venerdì 15 dicembre 2017

Ritratti antichi di Capellini e De Zigno esposti al Museo Geologico Giovanni Capellini a Bologna

dal Museo Geologico Giovanni Capellini

Bologna si arricchisce di quadri antichi di qualità di due personaggi chiave dell’Unità d’Italia. Sono Giovanni Capellini, geologo e quattro volte Rettore dell’Alma Mater, ben noto alla storia politica e scientifica della città nella seconda metà dell’Ottocento, e Achille de Zigno quasi ignoto a Bologna, anche se fu l’ultimo Podestà di Padova prima della liberazione dal dominio austriaco. I due personaggi, colleghi e poi amici, si ritrovano ora a Bologna nel segno dei pesci fossili di Bolca nel Veronese, che sono in bella mostra da 146 anni al Museo Geologico Giovanni Capellini dell’Alma Mater, e ora con pochi pezzi anche alla Raccolta Lercaro.


Dal 1555 i fossili della pesciara di Bolca vengono citati come rarità in una famosa cinquecentina di P.A. Mattioli, uno dei padri della scienza moderna. Bolca nel mondo è il primo giacimento culturale paleontologico a essere stato riconosciuto e citato in una stampa. Ancor oggi si trova nella decina dei più importanti Lagerstätten globali in cui i resti scheletrici duri dei fossili sono ancora accompagnati da parti molli come pelli e organi interni (calcare litografico di Solhofen in Baviera, Holzmaden in Germania, Burgess Shale in Canada, Santana in Brasile, Besano in Svizzera, Liaoning in Cina).


Una delle più ricche e spettacolari raccolte di pesci di Bolca fatte nell’Ottocento è quella che il Barone Achille De Zigno ospitava a palazzo e che donò a Capellini per il grande Congresso Geologico Internazionale di Bologna nel 1881, e quindi al Museo omonimo dell’Alma Mater. La qualità superba dei pezzi e la visione duplice di impronta e contro impronta 3D sulle lastre di calcare che contengono sette grandi esemplari di specie diverse di pesci antichi circa 53 milioni di anni ne fanno un unicum paleontologico, museale e storico.


Capellini fu molto abile a percepire l’innato munifico spirito del nobile, più attempato collega, facilitandone il prestito prima e la donazione poi della straordinaria collezione. De Zigno fu abbastanza intelligente per capire che, donando la sua collezione a una istituzione pubblica come il grande Museo Capellini, in una città quale Bologna, patria della Università e della Geologia, come peraltro fece per altre città, il suo nome sarebbe stato ricordato nei secoli. E fu abbastanza liberale e distaccato per privarsi, pro rei publicae bono, di specie bellissime a cui aveva dato il nome. Nome che oggi risuona e viene letto qui come nella città, Padova, di cui fu podestà. Caso non comune, il Barone de Zigno ottenne il titolo nobiliare quando Padova era parte dell’Impero Austro Ungarico; in seguito, con l’annessione all’Italia, la Casa Savoia glielo confermò.

Il quadro che ritrae Capellini in Toga di Scienze e col Collare Rettorale è opera del pittore bolognese Alberto Fabbi, noto ritrattista, che lo ha dipinto nel 1888, anno dell’VIII Centenario dell’Alma Mater. Capellini fu Rettore nel 1871, 1874–1876, 1885–1888, 1894–1895. Il quadro è rimasto in proprietà della illustre famiglia Lambertini e discendenti Mioni fino al 2015, quando è stato acquistato dall’Università di Bologna.
Chi entri al Museo Capellini trova incisi nel marmo della lapide in ricordo del II Congresso Geologico Internazionale di Bologna 1881 i nomi di Capellini (Presidente) e de Zigno (fra i Vice-Presidenti). E’ un felice ritorno a casa: oltre ai nomi, ora abbiamo anche le icone dei due importanti personaggi.

Il Museo Capellini è grato al Magnifico Rettore dell’Alma Mater, Francesco Ubertini, al Prof. Gian Paolo Brizzi dell’Archivio Storico, e al Presidente dello SMA, Roberto Balzani, per aver acquisito e assegnato il quadro al Museo, al Dr. Giuseppe Mioni, la cui famiglia ha conservato il prezioso dipinto fino ad ora, e ai pronipoti del Barone De Zigno, Antonio Cartolari, Flavia de Zigno, e Alberto Lonigo, che con l’altro quadro donato ravvivano il munifico attaccamento del loro avo al Museo Geologico Giovanni Capellini.

Idealmente, da oggi Capellini e De Zigno, i due geologi amici per tanti anni, riprendono il colloquio dai loro antichi quadri in una sala del Museo Capellini, dove migliaia di visitatori avranno modo di riascoltarne le storie, a partire da quella esemplare di ‘come si costruisce un museo’ e di come lo si mantenga vivo facendo ricerca di punta a livello globale, come dimostrato negli ultimi anni da Federico Fanti e Andrea Cau su Nature e Science più volte, e su altre riviste di massimo impatto.

Per saperne di piu:

    Museo Geologico Giovanni Capellini - via Zamboni, 63 40126 Bologna
    http://www.museocapellini.it/




    lunedì 11 dicembre 2017

    Otto Hermann Wilhelm Abich

    di Marco Pantaloni, Fabiana Console e Fabio Massimo Petti

    Durante il XIX secolo, l'Italia rappresentò un’area chiave per numerosi scienziati stranieri, geologi e naturalisti, che viaggiarono attraverso i luoghi geologici più significativi del territorio italiano.

    Otto Hermann Wilhelm Abich è uno dei più importanti scienziati che hanno lavorato, nella prima metà dell’800, in Italia. Abich, nato a Berlino l’11 dicembre 1806, crebbe in una famiglia benestante di stretta osservanza pietista che aveva rapporti di amicizia con scienziati famosi come Alexander von Humboldt, Leopold von Buch e Carl Ritter. Dopo gli studi accademici a Heidelberg e Berlino, dove prese il dottorato nel 1831, preferì il lavoro sul campo e decise quindi di recarsi all'estero per approfondire una tematica che gli stava molto a cuore e che caratterizzò parte dei suoi studi futuri: lo studio dei vulcani attivi e estinti.
    Otto Hermann Wilhelm Abich
    (Berlino, 11 dicembre 1806 – Vienna, 1 luglio 1886)

    Visitò quindi l'Italia tra il 1833 ed il 1839 eseguendo numerosi osservazioni scientifiche, rilievi topografici, analisi mineralogiche e petrografiche, pubblicando un gran numero di pubblicazioni scientifiche e descrivendo la struttura, l'attività e la storia dell’Etna, del Vesuvio e di altri altri vulcani dell'Italia Meridionale. Durante i suoi viaggi incontrò e strinse rapporti scientifici e di amicizia con illustri colleghi italiani: in primis con Leopoldo Pilla, ma anche con Arcangelo Scacchi, Guglielmo Guiscardi, Luigi Palmieri, Carlo Gemmellaro.


    Vista dei Campi Flegrei e del Vesuvio dall'Epomeo, Isola d'Ischia (Abich, 1837).

    Abich lasciò l’Italia nel 1839 e nel 1842 fu nominato Professore di Geologia e Mineralogia all’Università di Dorpat, oggi Tartu, in Estonia. Dal 1842 al 1876 studiò intensivamente la regione caucasica, l’Armenia e la Crimea e fu il primo esploratore dell’Ararat, pubblicando più di 200 lavori scientifici. Per tali motivi è ricordato nella storia della geologia come “il padre della geologia del Caucaso”. Tuttavia, Abich non dimenticò mai l'Italia dove ritornò, in seguito, durante le estati del 1856 e del 1857.


    Sezioni topografiche dell'Etna (Abich, 1837)

    Sul prossimo volume dell’Italian Journal of Geosciences verrà pubblicato un lavoro che, analizzando le sue pubblicazioni, le sue carte e il materiale documentale originale inedito conservato presso l’Archivio del Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA, tenta di fare luce sui suoi viaggi di studio compiuti nel nostro paese, attraverso i Colli Albani, l’Isola di Ponza, il Vesuvio, i Campi Flegrei, il Vulture, Roccamonfina, l’Etna e le Isole Eolie.
    Fu forse proprio grazie a questi studi che Abich riuscì ad acquisire una solida base culturale e scientifica sulla quale costruì la sua proficua carriera.

    Per saperne di più:
    • Marco Pantaloni, Fabiana Console & Fabio Massimo Petti (2018) - On the trail of Otto Hermann Wilhelm Abich: a journey through the Italian volcanoes. Ital. J. Geosci., 137/1 (doi: 10.3301/IJG.2017.20)



    venerdì 8 dicembre 2017

    Il primo lustro di GEOITALIANI

    di Alessio Argentieri e Marco Pantaloni


    La locandina della Conferenza del 7 dicembre 2012.

    Il 7 dicembre 2012, nell’Aula del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza a Roma, si teneva la Conferenza “Le Geoscienze tra passato e futuro”, organizzata dalla Società Geologica Italiana in concomitanza con l’Assemblea generale. Una buona tradizione, che ci auguriamo possa riprendere presto.
    Il convegno teneva a battesimo, in un’aula gremita, due nuove sezioni societarie: quella di Geologia Stratigrafica e Sedimentologia (GEOSED) e quella di Storia delle Geoscienze.
    La prima, con la guida di Simonetta Cirilli, ha convogliato nell’alveo societario una comunità ben strutturata di specialisti di quella branca, che prosegue oggi proficuamente le sue attività. L’altra Sezione, come è risaputo, è invece nata da un’idea embrionale, proposta con discrezione nell’autunno del 2012 all’allora Presidente SGI Carlo Doglioni, amico e mentore della prima ora del progetto “GEOITALIANI”.

    La carta geologica dello Stato Pontificio di Giuseppe Ponzi
    accoglieva i partecipanti alla Conferenza.

    Allora non c’era dietro un’organizzazione, solo un interesse che cresceva. Nel gennaio 2013, al rinnovo delle iscrizioni alla SGI, eravamo in 10 membri, inclusi i due cofondatori e il primo adepto Giorgio Vittorio Dal Piaz da Padova.

    Come ogni narrazione che si rispetti, la nostra vicenda aveva un suo prologo gestazionale: le voci su geoscienziati redatte per l’Istituto Treccani e pubblicate sul Dizionario Biografico degli Italiani; alcuni brevi articoli sulla storia della cartografia geologica nazionale; la giornata “Renato Funiciello” nel 2010; la Mostra "Unità di misura e misura dell'Unità" al Festival della Scienza di Genova- edizione 2011; la partecipazione al convegno GNGTS  a Potenza nel novembre 2012.

    La Mostra “Unità di misura e misura dell’Unità”,
    riproposta in occasione della conferenza del 2012.

    Dopo il 7 dicembre 2012, nel tempo sono arrivate molte persone a costituire il gruppo, primi fra tutti i componenti del nucleo base, e coloro che, pur senza contribuire attivamente, seguono le attività della Sezione. E poi il sostegno dei maestri che all’interno della comunità geologica nazionale, quasi solitari e da molto prima di noi, si occupano della storia della geologia italiana, in primis GianBattista Vai, Maurizio Parotto e Antonio Praturlon.

    Oggi, a cinque anni di distanza, la Sezione è una realtà consolidata, e le pagine di Geoitaliani, nate nei primi mesi del 2013, si arricchiscono costantemente grazie al contributo VOLONTARIO di chi si è appassionato alla tradizione delle scienze geologiche italiane. Lì si trova ciò che è stato fatto, e quello che faremo assieme da oggi in avanti.

    La giornata conclusiva del Convegno “In guerra con le aquile”
    presso il MUSE di Trento (Settembre 2015)
    L’escursione del 19 Settembre 2015 al Piccolo Lagazuoi.

    A tutti va la nostra gratitudine per averci sostenuto nel concretizzare una semplice idea.

    Ci siamo dati un ulteriore obiettivo: il coinvolgimento di tutte le componenti del variegato mondo che lavora attorno ai temi geologici. L’interesse c’è, e si prova a dare una risposta, a partire dalle realtà dei professionisti e degli insegnanti. E dai bambini nelle scuole. La Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana guarda al passato, ma tiene al futuro.

    domenica 3 dicembre 2017

    La necessità della ricerca storica nello studio dei fenomeni naturali: il caso delle sorgenti del Torbidone

    di Marco Pantaloni, Fabiana Console e Andrea Motti

    Nella Piana di Norcia (Umbria, Italia Centrale) le sorgenti del Torbidone sono caratterizzate da un periodicità irregolare le cui cause ancora non sono ben conosciute.

    Il Piano di Santa Scolastica negli anni ‘20 (da Rota, 1925).
    Nell'opinione comune valida sino al 1859, che affonda le sue radici nelle tradizioni popolari, queste sorgenti avevano una periodicità di 7 anni; in quell’anno il terremoto di Norcia, descritto in dettaglio da Padre Angelo Secchi, diede l’avvio ad una raccolta più particolareggiata di dati idrologici.


    In alto, la comparsa delle acque sorgive del Torbidone nel maggio 1946 (da Lippi Boncambi, 1947) e, in basso, oggi.
    Molti autori narrarono il fenomeno della periodicità delle sorgenti: le prime citazioni risalgono alla metà del XIV secolo quando Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, descrisse per la prima volta la periodicità settennale delle sorgenti. In seguito, molti autori trattarono questo argomento, sia da un punto di vista scientifico che giuridico.

    Estratto dal Dittamondo di Fazio degli Uberti, commentato da Andrea Morena da Lodi.
    Carta dell’Agro Spoletino, presso la Galleria delle carte geografiche nei Musei Vaticani.
    Recentemente, alcuni autori hanno stabilito una correlazione tra la sismicità di questo settore dell’Appennino Centrale e l’emergenza delle sorgenti del Torbidone. Le sorgenti erano scomparse dopo il terremoto della Valnerina del 1979 mentre, dopo il terremoto che si è verificato in quest’area nel periodo agosto – ottobre 2016, si è avuta la loro ricomparsa in maniera molto copiosa, passando da portate pressoché nulle a circa 1500 l/s.
    La mancanza di acqua in questo periodo relativamente lungo, ha fatto sì che l’alveo del torrente Torbidone venisse antropizzato ad uso agricolo e di conseguenza, dopo la ricomparsa delle acque, si è reso necessario un intervento urgente di risagomatura dell’alveo.

    Risagomatura del nuovo alveo del Torrente Torbidone.
    Questo evento dimostra come i processi di antropizzazione e di uso del suolo dimenticano il verificarsi di eventi naturali, anche quando questi ultimi hanno tempi di ritorno brevi.
    È quindi necessario capire che la ricerca storica sulle fonti bibliografiche originali è essenziale per ricostruire nel modo corretto l’effetto degli eventi naturali, soprattutto per quelli aventi un carattere ricorrente.
    Un recente articolo* pubblicato sui Rendiconti online della Società Geologica Italiana ha affrontato la ricerca e lo studio della periodicità delle sorgenti del Torbidone, analizzando la cospicua letteratura su questo fenomeno a partire dal XIV secolo.

    *L'intermittenza delle sorgenti del Torbidone nella Piana di Norcia: analisi delle fonti storiche a partire dal XIV secolo. di Fabiana Console, Andrea Motti & Marco Pantaloni. DOI: 10.3301/ROL.2017.34 Pages: 36-56

    http://rendiconti.socgeol.it/244/fulltext.html?ida=3889#

    mercoledì 22 novembre 2017

    Carlo Fabrizio Parona

    di Giovanni Ferraris


    (Questo post è la sintesi di un lavoro omonimo
    pubblicato nel volume "Tra le carte della scienza.
    L’archivio storico dell'Accademia delle Scienze
    di Torino dal passato alla modernità".
    A cura di Elena Borgi e Daniela Caffaratto, HAPAX Editore,
    che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare).


    Carlo Fabrizio Parona


    Nato a Melegnano, l'8 maggio 1855
    Morto a Busto Arsizio, il 15 gennaio 1939
    Professione: professore universitario
    Socio nazionale dal 15 gennaio 1899
    Cariche in Accademia: presidente dal 22 aprile 1928 (rieletto il 26 aprile 1931); vicepresidente (1922 e 1925); tesoriere (1907 e 1910); direttore (1935) e segretario (1916 e 1919) della Classe di scienze fisiche.
    Altre cariche: preside della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali (1919-1921)e rettore dell'Università di Torino (1920-1922); presidente della Società Geologica italiana (1901 e 1913); presidente della Commissione Geologica italiana (1910-1913); presidente del R. Comitato geologico d'Italia (1908-1925); presidente della Commissione geo-agrologica per la Tripolitania (1913).

    Carlo Fabrizio Parona si laureò in Scienze Naturali nel 1878 presso l'Università di Pavia. Allievo prediletto di Torquato Taramelli, dal 1881 al 1890 ne fu assistente presso la cattedra di Geologia. Contemporaneamente fu anche professore di Storia Naturale presso l'istituto tecnico Antonio Bordoni di Pavia.
    Vinta la cattedra di Geologia presso l'Università di Torino nel 1899, la tenne fino al 1930 insieme alla direzione del Museo geo-paleontologico, che egli arricchì assai, specialmente con una sala dedicata alla paleontologia italiana, Al pensionamento, continuò a frequentare l'Istituto di Geologia per alcuni anni, per poi essere ospitato presso I'Accademia delle Scienze n una stanza a lui attualmente intitolata.
    Ivi continuò a studiare il materiale paleontologico che gli veniva inviato in esame, da colleghi e dilettanti. Anche in riconoscenza di questa ospitalità, Parona lasciò all'Accademia la sua ricchissima biblioteca geo-paleontologica insieme alle sue carte personali ricche di oltre 6000 lettere [PAB.26-69], oltre che di appunti, manoscritti e bozze relativi alle sue pubblicazioni, nonché di documentazione varia concernente i numerosi incarichi da lui avuti. Scorrendo il corposo archivio personale di Parona, che conservò persino insignificanti ricevute di pagamento, due gli aspetti "inconsueti" da porre in evidenza: la quasi totale assenza di schizzi e disegni dei fossili da lui studiati e una sessantina di lettere dirette al "Mio caro professore” da un'ex-allieva nel periodo 1907-1914. La prima anomalia si potrebbe spiegare ipotizzando che i disegni siano rimasti nelle mani dei collaboratori a tale scopo designati. La seconda "sorpresa" è da collegarsi con l'aggettivo "espansivo" attribuibile al Parona e merita un approfondimento, reso possibile non solo dalla lettura delle lettere, ma anche dalla presenza nell'archivio [faldone PAB.15] di un'estesa documentazione relativa all'allieva, tra cui manoscritti e lavori a stampa frutto di una breve carriera di paleontologa.



