venerdì 26 maggio 2017

Sulle tracce di James Hutton: geologia e storia nella città di Edimburgo (terza e ultima parte, ovvero “Change is the only constant”)

di Alessio Argentieri, con un contributo di Simone Fabbi

Luoghi della memoria e memoria nei luoghi

 
Fig. 8a

Quarta stazione: Saint James Hill, Hutton’s Memorial Garden
Ora passiamo a vedere i luoghi della dimora terrena, di James Hutton che oggi non esistono più. Lungo la strada chiamata Pleasance, sul rilievo di St. John’s Hill, sorge oggi l'Edinburgh University Sports Centre. Accanto al parcheggio c’è un modesto giardinetto, a dire il vero abbastanza racchio, enfaticamente chiamato Hutton’s Memorial Garden, che però consente una bella vista sulle Salisbury Crags, di cui parleremo oltre. Nell'aiuola sono posizionati massi di scisti con vene intrusive provenienti da Glen Tilt e di conglomerati di Barbush, località studiate da Hutton.

Fig. 8b - Hutton Memorial Garden


Quinta stazione: Hutton Road & Our Dynamic Earth
L’affascinante percorso entra nel vivo discendendo dalla St. James Hill lungo la Holyrood Road, che conduce all'omonima residenza regale. Ecco in primo luogo la Hutton Road, una traversa intitolata al nostro eroe.
 
Fig. 9 - Hutton Road

Ma il vero omaggio della città a James lo si troverà al’interno dell’attrazione più moderna di quella che un tempo si definiva Auld Reekie (la Vecchia Città Sporca): è lo spazio espositivo dedicato al Pianeta Terra, Our Dynamic Earth. Il museo scientifico dall'elegante e innovativa architettura ben si inserisce, assieme all'adiacente Scottish Parliament Building, nella meravigliosa cornice naturale dominata dal vecchio apparato vulcanico carbonifero, l‘Arthur Seat, e dai Salisbury Crags. Non a caso in questo spazio fu edificato il Palace of HolyroodHouse, nato come monastero nel secolo XII e destinato dal XVI a ospitare teste coronate; religiosi e nobili- ça va sans dire- scelgono per sé sempre i posti migliori del Pianeta.
 
Fig. 10 - I rilievi delle Salisbury Crags fungono da quinte naturali
per le moderne tensostrutture di Our Dynamic Earth

A questo punto della narrazione, nel condividere con le lettrici e i lettori di GEOITALIANI le sensazioni del pellegrinaggio geologico a Edimburgo, è opportuno non rivelare troppi dettagli. Per non guastare l’emozione a ogni appassionato della storia delle discipline geologiche, diremo solo che la prima sala del percorso museale vale l’intero viaggio. L’augurio e l’invito è, prima o poi, a seguire le vecchie tracce che questa breve nota ha voluto rimarcare. Ed è giusto che, in quella sapientemente allestita sala dal sapore antico, sia lui, il protagonista assoluto, a illustrarvi come e dove sia scaturita la scintilla per la comprensione del nostro Pianeta dinamico, ricordandoci che il cambiamento è l’unica costante.
 
Fig. 11 - Comincia il percorso all’interno di Our Dynamic Earth

Sesta stazione: Salisbury Crags and Arthur’s Seat
 
Fig. 12 - Veduta delle Salisbury Crags

All'uscita dal museo è naturale avviarsi all'Holyrood Park e, dopo aver calpestato i verdissimi prati, avviarsi alla salita terrosa verso i Salisbury Crags, che portano sino alla Hutton’s Section, uno dei geositi più importanti del mondo. E’ qui che, osservando il filone ipoabissale (dolerite) che pervade le arenarie carbonifere, Hutton trovò le prove inconfutabili delle intrusioni magmatiche, tagliando la testa alle interminabili controversie tra Plutonisti e Nettunisti.
 
Fig. 13 - Il sentiero delle Salisbury Crags

Il percorso si snoda sull’imponente massiccio, costituito da dicchi e sills (filoni-strato), che culmina nella vetta dell’Arthur’s Seat (251 m s.l.m.), in una dicromia verde-marrone che risalta alla tersissima luce che il Sole discontinuamente concede alla regione dei Lothians.
E giunti alla meta, si potrà trovare appagamento nel ripetere, mentalmente o a voce alta, la più bella frase mai concepita riguardo al Pianeta Terra “We find no vestige of a beginning, no prospect of an end”, gustando il piacere e l’emozione di aver ripercorso, nel nostro piccolo, le tracce di James Hutton, fondatore della geologia moderna.

Fig. 14 - Veduta dell’Arthur’s Seat da Holyrood

Ultima stazione: the sidewalks of Edinburgh
Giunti alla fine dell’inebriante itinerario, ecco un ultimo, significativo particolare che conferma l’intrinseco rapporto tra Edimburgo e la sua geologia. Diceva Jack Pallini (un maestro delle nostre parti e della nostra epoca, più volte ricordato sulle pagine di GEOITALIANI) che un infallibile metodo diagnostico per conoscere le caratteristiche geologiche di una città è osservarne i bordi dei marciapiedi. Con piacere vi proponiamo perciò l’ultima immagine di questa galleria.

Fig. 15 - I marciapiedi di Edimburgo (foto di Simone Fabbi)

Epilogo
Il nostro pellegrinaggio si chiude così, col desiderio inappagato di un'ulteriore sosta sulla costa dei Lothians, a circa 35 miglia da Edimburgo, per vedere la celeberrima Unconformity di Siccar Point sul Mare del Nord. E anche con il rammarico postumo di esser inconsapevolmente passati- in una gita verso Dundee, nella regione dell’Angus- vicino al villaggio di Kynnordy, dove nasceva nell’Anno del Signore 1797 (lo stesso in cui James moriva a Edimburgo, che singolare coincidenza!) un bambino scozzese di nome Charles Lyell.
Chissà che prima o poi questa narrazione non possa avere un seguito…


Per saperne di più:
  • Edinburgh Geological Society (http://www.edinburghgeolsoc.org)
  • Susan Kieffer- blog (www.geologyinmotion.com)
  • Donald B. Mc Intyre & Alan McKirdy (1997) - James Hutton. The founder of modern geology. National Museums Scotland.
  • National Library of Scotland website (http://maps.nls.uk/)
  • James Repcheck (2004) - L’uomo che scoprì il tempo. James Hutton e l’età della Terra. Edizione italiana, Raffaello Cortina Editore.
  • John Whittow (1992) - Geology and scenery in Britain. Chapman & Hall.


martedì 23 maggio 2017

Sulle tracce di James Hutton: geologia e storia nella città di Edimburgo (seconda parte, ovvero “il tempo è un concetto relativo”)

di Alessio Argentieri
Luoghi della memoria e memoria nei luoghi


Fig. 1
  Nel Settembre 2014 abbiamo pubblicato su queste pagine la prima parte di un percorso sulle tracce di James Hutton (Edimburgo 1726- 1797) nella sua città natale (link). Era la vigilia del voto referendario per l’indipendenza scozzese dal Regno Unito che, come è noto, ha visto vincere i “NO”. Gli avvenimenti recenti hanno fatto comprendere come, dopo il prevalere delle ragioni del “better together in the UK”, si preparasse nelle isole britanniche- da milioni di anni indisturbate da ogni fenomeno orogenetico- un nuovo cataclisma: la Brexit.
La prima parte della narrazione si interrompeva con un “to be continued”, prefigurando un’imminente prosecuzione. Questa restante parte, allora già pressoché pronta, è rimasta invece quiescente sino a oggi, quasi tre anni dopo il “pellegrinaggio geologico” compiuto nella Città di Edimburgo sulle tracce di James Hutton. Ma dovendo parlare dell’uomo che rivelò l’immensità del tempo geologico, cosa può contare una manciata di mesi?
Riprendiamo perciò il nostro discorso, secondo un modello temporale a “equilibrio punteggiato”.
Appare superfluo riportare le note biografiche sul celebre personaggio, e si rimanda perciò alle opere citate in coda a questo articolo. Ai lettori di GEOITALIANI si vuole invece suggerire un diverso “camino de Santiago” appresso a quel Giacomo scozzese, laicamente venerato da tutti i geologi del mondo. Ecco la cronaca di quei percorsi nella città di Edimburgo (proposto sia dalla Edinburgh Geological Society e anche da Susan Kieffer, Professor of Geology all’Università dell’Illinois, nel suo blog “Geology in motion”), rivisti, integrati e fotografati dal sottoscritto nel Luglio 2014.

Prima stazione: National Portrait Gallery
Il nostro pellegrinaggio comincia tra le architetture neoclassiche e georgiane della New Town, edificata a partire dal 1757 e completata in fasi successive nel 1850, quando Hutton già non c’era più da molti anni. Iniziamo in Queen St. con la visita alla National Portrait Gallery, dove incontreremo James più volte. La prima all’esterno, sulla facciata del bel edificio in arenaria rossa, dove campeggiano le statue dei padri della patria scolpite nella pietra: della scelta del materiale più di tutti gli altri sarebbe stato felice Hutton, rappresentato sulla facciata Est all’angolo con North St. Andrews St., con il martello in una mano e un campione di roccia nell’altra. Una rete lo protegge pietosamente dall’oltraggio dei piccioni.


Fig. 2 (a e b) - La statua di Hutton sulla facciata della National Portrait Gallery


Nell’atrio interno, sulle quattro pareti sottostanti la balconata del piano superiore, è dipinta una lunga e affollata teoria di tutti i principali personaggi della storia scozzese, sin dagli albori: sulla parete est, con l’inconfondibile marsina marrone, ancora lui, in secondo piano di profilo, tra il poeta Robert Burns e l’ingegnere/architetto Thomas Telford.

Fig. 3 - Il “Pantheon” dei padri della patria scozzese nell’atrio della National Portrait Gallery
Infine al secondo piano, nella sala dedicata ai protagonisti dello Scottish Enlightment, si trova il famoso ritratto, opera del pittore Sir Henry Raeburn: James seduto, immancabile marsina marrone, accanto ad una tavolo su cui poggia una “natura viva”, i suoi amati campioni di rocce e fossili e un voluminoso manoscritto, sicuramente la sua leggendaria “Theory of the Earth”.

Fig. 4 - Ritratto di James Hutton (Henry Raeburn, olio su tela, dipinto tra il 1785 e il 1790)

Seconda stazione: National Library of Scotland

Muoviamoci ora verso la Old Town per salire al Royal Mile. Il percorso passa per la scalinata denominata Playfair Steps (è forse in onore di John Playfair, epigono ed esegeta di Hutton?) e attraverso i closes, caratteristici cortili tra gli antichi palazzi che fiancheggiano l’arteria principale della Città Vecchia.
La sorte ci regala sul Miglio Reale un inaspettato incontro proprio con Her Majesty Elizabeth II (in visita ufficiale in Scozia, in quel Luglio 2014, col chiaro intento di dissuadere dalle pulsioni separatiste, nell’imminente referendum di Settembre, i suoi pur sempre riottosi sudditi caledonici) a bordo della vettura regale in transito sul rettilineo che dal Palazzo di Holyrood sale all’Edinburgh Castle.
 
Fig. 5 - Fugace apparizione di Elizabeth II, Queen of the United Kingdom,
Canada, Australia and New Zealand.
Un luogo virtuale della memoria lo troviamo in George IV Bridge presso la National Library of Scotland, il cui sito internet ospita il ricordo di illustri scienziati scozzesi, oggetto di un recente sondaggio online sulla popolarità: nel ranking, guidato dal fisico James Clerk Maxwell, Hutton si piazza onorevolmente al settimo posto. Già che ci siete, date un’occhiata al repertorio di cartografie antiche disponibili sul sito del NLS (https://www.nls.uk/).
Lungo il Royal Mile si nota casualmente una targa in metallo, apposta sulle mura di un elegante edificio in arenaria, commemorativa del geologo, naturalista e scrittore Hugh Miller (1802-1856); figura non celeberrima, ma a cui la Città ha voluto dare risalto in un luogo della memoria. Continuiamo a imparare e prendere esempio da chi è più avanti di noi.

Fig. 6 - Targa commemorativa di Hugh Miller

Terza stazione: Greyfriars Cemetery
A poca distanza dalla Library, eccoci alla Greyfriars Church, con annesso cimitero, il cui ospite più famoso è il cagnolino Bobby, rimasto per anni a vegliare la tomba del suo padrone poliziotto, prima di venir sepolto in posizione d’onore- seppur appena fuori dalla terra consacrata-  di fronte al cancello d’ingresso.
Il Cimitero è un luogo affascinante, meta di passeggiate di mamme con bambini, circondato da graziosi edifici d’epoca le cui finestre affacciano disinvoltamente sull’area verde, a testimonianza del sereno rapporto con la morte, senza timore, che l’origine celtica consente agli scozzesi. Si narra che da questo luogo J.K. Rowling abbia preso in prestito alcuni nomi di personaggi, oltre che le atmosfere, per la saga di Harry Potter.
Le spoglie mortali di Hutton riposano nella sezione detta Covenanter’s Prison, chiusa al pubblico perchè ritenuta uno dei luoghi di interesse per gli appassionati di ghost stories. Una modesta lapide è apposta nella cappella scoperta, situata di fronte a quella dove si trova il suo contemporaneo James Black.
Per visitarla, fatevi coraggio palesando la vostra affinità spiritual-geologica con Hutton, e se avrete- come chi scrive- la fortuna di incontrare Jackie, una gentile e bizzarra custode (che sembra uscita da Hogwarts e somiglia anche un po’ a Doby, il folletto amico di Harry Potter), ci riuscirete.

Fig. 7 - Il sepolcro di James Hutton

to be continued


(la terza e ultima puntata, con tutti i riferimenti bibliografici, il prossimo 26 Maggio 2017)

lunedì 8 maggio 2017

Za zdorovie ‘compagno’ Stalin: la presa di Berlino, esemplari sotto spirito, e l’immondo brindisi dell’Armata Rossa

(riflessioni di un Primo Maggio del dopo-storia)


"Geoitaliani ospita oggi un originale contributo del nostro Marco Romano, frutto della sua esperienza berlinese. Il racconto ci parla di un episodio occorso nel tragico epilogo della Seconda Guerra Mondiale quando l'Armata Rossa conquistò la capitale tedesca e il mondo fu definitivamente liberato dell'incubo nazista. Le tracce materiali del passato sono accuratamente circoscritte nella Berlino modernissima di oggi, ma il peso degli eventi accaduti lì nel Secolo Breve grava costantemente sul cielo grigio che sovrasta la città. Una metropoli che rende smarriti per la sua vastità e non riesce ad accogliere e integrare i suoi ospiti, ma forse neanche i suoi abitanti. E tutti magari continuano a sentircisi inevitabilmente Ausländer, come Marco.Buona lettura amiche e amici di Geoitaliani, questo luogo virtuale resti sempre la casa di tutti noi."
-------------------------

Za zdorovie ‘compagno’ Stalin: la presa di Berlino, esemplari sotto spirito, e l’immondo brindisi dell’Armata Rossa

di Marco Romano
Libiamo, libiamo ne' lieti calici,
che la bellezza infiora;e la fuggevol' oras'inebrii a voluttà.”
(La Traviata, Atto Primo, Scena II)

I brindisi sono una cosa seria.
Dai salsi carruggi di Genova, ai borghi sperduti della Sila Greca, dalle tonnare di Sant’Antioco e Portoscuso agli stazzi goethiani del profondo Abruzzo, una panoplia di rigidi gesti stereotipati, da ripetere in sequenza perfetta, quasi religiosi, ai limiti di un eucarestia. Un gesto quotidiano divenuto ormai rituale, tra mille accorgimenti e severi divieti: far toccare i bicchieri solo se di vetro, non incrociare le braccia, guardare dritto negli occhi, ribattere sul tavolo il bicchiere. E poi, finalmente, bere. E ovviamente le relative disgrazie e iatture, più o meno riportabili in questa sede, in caso del mancato rispetto del rito nei suoi passaggi essenziali. Ma non tutti i brindisi furono sempre così formali e stereotipati, e lo scopriremo presto…
Tra brindisi e libazioni leggendarie come non menzionare il banchetto dove Rosamunda, figlia del re dei Gepidi, fu costretta da suo marito Alboino (il longobardo ‘Signore D’Italia’) a sorseggiare vino dal teschio vuoto del padre, sconfitto e destituito dal consorte (Figura 1).

Figura 1. Alboino e Rosamunda prima di bere del vino dal cranio del padre.

Anonimo bolognese sec. XVII.
 
E come non ricordare i famosi brindisi ‘avvelenati’ rinascimentali, che tante questioni economiche e politiche risolsero con un colpo di mano alla radice; specialità e cavallo di battaglia del Pontefice Borgia e la sua ‘adorabile’ Lucrezia (Figura 2).

Figura 2. Ritratto di Lucrezia Borgia (1480-1519)figlia illegittima del cardinale Roderic Llançol de Borja divenuto poi Papa Alessandro VI.
Sul grande schermo ricordiamo poi brindisi famosi, divenuti oramai cult, come il “Salute e fiji maschi!” rivolto al Papa nell’Anno del Signore di Monicelli, “Al maresciallo Herring. All'invasione dell'Ostria” nel Grande Dittatore di Chaplin, e “Ok, brindiamo alle nostre gambe!” nel film Lo Squalo di Spielberg
In ogni caso, tra i più curiosi e insoliti tintinni di ‘bicchieri’ avvenuti nella storia moderna e contemporanea spicca, senza dubbio alcuno, ‘l’immondo’ brindisi della leggendaria Armata Rossa; brindisi che ebbe luogo, circa un settantennio orsono, nel Museo di Storia Naturale di Berlino. La Berlino dilaniata, violentata, rasa al suolo dalla ottusa stupidità di una guerra mondiale assurda. La Berlino suicida, auto-flagellata, arsa viva in uno dei tanti cortocircuiti del novecento; il volano dell’Europa attuale, che cerca, tardivamente ma in modo necessario, di metterci una pezza sopra, di correre ai ripari, tra sepolcri imbiancati e giornate della memoria.
Berlino canzone Triste”, parafrasando il noto brano del rimpianto Ivan Graziani, altro cantautore e grande chitarrista impietosamente vittima dell’amnesia collettiva dello stivale. Anche se c’è da dire, in tutta franchezza, la grande capitale tedesca ha veramente poco della Firenze del “caro mio barbarossa, studente in filosofia”; non c’è un lungarno, un Uffizio, un Ponte Vecchio, una Piazza Duomo, un giardino di Boboli, un luogo immobile ed eterno, da quando, per i calpestati vicoli, passeggiava un Dante Alighieri o un Niccolò Stenone. Non vi è questa continuità naturale, non si può essere “una forza del passato” scomodando Pasolini, quando una sola grande passata di gomma da cancellare ha eliminato tutto. Per sempre. Impietosamente.
La Berlino di oggi dunque, sradicata e disamorata, sospesa nel tempo e nello spazio come dentro una bolla di sapone. Si può camminare per ore invano, cercando la spianata riarsa di terra battuta dove il vecchio cantore del poetico lungometraggio di Wim Wenders, Omero contemporaneo, si riposa abbandonato su una sperduta poltrona nel bel mezzo del nulla (Figura 3); sparita, evaporata, come capita per elezione al destino funesto dei ‘non-luoghi’; fagocitata ancora dall’asfalto e cemento armato, conosciuta ora, nella dialettica dell’eterno ritorno, nuovamente come Postdamer Platz, ma versione 2.0.

Figura 3. Il vecchio narratore del Cielo sopra Berlino di Wim Wenders, cerca disperatamente la Postdamer Platz accompagnato dal suo angelo custode.
Retaggio della Berlino anni novanta: a muro caduto, la vecchia signora, leccandosi ancora le profonde ferite come una gatta dal pelo arruffato, altro non era che un’enorme e unica tela bianca; una tavolozza dove i più grandi architetti di tutto il mondo hanno lasciato la loro pennellata sicura e indelebile. Con risultati spesso discutibili, ma è un effimera considerazione personale, che lascia dunque il tempo che trova.
Non più l’originale Caffè Josty, con sedie in legno e ringhiere in ferro battuto stile liberty (Figura 4), gli eleganti magazzini Wertheim (Figura 5), i sigari dalla prestigiosa tabaccheria da Loese e Wolf, gli omnibus a cavalli e la macchina della cioccolata Hamman.

Figura 4. Esterno sulla Postdamer Platz ed interni del famoso Caffè Josty, prima di essere distrutto nel secondo conflitto mondiale, circa 1930 (© Süddeutsche Zeitung Photo).
Figura 5. Gli eleganti magazzini Wertheim, foto inizio novecento.


Un unico post-moderno centro economico, di acciaio e cristallo, punteggiato di alti palazzoni vertiginosi, banche, centri commerciali, uffici, vetrine con i marchi che contano. In ogni strada, vicolo, stazione, un continuo e invadente odore di cucinato, di curry, mostarda e salse varie. Esala, quasi mefitico, da ristoranti, self service, tavole calde, chioschi improvvisati e piccoli banchetti. L’impressione è quella di una sagra di paese in continuo allestimento o perenne dismissione, una sensazione di città sopra la città; una sovrastruttura multietnica, mai completamente integrata, non completamente respinta.
Sottotraccia, sempre presenti, latenti ma indelebili, affiorano i graffi profondi del Secolo Breve. Dalla Topografia del Terrore, alla sede della Gestapo, dal Check Point Charlie, ai brandelli di muro per la gioia dei selfie dei turisti in vacanza. La storia vicina e lontana riemerge prepotentemente, financo a partire dai semplici luoghi materiali, dai mattoni, dai calcinacci che riemergono come un segreto penoso, dalle arterie pulsanti della sua toponomastica: “Rosa Luxemburg Strasse”, “Karl Marx Alle”. Stradoni battuti dal vento, viali alberati, dove, timidi germogli di questo primo maggio duemiladiciassette, cercano di avere ragione del clima ingeneroso. Lo sforzo della vita a mantenersi vita, un germoglio fragile ma di grandi speranze. Come grandi, visionarie, disperatamente accorate, erano le speranze delle vicende umane, straordinarie, da cui queste strade prendono il nome.
Nel fazzoletto vegetato tra Alexanderplatz e Nikolaiviertel, le statue bronzee di Karl Marx e Friedrich Engels, realizzate dallo scultore Ludwig Engelhart, decorano dignitosamente il giardino (Figura 6).

Figura 6. Statue di Marx e Engels dello scultore Ludwig Engelhart.
Friedrich Engels all’impiedi, tronfio nei sui grandi favoriti curati, quasi consapevole di aver cristallizzato per primo l’opera del grande tedesco, una delle prime, ma di certo non ultima, semplificazione del pensiero di Karl Marx; conscio, forse, di essere l’artefice anche di un primo mito marxiano delle origini. Il Marx di bronzo, diversamente, è seduto composto, monolitico, irremovibile; come irremovibile era la sua convinzione della necessaria e inevitabile vittoria finale del proletariato sul capitalismo. Il proletariato che, emancipandosi, avrebbe emancipato la società tutta. Il seguito, evidentemente, sembra aver tradito questa necessità immanente e connaturata, e la condizione attuale la conosciamo bene tutti.
Eccoli infine i “fratelli tute blu che seppellirono le asce” per citare il De André di Coda di Lupo, a lavoro su Unter den Linden, sotto i tigli, metaforicamente e materialmente. ‘Operai’, o meglio tecnici iper-specializzati, con salari medi uguali, se non superiori, a un professore associato italiano. Lavoratore oramai necessariamente, per costituzione antropologica, anti-rivoluzionario, più preoccupato ad essere destituito che a destituire un padronato evanescente, sovra-personale, sovra-nazionale addirittura. E come dargli torto. Der Arbeiter, alla fine assimilato, digerito totalmente nel sistema, dove si immedesima in pieno portando alla distruzione della dicotomia necessaria di base. Non è più solo “macchina desiderante” deleuziana, ora ha anche un buon salario per mettere in pratica i desideri, i bisogni più o meno fittizi prodotti di continuo per il consumo edonista, fine a se stesso. Ed eccola l’epifania che neanche il più ottimista dei ford-tayloristi poteva immaginare: “la dittatura del proletariato” che si trasforma autonomamente, quasi per necessità ortogenetica interna, a dittatura del proletariato sul proletariato stesso. Citando letteralmente Hans-Martin Lohmann “Non c’è più bisogno di raffinate strategie di manipolazione per mantenere gli individui in riga: ci restano da soli”.

E la famosa e retorica “dittatura del proletariato”, ci riporta nuovamente al tristo momento in cui la seconda parte dell’espressione è stata, in modo truffaldino, osceno e criminale, cancellata per sempre, lasciando semplicemente la prima parola: dittatura. Torniamo a Stalin, ai totalitarismi, agli ultimi giorni della Berlino nazista.
Primavera 1945. La macchina bellica del Terzo Reich cade ormai a pezzi, perdendo colpi e terreno su tutti i fronti. Una guerra assurda persa ormai da mesi, che trova tuttavia ancora un comando supremo tedesco incredibilmente ottuso, disposto a difendere fino all’ultimo carro, fino all’ultimo battaglione, fino all’ultimo uomo disponibile, la follia espansionistica sonnambula di Hitler. Il 16 aprile ha inizio il capitolo finale del secondo conflitto mondiale, almeno sul fronte d’Europa. La leggendaria Armata Rossa sferra l’attacco sulla linea dell'Oder e inizia l’inesorabile avanzata verso la capitale del Terzo Reich. “Schlacht um Berlin”, la Battaglia di Berlino, sette giorni di combattimenti furibondi poco fuori le mura, e poi guerriglia quasi corpo a corpo, strada per strada, palazzo per palazzo. Il 20 di aprile l’artiglieria russa da inizio al bombardamento imponente della città con i temibili razzi Katyusha, anche conosciuti come ‘organo di Stalin’, una tempesta di fuoco e acciaio che getta la capitale nel caos e distruzione più totale. Mancano luce, gas, persino l’acqua potabile per via dei bombardamenti incessanti a tappeto. Hitler nel suo bunker nel cuore di Berlino, dove sposerà Eva Braun prima di togliersi la vita con una pasticca di cianuro e un colpo di pistola, è del tutto scollegato dai fatti, dalla realtà. Ordina l’estrema resistenza a tutti i costi, senza se e senza ma, e nomina il Generale Helmuth Weidling comandante per la difesa della capitale del suo Reich. Bambini tedeschi tra i 12 e i 13 anni vengono scovati tra i civili dalle SS e mandati senza esitazione in prima linea, a tentare di arginare l’inarrestabile tempesta di fuoco e acciaio dell’Armata Rossa in avanzamento.
Nel pomeriggio del primo maggio, dopo furibondi combattimenti con sparute ma tenaci sacche di resistenza cade definitivamente anche il secondo piano del Reichstag, edificio cuore e simbolo del ‘nuovo impero’ nazista. Egorov e Kanthria, due sergenti sovietici si arrampicano dunque sul tetto dell’edificio conquistato, issandovi una sventolante bandiera rossa con falce e martello. Sicuramente tra gli scatti fortunati più iconici dell’intero conflitto mondiale (Figura 7).

Figura 7. La leggendaria bandiera con falce e martello issata sul tetto del Reichstag nel pomeriggio del primo maggio 1945 (© Photo by Yevgeny Khaldei/Getty Images).
In fine, il due di maggio, dopo una manovra di accerchiamento a tenaglia da manuale, l’Armata Rossa, al comando dei marescialli Ivan Konev e Georgij Žukov, dilaga nella capitale devastata e la conquista. Alle sette del mattino parte finalmente il “cessate il fuoco” da parte del Generale Weidling, e tutte le guarnigioni ancora presenti si arrendono finalmente ai russi, sotto un’impietosa pioggerellina primaverile. Ad eccezione del battaglione SS Mohnke, reparti oramai sbandati e senza controllo che, del tutto ignari della resa, continuarono a combattere strenuamente fino alle 13.00.
Negli ultimi dieci giorni della furibonda battaglia di Berlino perdono la vita oltre 70.000 uomini, di cui 22.000 soldati sovietici, 20.000 soldati tedeschi e più di 30.000 civili. A futura memoria, e con Berlino ancora ridotta in macerie, i russi erigono immediatamente un imponente monumento commemorativo per l’enorme prezzo pagato (Figura 8); prezzo che sarà abilmente utilizzato dalla vecchia volpe Stalin, comodamente seduto al tavolo dei vincitori a Jalta tra Churchill e Roosevelt per la nuova spartizione del mondo.

Figura 8. Monumento ai caduti sovietici a Tiergarten,
tra palloncini e bandiere rosse del primo maggio 2017.

L’Armata Rossa dilaga nella capitale, scorre nelle vie come un fiume in piena e giunge anche al Museo di Storia Naturale lungo l’arteria principale di Invalidenstrasse. Il Museum Fur Naturkunde, o quello che restava in piedi dopo i sette giorni di conflitto furibondo. Giorni funesti da non dimenticare di cui, ancora oggi, l’edificio porta i chiari segni. I profondi graffi del Secolo Breve, a cui accennavamo all’inizio. Le tracce indelebili, dei colpi di cannone, di granata e mitragliatrice, che tappezzano le mura esterne dell’Edificio Nord (Figura 9).

Figure 9. I ‘graffi’ del secolo breve ancora visibili sulle facciate dell’edificio nord
del Museum Fur Naturkunde di Berlino, maggio 2017.
I giovani soldati russi entrano nel museo, curiosano, girovagano tra le collezioni uniche al mondo, i dinosauri della gloriosa spedizione nel Tendaguru, l’olotipo di Archeopteryx e, alla fine, ecco l’eldorado aprirsi dinnanzi ai loro occhi: l’enorme collezione di esemplari sotto spirito. Migliaia di ampolle, barattoli, becher pieni zeppi di alcol che sembravano attendere da decenni, fermi ad invecchiare, questo curioso appuntamento con la storia. E dove gli scienziati vedono esemplari unici, spesso olotipi di riferimento catalogati e disponibili per nuovi studi, i giovani soldati russi, stremati da mesi di combattimenti furibondi, altro non vedono che enormi boccali di alcol al 70%, per un brindisi liberatorio alla sudata vittoria. Non fanno caso all’immondo contenuto dei barattoli, dalle rane ai serpenti, dalle razze ai pettirossi, dai granchi alle sardine, una biodiversità incredibile frutto di anni di spedizioni nei posti più esotici del pianeta. Alzano gli insoliti calici al cielo, e tuonano un brindisi al ‘compagno’ Stalin, ai compagni caduti sul campo, alla gloriosa Madre Patria Russia. Inutile dirlo, la preziosa collezione andò completamente perduta, ingoiata a grandi sorsate dalla sete pantagruelica dell’Armata Rossa. Ancora oggi è possibile osservare i barattoli originali in vetro oramai vuoti, conservati presso un magazzino dismesso dell’ala Nord del Museo, attualmente in restauro. Sono semplici barattoli di vetro, è vero, ma ogni volta che mi è capitato di passarci davanti, altro non ho potuto vedere se non i gloriosi calici della giovane Armata Russa.
La collezione venne poi negli anni ricostituita e la così detta “wet-collection” forma oggi uno dei motivi di vanto e settore nevralgico delle collezioni del Naturkunde (Figura 10).

Figura 10. Attuale wet-collection del Museum Fur Naturkunde di Berlino, contenente migliaia di esemplari in studio e consultabili da esperti nel settore.
Migliaia di esemplari, catalogati e consultabili per scopi scientifici. Gli esemplari sono adesso conservati cautelativamente sotto formalina. L’alcol è stato saggiamente evitato. Non sia mai che venti di sommosse future riaccendano velleitarie voglie di brindisi immondi…

Concludo queste righe in un caffè francese all’angolo tra Invalidenstrasse e Chausseestrasse. Il diaframma della grande finestra del locale è come un’imponente lente di ingrandimento, che ovatta il trambusto esterno, come in un gigantesco “acquario di sonnambula noia” ungarettiano. Ovatta e mette a fuoco. Nella fuga prospettica di Invalidenstrasse, provo ad immaginare la colonna corazzata dell’Armata Rossa in lento avanzamento, con grappoli di soldati giovanissimi appesi ai cingolati. La buona vecchia Armata Rossa, la leggenda di una vita, ‘senza macchia e senza paura’. Senza macchia almeno fino al 1959, anno mirabilis, e ai tremendi fatti della rivolta ungherese. La repressione furibonda, le truppe sovietiche che sparano sugli operai, l’uccisione, in gran segreto, del leader Imre Nagy; e tutto con il beneplacito e il nullaosta di tutti i partiti comunisti nelle varie nazioni. Compreso quello italiano. Per una volta ringrazio di essere in fondo un giovanotto, di essermi evitato, per privilegio d’anagrafe, la delusione sdegnata più totale verso il partito (a quei tempi, e in certi ambienti, non bisognava certo specificare quale partito), persino nei confronti del suo magister politicus per eccellenza, usando un espressione di Mario Tronti: Palmiro Togliatti.
Ma la colonna immaginaria svanisce nella mente ed ecco di nuovo i “fratelli tute blu”, alle prese con i cavi dell’alta tensione del tram, lungo il percorso del 12. A lavoro anche di Primo Maggio, d'altronde il volano dell’Europa tutta non può mica starsene in panciolle. “Der Arbeiter” si chiamano o si fanno chiamare. Tradotto, essenzialmente, come ‘lavoratori’. Mi ripeto di continuo la parola, la mastico in modo inquieto, qualche cosa non mi torna. Anche io, in fondo, sono un lavoratore, per quanto precario e a scadenza programmata. Provo a declinarla diversamente: “operaio”. Eccola la parola densa, ecco il termine più familiare perduto, in grado di generare un afflato mistico, un subbuglio nelle viscere. Senza la parola ‘operaio’ scompare per magia la classe, viene meno l’auto-coscienza stessa della classe come tale, in necessaria antitesi ad altre classi, ancora più latitanti, evanescenti. E senza sana conflittualità e scontro, scontro sul piano democratico, non c’è speranza, non c’è politica. Politica intesa come ‘guerra civile’, nel senso di Tronti, ovvero ‘guerra civilizzata o civilizzazione della guerra’. Restano solo disillusione, cinismo narcisistico, becero e pericoloso populismo. Rigurgiti tardivi del secolo breve.
Nella tempesta di pensieri, una bottiglia di birra e un bicchiere. Un singolo bicchiere non rappresenta, di certo, la massa critica per un brindisi. Ma spesso un po’ di sana solitudine può essere un potente strumento dimenticato, fuga necessaria per nuove e inaspettate palingenesi. Prendiamola come una sorta di protesta civile a una collettività da social network, un “noi” surrogato digitale che vive, esiste e ‘resiste’, quasi per autosuggestione.
E giunto al fondo della bottiglia, più metaforica che reale, mi sento di ribaltare il famoso lungometraggio di Elio Petri del 1971 (altri tempi, altre speranze). Non me ne voglia il buon Gian Maria Volonté ma la nuova ‘classe’ operaia, forse, non va in paradiso…


Berlino, Primo Maggio 2017

Figura 11. Il ‘bicchiere della staffa’, Marcann's caffè angolo tra Invalidenstrasse e Chausseestrasse.


Per Saperne di più
Deleuze, G. e Guattari, F. 2012. Macchine desideranti Su capitalismo e schizofrenia. Ombre Corte, 157 pp.
Fabrizio de Andrè. Coda di Lupo, album ‘Rimini’, 1978.
Flechteim, O. K. E Lohmann, H.-M. 2005. Marx. Massari Editore, Il Pensiero Forte, 181 pp.
Ivan Graziani. Firenze Canzone Triste, singolo 1980.
Preve, C. 1984. La teoria in pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operaista in Italia (1976-1983). Edizioni Dedalo, 96 pp.
Tronti, M. 2009. Noi operaisti. DeriveApprodi, 124 pp.

sabato 29 aprile 2017

29 aprile 801: Carlo Magno testimone del terremoto a Spoleto

di Marco Pantaloni
Carlo Magno incoronato da Papa Leone III


Negli Annales Regni Francorum, conosciuti anche come Annales Laurissenses maiores, viene riportato che il giorno 25 aprile 801 Carlo Magno partì da Roma e raggiunse Spoleto. Purtroppo però, il soggiorno di Carlo Magno nella città fu funestato, nella sera del 29, da una forte scossa di terremoto.
Gli Annales sono un’opera scritta da diversi autori tra i quali Eginardo, il biografo di Carlo Magno; l’opera descrive la vita dei sovrani francesi dal 741, anno della morte di Carlo Martello, fino all’829 d.C. Quest’opera costituisce la fonte storica più importante in merito alle azioni politiche durante il Regno dei Franchi, e di Carlo Magno.

Il terremoto che interessò Spoleto nell'801 si verificò alle otto di sera del 29 aprile. I risentimenti di questo sisma furono enormi: tutta l’Italia centrale avvertì le scosse che provocarono gravi danni anche a Roma, in particolare nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, come riporta il Liber Pontificalis, nella parte dedicata alla vita di Leone III.

La fortuita presenza a Spoleto di Carlo Magno proprio durante il forte evento sismico ci ha permesso, grazie alla cronaca che ci hanno lasciato i biografi reali, di aggiungere un’ulteriore elemento a ineludibile conferma della sismicità della regione spoletino-nursina.

Il testo degli Annales nel quale si descrive il terremoto che colpì Spoleto è il seguente:
[801] DCCCI. […]VII. Kal. Mai. Roma profectus Spoletium venit.Ibi dum esset, II. Kal. Mai. hora noctis secunda terrae motus maximus factus est, quo tota Italia graviter concussa est. Quo motu tectum basilicae beati Pauli apostoli magna ex parte cum suis trabibus decidit et in quibusdam locis urbes montes ruerunt. Eodem anno loca quaedam circa Renum fluvium et in Gallia et in Germania tremuerunt. Pestilentia propter mollitiem hiberni temporis facta est.
Per saperne di più:
E. Guidoboni: I terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea. Storia-Archeologia-Sismologia. Edizioni SGA – Geofisica-Ambiente. Bologna 1989. ING.
E. Boschi, E. Guidoboni, G. Ferrari, G. Valensise: I terremoti dell’Appennino Umbro-Marchigiano. Editrice Compositori Bologna, 1998.



venerdì 21 aprile 2017

21 aprile, Dies Romana

di Marco Pantaloni

Oggi si festeggia il Natale di Roma, una festività laica che si collega alla data presunta della fondazione della città avvenuta, appunto, il 21 aprile del 753 a.C.
In antichità questo giorno veniva detto Dies Romana o Romaia; a partire da questa data deriva la cronologia romana, definita con la locuzione latina Ab Urbe condita, cioè “dalla fondazione della Città”, che contava gli anni a partire dal 753 a.C.
Nel mondo, Roma è conosciuta come la città dei sette colli ma, nel tempo, l’esatta identificazione di questi rilievi non è mai stata la stessa.
L’elenco più antico riporta, ovviamente, il Palatino che è il luogo leggendario dove avvenne la fondazione della città, il Germalo, che è una prosecuzione dello stesso Colle Palatino verso il Tevere, la Collina Velia, orientata verso l'Esquilino, la Suburra, orientata in direzione del Quirinale e, per finire, il Fagutale, il Colle Oppio e il Cispio, tutti compresi nell'Esquilino.

In seguito, l'identificazione dei sette colli si modificò con l'espansione della città di Roma. Partendo infatti dalla originaria Roma quadrata, si arrivò alla Roma imperiale, che vide la sua massima espansione. La vastità del territorio urbano fece sì che tra i sette colli si annoverassero anche il Vaticano e il Gianicolo.

In un rara edizione de Il Dittamondo di Fazio degli Uberti (1301?-1367?), conservato presso la Biblioteque nationale de France, compare una rappresentazione della città di Roma con i suoi sette colli. Del Dittamondo esistono poche edizioni e quella posseduta dalla Bibliotéque nationale de France è una copia miniata e commentata da Andrea Morena da Lodi nel 1447.
Il Dittamondo è un poema enciclopedico di sei libri in terzine incatenate; racconta di un viaggio, compiuto dall’Autore attraverso l'Europa, l'Africa settentrionale e la Palestina sotto la guida del geografo Solino. Fazio degli Uberti riporta le leggende, le notizie storico-geografiche e descrive i panorami e le particolarità delle città visitate.

Visitando la città di Roma ne racconta la storia e ne descrive i caratteri; l’immagine a margine del testo nel volume commentato da Andrea Morena riporta i seguenti sette colli: Ianicolo, Tarpeio, Aventino, Palanteo, Quirinale, Celion, Viminale.


La rappresentazione della città di Roma con i suoi sette colli estratta
da Il Dittamondo di Fazio degli Uberti, conservato presso la
Biblioteque nationale de France, nell’edizione miniata e commentata
da Andrea Morena da Lodi nel 1447
(da gallica.bnf.fr/Bibliothèque nationale de France)

Per saperne di più:
Fazio degli Uberti - Il Dittamondo

domenica 16 aprile 2017

Montagna e letteratura. Francesco Petrarca, “L'ascesa al Mont Ventoux”

di Marco Pantaloni
Giusto di Gand, Francesco Petrarca,
XV secolo,
Galleria Nazionale delle Marche,
Urbino.


Francesco Petrarca (Arezzo, 1304 – Arquà, 1374) è universalmente riconosciuto come uno dei principali autori della letteratura italiana, soprattutto grazie al Canzoniere, considerato modello di eccellenza stilistica.
Nato ad Arezzo, dove la famiglia era stata esiliata da Firenze a causa di problemi politici del padre, fu costretto a trascorrere l’infanzia in diversi luoghi della Toscana (Arezzo, Incisa, Pisa). Nel 1312 Petrarca si trasferì a Carpentras, vicino Avignone. Restò a Carpentras fino all'autunno del 1316, quando Francesco, il fratello Gherardo e l'amico Guido Sette furono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier.

Del suo soggiorno a Carpentras, Francesco Petrarca ci lascia alcuni scritti, e in particolare una lettera conosciuta come “Ascesa al Monte Ventoso”.
La lettera, scritta in latino, è raccolta nelle Familiares, e narra l'ascesa del Mont Ventoux compiuta dal poeta e dal fratello Gherardo tra il 24 e il 26 aprile 1336. Il documento è indirizzato all'amico Dionigi di Borgo San Sepolcro, frate agostiniano che aveva regalato a Petrarca una copia delle Confessioni di Sant'Agostino, opera che influenzò molto il poeta.
Durante l’ascensione, si rivelò il diverso temperamento dei due fratelli: Francesco cercava di trovare scorciatoie, deviando dalla via principale, mentre Gherardo proseguiva diretto verso la cima. Una volta giunti in vetta, Francesco meditò sulla vita che aveva condotto nei dieci anni passati dopo aver lasciato Bologna, avvertendone la vanità ed esprimendo quindi la volontà di cambiare regime. Dopo queste considerazioni, aprì a caso le Confessioni agostiniane che gli aveva donato Dionigi di Borgo San Sepolcro, e lesse la frase:
"Et eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et occeani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos"
(E gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti e i vasti flutti del mare e gli ampi letti dei fiumi e l'immensità dell'oceano e il corso delle stelle, e trascurano se stessi).
Questa lettera testimonia l’immagine del poeta: un intellettuale che si muove tra le spinte delle passioni umane e delle aspirazioni sublimi, consapevole delle proprie debolezze ma anche in grado di elevarle trasformandole in opere letterarie.

Il Mont Ventoux è un massiccio montuoso della Provenza, alto 1.912 m s.l.m. I francesi lo chiamano il "Gigante della Provenza" o anche "Monte Calvo"; si trova a circa 20 km a NE di Carpentras, e appare isolato e lontano dalle altre cime della regione provenzale. La cima del Mont Ventoux, oggi, è raggiungibile in auto, ma nel 1300 salire in vetta non era assolutamente facile. Nella lettera a Dionigi, Petrarca racconta la fatica dell’ascensione e le riflessioni filosofiche e teologiche che il cammino gli suscita. Con questo testo l'andare in montagna diventa fatto letterario.

“L’ascesa al Monte Ventoso” - Francesco Petrarca
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall'infanzia e questo monte, che a bell'agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa».Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani.Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana.


Mont Ventoux
(Di BlueBreezeWiki - Opera propria, CC BY-SA 3.0,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36765218
Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. [...]C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non fosse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell'aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d’attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l’Athos e l’Olimpo nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto ed udito di essi. Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma rompendone, come dicono, le rocce con l’aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. [...]
Il Mont Ventoux visto dalle Gorges de la Nesque

Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi. […]Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa […]