giovedì 29 settembre 2016

Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti: una sapiente operazione di geo-marketing di 230 anni fa. Con ben due colpi di scena…

di Marco Romano


Lo sciacallaggio mediatico che segue immancabilmente disastri naturali come terremoti, tsunami o eruzioni non è di certo cosa nuova o legata a eventi calamitosi degli ultimi decenni: diversamente sembra affondare profonde e solide radici nel nostro inconscio, nella nostra società e comunità. L’attaccamento a disastri e tragedie, alle storie umane che vi sono dietro, le necessità morbosa di vedere in diretta il dolore altrui e la distruzione più totale, sono sentimenti atavici e inestirpabili del genere umano. Sentimenti in parte giustificabili, forse dai toni esorcizzanti, ma comunque da sempre cavalcati sapientemente da chi ha saputo intercettare al meglio queste debolezze, per trarne profitti prettamente personali. Lo aveva capito benissimo, più di due secoli orsono, l’autore dell’operetta di sole 20 pagine pubblicata nel 1779 dal titolo accattivante: “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera degli otto d’Agosto 1779 ma (per grazia di Dio) durò poco” (Figura 1). L’operetta è firmata don Onofrio Galeota, auto-definitosi nel testo “Poeta e Filosofo all’impronto”.


Figura 1. Frontespizio dell’opera firmata “don Onofrio Galeota” nelle ristampa del 1825 (Opuscoli burleschi del Giani, in Napoli, presso il Seguin).

Don Onofrio Galeota (1732-1802) nacque a Napoli nel 1732 e divenne presto un personaggio noto e in voga della città partenopea per la scrittura di noti ‘Opuscoli’ del tutto scellerati e diremo oggi ‘politically incorrect’; brevi testi, nella maggior parte sgrammaticati, dove il nostro ‘poeta’ si lanciava in focose invettive contro i più disparati soggetti umani o classi sociali. Tra i più conosciuti figura l’Opuscolo contro i ‘Pescivendoli’ della città, apostrofati da don Onofrio come “ladri, porci, scostumati… …che svergognano la città di Napoli”. In altri opuscoli l’autore se la prende con i “castagnari”, i “pizzicaroli” e i ladri napoletani professionisti, che, appiccando il fuoco al Largo del Mercato, poterono rubare con calma e in santa pace, mentre le forze dell’ordine e la povera gente erano occupate altrove.
Nonostante il carattere scadente e poco significativo delle sue operette, per un periodo diversi autori napoletani scrissero dei pezzi imitando in tutto e per tutto lo stile del Galeota. Don Onofrio ebbe persino la sfacciataggine di presentarsi in pompa magna presso l’Accademia Reale, con la pretesa di essere ammesso tra le loro fila. Memorabile fu la risposta, in genuino stile partenopeo, ricevuta in tale occasione dal Galeota: “Non te pigli scuorno, vieni persino qua a dire che voi essere accademico, noi non ammettiamo ciucci all'accademia”.
Questa la descrizione che ci da il Benedetto Croce (1912) del nostro poeta, nei suoi “Aneddoti e profili settecenteschi”: “Don Onofrio parla e parla molto; il suo tema favorito sono i <<mali costumi>> di Napoli, e le <<sconnessioni>> che ogni giorno si dicono e si stampano: tutte cose che muovono a indignazione il suo petto di filosofo e di letterato. E da letterato fulmina contro di esse in versi all’improvviso; e da filosofo moralizza nella sua prosa sincera, sebbene infiorata di spropositi d’ogni sorta”. Croce continua affermando come le sue “orribili prose” siano state impresse su carta straccia, dove sul frontespizio campeggia, impavido e senza vergogna alcuna, il suo ritratto: “Vendere i suoi libercoli, ottenere qualche pranzo, scroccare qualche mancia, questi sono i suoi fini; e non c’è umiliazione alla quale non si esponga per raggiungerli” (Croce, 1912, p. 254).

Torniamo ora all’operetta riguardante la ‘spaventosissima’ eruzione del Vesuvio. Il testo ci trasporta con la fantasia nella fiera di mercato di una calda notte partenopea nell’agosto 1779, precisamente sotto la Baracca della Sorbetteria; un pergolato in legno di forma semicircolare costruito per l’occasione, coperto di tela e con asse lungo parallelo al Palazzo Reale. Al centro della struttura campeggiano due sfarzose fontane adornate da obelischi; il pergolato è ulteriormente suddiviso in numerose ‘baracche’, dove si espongono i prodotti migliori dell’industria nazionale: dal caffè, alla sorbetteria, piccoli teatri e immancabili osterie. Giovani o meno giovani donne aristocratiche, incipriate e cosparse di accattivanti nei rigorosamente finti, si aggirano ammiccando nei loro corsetti e busti stretti all’inverosimile, in perfetto stile rococò; al seguito un molesto ronzio di aitanti e giovani virgulti dell’alta borghesia partenopea, tra cilindri, sigari, fazzoletti nel taschino e mustacchi curatissimi. Le più giovani s’avanzano nel parapiglia facendosi largo con scollature prorompenti, impreziosite da fantasie di sgargiante garza o mussolina. Tutto sprizza gioia, voglia di vivere, luccicanza, opulenza, lucentezza; una totale e gioiosa ostentazione di colore e curve, come per lasciarsi alle spalle la pesante fuliggine, cupa e tenebrosa, del trapassato barocco.
Come detto correva l’anno 1779. Il giovane Beethoven cominciava la composizione della sua prima sinfonia, a Parigi veniva ideato e costruito il primo velocipede, mentre la Spagna assediava Gibilterra, dopo aver dichiarato guerra alla Gran Bretagna. A Senigallia, il sei di marzo dello stesso anno, nasceva il celeberrimo Giovanni Battista Bugatti, meglio conosciuto come Mastro Titta, ‘er boja de Roma’, noto e temuto esecutore di numerose sentenze capitali nello Stato Pontificio (Figura 2):

Tutt'a un tempo ar paziente Mastro Titta
j'appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene
un schiaffone a la guancia de mandritta.

«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill'antri che ssò mmejjo de tene»
(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 68, Er ricordo, 29 settembre 1830)

Figura 2. Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, mostra compiaciuto la testa di una donna appena giustiziata nei pressi di Castel Sant'Angelo.

martedì 13 settembre 2016

Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, volume 100: La Cartografia del Servizio Geologico d’Italia.

E’ stato pubblicato online, in concomitanza dell’88° Congresso della Società Geologica Italiana, il volume numero 100 delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, dal titolo “La Cartografia del Servizio Geologico d’Italia”, a cura di Fabiana Console, Marco Pantaloni e Domenico Tacchia.

L’idea di racchiudere in un unico volume la storia, i risultati e gli sviluppi della lunga produzione cartografica del Servizio Geologico d’Italia potrebbe apparire un’impresa ardua, dovuta anche al lungo arco temporale che intercorre dalla fondazione del Servizio, nel 1873, ai giorni nostri.
Lo spirito che ci ha spinto a raccogliere contributi specifici su questo tema è stata la volontà di avere finalmente un volume che racchiudesse gli aspetti storici e i contenuti tecnico-scientifici della cartografia geologica e geotematica prodotta dal Servizio Geologico d’Italia oltre a quella raccolta nel tempo, conservata e resa fruibile al pubblico dalla Biblioteca dell’ISPRA.
L’organizzazione attuale del Servizio Geologico d’Italia, all’interno di un complesso Istituto di ricerca quale è l’ISPRA, vede tutto il personale coinvolto in numerose e diverse attività; abbiamo ritenuto, tuttavia, che la cartografia geologica e geotematica rappresentasse il minimo comune denominatore di tutti i settori tematici nei quali è strutturato il Servizio.
La realizzazione di questo volume ha visto un’ampia partecipazione da parte di tutti i colleghi del Servizio Geologico d’Italia; questo dimostra un profondo legame dei geologi e dei cartografi alla loro quotidiana attività professionale e alla stessa istituzione. Si è voluto, però, dare spazio anche a contributi esterni, a dimostrazione di un radicato spirito di collaborazione con altri Enti ed Istituti sulle tematiche comuni.
L’analisi del materiale documentale storico, lo studio delle biografie delle persone che hanno lavorato presso l’Ufficio e del materiale tecnico-scientifico prodotto da questi scienziati, ci ha permesso di scoprire anche un lato umano che sottolinea l’attaccamento e la passione dei tecnici e dei geologi verso il proprio lavoro e verso le Scienze della Terra.
Il nostro auspicio è che questo spirito di collaborazione e il senso di appartenenza che ne deriva rimangano come esempio per le future generazioni di geologi, cartografi, storici e bibliotecari che si occuperanno di proseguire la cartografia geologica negli anni a venire.

Il volume è disponibile al download sul sito dell’ISPRA al seguente link:
http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/periodici-tecnici/memorie-descrittive-della-carta-geologica-ditalia/la-cartografia-del-servizio-geologico-ditalia




domenica 11 settembre 2016

Tre secoli di geologia in Italia

Napoli, 7-9 settembre 2016

Riflessioni sull'88° Congresso della Società Geologica Italiana

Tre giorni, tre giorni intensi, faticosi, divertenti; giornate e momenti importanti, di informazioni, notizie, aggiornamenti, discussioni.
Ma soprattutto, per noi della Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana, un intero venerdì di confronto, scambio, dialogo, presa di coscienza.
Coscienza del fatto che la nostra Sezione, nata in modo informale, è diventata una tra le più seguite e partecipate sezioni della Società alla quale ci pregiamo di appartenere.
Lunga la lista dei contributi orali e delle presentazioni in forma di poster che hanno riempito la sessione dedicata ai “Tre secoli di geologia n Italia”, dalle 8.30 del mattino fino al tardo pomeriggio. Chiusa con un emozionante e proficuo scambio di pareri e opinioni.
Vorremmo raccontare questi giorni descrivendo le nostre emozioni, riassumendo i diversi contributi, presentando gli Autori dei diversi lavori; lo facciamo invece, lasciando al tempo lo sviluppo di quanto nato in questi giorni, attraverso le immagini che sono state raccolte.










sabato 13 agosto 2016

P’trodd, ovvero Tempa Petrolla

di Marco Pantaloni

Nelle campagne fra Montalbano Jonico e Pisticci, nel settore NO dell’area della Riserva Regionale dei Calanchi di Montalbano Jonico, proprio al confine tra i territori comunali di Craco, Pisticci e Montalbano Jonico, affiora uno spettacolare piastrone calcareo pressoché verticale immerso nel vasto mondo argilloso di questo settore di Basilicata.

Tempa Petrolla vista dalla valle del Cavone

Si tratta di un enorme olistolite costituito da calcari grigi a Orbitoides e rudiste di età cretacica , a giacitura verticale, inglobato nel complesso argilloso delle argille variegate cretaciche-miocenico inferiore dell’Unità tettonica sicilide di Rocca Imperiale, rappresentate da argille rosse, verdi e grigio-piombo, caotiche, con strati di diaspri varicolori e calcari selciferi. L’area ricade nel Foglio 507 Pisticci della Carta geologica d’Italia in scala 1:50.000 del Servizio Geologico d’Italia, ISPRA (visualizzabile a questo link: http://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/507_PISTICCI/Foglio.html).

Stralcio del foglio geologico 507 Pisticci della Carta geologica d’Italia in scala 1:50.000 e della relativa legenda (Servizio geologico d’Italia, ISPRA)



Nel versante della Petrolla affiorano numerosi olistoliti, anche se di dimensioni più modeste e con diversi assetti giaciturali, rappresentati da unità di diversa natura litologica.

Un altro olistolite calcareo affiorante nell'area
I depliants turistici locali enfatizzano il geosito della Petrolla come “un misterioso meteorite piombato in questo mare d’argilla”.
Grazie alla posizione sopraelevata a dominio delle vie di passaggio, Tempa Petrolla è stato abitato fin dal Neolitico, ospitando poi nel Medioevo un villaggio fortificato. Dalla sommità del rilievo roccioso, sul quale è stato edificato un piccolo castello, sono visibili a 360° il Torrione di Craco, il Castello di Pisticci, il Castello di San Basilio e le fortificazioni di Montalbano Jonico. Tempa Petrolla fa parte del sistema geodetico nazionale.
Nel dialetto locale la Petrolla è, ovviamente, la pietra; un luogo che nel vissuto popolare evoca, come spesso in Basilicata, il brigantaggio.
Tempa Petrolla è sullo spartiacque di due valli, quella del fiume Cavone e quella del fiume Agri: un punto strategico, ripreso dalla cartografia a far parte della sistema geodetico italiano grazie alla sua estrema visibilità.

Ma oltre alla Petrolla, è l’intera area calanchiva di Montalbano Jonico a offrire, per gli aspetti geologici e paleontologici, paesaggistici, ambientali, archeologici e culturali, un estremo interesse. Le incisioni calanchive, brulle ma nello stesso tempo contornate da boschetti di macchia mediterranea, pini e cipressi, disegnano allo sguardo paesaggi di grande suggestione.
Come detto, le particolarità geologiche e la valenza scientifica dei Calanchi di Montalbano hanno fatto sì che la Regione Basilicata ha istituito con L.R. n.3 del 2011 la “Riserva regionale dei Calanchi di Montalbano Jonico”, con l’intenzione di tutelare quest’importante area naturale, assolutamente unica.

Il centro storico di Montalbano costituisce il punto di partenza per passeggiate nella riserva, percorrendo i cosiddetti "Appiett’", sentieri che si innescano sulle vecchie vie della transumanza e che spaziano lungo la Val d’Agri, dal Mar Jonio fino alle montagne del Pollino.
Da ricordare che nell’area di Montalbano Jonico è stata proposta la sezione tipo per il limite stratigrafico Pliocene-Pleistocene.

Per saperne di più:
http://legambientemontalbano.jimdo.com/la-riserva-dei-calanchi/

venerdì 15 luglio 2016

Passeggiate sui basalti colonnari

di Giovanna Baiguera

Pietre lanciate, canne d'organo, passeggiate dei giganti. Che relazione esiste tra questi termini? E quale con le scienze naturali? La risposta è in un unico soggetto geologico, conosciuto tecnicamente come basalto colonnare, la cui singolarità evidentemente non lascia indifferenti, oggi come in passato.
Il santuario europeo di queste maestose costruzioni è considerato, a buon titolo, la celebre Giant's Causeway in Irlanda del Nord (http://www.giantscausewayofficialguide.com/), ma non mancano gli esempi italiani, di tutto rispetto.


Fig. 1 – Gole di Alcantara, Sicilia (foto M. Magnoni)

Le caratteristiche così originali e riconoscibili di questi affioramenti sparsi in diverse parti del globo esercitarono un potente stimolo sui primi studiosi della terra.
Permisero ad esempio di mettere in luce affinità sospette tra lembi della crosta terrestre apparentemente scollegati, contribuendo alle prime intuizioni sulle similitudini tra rocce distanti e quindi, infine, sulla deriva dei continenti.
Ancor prima, le colonne basaltiche sfidarono il pensiero scientifico sulla natura stessa di tutte le rocce, per la loro forma così somigliante all'abito cristallino di certi minerali, giocando un ruolo-chiave nella disputa fra nettunisti e plutonisti, all'epoca in cui si cercava di spiegare l'origine delle rocce in un processo unico o dominante, in un caso guidato dalle acque marine, nell'altro dal calore sotterraneo. Secondo gli uni dalle acque si sarebbero infatti generati tutti i minerali e le rocce, accumulate strato su strato per precipitazione chimica, mentre altri riponevano nel fuoco delle profondità terrestri la forza edificatrice di tutte le catene montuose.
Tutti dibattiti a cui presero parte anche esponenti italiani, in un passato relativamente recente, con forti limiti imposti da condizionamenti di natura culturale, oltre che da osservazioni necessariamente macroscopiche e attualistiche dei fenomeni geologici.
Fu nell'arco di un solo secolo, fra il '700 e l'800, che l'origine dei basalti passò, nel credo scientifico, da marina a magmatica.


Fig. 2 – Illustrazione tratta da “De’ monti colonnari e d'altri fenomeni vulcanici dello Stato veneto” (1778), di John Strange, diplomatico britannico presso la Repubblica di Venezia (http://www.gonnelli.it)


Oggi, a meno di due secoli di distanza, i basalti colonnari possono ritenersi in gran parte decifrati, pur non smettendo di sorprendere, non solo per la loro bellezza, ma anche grazie a recenti osservazioni di laboratorio sui meccanismi di formazione delle colonne.

Se si dovesse illustrare a un geoscienziato di allora le conoscenze attuali occorrerebbe ripartire dalla definizione stessa di basalto, roccia dal colore tipicamente scuro, formata dalla solidificazione di un magma in condizioni effusive e caratterizzata da una tessitura per lo più microcristallina, o in certi casi persino amorfa/vetrosa, che ne determina un aspetto omogeneo.
In effetti le colonne possono essere formate anche da rocce a rigori non ascrivibili tra i basalti propriamente detti (in base alla classificazione di Streckeisen, per esempio), ma il termine viene spesso usato per alludere a tutte le rocce vulcaniche nel loro complesso.
Il basalto si sta formando anche in questo momento, in molte parti della terra. Come ogni altro tipo di roccia, del resto. Ma qui si tratta di una produzione relativamente veloce e copiosa, creata dalla semplice fuoriuscita di lava all'aria aperta o nelle profondità marine.
Capita poi tutti i giorni di venire a contatto con questo tipo di rocce, presenti nelle più comuni pavimentazioni stradali, ora negli impasti bituminosi delle asfaltature e un tempo come costituente del selciato, ancora presente in molte città.


Fig. 3 – Selciato a blocchetti di porfido riolitico (“sampietrini”)
Di tutti i basalti osservabili, pochi presentano una struttura colonnare e di questi pochissimi hanno forme così imponenti e definite come quelle affioranti in alcune località del mondo, divenute poli di attrazione turistica.
Ad oggi si ritiene che i basalti colonnari si formino innanzitutto a fronte di un rapido raffreddamento del magma, da contatto diretto con l'aria o con altri corpi freddi o addirittura ghiacciati, come il permafrost. Non sarebbero poi trascurabili le caratteristiche del fluido magmatico, composizionali (il chimismo incide sulla viscosità) e migratorie (relative ai movimenti convettivi interni alla massa ma anche al suo percorso di fuoriuscita).
Osservare direttamente la nascita delle colonne non è impresa facile. Una delle condizioni chiamate in causa per la loro formazione è la costrizione laterale del magma da parte di una roccia preesistente, senza la quale la massa potrebbe invece fluire, espandersi e contrarsi più liberamente e quindi disordinatamente. Si tratterebbe quindi di iniezioni di lava in grandi fessure e si può immaginare come queste condizioni si verifichino specialmente in prossimità delle zone di rift, ad esempio lungo le dorsali medio-oceaniche, le cui parti emerse mostrano infatti tante presenze di basalti colonnari, come in Islanda.
Strutture colonnari basaltiche sarebbero state osservate persino sulla Luna e su Marte (http://earthobservatory.nasa.gov/IOTD/view.php?id=38904).


Fig. 4 – Basalti colonnari (Galtellì, Sardegna)
A parte le condizioni di contesto, per spiegare il meccanismo fisico di formazione delle colonne occorre innanzitutto pensare a due fenomeni che avvengono quando un fluido magmatico, come altre sostanze, si raffredda e si asciuga: la riduzione di volume e un cambiamento di comportamento da elastico a rigido, quindi fragile.
Ecco quindi che, sul “confine freddo” di questo ammasso magmatico in via di raffreddamento, iniziano ad aprirsi delle spaccature a geometria poligonale, del tutto simili a quelle osservabili sulle superfici disseccate dei depositi fangosi, in una pozzanghera attuale ma anche fossilizzate in sedimenti antichi (“mud cracks”).


Fig. 5 – Fratture poligonali nel fango (foto G. Davoli)
Con il procedere del raffreddamento nelle profondità dell'ammasso, questa griglia di fratture tenderebbe ad approfondirsi, scolpendo le colonne.
Più che di fratture in questo caso si potrebbe parlare di giunti da raffreddamento, in origine per lo più saldati. Si tratta comunque di zone di debolezza dell'ammasso, dove la degradazione post-deposizionale ad opera degli agenti atmosferici può portare anche al distacco di singoli elementi.

Tornando alla propagazione del raffreddamento all'interno del fluido magmatico, bisogna aggiungere che questo normalmente non procede in modo perfettamente continuo, bensì attraverso passi di ordine centimetrico, talvolta materializzati in lineamenti trasversali lungo la colonna. Anche questi lineamenti segnano la presenza di superfici di debolezza, stavolta perpendicolari alla colonna, in grado di determinare un vero e proprio sfettamento delle colonne, “a biscotto”. I biscotti hanno spesso superfici concave/convesse che contribuiscono, in una certa misura, a stabilizzarne l'impilamento lungo la colonna, un po' come avviene per le articolazioni ossee.


Fig. 6 – Basalti colonnari in Auvergne, Francia
Ma ciò che colpisce maggiormente delle colonne basaltiche è la loro sezione poligonale. Sin dalle prime pubblicazioni si parlava di colonne prismatiche o angolari, con forme trasversali tipicamente esagonali. In effetti, sebbene la geometria non sia sempre così perfetta, qualche spigolo lungo la colonna è sempre riconoscibile e frequentemente prossimo a 120° di ampiezza.


Fig. 7 – Basalti colonnari in Auvergne, Francia

Fig. 8 – Rilievo di una sezione affiorante nella Giant's Causeway, Irlanda del Nord, dove i colori delle colonne sono assegnati in funzione del numero di quelle adiacenti: rosso per i rapporti quadrilateri, arancione pentagonali, verde esagonali, blu eptagonali e violetto ottagonali (di O'Reilly J.P., modificato da Goehring L., 2008)

Come si accennava poc'anzi, grazie a recenti studi basati su diverse osservazioni e prove sperimentali con sostanze che si prestano allo scopo, si sono potuti svelare alcuni dei meccanismi che regolano la geometria dei poligoni prodotti dalla contrazione. La giunzione a “Y” tra i vari poligoni, ovvero la formazione di angoli attorno ai 120°, sarebbe associata a ripetuti cicli di contrazione-rigonfiamento, ovvero raffreddamento-riscaldamento, che nel magma potrebbero essere alimentati dai fenomeni di convezione nel fluido in via di solidificazione. La giunzione a “T”, cioè con angoli attorno ai 90° (come quelli mostrati dal fango essiccato nella figura precedente), sarebbe invece prodotta da meccanismi di contrazione meno complessi.



Fig. 9 – Esperimenti di essiccazione controllata nell'amido di mais (http://www.lgoehring.com/Experiments_in_corn_starch.html)

In realtà, come risulta da recenti studi, i due pattern di fratturazione, rettangolare ed esagonale, potrebbero essere entrambi presenti durante la graduale contrazione della lava (e di altri materiali), pur in momenti diversi, in risposta a precise leggi fisiche. Lo schema ad angoli intorno ai 90° si produrrebbe infatti abitualmente negli stadi iniziali, con la comparsa delle prime fratture, le quali poi, con il procedere della contrazione, tenderebbero a proliferare e quindi a unirsi, assumendo, ad un certo punto, una configurazione più organizzata, caratterizzata da giunzioni a 120°, così stabile da preservarsi anche durante la progressiva penetrazione in profondità.
Per saperne di più:


  • Dall'Olio N. (2004), Vedere il tempo – L'interpretazione dei fossili e degli strati nella scienza tra '600 e '700, Monte Università Parma Ed.
  • Toscano M. (2006), “Nature catched in the fact” - Sperimentalismo e collezionismo antiquario-naturalistico nel Regno di Napoli, Veneto, Gran Bretagna tra il XVIII-XIX secolo, tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
  • Goehring L. (2008), On the scaling and ordering of columnar joints, tesi, University of Toronto, Canada
  • Chambers N. (2009), I contatti italiani di Sir Joseph Banks, in: Le scienze nel Regno di Napoli, a cura di Mazzola R., Collana “Filosofia e saperi” dell'Istituto per la Storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Aracne ed.
  • Pantaloni M. (2013), Le pietre lanciate, Geoitaliani (http://www.geoitaliani.it/2013/12/le-pietre-lanciate.html)
  • Tongiorgi M. (2013), Il nano e i giganti: idee della geologia tra il '700 e il '900, Naturalmente (http://www.naturalmentescienza.it).
  • Ciancio L. (2013), I segni del tempo: teorie e storie della Terra, Treccani (http://www.treccani.it).
  • Goehring L. e Morris S.W. (2014), Cracking mud, freezing dirt, and breaking rocks, Physics Today, vol. 67, issue 11, pp. 39-44.
  • Hofmann M., Anderssohn R, Bahr H-A, Weiß H-J e Nellesen J. (2015), Why Hexagonal Basalt Columns?, Physical Review Letters 115, 154301.




mercoledì 18 maggio 2016

La Gioconda: tecnica artistica e approccio geologico

di Manuel Curzi

La Gioconda è probabilmente il quadro a cui è stato dedicato il più alto numero di studi per gli innumerevoli aspetti riguardati la famosa opera di Leonardo Da Vinci: le tecniche di pittura, la scelta dei colori, il paesaggio, il sorriso, la posa e l’identità stessa del soggetto (Fig. 1).


Fig 1: La Gioconda

Dietro la figura v’è uno strano paesaggio, infinitamente profondo, fatto di rocce corrose e sfaldate tra corsi d’acqua, con un’atmosfera satura di vapori in cui s’infrange e filtra la luce. È l’immagine della “natura naturans”, del farsi e disfarsi, del ciclico trapasso della materia dallo stato solido al liquido, all’atmosferico.” 


(Argan G. C., 1974 ). 
Secondo il professore Carlo Pedretti, tra i massimi studiosi ed esperti italiani di Leonardo da Vinci, il quadro sarebbe stato realizzato a più riprese: iniziato in Toscana, Leonardo lo avrebbe infatti portato con sé fino in Francia, dove oggi è conservato. In sostanza la Gioconda rappresenterebbe il diario personale di Leonardo a cui l’artista, di tanto in tanto, metteva mano modificando e plasmando di continuo gli oggetti raffigurati. Per questo motivo la Monna Lisa viene considerata un po’ come un vero libro aperto sulla vita del grande genio italiano, da cui attingere informazioni riguardo la continua crescita artistica e tecnico-scientifica di Leonardo nel tempo.
L’analisi del dipinto, conservato al Museo del Louvre di Parigi, non si limita all’enigmatico sorriso e alla figura emblematica della Monna Lisa; infatti anche il panorama sullo sfondo è da lungo tempo oggetto d’interesse da parte di storici e critici d’arte. Infatti, seppure risulti grosso modo chiaro il contesto geografico della Gioconda, non si è ancora arrivati a un comune e definitivo accordo sulla sua precisa localizzazione.
Attualmente esistono teorie contrastanti riguardo la posizione geografica del paesaggio del dipinto. Secondo molti esperti rappresenterebbe il paesaggio aretino, in Toscana, nella zona dove l’Arno riceve le acque della Val di Chiana. Un indizio preciso a tale proposito sarebbe il ponte basso a più arcate, struttura identica al Ponte di Buriano costruito in provincia di Arezzo a metà del 1200, al di sopra del quale passa l’antica via consolare Cassia Vetus (strada che collega Roma, Chiusi, Arezzo e Firenze).
Secondo altri studiosi (la cui interpretazione è ancora una volta legata al ponte alla destra della Monna Lisa), il luogo corrispondente sarebbe Piacenza, lì dove il Ponte Gobbo attraversa il fiume Trebbia (Fig. 2; per approfondire: Glori e Cappello, 2011). Nonostante le diverse e contrastanti interpretazioni, la tesi secondo la quale il paesaggio raffigurato corrisponde alla zona Toscana è stata confermata dal Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali, guidata dal presidente Silvano Vinceti.


Figura 2: Dettaglio del ponte alle spalle della Monna Lisa.
A: Ponte Buriano, in Toscana.
B: Ponte Gobbo, Bobbio, in provincia di Piacenza.
Leonardo conosceva bene quest’area come testimonia una sua mappa autografa che descrive mirabilmente il bacino idrico della Val di Chiana. Nel disegno, attualmente custodito nella collezione inglese a Windsor, s’intravedono tutti gli elementi riconducibili al settore della Toscana precedentemente descritto (Fig.3).
Dagli studi di Joliveau (2010) e Pezzutto (2012), emerge che l’immagine su un lato del dipinto sembra trovare una continuità sul lato opposto. Giustapponendo e allineando le due porzioni del quadro, si può riscostruire uno sfondo completo apprezzandone la continuità (Fig. 4). Inoltre, grazie alla tecnica della prospettiva aerea, pensata e adottata per la prima volta da Leonardo (tecnica che permette di rappresentare oggetti in prospettiva giocando con i colori e le sfumature) il paesaggio della Gioconda è stato reso dall’artista in modo da suggerire una mappa in rilievo (Mottin, 2006; Pezzutto, 2012).


Figura 3: Val di Chiana, disegno autografo di Leonardo da Vinci (Windsor, Collezione Reale). (Da Scala / Art Resource, NY). Il riquadro nero rappresenta l’ingrandimento della porzione nella quale sono state evidenziate le analogie con il panorama alle spalle della Gioconda. Tramite il gioco del chiaro-scuro e grazie all’uso delle sfumature, Leonardo è riuscito a rappresentare le proporzioni e le altezze naturali sulla carta. Per mezzo dello stesso lavoro sui toni e sulle intensità dei colori (tecnica aerea), l’artista ha dato enfasi nei propri dipinti alla perdita di nitidezza che l’atmosfera provoca agli oggetti in lontananza.
Come descritto in Pezzutto (2012), lo sfondo della Gioconda sarebbe deficitario di profondità ma soprattutto mancherebbe la corrispondenza di una veduta da un unico punto di osservazione. Infatti non esiste un luogo da cui un osservatore possa vedere contemporaneamente le pendici del Pratomagno, il Ponte Buriano, la confluenza dei corsi d’acqua, la dorsale collinare tra Arezzo e la Val di Chiana e la lontana superficie elevata del Lago Trasimeno così come rappresentato nel dipinto. Da ciò emerge che Leonardo, per creare il paesaggio della Gioconda, sembra aver assemblato una serie di immagini con vista aerea, prese da diversi punti d’osservazione, mettendole in sequenza (Pezzutto, 2012): esattamente il modo in cui aveva impostato il suo lavoro cartografico della Val di Chiana.


Figura 4: Paesaggio della Gioconda ricostruito. L’immagine su un lato del dipinto continua su quello opposto. Confrontare le caratteristiche lungo la cucitura delle metà del quadro giustapposte con quelle lungo la linea sulla mappa riposizionata. Cerchio rosso: Ponte Buriano. Cerchio giallo: confluenza dei corsi d’acqua. Cerchio verde: dorsale collinare tra Arezzo e la Val di Chiana. Questo puzzle rivela la soluzione e suggerisce la direzione di osservazione da parte di Leonardo (dal basso verso l’altro rispetto alla mappa). (Modificato da Pezzutto D., 2012).

Lo studio e la modellazione 3D descritta da Pezzutto (2012), rappresenta il tentativo di una ricostruzione panoramica del paesaggio in questione. Grazie a un complesso software, paragonabile a Google Earth 3D, l’autore ha simulato un’osservazione da un cavalcavia virtuale, adottando la tecnica di Leonardo del sequenziamento di una serie di vedute aeree per la produzione di un disegno cartografico o di un paesaggio dipinto (Fig 5, A-B). L’effetto risultante è stato un miglioramento della rappresentazione della profondità, elemento che come detto sembra manchi nella Gioconda.


Figura 5. A: Paesaggio da quattro diversi punti di vista lungo la Val di Chiana. 1: Castiglione del Lago. 2: Lago Trasimeno. 3: Chiana (attualmente pianura, era un lago al tempo di Leonardo). 4: Dorsali di colline. 5: Fiume Chiana. 6: Confluenza dei fiumi. 7: Fiume Arno. 8: Ponte Buriano. 9: Via Setteponti. 10: Incisione della dorsale collinare. 11: Collina di Cortona.
B: Schema che illustra le corrispondenze tra il paesaggio ricostruito e la mappa di Leonardo. 1: Pratomagno. 2: Arno. 3: confluenza dei fiumi. 4: Fiume Chiana. 5: Ponte Buriano. 6: Crinale delle colline. 7: Strada Setteponti. 8: Incisione della cresta del crinale. 9: Colle vicino Siena. 10: Lago di Chiana. 11: Colline cortonesi. 12: Lago Trasimeno. 13: Castiglione del Lago. 14: Isola nel Trasimeno. 15 Montagne oltre il lago. (Modificato da Pezzutto D., 2012).
Sono state riscontrate altre analogie tra il paesaggio del dipinto e quello del disegno di Windsor, tutte avvaloranti la tesi della posizione geografica in Toscana. Poco distante dal Ponte di Buriano, infatti, l’Arno riceve le acque del canale della Chiana. Risalendo questo canale verso monte si arriva, dopo una serie di meandri, nella Valle dell’Inferno. Questo assetto gemorfologico sarebbe quello rappresentato alla sinistra della Monna Lisa, cioè un corso d’acqua a meandri che s’infila in una stretta gola.
I rilievi alla sinistra della Monna Lisa risultano articolati, aguzzi e fortemente incisi dall’erosione. Infatti, continuando oltre il ponte lungo l’antica Via Cassia, si trova esattamente un’area con guglie e calanchi. In altre opere dell’artista, come la Madonna dei Fusi, Sant’Anna e la Vergine delle Rocce, sono rappresentate questi tipi di morfologie per i depositi affioranti, a cui Leonardo ha dedicato un’ampia trattazione circa la loro genesi per il dilavamento e degradazione meteorica (da ricordare la sua attenzione al tema dell’acqua e della sua forza naturale e idraulica, Baratta M., 1903; De Lorenzo G., 1920; Vai G.B., 1995; Vai G.B., 2003). Nonostante le diverse teorie e i misteri che le opere di Leonardo portano con sé, è comunque certo che il genio avesse una notevole conoscenza della zona aretina e che il suo impegno cartografico, così come la maggior parte delle indagini affrontate nella sua vita, sia stato condotto ancora una volta come estensione e risultante naturale dei suoi studi. Tutto questo con il fine di migliorare anche le proprie rappresentazioni artistiche.
L’artista-scienziato, partendo dai propri studi cartografici preliminari (basandosi cioè sulla sua stessa mappa precedentemente descritta), ha adottato uno trai i principali strumenti di base delle Scienze della Terra, così da poter definire Leonardo da Vinci, ancor prima di artista, grande e attento geologo e osservatore delle forme della natura. Per la prima carta geologica in assoluto, bisognerà aspettare il lavoro del Conte Luigi Ferdinando Marsili, fondatore nel 1711 dell’Accademia delle Scienze di Bologna, nonché autore della carta delle miniere di zolfo di Cesena, nella quale sono delimitate le corrispondenti unità litostratigrafiche (Romano et al., 2016).
Come accennato brevemente sopra, secondo la teoria confermata dal Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali, la zona geografica dipinta alle spalle della Gioconda, corrisponderebbe al settore compreso tra Firenze e Arezzo, dove s’incontrano la Val di Chiana e il Valdarno Superiore: una conca delimitata a NE dal massiccio del Pratomagno e a SW dai Monti del Chianti. Il Valdarno Superiore è attraversato dal fiume Arno che entra in una gola, oggi occupata da due bacini artificiali e caratterizzata da fianchi acclivi e fortemente incisi dall’erosione. L’ingresso della forra corrisponde alla Valle dell’Inferno, l’uscita corrisponde alla Stretta dell'Incisa. Lungo le alte pendici del Pratomagno il Valdarno Superiore è caratterizzato da fenomeni di erosione di terreni argillosi e sabbiosi affioranti ai piedi della stessa dorsale: rappresenterebbero proprio le zone fortemente erose, studiate e rappresentate da Leonardo da Vinci nella Gioconda e in altri suoi quadri (Vergine delle Rocce, Sant’Anna, Madonna dei Fusi) (Fig. 6).


Fig 6: Disegno su carta di Leonardo da Vinci. Studio di variazione litologica verticale delle rocce del Valdarno. (Windsor) (Pagliai Polistampa, 2001). Sembra uno schizzo di un geologo del ‘900 (particolarmente bravo nel disegno) sul proprio taccuino di campagna. In realtà è lo studio del genio in cerca della perfezione figurativa.
Le osservazioni e le intuizioni di Leonardo, giunte fino a noi grazie ai suoi grandiosi disegni e manoscritti, evidenziano la stretta relazione tra la litologia e la morfologia di un corpo roccioso. Per avere un quadro completo della grande varietà delle forme del paesaggio, presenti nel presunto panorama toscano alle spalle della Monna Lisa, bisogna comprendere quella che è stata l’evoluzione geologica dell’area. I terreni che affiorano in questo settore dell’Appennino a cavallo tra la Val di Chiana e la Valdarno Superiore (dove s’incontrano il Canale Maestro della Chiana e il Fiume Arno), hanno età che vanno dall’Oligocene al Pleistocene, presentano differenti caratteristiche petrografiche e sono legati alla strutturazione della catena appenninica. L’inizio della deposizione detritica cenozoica, infatti, coincide con l’inizio delle fasi tettoniche compressive. In questo momento si ha deposizione di sedimenti torbiditici arenacei e arenacei-marnosi del sistema catena-avanfossa. Successivamente alla tettonica compressiva miocenica, inizia una fase distensiva che determina una serie di depressioni tettoniche. Queste ultime, nelle aree maggiormente ribassate, diventano sede di estesi ambienti lacustri (Fig. 7). Il bacino del Valdarno si è sviluppato esattamente in quest’ultima fase, durante la quale hanno avuto luogo l’apertura della porzione settentrionale del Mar Tirreno e la frammentazione dell’Appennino in Horts e Graben.
Sulla base dell’evoluzione del sistema deposizione e della conseguente variazione petro-mineralogica dei depositi, l’evoluzione plio-pleistocenica di questo bacino orientato NW-SE, si può suddividere in tre fasi principali (Billi et al., 1991). Nella prima (Pliocene medio), si ha la formazione di piccoli bacini fluvio-lacustri all’interno del graben, con deposizione di materiali clastici da grossolani a fini e intercalazioni di ligniti nelle facies marginali (Gruppo Castelnuovo).


Fig 7: Distribuzione dei principali Bacini Neogenici e quaternari dell’Appennino Settentrionale
(da Società Geologica d’Italia, 1990).
Nel secondo stadio, il bacino ha subito dapprima un tilting verso NE, con la genesi di un lago effimero caratterizzato da sedimentazione di depositi lacustri fangosi, con subordinata sabbia, e sottili lenti di materia organica (Gruppo Montevarchi). Un successivo sollevamento tettonico, accompagnato da elevato apporto sedimentario clastico, ha portato al prosciugamento del lago.
La terza ed ultima fase è consistita nella sedimentazione di depositi grossolani del sistema fluviale sinuoso del paleo-Arno (Gruppo Monticello). I depositi di queste ultime due fasi sono generalmente orizzontali.
Durante l’evoluzione del bacino, le condizioni lungo i margini erano adatte per la formazione di delta e conoidi alluvionali (Delta di Pratomagno) che segnano la transizione tra i depositi lacustri della seconda fase, e quelli fluviali della terza (Fig. 8). In base all’assetto geologico dell’area, a cui sono legate le ampie e articolate forme del paesaggio naturale, risulta una forte corrispondenza con il presunto panorama aretino maestosamente riprodotto dalla mano dell’artista nel dipinto ‘La Gioconda’.
In grandi linee, l’ampio range litologico delle rocce clastiche cenozoiche affioranti alle spalle della Monna Lisa, varia da argille a marne e sabbie più o meno grossolane e variamente cementate. Questo si traduce in diverse erodibilità e resistenza differenziale alla degradazione meteorica e si rispecchia chiaramente nella varietà delle forme geomorfologiche rappresentate nel dipinto di Leonardo. Il paesaggio, decisamente articolato e raffigurato nel dipinto, varia infatti dalle forme pianeggianti dei depositi alluvionali, a quelle aguzze e fortemente incise della gola formata dai depositi arenacei cementati, tra i quali scorre il fiume Arno.


Fig 8: Rappresentazione dei depositi fluvio-lacustri del Bacino di Valdarno. 1) Alluvioni (Olocene); 2) Depositi fluviali del Gruppo di Monticello (Pleistocene medio); 3) Conoidi di Pratomagno (Pleistocene inf-med.); 4) Depositi lacustri del Gruppo di Montevarchi (Pleistocene inf.); 5) Depositi fluvio-lacustri del Gruppo di Castelnuovo (Pleistocene Medio); 6) Bedrock. Nel profilo sono rappresentate le relazioni tra unità stratigrafiche. (Da P. Billi et al.,  1991).
Lo stretto legame tra la litologia e la conseguente varietà delle forme del paesaggio naturale che ne deriva, rappresenta attualmente una nozione intuitiva e data per scontata. Ma circa sei secoli fa, Leonardo, mediante la propria osservazione, i propri disegni, i propri studi e il proprio talento, ha dettato pionieristicamente in chiave artistica alcuni processi e prodotti che oggi non esitiamo a definirli geologici sensu stricto. 


Riferimenti bibliografici

  • Argan G. C. 1974. Storia dell’arte italiana. Volume terzo, Firenze, G. C. Sansoni S.P.A.
  • Baratta M., 1903. Leonardo da Vinci ed i problemi della terra. Fratelli Bocca Editori. Torino.
  • Billi P., Magi M., and Sagri M. 1991. Pleistocene lacustrine fan delta deposits of the Valdarno Basin, Italy. Journal of Sedimentary Research. 61.2
  • De Lorenzo, G. 1920. Leonardo da Vinci e la geologia (Vol. 3). N. Zanichelli.
  • Glori C., Cappello U. 2011. Enigma Leonardo. Decifrazione e scoperte. La ricerca. La Gioconda. In memoria di Bianca. Ginevra Benci: il cartiglio decifrato. La ricerca in immagini, Cappello Edizioni.
  • Joliveau T. 2010. “The Amazing Secret Map of Mona Lisa / L’étonnant secret cartographique de la Joconde.
  • Starnazzi C. 2001. Leonardo e dintorni: il maestro, le botteghe, il territorio. Catalogo a cura di Starnazzi C. con i contributi di Carlo Pedretti e Rocco Sinisgalli). Firenze, Pagliai Polistampa.
  • Mottin B. 2006. “Reading the Image” in Mona Lisa: Inside the Painting, ed. JP Mohen, M. Menu and B. Mottin, Abrams, New York, 66.
  • Pezzutto D. 2011. “Leonardo’s Val di Chiana map in the Mona Lisa”, Cartographica 46:3, 149-59.
  • Pezzutto D. 2012. “Leonardo’s Landscapes as Maps”, OPUSeJ 201206262038LLM, 1-31.
  • Pezzutto D. 2013. “Raphael’s Gioconda “, Società Geologica Italiana, 1990, 06-26 - Guide Geologiche regionali: Appennino Tosco-Emiliano. BE-MA editrice. 
  • Romano M., Cifelli R. L., and Vai, G. B. (2016). The first geological map: an Italian legacy. Italian Journal of Geosciences,135(2), 261-267.
  • Vai G. B., 1995. Geological priorities in Leonardo da Vinci’s notebooks and paintings. Rocks, Fossils and History, 13-26.
  • Vai G.B., 2003. I viaggi di Leonardo lungo le valli romagnole: riflessi di geologia nei quadri, disegni e codici. In: Leonardo, Machiavelli, Cesare Borgia: Arte, Storia e Scienza in Romagna (1500-1503), De Luca Editori d’Arte, Roma, 37-47.


lunedì 9 maggio 2016

1277: la più antica traccia di una piena del Tevere

di Marco Pantaloni

Percorrendo il centro storico di Roma, proseguendo la direzione di Ponte Sant’Angelo sul lato opposto al Castello, si percorre una strada, via del Banco di Santo Spirito, che conduce poi in una piccola piazza. Sul lato destro della strada, circa a metà altezza, si trova un piccolo arco, ed un vicolo che collega via del Banco di Santo Spirito con via Paola.


L'Arco dei Banchi visto dall'occhio di GoogleEarth;
nel sottoarco sinistro, all'interno, la lapide con l'iscrizione.
Via del Banco di S. Spirito era anche chiamata “Canale di Ponte”, forse in virtù del fatto che la massa dei pellegrini provenienti dalle vie circostanti e diretti alla vicina Basilica di San Pietro si incanalava in questo tratto di strada per attraversare il Ponte Sant’ Angelo oppure, più probabilmente, a causa delle piene del Tevere che invadevano immediatamente questo breve percorso.

Sotto l’arco, indicato all’esterno da una lapide, si trova la più antica iscrizione relativa ad una piena del Tevere: quella del 7 novembre 1277. Il livello di piena è indicato da una linea orizzontale posta immediatamente sotto una staffa di ferro di sostegno.

La lastra è rettangolare, molto alta e stretta; le parole vengono abbreviate e, per risparmiare spazio, separate da tre puntini verticali. L’epigrafe riporta:
“HUC TIBER ACCESSIT SET TURBIDUS HINC CITO CESSIT ANNO DOMINI MCCLXXVII IND VI M NOVEMB DIE VII ECCL A VACANTE”, che tradotto significa: “Qui arrivò il Tevere, ma torbido, di qui presto si ritirò nell'anno del Signore 1277, sesta indizione, settimo giorno del mese di novembre, mentre la chiesa era vacante”.


La lapide con l'iscrizione della piena del 7 novembre 1277
In origine la lapide si trovava sotto il portico della chiesa dei SS. Celso e Giuliano, che si trovava in piazza di Ponte, ma che venne demolita e ricostruita per ben due volte a causa dei continui allagamenti; il livello riportato è, quindi, diverso da quello effettivamente raggiunto.

Per saperne di più:


mercoledì 4 maggio 2016

Il Grande Torino e il Terziario piemontese

di Alessio Argentieri




67 anni fa, il 4 maggio del 1949, il velivolo Fiat G212 I-ELCE delle Avio Linee Italiane, proveniente da Lisbona, si schiantava alle ore 17:03 contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga, la collina che domina Torino in destra idrografica del Po.
Nell’incidente, come è tristemente noto, persero la vita 31 persone, tra cui i giocatori e lo staff tecnico della migliore squadra di calcio della fase centrale del XX secolo, i membri dell’equipaggio e i giornalisti al seguito. Il Grande Torino rientrava dalla capitale lusitana dopo aver giocato un’amichevole di beneficienza contro il Benfica. La fitta nebbia, che riduceva la visibilità a 40 m, e un probabile guasto dell’altimetro fisso su quota 2000 fecero sì che l’aereo impattasse sul rilievo (669 m s.l.m.) mentre volava invece a circa 600 m dal suolo.



E pensare che quei luoghi, poco più di un secolo prima, furono teatro di un’escursione della Seconda Riunione degli Scienziati Italiani, svoltasi nel Settembre 1840 nella capitale del Regno Sabaudo, un anno dopo la prima tenutasi a Pisa per volere del Granduca Leopoldo.
Il concetto di italianità era ancora assai acerbo, tanto da trovar menzionati nella relazione del Presidente Generale Conte Alessandro di Saluzzo illustri scienziati piemontesi, liguri, veneti, lombardi e toscani, con menzione solo marginale per quelli “dell’inferiore Italia”, dove effettivamente i progresso scientifico era ancora indietro. La profetica introduzione del Presidente si chiudeva però così: “Ponendo io qui termine al mio ragionare vi invito, Chiarissimi Signori, a dar principio alle vostre scientifiche conferenze, su delle quali la dotta Europa ha fissi gli sguardi, e dalle quali una nuova gloria aspetta l’Italia intera, e non che il nostro Piemonte”. 




La riunione si tenne presso la Regia Università torinese “sotto gli auspizi del magnificentissimo Re Carlo Alberto”. Uno dei due Assessori era Angelo Sismonda, a cui succedeva come Presidente della Sezione di Geologia il Marchese Lorenzo Pareto, con Vice il Conte Nicolò da Rio e Segretario Lodovico Pasini. Alle adunanze parteciparono, tra gli altri, personaggi del calibro del Cavaliere Generale Alberto della Marmora e di Luigi Bellardi.
Venne deciso di fare una “corsa geologica tra le colline di Chieri e Superga”; l’escursione, guidata da Pareto e Sismonda, si tenne il 22 settembre 1840 per “vedere le relazioni del terziario medio e del superiore, e per una esatta determinazione dei limiti tra questi terreni” (Sismonda vi aveva già compiuto un’escursione geologica nel 1834 in compagnia di La Marmora , del berlinese Leopold Von Buch e del francese Dufrenoy).



La famosa carta geologica di Piemonte, Savoia e Liguria di Angelo Sismonda
Data l’importanza degli affioramenti fossiliferi da visitare, alla comitiva il 22 settembre si aggregarono anche diversi zoologi. Il percorso toccò Chieri, Pino Torinese e quindi Superga tenendosi sulle creste collinari. La comitiva si reco dopo a visitare la Reale Basilica di Superga, fatta costruire da Re Vittorio Amedeo II; ad accogliere gli studiosi il Preside degli Accademici Canonico Audisio (autore tra l’altro di un saggio per conciliare Genesi e Geologia).
Le conoscenze geologiche odierne ci dicono che la collina di Superga appartiene ad una ampia struttura antiformale al cui nucleo si trovano gli orizzonti conglomeratici lenticolari della Formazione di Antognola (Oligocene superiore- Aquitaniano), seguiti dal membro marnoso-siltoso della formazione medesima e poi dalle Marne a Pteropodi inferiori (Burdigaliano p.p.) e dalle Formazioni di Termo-Fourà e di Baldissero (Langhiano).
 
Stralcio dal Foglio 155 “Torino Ovest” della
Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000
(dal sito ISPRA)


Il resoconto dell’escursione si chiude così: “Salita poi la Cupola della Basilica si desiderava d’ammirare lo stupendo Panorama che da quell’altezza si dispiega allo sguardo, e che abbraccia una gran parte delle Alpi e della pianura piemontese, ma il cielo nebbioso e coperto non lasciò godere quella magnifica vista”.
Lo stesso cielo nebbioso e coperto che, oltre un secolo dopo, avrebbe portato al fatale incontro di capitan Valentino Mazzola e dei suoi compagni con i rilievi costituti dai depositi oligo-miocenici.



Per saperne di più: 
• A. Sismonda Escursione geologica fatta in Piemonte nel Novembre 1834. Sollevamento del colle di Superga in Biblioteca Italiana ossia Giornale di letteratura scienze ed arti Volume 76 (dicembre 1834) 
• Atti della Seconda Riunione degli scienziati italiani tenuta in Torino nel Settembre 1840, Tipografia Cassone e Marzorati (Torino 1841)
• Foglio 155 “Torino Ovest” della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 (Progetto CARG)

Si ringrazia Fabiana Console per la collaborazione.