delle Scienze n una stanza a lui attualmente intitolata.
Ivi continuò a studiare il materiale paleontologico che gli veniva inviato in esame, da colleghi e dilettanti. Anche in riconoscenza di questa ospitalità, Parona lasciò all'Accademia la sua ricchissima biblioteca geo-paleontologica insieme alle sue carte personali ricche di oltre 6000 lettere [PAB.26-69], oltre che di appunti, manoscritti e bozze relativi alle sue pubblicazioni, nonché di documentazione varia concernente i numerosi incarichi da lui avuti. Scorrendo il corposo archivio personale di Parona, che conservò persino insignificanti ricevute di pagamento, due gli aspetti "inconsueti" da porre in evidenza: la quasi totale assenza di schizzi e disegni dei fossili da lui studiati e una sessantina di lettere dirette al "Mio caro professore” da un'ex-allieva nel periodo 1907-1914. La prima anomalia si potrebbe spiegare ipotizzando che i disegni siano rimasti nelle mani dei collaboratori a tale scopo designati. La seconda "sorpresa" è da collegarsi con l'aggettivo "espansivo" attribuibile al Parona e merita un approfondimento, reso possibile non solo dalla lettura delle lettere, ma anche dalla presenza nell'archivio [faldone PAB.15] di un'estesa documentazione relativa all'allieva, tra cui manoscritti e lavori a stampa frutto di una breve carriera di paleontologa.



L’allieva in questione era Giuseppina Osimo, nata il 15 agosto 1884 a Podenzano, laureata nel 1907 in Scienze Naturali con Parona. Dopo essere stata per un breve periodo a Pavia con il prof Taramelli, la Osimo diventò insegnante presso varie sedi sparse per l'Italia (Trapani, Avellino, Vicenza e Avezzano) e tragicamente poi il 13 gennaio 1915 nel disastroso terremoto della Marsica. Parona la compianse in due necrologi. Uno più breve (ne è conservala la sola prima pagina con effige dell'estinta), inviato a famigliari e pochi altri, in cui si legge: “Spesso avviene che l'allievo commemori il maestro [...] più di rado accade che il maestro commemori l'allievo a conservarne vivo ricordo […] e fatti belli e buoni”. Il secondo, datato gennaio 1915, si estende per sei pagine e affettuosamente ripercorre la carriera dell'allieva che “vivace e pronta di spirito, come nelle mosse della piccola e gentile persona, soleva presentarsi franca e sorridente […]; buona ed affettuosa, sentiva saldamente l'amicizia […]”. Così il maestro riassume un casto rapporto che dalle lettere dell'allieva traspare disinibito e quasi alla pari tra Pingin (così sono firmate)e l'anziano professore. L’origine del singolare rapporto va ricercato in un qualche complimento che il maestro pare si concedesse nei confronti delle allieve e le più pronte, in testa Pingin, scherzosamente assecondavano. A tale proposito, illuminante è una frase contenuta nèlla lettera n. 6432, non datata, ma scritta da Pavia nel 1907. lvi, la Osimo, a proposito dell'affetto che nutriva per il vecchio professor Taramelli, scrive: "Certo non arriverei a tirargli la barba (che non ha) o a dargli uno scuffiotto, ma questo dipende dal fatto che egli non è impertinente come una ceda persona di mia conoscenza Ragiono bene?" Tra le migliaia di lettere, numerose sono quelle scambiate con il gotha della Geologia italiana a cavallo tra Otto e Novecento Un loro accurato spoglio potrebbe sicuramente portare interessanti contributi all'analisi della ricerca di geologi e paleontologi dell'epoca, da poco associa'ti dalla Società Geologica ltaliana fondata  nel 1881 da Quintino Sella e avente Parona tra i soci fondatori Qua' assente è invece la corrispondenza con colleghi stranieri. In gran parte le corrispondenze più voluminose sono a firma di geologi, paleontologi e mineralisti soci dell'Accademia, tra cui (tra parentesi anno di nascita, di morte e di ingresso in Accademia): Ettore Artini (1866-1928, 1918), Francesco Bassani (1853-1916, 1903), Angelo Bianchi (1892-1970, 1932), Guido Bonarelli (1871-1951, 1933), Luigi Brugnatelli (1859-1928, 1918), Camillo Crema (1869-1950, 1932), Geremia d'Erasmo (1887-1962, 1953); Giorgio Gianbattista (1904-1995, 1971), Giorgio Dal Piaz (1871-1962, 1918), Ramiro Fabiani (1879-1954, 1928), Massimo Fenoglio (1892-1970, 1912), Secondo Franchi {1859-1932, 1922), Michele Gortani (1883-1966, 1922), Oreste Mattirolo (1856-1947, 1895), Umberto Monterin (1887-1940, 1933), Giovanni Negri (1877 1960, 1926), Emilio Repossi (1876-1931, 1925), Federico Sacco (1864-1948, 1918), Giuseppe Stefanini (1882-1938, 1937), Torquato Taramelli (1845- 1922, 1900), Ferruccio Zambonin (1880-1932, 1922).



L’opera scientifica e didattica di Parona fu diretta essenzialmente alla geo-paleontologia con tra l'altro, approfondite ricerche paleontologiche su Radiolarie, Spongiari e Rudiste. Un suo Trattato di geologia ebbe un discreto successo e ne uscirono due edizioni (1903 e 1924). Contribuì alla Nuova enciclopedia agraria italiana (1898) e al Libro d'oro del sapere (1914). Oltre all'Accademia delle Scienze di Torino, lo accolsero tra i loro soci l'Accademia Nazionale dei Lincei; l’Istituto Lombardo e l'lstituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; la Società ltaliana di Scienze (detta dei XL); l'Accademia di Agricoltura di Torino; le Accademie delle Scienze di Bologna, Modena e Napoli.

Da: Tra le carte della scienza. L’archivio storico dell'Accademia delle Scienze di Torino dal passato alla modernità. A cura di Elena Borgi e Daniela Caffaratto, HAPAX Editore

Per saperne di più:
https://www.accademiadellescienze.it/accademia/soci/carlo-fabrizio-parona
http://www.isprambiente.gov.it/it/museo/storia/personaggi-illustri/carlo-fabrizio-parona



lunedì 16 ottobre 2017

Tulu Kapi: storia di una miniera d’oro “italiana” in Etiopia

di Fabio Granitzio


(Questo post è la sintesi di un lavoro omonimo
pubblicato nel bollettino dell’Associazione Mineraria Sarda,
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare).

Il sito di Tulu Kapi, Wallega, in Etiopia occidentale, ha una lunga storia di estrazione di metalli preziosi, dalla preistoria ad oggi. Una mineralizzazione di oro di modeste dimensioni venne individuata all'inizio degli anni '30 e una società italiana, la SAPIE, ha eseguito scavi a scala semi-industriale nella dorsale di Tulu Kapi per seguire le vene di quarzo aurifero. Il giacimento d’oro di Tulu Kapi è stato estesamente scavato e l'area circostante è stata esplorata da diverse società fino al 1980. Nel 2013 il progetto di scavo è stato acquisito dalla Kefi Minerals Plc, completando uno studio di fattibilità e uno studio minerario. Di seguito viene riassunto la storia della scoperta di Tulu Kapi intrecciata con quella dei prospettori e dei minatori italiani che lavorarono in questa regione dell'Etiopia occidentale.

Tulu Kapi: prime notizie

L’oro è stato ricercato ed estratto nello scudo Arabo-Nubiano (Arabian-Nubian Shield o ANS) per almeno 6000 anni, da centinaia di miniere antiche (Johnson et al., 2011; Klemm et al. 2001; Prasso 1939). A partire dal 3000 a.C. i Faraoni definivano l’Etiopia settentrionale come la Terra di Punt, ricca in risorse preziose come oro, mirra e avorio (Klemm et al., 2001). Non deve quindi stupire se agli inizi del secolo XX questi settori dell’Africa orientale furono al centro di una autentica febbre dell’oro (Maiocchi, 2015; Zaccaria, 2005). Già agli inizi del secolo in Egitto e Sudan erano all’opera numerose compagnie minerarie, mentre in Etiopia nel 1901 si era formata, con un capitale di un milione di franchi, la società Mines d’or du Wallaga con sede ad Anversa e regolarmente quotata in borsa (Zaccaria, 2005).
Da lungo tempo il Wallega (fig. 1) era considerato il paese più ricco in oro dell’Etiopia (Usoni,1952): informazioni a riguardo si trovano nelle pubblicazioni di Cuménge e Robellaz (1898), Citerni e Vannutelli (1899) e Vannutelli (1903).


Fig. 1 - Giacimenti auriferi nella regione del Wallega, Oromia, Etiopia Occidentale (Usoni, 1952).
Le prime fasi di sfruttamento a Tulu Kapi non sono documentate in modo appropriato: Tulu Kapi e Yubdo erano placer attivamente coltivati da lungo tempo per oro e in seguito per platino (Molly, 1959). Nel 1938 A. Pollini, nella sua tesi su Tulu Kapi, cita la presenza di scavi e importanti modifiche della topografia valliva, dovute alle attività di estrazione dell’oro, anche di notevoli proporzioni, attribuite genericamente agli ‘Egiziani’.
E’ quindi da dare per scontato che lo sfruttamento indigeno a Tulu Kapi preceda di molto le fasi di estrazione semi-industriale. È ugualmente probabile che i prospettori italiani abbiano raggiunto queste zone a seguito di indicazioni fornite da missionari nei primi anni del 900. Durante la sua spedizione esplorativa in Etiopia per conto della società Mines d’or du Wallaga nel 1904, il cremasco Arrigo Fadini, non cita mai Tulu Kapi nei suoi accurati diari, e si limita a descrivere le miniere presso Nejo (presumibilmente i giacimenti di Kata), localizzate circa 50 km a nord di Tulu Kapi (Coti Zelati, 2014).
Più recentemente Tulu Kapi è stato menzionato da Danilo Jelenc nel suo libro Mineral Occurrences of Ethiopia del 1966. L’Autore cita la presenza di coltivazioni aurifere a piccola scala in numerosi siti sulla collina di Tulu Kapi (e attorno a essa), attribuendoli alla società italiana SAPIE, che li eseguì nel 1939.

La SAPIE (Società Anonima per Imprese Etiopiche)

Nel 1935, l’Italia fascista invase il Regno d’Etiopia, dando inizio a una guerra che si protrasse per vari mesi e che si concluse con l’annessione del paese all’Impero Coloniale Italiano, all’interno del quale rimase fino alla resa delle ultime guarnigioni Italiane a Gondar nel Novembre del 1941. Fin dal 1936 fu istituito un Servizio Minerario Coloniale (SMC) per procedere a una rapida esplorazione dell’Etiopia.
Il settore minerario era infatti strategico per l’autarchia nazionale, anche se in realtà le conoscenze preliminari delle potenzialità dell’Africa Orientale Italiana non davano adito a grandi speranze (Gagliardi, 2016). L’Ispettorato e i vari uffici dell’SMC avevano un proprio corpo di tecnici minerari e ingegneri. Il programma di sfruttamento mirava a un duplice obiettivo: nel breve periodo, valorizzare ciò che già si conosceva, promuovendo uno studio approfondito dei pochi giacimenti noti e riorganizzando le miniere attive; più a lungo termine, avviare la prospezione di tutti gli altri territori dell’Etiopia, delle cui disponibilità minerarie si sapeva poco. Si trattava di un programma di non facile realizzazione, perché richiedeva abbondanti mezzi tecnici e finanziari, prometteva guadagni molto differiti nel tempo e comportava grossi rischi, anche causa dell’instabilità politica della colonia. Il programma prevedeva la realizzazione di un ampio inventario di materie prime potenzialmente utili all’Impero, anche se i settori più promettenti sembravano essere quelli dell’oro e del platino.
A tale scopo lo Stato promosse alcune società deputate all’opera di studio e sfruttamento delle risorse minerarie dell’Africa Orientale Italiana. La valorizzazione delle regioni occidentali dell’Etiopia fu affidata alla SAPIE - PRASSO e alla Società Mineraria Italo-Tedesca (SMIT), frutto dell’accordo tra i due governi per esercitare un permesso di ricerca concesso dal Negus a una compagnia del Reich prima della guerra (Podestà, 2009).
L’infrastruttura operativa della SAPIE aveva una chiara impostazione di stampo militare: i gruppi di prospezione, chiamati colonne, facevano riferimento alla direzione generale delle ricerche, con uffici presso Yubdo, ed erano coordinati da un ingegnere specialista. Sempre presso Yubdo si trovava il laboratorio per le analisi dei campioni raccolti nelle diverse fasi di prospezione. Ogni colonna, formata da circa 35/40 uomini sia italiani che indigeni (SAPIE,1938), scortata da Ascari, si occupava di esplorare un distretto specifico (fig. 2). La SAPIE operò dal 1938 al 1941, percorrendo un totale di circa 30.000 km, esplorando i depositi alluvionali distribuiti lungo circa 3.000 km di corsi d’acqua, scavando oltre 5.500 pozzetti di prospezione ed effettuando lo studio preliminare o sistematico di oltre 30.000 ha di piane alluvionali e eluviali. Furono inoltre iniziate coltivazioni in alcune delle aree risultate più interessanti, scavando tra l’altro oltre 100 km di canali per portare l’acqua ai vari cantieri (Usoni, 1952).


Figura 2 - La mappa illustra la dislocazione delle Colonne di Esplorazione Geomineraria della SAPIE in Etiopia occidentale. Da “Giacimenti Auriferi nell’Uollega e nel Beni Sciangul (SAPIE, 1938). In uno dei passaggi del libro si legge: “Durante le stagioni delle piogge, le colonne di ricerca, ridotte a otto, dislocate: due presso il centro minerario (platinifero) di Yubdo per l’elaborazione dei risultati ottenuti e completamento degli studi di carattere geologico e mineralogico, e le altre sei a Cata, Gordoma, Tullu Capi-Gulissó (Tulu Kapi), Uabera e Burè, per la continuazione dei lavori di ricerca e l’organizzazione di coltivazioni a tipo semi-industriale e a tipo indigeno, sotto la direzione ed il controllo dei tecnici SAPIE, e della raccolta dell’oro prodotto dalle coltivazioni ‘familiari’ indigene”.
Nella zona di Tulu Kapi nel gennaio 1938 era attiva la colonna n. 4, il cui Capo Colonna era il geologo Alberto Parodi (fig. 3). Il suo compito era effettuare prospezioni alluvionali presso la collina di Kapi (e presso Ankori, circa 2 km a est, Komto, Yaven, Buneya) e riattivare la “locale miniera abbandonata”. Come riportato in precedenza, in quest’area fece la sua tesi di laurea il geologo Alfredo Pollini, che come Parodi era un discepolo di Ardito Desio . Laureatosi, Pollini divenne in seguito Capo della Colonna n. 16 (Fadda, 2017).






Figura 3 - Un gruppo di foto scattate nel 1938 dai geologi A. Pollini e A. Parodi,
quest’ultimo Capo Colonna della SAPIE a Tulu Kapi.
Le attività della SAPIE presso Tulu Kapi furono focalizzate soprattutto allo sfruttamento del “placer aurifero”. I cantieri principali furono quelli di Kapi, Ankori e Tullu Guduma. Il lavaggio delle alluvioni e del saprolite fu possibile anche grazie alla costruzione di una apposita canalizzazione di lunghezza pari a circa 29 km, denominati canali “Ancori Alto”, “Ancori Basso” e “Facaccia” (Usoni, 1952).
Per raggiungere uno dei corpi quarziferi principali, a giacitura verticale, furono realizzati anche pozzetti esplorativi e almeno una galleria traverso-banco. Gli scavi e la galleria, anche se parzialmente occupati e nascosti dalla vegetazione tropicale, sono tuttora identificabili nella zona sud di Tulu Kapi (fig. ).



Figura 4 - In alto: stralcio dal libro Mineral Occurrences of Ethiopia, riguardante Tulu Kapi. Nel 1939 la SAPIE riportava riserve per 791.000 mc con tenore d’oro pari a 0.9 g/mc, equivalenti a 712 kg di oro “libero” (alluvionale o presumibilmente contenuto nel Saprolite, e 156.000 mc con 2,83 g/mc, equivalenti a 443 kg d’oro nella mineralizzazione primaria.
In basso: l’imbocco della galleria menzionata da Jelenc, resa nuovamente accessibile grazie ai recenti lavori di prospezione.
Nel 1940 la produzione complessiva dell’Africa Orientale Italiana era pari a 465 kg d’oro, di cui 387 in Eritrea e 78 nell’ovest etiopico. Mussolini, che seguiva attentamente i progressi del settore minerario era apparentemente compiaciuto dei risultati ottenuti e riteneva possibile e raggiungere una produzione complessiva di 1000 kg d’oro annui.
Ma i risultati ottenuti furono in realtà’ modesti (Podestà, 2009). Le iniziative di sfruttamento minerario fecero registrare costi di produzione elevati, a causa della remunerazione della manodopera locale, più alta di quella delle zone confinanti, come lo Yemen e il Sudan, del costo elevato dei trasporti, dei combustibili e dell’energia elettrica, della necessità di pagare i diritti il transito attraverso il canale di Suez per il trasporto in Italia. Oltre a essere scarso nelle dimensioni, l’approvvigionamento di materie prime risultò quindi anche poco conveniente e talvolta meno competitivo degli acquisti sui mercati esteri (Gagliardi, 2016). 
A partire dal 1941, in conseguenza di questa situazione e della dichiarazione di guerra, l’attività della SAPIE, e lo sfruttamento italiano di Tulu Kapi, si interruppero. Non vi sono notizie di uno sfruttamento minerario da parte dei liberatori inglesi, mentre è presumibile che l’estrazione dell’oro con metodi artigianali sia continuata indisturbata da parte della popolazione locale.

Conclusioni

La storia della “scoperta” del giacimento aurifero Tulu Kapi è il risultato di diverse fasi di esplorazione, avvenute durante un lungo periodo di tempo. Lo Scudo precambrico Nubiano è noto per ospitare migliaia di manifestazioni aurifere, sfruttate già nell’antichità: questo ha suscitato l’interesse dei primi prospettori italiani. L’alternarsi di conflitti mondiali e locali, in combinazione con fattori economici, ha ritardato la definizione delle riserve aurifere. La lunga storia della "scoperta" ha coinvolto almeno sette entità; SAPIE, UNDP, GSE, Gamma Tan, Minerva, Nyota e Kefi. A distanza di oltre 80 anni dalle prime attività di estrazione gestite dalla SAPIE, la società inglese Kefi Minerals è pronta a avviare su scala industriale e moderna la coltivazione del giacimento. Così come nel passato, i tecnici italiani o italo-australiani, che attualmente agiscono per la società inglese ricoprono un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo giacimento.

Figura 5 - In alto: scavi minerari presso il “Monte Kappy” (presumibilmente Tulu Kapi). Da Prasso 1939, ripreso da G. Civinini. 1936: “Sotto le piogge equatoriali, Jubdo, riva destra del Bibir 1º Giugno”.
In basso: cercatori d’oro locali a Tulu Kapi.


Figura 6 - Nella zona di Tulu Kapi il cantiere meglio rifornito d’acqua era quello di Ankori, caratterizzato da eluvioni particolarmente potenti, ma tenori d’oro molto variabili (in genere fra 0.1 e 0.25 gr/m2). Ciononostante ad Ankori si rinvennero nel 1938 alcune grosse pepite, per un peso complessivo di 5 kg, fra cui una pepita di oltre 1,5 kg (Usoni, tav.I, 1952)
Figura 7 - Esecuzione di perforazione tramite utilizzo del cosiddetto “Banca Drill”, finalizzata al raggiungimento della mineralizzazione primaria (vena di quarzo aurifero), durante le campagne di esplorazione SAPIE in Etiopia (SAPIE, 1938).

Figura 8 - Carta geologica schematica della regione di Tulu Kapi (da Pollini, 1938).

Bibliografia citata nel testo

  • Citerni C., Vannutelli L., 1899: L’Omo. Seconda Spedizione Bòttego. Viaggio di esplorazione nell’Africa Orientale. Hoepli, Milano
  • Coti Zelati E., 2014: Un Cremasco alla ricerca dell’oro: Arrigo fadini e i suoi appunti di viaggio da Crema al Wallaga (28 gennaio–17 giugno 1904). Rivista del Museo Civico di Crema. Ed. Insula Fulcheria, pp.178–193.
  • Cuménge E., Robellaz F, 1898: L’or dans la nature. Parigi, Vicq et Dunot.
  • Fadda A., 2017:  L’Africa di Mio Padre. 10 anni di lavoro, guerra e prigionìa fra Africa e India, 1936-1949.
  • Gagliardi A. 2016: La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista. "Storicamente", 12 (2016), no. 3. DOI: 10.12977/stor619 (http://dx.doi.org/10.12977/stor619)
  • Johnson P.R., Andresen A., Collins A.S., Fowler A.R., Fritz H., Ghebreab W., Kusky T., Stern R.J., 2011: Late Cryogenian–Ediacaran history of the Arabian–Nubian Shield: A review of depositional, plutonic, structural, and tectonic events in the closing stages of the northern East African Orogen. Journal of African Earth Sciences.
  • Klemm, D., Klemm, R., Murr, A., 2001: Gold of the Pharaohs – 6000 years of gold mining in Egypt and Nubia. Journal of African Earth Sciences 33, 643–659.
  • Maiocchi R., 2015: Italian Scientists amd the war in Ethiopia. Rendiconti Accademia Nazionale delle Scienze, Memorie di Scienze fisiche e Naturali, Vol XXXIX, Parte II, Tomo I, pp. 127-146.
  • Molly E.W, 1959: Platinum deposits of Ethiopia. Vol. 54, 1959, pp. 467-477.
  • Podestà G.L., 2009: Da coloni a imprenditori. Economia e società in Africa Orientale Italiana. Da “Imprenditorialità e sviluppo economico. Il caso Italiano. (Secc. XIII-XX)”.  Amatori F., Colli A.. EGEA Milano, pp.1069–11094
  • Prasso A, 1939: Raccolta di scritti e documenti relativi ad Alberto Prasso e alle sue scoperte di giacimenti minerari nell’ovest etiopico. Industrie Grafiche Abete, 5 Febbraio XVII.  
  • Usoni L., 1952: Risorse minerarie dell’Africa Orientale: ufficio studi del Ministero dell’Africa Italiana. Jandi Sapi Editori, Roma.
  • Vannutelli L., 1903: L’Uòllega e l’industria mineraria. Bollettino della Società Geografica Italiana, Vol. XXXVII, Roma.
  • Zaccaria M., 2005: L’oro dell’Eritrea, 1897-1914. Africa, LX, 1, pp.65-110


domenica 8 ottobre 2017

“Sezioni geologiche annesse alla Carta geologica del Bacino del Melfa” di Gaetano Tenore, del 1867

di Marco Pantaloni, Fabiana Console, Fabio Massimo Petti

Gaetano Tenore (1826-1903), professore di mineralogia e geologia nella Scuola d'Ingegneria di Napoli, ingegnere del Genio Civile, in seguito di una specifica richiesta, nel marzo 1867 invia al R. Comitato Geologico d’Italia, da Caserta, una tavola manoscritta con “Sezioni geologiche annesse alla Carta geologica del Bacino del Melfa”.




Questa tavola è stata rinvenuta inclusa nel volume “Ragguaglio sulle miniere di ferro nel distretto di Sora e sui lavori della commissione destinata a ricercarle durante gli anni 1853-54-55” (Tenore, 1863). Sia il lavoro che le sezioni fanno riferimento ad una “Carta geologica del Bacino del Melfa” che, però, non è stata rinvenuta; Tenore pubblicò poi a Napoli, nel 1872, il “Saggio di carta geologica della Terra di lavoro” in scala 1:280.000, nella quale figurano le stesse sezioni riprodotte nella tavola originale.
L’autore riproduce due sezioni: una spezzata che, partendo dalla Valle di Canneto passa per Settefrati, attraversa i depositi miocenici in corrispondenza della “Torre di Gallinaro”, arriva ad Alvito alle pendici del Monte Prato; una seconda parte da Monti di Pratoroveto e, passando per Colle Tamburo, finisce sul Monte dell’Omo dove è indicato l’accesso alle miniere “posto a 320 m dal fondo valle”.




Le sezioni riportano indicazioni di carattere geologico con legenda suddivisa in 10 unità: dalla calcarea appennina, “la quale vi si rinviene con diversa struttura, formando molte varietà, tra le quali le più frequenti sono: la granellosa, la brecciforme e la compatta”, al macigno, Arenarie e Conglomerati, per finire con le “Argille diluviane con Limonite piriforme (Post-Pliocenico o Diluviano)” e le “Alluvioni relitte dai torrenti e spiagge (Attuale o Recente)”.
Indica poi, con specifica simbologia, l’ubicazione delle miniere di “ferro ossidato idrato (limonite)" nelle diverse varietà: compatta Fe, terrosa Fe2, oolitica Fe3, pisiforme Fe4 e, con simbolo Bit, le “Emanazioni bituminose o di petrolio nella calcarea”.

Per saperne di più

  • Pantaloni M., Console F., Petti F.M. (2016) – 1867: notizie geologiche dalle Province del Regno d’Italia. In: Console F., Pantaloni M., Tacchia D. (Eds.) (2016) – La cartografia del Servizio Geologico d’Italia. Mem. Descr. Carta Geol. d’It., 100, ISPRA - Servizio Geologico d’Italia, Roma: 8-43.
  • Tenore G. (1863) - “Ragguaglio sulle miniere di ferro nel distretto di Sora e sui lavori della commissione destinata a ricercarle durante gli anni 1853-54-55”.
  • Catalogo online Biblioteca ISPRA: opac.isprambiente.it


mercoledì 20 settembre 2017

INHIGEO 2017

di Marco Pantaloni e Fabiana Console

Dal 12 al 18 settembre 2017 si è tenuto a Yerevan (Armenia), presso la sede della National Academy of Sciences of the Republic of Armenia – Institute of Geological Sciences, il 42nd International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) Symposium. Il Congresso celebrava, inoltre, il 50° anno dalla fondazione della Commissione, avvenuta proprio a Yerevan nel 1967.



La Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana è, dal mese di giugno 2017, affiliata all’INHIGEO. Durante il congresso, la nostra Sezione ha ricevuto il benvenuto della Commissione da parte del Presidente, Barry Cooper, e del Segretario generale, Marianne Klemun, con l’auspicio di sviluppare nuovi temi e nuove linee di attività nell’ambito della Storia delle geoscienze in Italia, sotto l’egida della stessa INHIGEO.



Marco Pantaloni e Fabiana Console, ricercatori dell’ISPRA, membri di INHIGEO per l’Italia e della sezione di Storia delle Geoscienze, hanno partecipato ai lavori del congresso presentando il contributo “M. Pantaloni, F. Console, F.M. Petti - On the trail of Hermann Wilhelm Abich: a journey through the Italian volcanoes” che ripercorre il periodo di studio compiuto in Italia dal famoso geologo tedesco considerato, a tutti gli effetti, il padre della geologia del Caucaso.



Durante il convegno sono stati sviluppati i seguenti temi:
50 years of INHIGEO;
Development of geological ideas and concepts;
History of geology in Armenia;
Ancient knowledge of stone and metals;
Studies of historic and prehistoric evidences of seismic and volcanic activity;
General contributions and biographies of famous geologists.

Gli atti del congresso, editi dall’Accademia delle Scienze, sono disponibili al download sul sito INHIGEO 2017 (http://inhigeo2017.geology.am/).

Durante il business meeting della commissione, che si è tenuto il pomeriggio del 15 settembre, sono stati affrontati diversi temi riguardanti, tra gli altri, l’organizzazione dei prossimi congressi INHIGEO. Il prossimo congresso 2018 si terrà a Città del Messico, mentre quello del 2019 si terrà in Italia, a Varese; per tale evento tutta la comunità italiana di storia della geologia è invitata a partecipare. Sarà cura della sezione tenere informati i membri in merito all’organizzazione del convegno e alle modalità di partecipazione.

Al congresso ha fatto seguito un post-congress field trip che ha portato i congressisti a visitare alcuni dei luoghi più caratteristici del territorio armeno, ricco di bellezze storico-culturali e geologiche, come l’affioramento dei basalti colonnari di Garni, a poche decine di chilometri da Yerevan.





giovedì 24 agosto 2017

Geologia e antropizzazione delle grotte di Domusnovas

di Paolo Perini

Le grotte di San Giovanni, site nel comune di Domusnovas (provincia del Sud Sardegna), costituiscono un complesso caso di interazione tra geologia, fenomeni carsici ed attività antropica. Nelle sue vicinanze sono presenti tracce di insediamenti neolitici e strutture nuragiche ben conservate (Sa domu ‘e s’orcu). Infatti, secondo quanto riportato nella planimetria pubblicata da Testa nel 1922 (fig. 1), nella grotta erano presenti manufatti megalitici in blocchi di quarzo, rovine ed una piccola cappella dedicata a San Giovanni; riporta inoltre che Lamarmora nella sua descrizione del 1857, riferiva di mura che chiudevano gli ingressi nord e sud della caverna. Quando nel XIX secolo venne realizzata la strada nella grotta per facilitare il trasporto dei materiali con la più settentrionale area mineraria di Oridda vennero distrutti diversi elementi sia naturali che antropici: la cappella venne ricostruita all’esterno dell’ingresso sud e alcune concrezioni andarono perdute. Di fatto divennero le uniche grotte naturali in Italia che, per un lungo periodo di tempo, sono state percorribili in auto. Successivamente sono state riconosciute monumento naturale e, sottoposte a vincolo istituito ai sensi della L.R. n. 31/1989 con determinazione D.G. n. 2777/1999 dell'Assessorato alla difesa dell'ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, sono state chiuse al traffico ed il percorso stradale riattrezzato per essere percorso solo tramite “mobilità naturale” (percorso pedonale e ciclabile).


Figura 1 – In alto: planimetria della grotta pubblicata da Testa nel 1922.
In basso: l’ingresso meridionale della grotta come si presentava a Maxia nel 1941.
L’area di Domusnovas, esplorata più per l’estrazione dei metalli praticata sin dall’antichità, comincia a destare l’interesse dei geologi nella prime decadi del 1900. Una prima sintesi cartografica (fig. 2) la si deve a Carmelo Maxia (1941, cum bibl.), che si interessò dapprima ad alcuni aspetti legati alla deposizione del cono di deiezione di Domusnovas per poi descrivere l’assetto e l’evoluzione geologica della zona che si estende fino a Vallermosa, effettuata nell’ambito dei lavori di rilevamento geologico del foglio Guspini in scala 1:100.000. La grotta di San Giovanni attraversa i calcari cerulei del Cambriano, interessati da filoni di quarzo messi in posto in seguito all’intrusione granitica ercinica, da cui sono stati estratti i materiali per la costruzione delle strutture megalitiche.


Figura 2 – Stralcio della carta geologica del territorio di Domusnovas (Maxia, 1941).

L’interpretazione attuale dell’assetto geologico del settore, maggiormente complicato dalla tettonica, è sintetizzato in figura 3; le grotte interessano la Formazione di Gonnesa (GNN2) “Metallifero” Auct p.p. del Cambriano Inf. (Stage 4), interessata da una piega con asse orientato est-ovest.

Fig. 3 – Stralcio della carta geologica CARG n° 555 Iglesias in scala 1:50.000
(http://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/555_IGLESIAS/Foglio.html).

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mercoledì 23 agosto 2017

Su Tempiesu, ovvero il culto nuragico delle acque

di Marco Pantaloni

Isolata nel territorio di Orune, in provincia di Nuoro, si trova la fonte sacra di età nuragica di Su Tempiesu.


Scoperta nel 1953 in località Sa Costa 'e Sa Binza dai proprietari del fondo, che videro affiorare alcuni blocchi squadrati in pietra basaltica, del tutto estranei quindi alle litologie affioranti nell'area, costituite da metarenarie e filladi.
Grazie alla conoscenza 'geologica' dei signori Sanna, i proprietari del fondo, fu possibile portare alla luce uno dei monumenti più rappresentativi della Sardegna nuragica: la fonte di Su Tempiesu, dedicata al culto della acque, uno degli esempi più raffinati di architettura religiosa nuragica.
Suggestiva l'idea che un piccolo rivolo d'acqua, nella cultura moderna spesso ignorato, abbia rappresentato per migliaia di anni un luogo di incontro sociale pieno di significato mistico.


La visita al sito di Su Tempiesu è garantita dalla ottima accoglienza della cooperativa L.A.R.Co.


Il sito conserva pienamente gli aspetti religioso-culturali dell'antica civiltà nuragica così come, per i geologi, gli aspetti geologico-morfologici dell'area.
Indimenticabile è l'avvicinamento al sito di Sa Costa 'e Sa Binza, partendo dalla statale 131 e passando per il paese di Orune.


Su Gorropu

di Marco Pantaloni

La gola di Gorropu, ubicata nel Supramonte in Sardegna, segna il confine naturale tra i due comuni di Orgosolo e Urzulei. Il profondo canyon parte dalla punta Cucutos, a quota 888 m, e sprofonda per circa 500 m; il fondo del canyon raggiunge, in alcuni punti, la larghezza di soli 4-5 m. In lingua sarda gorropu, o garroppu, significa burrone, versante scosceso.


Le caratteristiche morfologiche della gola di Gorropu la rendono unica nel suo genere in Europa e nel mondo; oltre che un meraviglioso sito geologico, rappresenta uno scrigno per gli aspetti biologici e naturalistici. L’habitat della gola è caratterizzato da forti correnti d’aria e da zone poco o nulla esposte all’insolazione solare, che causano quindi estremi sbalzi termici. Ciò causa quindi la presenza di particolari endemismi quali, ad esempio, la presenza dell’Aquilegia di Gorropu, o Aquilegia nuragica, che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha inserito fra i primi a rischio di estinzione nel Mediterraneo.
La gola di Gorropu è stata formata dal rio Flumineddu che ha eroso la successione carbonatica del Dogger che costituisce l’ossatura dei rilievi calcarei della Sardegna orientale, e quindi del Supramonte. Nella Sardegna orientale vengono distinti tre cicli sedimentari trasgressivo-regressivi limitati da discontinuità: il primo (Bathoniano – Calloviano inferiore) di facies di piattaforma estesa con barre oolitiche; il secondo (Oxfordiano – Kimmeridgiano sup.) con piccole scogliere circondate da depositi oolitici e bioclastici; il terzo (Portlandiano – Berriasiano) di ambiente di retroscogliera, con tappeti algali e stromatoliti.
Le acque piovane che scendono dai contrafforti del Gennargentu si concentrano nel rio Flumineddu, erodendo, dissolvendo e levigando la roccia carbonatica, creando le gole e numerose cavità sotterranee. In fase di piena le acque scorrono in superficie con un frastuono assordante; in periodo di magra scorrono sul greto o si infiltrano in profondità, riemergendo a valle della gola quando l’unità carbonatica poggia sugli scisti paleozoici.
Su Gorropu rappresenta uno dei più importanti monumenti geologici e paesaggistici della Sardegna e, nello stesso tempo, storico-culturale. In passato il canyon ha ricoperto funzioni strategiche e difensive. Nella cultura locale, nella gola dimorano Sa mama de Gorropu (la madre di Gorropu) e Sos Drullios, creature malvagie che escono dalle grotte e rapiscono animali e uomini del Supramonte.
Leggende affermano poi che, in un punto preciso della gola, a causa delle condizioni di oscurità, sia possibile vedere le stelle anche di giorno. Quest’ultima affermazione può essere verificata percorrendo personalmente le splendide gole: l’accesso alle gole si può effettuare da vari punti. Dalla cantoniera di Genna Sìlana, al km 183 della strada statale 125, un sentiero scende con un dislivello di circa 750 metri fino al corso del Flumineddu; altri accessi sono possibili, partendo da Dorgali e percorrendo la vallata di Oddoene,con una adeguata attrezzatura, percorrendo il sentiero Sedda ar Baccas. Questo sentiero si sviluppa per 12 chilometri, con un dislivello di 200 metri; il tempo di percorrenza è di tre ore.





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lunedì 31 luglio 2017

La carta dell’Anfiteatro morenico di Rivoli: "un ornamento come carta murale"

di Marco Pantaloni e Pietro Mosca

Nel lontano 1886 Federico Sacco pubblica a Torino, per la litografia Doyen, una sua Carta dell'Anfiteatro morenico di Rivoli, alla scala di 1:25.000.

Federico Sacco (1864 - 1948)


L'anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, esteso per circa 52 kmq, si trova nella parte centro-occidentale della Provincia di Torino. È costituito da un insieme di rilievi originati dal deposito di sedimenti da parte del grande ghiacciaio che percorreva la valle della Dora Riparia. Queste colline sono poi caratterizzate dalla presenza di massi erratici anche di dimensioni notevoli, dei quali abbiamo già parlato in passato (il masso erratico di Caselette, dedicato proprio a Federico Sacco; il masso erratico di Pianezza, dedicato a Bartolomeo Gastaldi).

La carta prodotta da Federico Sacco venne pubblicata in un periodo particolarmente fertile degli studi in questo settore, gran parte dei quali portati avanti dal produttivo Sacco, che nel corso della sua vita professionale produsse oltre 600 pubblicazioni e carte geologiche a carattere geologico, geomorfologico e stratigrafico.
In quei tempi la stampa quotidiana dedicava maggiore attenzione, rispetto ad oggi, alle notizie di natura scientifica, e sulla Gazzetta Piemontese (“La Stampa” di oggi) venne pubblicato un trafiletto che illustra i caratteri tecnico-scientifici dell’opera di Sacco.
Tra le curiosità che il cronista mette in luce, figurano quella della presenza in carta delle indicazioni altimetriche ma, soprattutto, il fatto che la carta dell’anfiteatro morenico, oltre che utile per fini scientifici, può servire “per un ornamento come carta murale”.



dalla Gazzetta Piemontese

Una carta dell’Anfiteatro morenico di Rivoli
Nelle vetrine del libraio Loescher abbiamo veduta esposta in mostra una bellissima carta dell’anfiteatro morenico di Rivoli, sulla scala di 1 a 25.000.
È un lavoro paziente e diligentissimo dell’egregio dott. Federico Sacco, assistente al nostro Museo di zoologia e anatomia comparata, insegnante di botanica e zoologia dell’Istituto tecnico.
Questa carta, pochi forse lo sospettano, ci dà una spiegazione dello immenso sviluppo dei ghiacciai nella valle di Susa prima della comparsa dell’uomo. Vi sono disegnati, in tinte e designazioni grafiche diverse, i terreni quaternari e primari, e vi si osserva perciò una distribuzione geologica delle più interessanti.
A parte le indicazioni geologiche, che possono servir molto per conoscere la natura dei terreni, la carta abbonda di indicazioni topografiche; vi sono indicati i più minuti dettagli, i monti, i corsi d’acqua, le strade, i principali fabbricati, le case industriali, e, cosa importantissima e ricercatissima, le quote altimetriche.
Questa carta può quindi servire tanto pel naturalista, per l’ingegnere, per l’alpinista nelle sue escursioni, quanto per un ornamento come carta murale.
Si dirà che essa abbraccia una troppo angusta regione. Risponderemo che essa è abbastanza vasta per importanti studi, o che vorremmo che ogni regione fosse studiata con altrettanta coscienza come lo è stata questa dal dottor Federico Sacco, il quale merita le più cordiali lodi.
La carta dell'Anfiteatro morenico di Rivoli, di Federico Sacco
(disponibile al download sul catalogo OPAC dell'ISPRA: http://opac.isprambiente.it/SebinaOpac/Opac)

Per saperne di più:






martedì 25 luglio 2017

Studenti tremate: il ‘Sasso di Maxia’ è tornato …

di Marco Romano

"Sei stato pesato sulle bilance e il tuo peso si è rivelato insufficiente …"

Queste le parole scritte da mano invisibile sul palazzo del re Balsassàr, figlio del grande Nabucodònosor, il quale aveva fatto asportare i vasi d'oro e d'argento dal tempio di Gerusalemme. Balsassàr pensò bene di recuperare i preziosi vasi e farli portare alla sua presenza, per farvi bere, in modo sfacciato e senza ritegno alcuno, i sui dignitari, le sue mogli e le sue concubine. L’‘Onnipotente’, come riporta la Bibbia, non deve aver apprezzato particolarmente questo gesto: così Daniele, il ‘deportato dei giudei’, dopo aver declamato a gran voce la scritta sul muro sentenzia in conclusione: “Dio ha computato il tuo regno e gli ha posto fine”. Sei stato pesato, caro re Balsassàr, ma non hai superato l’esame, ci dispiace.

Se è vero che nella vita gli esami non finiscono mai, quante volte ci siamo seduti davanti a una commissione, magari in camicia a maniche lunghe nella canicola impietosa di un luglio romano. E così, grondando di sudore tra una sigaretta e un'altra, trangugiando l’ennesimo caffè della mattinata e mandando a memoria i piani angusti del Carbonifero, “siamo stati pesati sulle bilance”. Sicuramente moltissime volte, come molti, o quasi infiniti, sono gli aneddoti legati agli esami universitari, tra professori burberi, domande improbabili e risposte degli studenti spesso al limite della psichedelia. Ogni dipartimento di Scienze della Terra dello Stivale ha sicuramente la sua memoria storica di aneddoti, situazioni divertenti, leggende e grandi spauracchi; nel mio piccolo, ricordo con piacere (il piacere è solo a posteriori ovviamente) le macchiette del Dipartimento romano, e parte di questo ricordo sarà, dunque, necessariamente personale.
Come dimenticare i sudati calcoli a mano agli esami di Carlo Felice Boni, Bozzano e Scarascia; il cladogramma da costruire con gli euro appena messi in circolazione all’esame di Nicosia, usando 100 lire come outgroup; e ancora, i profili a vista con Bruna Landini e Di Filippo, il metronomo che scandiva il tempo all’esame di anatomia comparata di Cristaldi (Figura 1), il rimpianto Marx nostrano.

Figura 1 - Il Prof di Anatomica Comparata Mauro Cristaldi (il Marx nostrano)
gioca con piedi di teropodi nella stanza ‘ordinata’ di Nicosia.
All’esame di paleontologia ci fu chi parlò una buona mezzora usando sempre il termine “triboliti” al posto di trilobiti; il buon Santantonio, all’orale di rilevamento, si dovette sorbire i famosi “sfilatini sedimentari” al posto dei filoni; secondo uno studente dell’ultimo anno il Sus strozzii del Valdarno era chiaramente uno ‘struzzo’, causando l’implosione del povero Odoardo Girotti all’esame di Geologia del Quaternario. Una volta la Prof. Conti mise ‘15 e lode’ a uno studente che aveva studiato in modo eccelso metà del programma, tralasciando deliberatamente la seconda metà. Quando si bluffa, come a poker, bisogna saper essere assolutamente convincenti…
Negli anni abbiamo visto realmente di tutto. Chi sfidò pubblicamente il Prof. Giacomo Civitelli (“Civitelli Re di Roma”, come recitavano le scritte sui banchi al primo anno) a lezione, pronunciando la sciagurata frase: “io ignorante?, lo vedremo all’esame”. Civitelli (Figura 2) che in escursione riusciva a girarsi una sigaretta con una mano sola, continuando a spiegare con disinvoltura, e martellando con la seconda mano; tutti gli studenti di solito perdevano il filo della spiega, distratti dalla mirabile prodezza. Il buon Lesti sequestrato e chiuso a chiave durante l’orale della temuta Fisica 1, dal noto professore argentino che doveva andare a pranzo; professore che, secondo la leggenda, era scappato in Italia come rifugiato perché dissidente politico.

Figura 2 - Il Prof Giacomo Civitelli durante un momento ‘sigaretta’ all’escursione presso Pietrasecca per gli studenti del primo anno di Scienze Geologiche (foto di Martina Mignardi).
Il Prof. Lucio Loreto di Mineralogia 1, era solito infilzare un ovetto kinder con degli stuzzicadenti (che diventavano magicamente assi di simmetria) per spiegare le simmetrie nei sistemi cristallini. Dopo di che l’ovetto, oramai trasformato in una pericolosa arma pungente, veniva lanciato in aula con un sorrisetto sadico allo studente che indovinava il gruppo mineralogico. La seconda ora di lezione consisteva, essenzialmente, nel montare le sorprese degli ovetti dalle retrovie dell’ultima fila, incuranti del reticolo di Bravais o degli indici di Miller.
Personalmente ricordo con divertimento (sempre a posteriori) il mio esame con il ‘temibile’ Prof. Ernesto Centamore (Figura 3), il leggendario rilevatore, il geologo “pantagruelico” come lo ribattezzò lo stesso Alvarez, nel noto libro sulla sezione del Bottaccione e sul livello anomalo di iridio al limite K-Pg, “T-Rex and the crater of Doom”. Per l’esame si era accompagnati da un professore di supporto (quasi di ‘sostegno’ oserei dire), con cui si realizzava una tesina per rompere il ghiaccio all’inizio del temuto orale.

Figura 3 - Il Prof. Ernesto Centamore con il suo ex-tesista ‘geoitaliano’ Alessio Argentieri, durante i festeggiamenti per il trentennale del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza.
Scelsi la Prof. Conti come “effetto tampone”, e dedicai due buoni mesi e molto impegno a una bella revisione del margine di Tornimparte e relative rudiste. Il giorno dell’esame il buon Centamore prese la tesina in mano, e iniziò a sfogliarla con in volto quel sorriso sornione romano alla Aldo Fabrizi, che molti conoscono e ricordano. Dopo circa un minuto chiuse la tesina e si rivolse al sottoscritto con la seguente frase scoraggiante:<<Embè, che ce famo co’ le rudiste, la pastasciutta? Parlame un po’ dell’Avanfossa Complessa sensu Ricci Lucci>>. Non so se l’espressione di sconforto peggiore fu la mia o quella della Conti, tuttavia resta un bell’esempio di quando gli esami non erano semplici presentazioni in power point e potevano realmente togliere il sonno per settimane. A chi si sedette al patibolo dopo il sottoscritto non andò di certo meglio. La tesina di Alessandro Mancini non venne neanche aperta: gli venne gentilmente richiesto un profilo speditivo a memoria dal Gran Sasso all’Adriatico. A ogni piccolo nuovo tratto del transetto aggiunto con fatica, il buon Centamore integrava la spiegazione indicando tutte le possibili trattorie e ristoranti della zona, frutto di un esperienza ruspante sul terreno, altro che ‘Trip Advisor’ o “Gambero Rosso” radical chic. Ricordo chiaramente le sue parole al raccordo tra primo e secondo transetto: “ecco vedi, proprio qui dove il Gran Sasso accavalla sulla Laga, c’è un posto dove fanno i cojoni de mulo migliori del centro Italia”.

Tuttavia lo studente, quando messo alle strette, come il topo costretto nell’angolo, si ferma, smette di arretrare, può reagire o addirittura attaccare. Può avere persino l’illuminazione geniale, la ‘luccicanza’, andando a risolvere magari un problema che attanagliava lo stesso professore. Successe sicuramente a Enrico Fermi che, all’esame di ammissione a Roma, risolse un problema che arrovellava da tempo i grandi e chiarissimi luminari della Sapienza. Certo di Enrico Fermi o Majorana se ne contano pochi nel giro di un secolo, ma questa potenzialità dello studente l’aveva afferrata bene, negli anni cinquanta del secolo scorso, il Prof. Carmelo Maxia. Proprio da questo tentativo, quasi disperato, di trovare la risposta a un mistero persino nel ‘povero’ studente, nasce la leggenda: il temibile “Sasso di Maxia”.

Carmelino Maxia (1903-1984), detto Carmelo (Figura 4), è stato un geologo e paleontologo di origine sarda, che ha condotto la prima parte della sua carriera a Cagliari, sotto l’ala protettrice del grande Silvio Vardabasso. Gli anni a ridosso del secondo conflitto mondiale lo vedono impegnato essenzialmente in studi mineralogici, paleontologici e geologici sensu lato dell’isola di Sardegna, compilando anche il primo elenco catastale delle grotte della regione.

Figura 4 - Il Prof. Carmelino (Carmelo) Maxia.
Nel 1938 Maxia lascia l’isola e, come dicono i sardi, viene in continente, ricoprendo il ruolo di assistente nell’Istituto di Geologia e Paleontologia nell’Università di Roma, seguendo essenzialmente il direttore Giuseppe Checchia-Rispoli; quest’ultimo, personaggio di primo piano, aveva già diretto l’istituto di Cagliari, dove un giovane Maxia era cresciuto sul piano accademico. Di questi anni sono i famosi studi sul Mesozoico della campagna romana, con i lavori sui Monti Tiburtini, Prenestini, Cornicolani e Lucretili. Si dedicò tuttavia anche a studi prettamente paleontologici come l’analisi delle malacofaune della Tripolitania e le faune dei depositi pliocenici, osservabili in destra idrografica del fiume Tevere. Seminali sono stati poi i suoi studi estesi sul travertino e sua genesi nella campagna romana, con particolare interesse dedicato al famoso bacino delle Acque Albule. Degli anni cinquanta sono importanti monografie che hanno fatto da riferimento per decenni, tra cui la nota ‘Geologia dei Monti Cornicolani’, di cui conservo gelosamente a casa una rarissima copia personale (come le bobine della ‘Corazzata Potëmkin’ del Dottor Guidobaldo Maria Riccardelli, nel Secondo Tragico Fantozzi).
Una volta conseguita la libera docenza, nel 1954 Maxia divenne direttore dell’Istituto di Roma, prendendo il posto lasciato da Ramiro Fabiani dopo la sua morte (con un altro aneddoto che forse troverà un giorno spazio in queste pagine). Erano gli anni ruggenti della gloriosa “primavera romana” (Figura 5), che sarebbe proseguita poi dal 1960 con l’arrivo successivo di Bruno Accordi e dove, accanto al buon Centamore già menzionato, figuravano personaggi del calibro di Farinacci, Colacicchi, Angelucci, Zalaffi, Sirna, Cocozza, Francioni, Minniti, Devoto, Durante, Ristori, Menichini (da leggersi rigorosamente a voce alta e per terzine, come la formazione del grande Torino di una volta).

Figura 5 - La famosa ‘primavera romana’ schierata a bella posta nell’autunno del 1961, durante una ricognizione per i fogli da rilevare (tra cui Sora e Frosinone). In seconda fila, a partire da sinistra si riconoscono: Zalaffi, Sirna, Accordi, Francioni, Colacicchi, Angelucci, Cocozza, Centamore (rigorosamente con fiasco di vino rosso in mano), Minniti, Praturlon, Farinacci, Devoto e Menichini; in prima fila da sinistra Durante e Ristori. Sullo sfondo Montecassino. All’epoca l’unico strutturato era Colacicchi, come assistente.
Tra questi anche un giovane Praturlon, che ebbe la fortuna di seguire gli ultimi corsi di Maxia, prima della venuta a Roma del Prof. Bruno Accordi, di cui divenne uno dei primi laureandi romani. Lontani erano i tempi, con l’avvento del nostro casereccio boom economico, della crisi planetaria e dell’immane difficoltà di trovare un lavoro come geologo o ricercatore. Come racconta Praturlon, al suo arrivo da Cagliari rimase stupefatto del vedere le miriadi di annunci di compagnie petrolifere, tra cui anche l’Agip, che tappezzavano l’Istituto in cerca di giovani geologi del terzo e quarto anno, per assistenza ai pozzi nelle penisola: il famoso appello di Enrico Mattei ai giovani. Il partigiano Mattei che, appello o non appello, meno di un decennio dopo precipiterà a bordo dell’aereo di addestramento Morane-Saulnier MS.760 Paris nelle campagne di Bascapè, vittima dell’ennesimo attentato e ‘mistero’ all’italiana. Come l’assassinio passionale farsa di Pierpaolo Pasolini, che, guarda caso, stavo proprio lavorando a un voluminoso libro scomodo dal titolo conciso ed eloquente: Petrolio…

Tornando all’Istituto di Roma anni cinquanta, come consuetudine (e ci siamo passati tutti), parte dell’esame di geologia consisteva, anche all’epoca, nel riconoscimento macroscopico di campioni di roccia, con descrizione del litotipo, possibile genesi e inferenza sull’ambiente di formazione. Ed è in queste occasioni che il ‘perfido’ Maxia tirava fuori di soppiatto dal cassetto il grande spauracchio dello studente di geologia anni cinquanta: il terribile “Sasso di Maxia”. Un campione infido di pochi centimetri, grezzo da un lato, finemente levigato sul lato opposto, dove compariva un’inquietante fitta alternanza di livelli rosso fegato e livelli avana chiaro; veramente una diavoleria per i depositi spesso estremamente monotoni dell’appennino o pre-appennino: la famosa ‘calcaria’ che il grande Gian Battista Brocchi, nel 1822, apostrofava come “sterile roccia, che così nojose fa riuscire le peregrinazioni del mineralogista”. Il povero studente, che balbettava incerto anche su una semplice grovacca, si trovava tra le mani il ‘sasso’ maledetto e, nelle migliori delle ipotesi, manteneva un dignitoso silenzio.

Il sasso della discordia era stato recuperato da Maxia durante le sue peregrinazioni geologiche nell’appennino, in zona “Borgo Collefegato”, oggi conosciuto come Borgorose nella valle del Salto, in Provincia di Rieti. All’epoca lo studio geologico del preappennino e dell’Appennino era in una fase realmente pionieristica; su scala internazionale il nuovo paradigma della tettonica delle placche sarà dimostrato e accettato universalmente (a parte qualche oppositore tardivo russo particolarmente accanito) solo negli anni settanta, e non si aveva ancora un idea chiara di successioni ridotte o condensate e alti strutturali giurassici. Capitava dunque al buon Maxia di imbattersi in litotipi particolari e spesso difficilmente interpretabili: le famose “misteriti”, come quelle di Cottanello, che trovarono una spiegazione grazie agli studi pionieristici della Prof. Anna Farinacci (Figura 6), e successivamente nell’operato della sua scuola romana (scuola, in fin dei conti, riconducibile per via diretta allo stesso Maxia). Così, per semplice divertimento, e sperando veramente nel colpo di genio di uno studente, il Prof. Maxia durante gli esami tirava fuori il suo sasso dal cilindro, sperando nel miracolo…
 
Figura 6 - Anna Farinacci (semplicemente "La Prof.") in una foto dei primi anni sessanta.
Il ‘Sasso di Maxia’ scomparso all’incirca dagli anni settanta, chi vociferava nella sassaiola durante la famosa cacciata del segretario della CGIL Luciano Lama dall’Università, nel febbraio del ’77 (Figura 7), è stato clamorosamente ritrovato quest’anno per caso in Dipartimento, in un cassetto con appunti e sezioni sottili della Prof. Anna Farinacci (Figura 8). Dormiva il suo lungo sonno di quasi mezzo secolo, incurante del mondo che in qualche modo andava avanti, tra guerre del golfo, terrorismo estero e nostrano, fine della prima repubblica, maxiprocessi e 11 settembre. Probabilmente messo in salvo in un cassetto dalla Prof. Farinacci stessa nei momenti di maggior concitazione: a Lama si poteva lanciare di tutto, ma non di certo il ‘Sasso di Maxia’.

Figura 7 - Il segretario della CGIL Luciano Lama tiene il famoso comizio sindacale il 17 febbraio 1977 alla Sapienza, quando tra gli studenti “iniziò a serpeggiare un certo malumore”…

Figura 8 - Il leggendario “Sasso di Maxia” da poco ritrovato tra gli appunti della Farinacci.

La sua posizione attuale è stata segretata, e chissà, in un futuro non troppo lontano, potrebbe di nuovo comparire per magia durante un esame di riconoscimento rocce a Geologia, tra le mani di un “fortunato” studente del primo anno. I miti e le leggende restano tali solo e soltanto se non ne viene svelato l’arcano. Quindi non riveleremo in questa sede la vera natura del leggendario Sasso di Maxia.
Forse perché in fondo non la sappiamo neanche oggi, e speriamo sia già nato lo studente che risolverà il mistero…

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