    L’allieva in questione era Giuseppina Osimo, nata il 15 agosto 1884 a Podenzano, laureata nel 1907 in Scienze Naturali con Parona. Dopo essere stata per un breve periodo a Pavia con il prof Taramelli, la Osimo diventò insegnante presso varie sedi sparse per l'Italia (Trapani, Avellino, Vicenza e Avezzano) e tragicamente poi il 13 gennaio 1915 nel disastroso terremoto della Marsica. Parona la compianse in due necrologi. Uno più breve (ne è conservala la sola prima pagina con effige dell'estinta), inviato a famigliari e pochi altri, in cui si legge: “Spesso avviene che l'allievo commemori il maestro [...] più di rado accade che il maestro commemori l'allievo a conservarne vivo ricordo […] e fatti belli e buoni”. Il secondo, datato gennaio 1915, si estende per sei pagine e affettuosamente ripercorre la carriera dell'allieva che “vivace e pronta di spirito, come nelle mosse della piccola e gentile persona, soleva presentarsi franca e sorridente […]; buona ed affettuosa, sentiva saldamente l'amicizia […]”. Così il maestro riassume un casto rapporto che dalle lettere dell'allieva traspare disinibito e quasi alla pari tra Pingin (così sono firmate)e l'anziano professore. L’origine del singolare rapporto va ricercato in un qualche complimento che il maestro pare si concedesse nei confronti delle allieve e le più pronte, in testa Pingin, scherzosamente assecondavano. A tale proposito, illuminante è una frase contenuta nèlla lettera n. 6432, non datata, ma scritta da Pavia nel 1907. lvi, la Osimo, a proposito dell'affetto che nutriva per il vecchio professor Taramelli, scrive: "Certo non arriverei a tirargli la barba (che non ha) o a dargli uno scuffiotto, ma questo dipende dal fatto che egli non è impertinente come una ceda persona di mia conoscenza Ragiono bene?" Tra le migliaia di lettere, numerose sono quelle scambiate con il gotha della Geologia italiana a cavallo tra Otto e Novecento Un loro accurato spoglio potrebbe sicuramente portare interessanti contributi all'analisi della ricerca di geologi e paleontologi dell'epoca, da poco associa'ti dalla Società Geologica ltaliana fondata  nel 1881 da Quintino Sella e avente Parona tra i soci fondatori Qua' assente è invece la corrispondenza con colleghi stranieri. In gran parte le corrispondenze più voluminose sono a firma di geologi, paleontologi e mineralisti soci dell'Accademia, tra cui (tra parentesi anno di nascita, di morte e di ingresso in Accademia): Ettore Artini (1866-1928, 1918), Francesco Bassani (1853-1916, 1903), Angelo Bianchi (1892-1970, 1932), Guido Bonarelli (1871-1951, 1933), Luigi Brugnatelli (1859-1928, 1918), Camillo Crema (1869-1950, 1932), Geremia d'Erasmo (1887-1962, 1953); Giorgio Gianbattista (1904-1995, 1971), Giorgio Dal Piaz (1871-1962, 1918), Ramiro Fabiani (1879-1954, 1928), Massimo Fenoglio (1892-1970, 1912), Secondo Franchi {1859-1932, 1922), Michele Gortani (1883-1966, 1922), Oreste Mattirolo (1856-1947, 1895), Umberto Monterin (1887-1940, 1933), Giovanni Negri (1877 1960, 1926), Emilio Repossi (1876-1931, 1925), Federico Sacco (1864-1948, 1918), Giuseppe Stefanini (1882-1938, 1937), Torquato Taramelli (1845- 1922, 1900), Ferruccio Zambonin (1880-1932, 1922).



    L’opera scientifica e didattica di Parona fu diretta essenzialmente alla geo-paleontologia con tra l'altro, approfondite ricerche paleontologiche su Radiolarie, Spongiari e Rudiste. Un suo Trattato di geologia ebbe un discreto successo e ne uscirono due edizioni (1903 e 1924). Contribuì alla Nuova enciclopedia agraria italiana (1898) e al Libro d'oro del sapere (1914). Oltre all'Accademia delle Scienze di Torino, lo accolsero tra i loro soci l'Accademia Nazionale dei Lincei; l’Istituto Lombardo e l'lstituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; la Società ltaliana di Scienze (detta dei XL); l'Accademia di Agricoltura di Torino; le Accademie delle Scienze di Bologna, Modena e Napoli.

    Da: Tra le carte della scienza. L’archivio storico dell'Accademia delle Scienze di Torino dal passato alla modernità. A cura di Elena Borgi e Daniela Caffaratto, HAPAX Editore

    Per saperne di più:
    https://www.accademiadellescienze.it/accademia/soci/carlo-fabrizio-parona
    http://www.isprambiente.gov.it/it/museo/storia/personaggi-illustri/carlo-fabrizio-parona



    lunedì 16 ottobre 2017

    Tulu Kapi: storia di una miniera d’oro “italiana” in Etiopia

    di Fabio Granitzio


    (Questo post è la sintesi di un lavoro omonimo
    pubblicato nel bollettino dell’Associazione Mineraria Sarda,
    che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare).

    Il sito di Tulu Kapi, Wallega, in Etiopia occidentale, ha una lunga storia di estrazione di metalli preziosi, dalla preistoria ad oggi. Una mineralizzazione di oro di modeste dimensioni venne individuata all'inizio degli anni '30 e una società italiana, la SAPIE, ha eseguito scavi a scala semi-industriale nella dorsale di Tulu Kapi per seguire le vene di quarzo aurifero. Il giacimento d’oro di Tulu Kapi è stato estesamente scavato e l'area circostante è stata esplorata da diverse società fino al 1980. Nel 2013 il progetto di scavo è stato acquisito dalla Kefi Minerals Plc, completando uno studio di fattibilità e uno studio minerario. Di seguito viene riassunto la storia della scoperta di Tulu Kapi intrecciata con quella dei prospettori e dei minatori italiani che lavorarono in questa regione dell'Etiopia occidentale.

    Tulu Kapi: prime notizie

    L’oro è stato ricercato ed estratto nello scudo Arabo-Nubiano (Arabian-Nubian Shield o ANS) per almeno 6000 anni, da centinaia di miniere antiche (Johnson et al., 2011; Klemm et al. 2001; Prasso 1939). A partire dal 3000 a.C. i Faraoni definivano l’Etiopia settentrionale come la Terra di Punt, ricca in risorse preziose come oro, mirra e avorio (Klemm et al., 2001). Non deve quindi stupire se agli inizi del secolo XX questi settori dell’Africa orientale furono al centro di una autentica febbre dell’oro (Maiocchi, 2015; Zaccaria, 2005). Già agli inizi del secolo in Egitto e Sudan erano all’opera numerose compagnie minerarie, mentre in Etiopia nel 1901 si era formata, con un capitale di un milione di franchi, la società Mines d’or du Wallaga con sede ad Anversa e regolarmente quotata in borsa (Zaccaria, 2005).
    Da lungo tempo il Wallega (fig. 1) era considerato il paese più ricco in oro dell’Etiopia (Usoni,1952): informazioni a riguardo si trovano nelle pubblicazioni di Cuménge e Robellaz (1898), Citerni e Vannutelli (1899) e Vannutelli (1903).


    Fig. 1 - Giacimenti auriferi nella regione del Wallega, Oromia, Etiopia Occidentale (Usoni, 1952).
    Le prime fasi di sfruttamento a Tulu Kapi non sono documentate in modo appropriato: Tulu Kapi e Yubdo erano placer attivamente coltivati da lungo tempo per oro e in seguito per platino (Molly, 1959). Nel 1938 A. Pollini, nella sua tesi su Tulu Kapi, cita la presenza di scavi e importanti modifiche della topografia valliva, dovute alle attività di estrazione dell’oro, anche di notevoli proporzioni, attribuite genericamente agli ‘Egiziani’.
    E’ quindi da dare per scontato che lo sfruttamento indigeno a Tulu Kapi preceda di molto le fasi di estrazione semi-industriale. È ugualmente probabile che i prospettori italiani abbiano raggiunto queste zone a seguito di indicazioni fornite da missionari nei primi anni del 900. Durante la sua spedizione esplorativa in Etiopia per conto della società Mines d’or du Wallaga nel 1904, il cremasco Arrigo Fadini, non cita mai Tulu Kapi nei suoi accurati diari, e si limita a descrivere le miniere presso Nejo (presumibilmente i giacimenti di Kata), localizzate circa 50 km a nord di Tulu Kapi (Coti Zelati, 2014).
    Più recentemente Tulu Kapi è stato menzionato da Danilo Jelenc nel suo libro Mineral Occurrences of Ethiopia del 1966. L’Autore cita la presenza di coltivazioni aurifere a piccola scala in numerosi siti sulla collina di Tulu Kapi (e attorno a essa), attribuendoli alla società italiana SAPIE, che li eseguì nel 1939.

    La SAPIE (Società Anonima per Imprese Etiopiche)

    Nel 1935, l’Italia fascista invase il Regno d’Etiopia, dando inizio a una guerra che si protrasse per vari mesi e che si concluse con l’annessione del paese all’Impero Coloniale Italiano, all’interno del quale rimase fino alla resa delle ultime guarnigioni Italiane a Gondar nel Novembre del 1941. Fin dal 1936 fu istituito un Servizio Minerario Coloniale (SMC) per procedere a una rapida esplorazione dell’Etiopia.
    Il settore minerario era infatti strategico per l’autarchia nazionale, anche se in realtà le conoscenze preliminari delle potenzialità dell’Africa Orientale Italiana non davano adito a grandi speranze (Gagliardi, 2016). L’Ispettorato e i vari uffici dell’SMC avevano un proprio corpo di tecnici minerari e ingegneri. Il programma di sfruttamento mirava a un duplice obiettivo: nel breve periodo, valorizzare ciò che già si conosceva, promuovendo uno studio approfondito dei pochi giacimenti noti e riorganizzando le miniere attive; più a lungo termine, avviare la prospezione di tutti gli altri territori dell’Etiopia, delle cui disponibilità minerarie si sapeva poco. Si trattava di un programma di non facile realizzazione, perché richiedeva abbondanti mezzi tecnici e finanziari, prometteva guadagni molto differiti nel tempo e comportava grossi rischi, anche causa dell’instabilità politica della colonia. Il programma prevedeva la realizzazione di un ampio inventario di materie prime potenzialmente utili all’Impero, anche se i settori più promettenti sembravano essere quelli dell’oro e del platino.
    A tale scopo lo Stato promosse alcune società deputate all’opera di studio e sfruttamento delle risorse minerarie dell’Africa Orientale Italiana. La valorizzazione delle regioni occidentali dell’Etiopia fu affidata alla SAPIE - PRASSO e alla Società Mineraria Italo-Tedesca (SMIT), frutto dell’accordo tra i due governi per esercitare un permesso di ricerca concesso dal Negus a una compagnia del Reich prima della guerra (Podestà, 2009).
    L’infrastruttura operativa della SAPIE aveva una chiara impostazione di stampo militare: i gruppi di prospezione, chiamati colonne, facevano riferimento alla direzione generale delle ricerche, con uffici presso Yubdo, ed erano coordinati da un ingegnere specialista. Sempre presso Yubdo si trovava il laboratorio per le analisi dei campioni raccolti nelle diverse fasi di prospezione. Ogni colonna, formata da circa 35/40 uomini sia italiani che indigeni (SAPIE,1938), scortata da Ascari, si occupava di esplorare un distretto specifico (fig. 2). La SAPIE operò dal 1938 al 1941, percorrendo un totale di circa 30.000 km, esplorando i depositi alluvionali distribuiti lungo circa 3.000 km di corsi d’acqua, scavando oltre 5.500 pozzetti di prospezione ed effettuando lo studio preliminare o sistematico di oltre 30.000 ha di piane alluvionali e eluviali. Furono inoltre iniziate coltivazioni in alcune delle aree risultate più interessanti, scavando tra l’altro oltre 100 km di canali per portare l’acqua ai vari cantieri (Usoni, 1952).


    Figura 2 - La mappa illustra la dislocazione delle Colonne di Esplorazione Geomineraria della SAPIE in Etiopia occidentale. Da “Giacimenti Auriferi nell’Uollega e nel Beni Sciangul (SAPIE, 1938). In uno dei passaggi del libro si legge: “Durante le stagioni delle piogge, le colonne di ricerca, ridotte a otto, dislocate: due presso il centro minerario (platinifero) di Yubdo per l’elaborazione dei risultati ottenuti e completamento degli studi di carattere geologico e mineralogico, e le altre sei a Cata, Gordoma, Tullu Capi-Gulissó (Tulu Kapi), Uabera e Burè, per la continuazione dei lavori di ricerca e l’organizzazione di coltivazioni a tipo semi-industriale e a tipo indigeno, sotto la direzione ed il controllo dei tecnici SAPIE, e della raccolta dell’oro prodotto dalle coltivazioni ‘familiari’ indigene”.
    Nella zona di Tulu Kapi nel gennaio 1938 era attiva la colonna n. 4, il cui Capo Colonna era il geologo Alberto Parodi (fig. 3). Il suo compito era effettuare prospezioni alluvionali presso la collina di Kapi (e presso Ankori, circa 2 km a est, Komto, Yaven, Buneya) e riattivare la “locale miniera abbandonata”. Come riportato in precedenza, in quest’area fece la sua tesi di laurea il geologo Alfredo Pollini, che come Parodi era un discepolo di Ardito Desio . Laureatosi, Pollini divenne in seguito Capo della Colonna n. 16 (Fadda, 2017).






    Figura 3 - Un gruppo di foto scattate nel 1938 dai geologi A. Pollini e A. Parodi,
    quest’ultimo Capo Colonna della SAPIE a Tulu Kapi.
    Le attività della SAPIE presso Tulu Kapi furono focalizzate soprattutto allo sfruttamento del “placer aurifero”. I cantieri principali furono quelli di Kapi, Ankori e Tullu Guduma. Il lavaggio delle alluvioni e del saprolite fu possibile anche grazie alla costruzione di una apposita canalizzazione di lunghezza pari a circa 29 km, denominati canali “Ancori Alto”, “Ancori Basso” e “Facaccia” (Usoni, 1952).
    Per raggiungere uno dei corpi quarziferi principali, a giacitura verticale, furono realizzati anche pozzetti esplorativi e almeno una galleria traverso-banco. Gli scavi e la galleria, anche se parzialmente occupati e nascosti dalla vegetazione tropicale, sono tuttora identificabili nella zona sud di Tulu Kapi (fig. ).



    Figura 4 - In alto: stralcio dal libro Mineral Occurrences of Ethiopia, riguardante Tulu Kapi. Nel 1939 la SAPIE riportava riserve per 791.000 mc con tenore d’oro pari a 0.9 g/mc, equivalenti a 712 kg di oro “libero” (alluvionale o presumibilmente contenuto nel Saprolite, e 156.000 mc con 2,83 g/mc, equivalenti a 443 kg d’oro nella mineralizzazione primaria.
    In basso: l’imbocco della galleria menzionata da Jelenc, resa nuovamente accessibile grazie ai recenti lavori di prospezione.
    Nel 1940 la produzione complessiva dell’Africa Orientale Italiana era pari a 465 kg d’oro, di cui 387 in Eritrea e 78 nell’ovest etiopico. Mussolini, che seguiva attentamente i progressi del settore minerario era apparentemente compiaciuto dei risultati ottenuti e riteneva possibile e raggiungere una produzione complessiva di 1000 kg d’oro annui.
    Ma i risultati ottenuti furono in realtà’ modesti (Podestà, 2009). Le iniziative di sfruttamento minerario fecero registrare costi di produzione elevati, a causa della remunerazione della manodopera locale, più alta di quella delle zone confinanti, come lo Yemen e il Sudan, del costo elevato dei trasporti, dei combustibili e dell’energia elettrica, della necessità di pagare i diritti il transito attraverso il canale di Suez per il trasporto in Italia. Oltre a essere scarso nelle dimensioni, l’approvvigionamento di materie prime risultò quindi anche poco conveniente e talvolta meno competitivo degli acquisti sui mercati esteri (Gagliardi, 2016). 
    A partire dal 1941, in conseguenza di questa situazione e della dichiarazione di guerra, l’attività della SAPIE, e lo sfruttamento italiano di Tulu Kapi, si interruppero. Non vi sono notizie di uno sfruttamento minerario da parte dei liberatori inglesi, mentre è presumibile che l’estrazione dell’oro con metodi artigianali sia continuata indisturbata da parte della popolazione locale.

    Conclusioni

    La storia della “scoperta” del giacimento aurifero Tulu Kapi è il risultato di diverse fasi di esplorazione, avvenute durante un lungo periodo di tempo. Lo Scudo precambrico Nubiano è noto per ospitare migliaia di manifestazioni aurifere, sfruttate già nell’antichità: questo ha suscitato l’interesse dei primi prospettori italiani. L’alternarsi di conflitti mondiali e locali, in combinazione con fattori economici, ha ritardato la definizione delle riserve aurifere. La lunga storia della "scoperta" ha coinvolto almeno sette entità; SAPIE, UNDP, GSE, Gamma Tan, Minerva, Nyota e Kefi. A distanza di oltre 80 anni dalle prime attività di estrazione gestite dalla SAPIE, la società inglese Kefi Minerals è pronta a avviare su scala industriale e moderna la coltivazione del giacimento. Così come nel passato, i tecnici italiani o italo-australiani, che attualmente agiscono per la società inglese ricoprono un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo giacimento.

    Figura 5 - In alto: scavi minerari presso il “Monte Kappy” (presumibilmente Tulu Kapi). Da Prasso 1939, ripreso da G. Civinini. 1936: “Sotto le piogge equatoriali, Jubdo, riva destra del Bibir 1º Giugno”.
    In basso: cercatori d’oro locali a Tulu Kapi.


    Figura 6 - Nella zona di Tulu Kapi il cantiere meglio rifornito d’acqua era quello di Ankori, caratterizzato da eluvioni particolarmente potenti, ma tenori d’oro molto variabili (in genere fra 0.1 e 0.25 gr/m2). Ciononostante ad Ankori si rinvennero nel 1938 alcune grosse pepite, per un peso complessivo di 5 kg, fra cui una pepita di oltre 1,5 kg (Usoni, tav.I, 1952)
    Figura 7 - Esecuzione di perforazione tramite utilizzo del cosiddetto “Banca Drill”, finalizzata al raggiungimento della mineralizzazione primaria (vena di quarzo aurifero), durante le campagne di esplorazione SAPIE in Etiopia (SAPIE, 1938).

    Figura 8 - Carta geologica schematica della regione di Tulu Kapi (da Pollini, 1938).

    Bibliografia citata nel testo

    • Citerni C., Vannutelli L., 1899: L’Omo. Seconda Spedizione Bòttego. Viaggio di esplorazione nell’Africa Orientale. Hoepli, Milano
    • Coti Zelati E., 2014: Un Cremasco alla ricerca dell’oro: Arrigo fadini e i suoi appunti di viaggio da Crema al Wallaga (28 gennaio–17 giugno 1904). Rivista del Museo Civico di Crema. Ed. Insula Fulcheria, pp.178–193.
    • Cuménge E., Robellaz F, 1898: L’or dans la nature. Parigi, Vicq et Dunot.
    • Fadda A., 2017:  L’Africa di Mio Padre. 10 anni di lavoro, guerra e prigionìa fra Africa e India, 1936-1949.
    • Gagliardi A. 2016: La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista. "Storicamente", 12 (2016), no. 3. DOI: 10.12977/stor619 (http://dx.doi.org/10.12977/stor619)
    • Johnson P.R., Andresen A., Collins A.S., Fowler A.R., Fritz H., Ghebreab W., Kusky T., Stern R.J., 2011: Late Cryogenian–Ediacaran history of the Arabian–Nubian Shield: A review of depositional, plutonic, structural, and tectonic events in the closing stages of the northern East African Orogen. Journal of African Earth Sciences.
    • Klemm, D., Klemm, R., Murr, A., 2001: Gold of the Pharaohs – 6000 years of gold mining in Egypt and Nubia. Journal of African Earth Sciences 33, 643–659.
    • Maiocchi R., 2015: Italian Scientists amd the war in Ethiopia. Rendiconti Accademia Nazionale delle Scienze, Memorie di Scienze fisiche e Naturali, Vol XXXIX, Parte II, Tomo I, pp. 127-146.
    • Molly E.W, 1959: Platinum deposits of Ethiopia. Vol. 54, 1959, pp. 467-477.
    • Podestà G.L., 2009: Da coloni a imprenditori. Economia e società in Africa Orientale Italiana. Da “Imprenditorialità e sviluppo economico. Il caso Italiano. (Secc. XIII-XX)”.  Amatori F., Colli A.. EGEA Milano, pp.1069–11094
    • Prasso A, 1939: Raccolta di scritti e documenti relativi ad Alberto Prasso e alle sue scoperte di giacimenti minerari nell’ovest etiopico. Industrie Grafiche Abete, 5 Febbraio XVII.  
    • Usoni L., 1952: Risorse minerarie dell’Africa Orientale: ufficio studi del Ministero dell’Africa Italiana. Jandi Sapi Editori, Roma.
    • Vannutelli L., 1903: L’Uòllega e l’industria mineraria. Bollettino della Società Geografica Italiana, Vol. XXXVII, Roma.
    • Zaccaria M., 2005: L’oro dell’Eritrea, 1897-1914. Africa, LX, 1, pp.65-110


    domenica 8 ottobre 2017

    “Sezioni geologiche annesse alla Carta geologica del Bacino del Melfa” di Gaetano Tenore, del 1867

    di Marco Pantaloni, Fabiana Console, Fabio Massimo Petti

    Gaetano Tenore (1826-1903), professore di mineralogia e geologia nella Scuola d'Ingegneria di Napoli, ingegnere del Genio Civile, in seguito di una specifica richiesta, nel marzo 1867 invia al R. Comitato Geologico d’Italia, da Caserta, una tavola manoscritta con “Sezioni geologiche annesse alla Carta geologica del Bacino del Melfa”.




    Questa tavola è stata rinvenuta inclusa nel volume “Ragguaglio sulle miniere di ferro nel distretto di Sora e sui lavori della commissione destinata a ricercarle durante gli anni 1853-54-55” (Tenore, 1863). Sia il lavoro che le sezioni fanno riferimento ad una “Carta geologica del Bacino del Melfa” che, però, non è stata rinvenuta; Tenore pubblicò poi a Napoli, nel 1872, il “Saggio di carta geologica della Terra di lavoro” in scala 1:280.000, nella quale figurano le stesse sezioni riprodotte nella tavola originale.
    L’autore riproduce due sezioni: una spezzata che, partendo dalla Valle di Canneto passa per Settefrati, attraversa i depositi miocenici in corrispondenza della “Torre di Gallinaro”, arriva ad Alvito alle pendici del Monte Prato; una seconda parte da Monti di Pratoroveto e, passando per Colle Tamburo, finisce sul Monte dell’Omo dove è indicato l’accesso alle miniere “posto a 320 m dal fondo valle”.




    Le sezioni riportano indicazioni di carattere geologico con legenda suddivisa in 10 unità: dalla calcarea appennina, “la quale vi si rinviene con diversa struttura, formando molte varietà, tra le quali le più frequenti sono: la granellosa, la brecciforme e la compatta”, al macigno, Arenarie e Conglomerati, per finire con le “Argille diluviane con Limonite piriforme (Post-Pliocenico o Diluviano)” e le “Alluvioni relitte dai torrenti e spiagge (Attuale o Recente)”.
    Indica poi, con specifica simbologia, l’ubicazione delle miniere di “ferro ossidato idrato (limonite)" nelle diverse varietà: compatta Fe, terrosa Fe2, oolitica Fe3, pisiforme Fe4 e, con simbolo Bit, le “Emanazioni bituminose o di petrolio nella calcarea”.

    Per saperne di più

    • Pantaloni M., Console F., Petti F.M. (2016) – 1867: notizie geologiche dalle Province del Regno d’Italia. In: Console F., Pantaloni M., Tacchia D. (Eds.) (2016) – La cartografia del Servizio Geologico d’Italia. Mem. Descr. Carta Geol. d’It., 100, ISPRA - Servizio Geologico d’Italia, Roma: 8-43.
    • Tenore G. (1863) - “Ragguaglio sulle miniere di ferro nel distretto di Sora e sui lavori della commissione destinata a ricercarle durante gli anni 1853-54-55”.
    • Catalogo online Biblioteca ISPRA: opac.isprambiente.it


    mercoledì 20 settembre 2017

    INHIGEO 2017

    di Marco Pantaloni e Fabiana Console

    Dal 12 al 18 settembre 2017 si è tenuto a Yerevan (Armenia), presso la sede della National Academy of Sciences of the Republic of Armenia – Institute of Geological Sciences, il 42nd International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) Symposium. Il Congresso celebrava, inoltre, il 50° anno dalla fondazione della Commissione, avvenuta proprio a Yerevan nel 1967.



    La Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana è, dal mese di giugno 2017, affiliata all’INHIGEO. Durante il congresso, la nostra Sezione ha ricevuto il benvenuto della Commissione da parte del Presidente, Barry Cooper, e del Segretario generale, Marianne Klemun, con l’auspicio di sviluppare nuovi temi e nuove linee di attività nell’ambito della Storia delle geoscienze in Italia, sotto l’egida della stessa INHIGEO.



    Marco Pantaloni e Fabiana Console, ricercatori dell’ISPRA, membri di INHIGEO per l’Italia e della sezione di Storia delle Geoscienze, hanno partecipato ai lavori del congresso presentando il contributo “M. Pantaloni, F. Console, F.M. Petti - On the trail of Hermann Wilhelm Abich: a journey through the Italian volcanoes” che ripercorre il periodo di studio compiuto in Italia dal famoso geologo tedesco considerato, a tutti gli effetti, il padre della geologia del Caucaso.



    Durante il convegno sono stati sviluppati i seguenti temi:
    50 years of INHIGEO;
    Development of geological ideas and concepts;
    History of geology in Armenia;
    Ancient knowledge of stone and metals;
    Studies of historic and prehistoric evidences of seismic and volcanic activity;
    General contributions and biographies of famous geologists.

    Gli atti del congresso, editi dall’Accademia delle Scienze, sono disponibili al download sul sito INHIGEO 2017 (http://inhigeo2017.geology.am/).

    Durante il business meeting della commissione, che si è tenuto il pomeriggio del 15 settembre, sono stati affrontati diversi temi riguardanti, tra gli altri, l’organizzazione dei prossimi congressi INHIGEO. Il prossimo congresso 2018 si terrà a Città del Messico, mentre quello del 2019 si terrà in Italia, a Varese; per tale evento tutta la comunità italiana di storia della geologia è invitata a partecipare. Sarà cura della sezione tenere informati i membri in merito all’organizzazione del convegno e alle modalità di partecipazione.

    Al congresso ha fatto seguito un post-congress field trip che ha portato i congressisti a visitare alcuni dei luoghi più caratteristici del territorio armeno, ricco di bellezze storico-culturali e geologiche, come l’affioramento dei basalti colonnari di Garni, a poche decine di chilometri da Yerevan.





    giovedì 24 agosto 2017

    Geologia e antropizzazione delle grotte di Domusnovas

    di Paolo Perini

    Le grotte di San Giovanni, site nel comune di Domusnovas (provincia del Sud Sardegna), costituiscono un complesso caso di interazione tra geologia, fenomeni carsici ed attività antropica. Nelle sue vicinanze sono presenti tracce di insediamenti neolitici e strutture nuragiche ben conservate (Sa domu ‘e s’orcu). Infatti, secondo quanto riportato nella planimetria pubblicata da Testa nel 1922 (fig. 1), nella grotta erano presenti manufatti megalitici in blocchi di quarzo, rovine ed una piccola cappella dedicata a San Giovanni; riporta inoltre che Lamarmora nella sua descrizione del 1857, riferiva di mura che chiudevano gli ingressi nord e sud della caverna. Quando nel XIX secolo venne realizzata la strada nella grotta per facilitare il trasporto dei materiali con la più settentrionale area mineraria di Oridda vennero distrutti diversi elementi sia naturali che antropici: la cappella venne ricostruita all’esterno dell’ingresso sud e alcune concrezioni andarono perdute. Di fatto divennero le uniche grotte naturali in Italia che, per un lungo periodo di tempo, sono state percorribili in auto. Successivamente sono state riconosciute monumento naturale e, sottoposte a vincolo istituito ai sensi della L.R. n. 31/1989 con determinazione D.G. n. 2777/1999 dell'Assessorato alla difesa dell'ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, sono state chiuse al traffico ed il percorso stradale riattrezzato per essere percorso solo tramite “mobilità naturale” (percorso pedonale e ciclabile).


    Figura 1 – In alto: planimetria della grotta pubblicata da Testa nel 1922.
    In basso: l’ingresso meridionale della grotta come si presentava a Maxia nel 1941.
    L’area di Domusnovas, esplorata più per l’estrazione dei metalli praticata sin dall’antichità, comincia a destare l’interesse dei geologi nella prime decadi del 1900. Una prima sintesi cartografica (fig. 2) la si deve a Carmelo Maxia (1941, cum bibl.), che si interessò dapprima ad alcuni aspetti legati alla deposizione del cono di deiezione di Domusnovas per poi descrivere l’assetto e l’evoluzione geologica della zona che si estende fino a Vallermosa, effettuata nell’ambito dei lavori di rilevamento geologico del foglio Guspini in scala 1:100.000. La grotta di San Giovanni attraversa i calcari cerulei del Cambriano, interessati da filoni di quarzo messi in posto in seguito all’intrusione granitica ercinica, da cui sono stati estratti i materiali per la costruzione delle strutture megalitiche.


    Figura 2 – Stralcio della carta geologica del territorio di Domusnovas (Maxia, 1941).

    L’interpretazione attuale dell’assetto geologico del settore, maggiormente complicato dalla tettonica, è sintetizzato in figura 3; le grotte interessano la Formazione di Gonnesa (GNN2) “Metallifero” Auct p.p. del Cambriano Inf. (Stage 4), interessata da una piega con asse orientato est-ovest.

    Fig. 3 – Stralcio della carta geologica CARG n° 555 Iglesias in scala 1:50.000
    (http://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/555_IGLESIAS/Foglio.html).

     Per approfondire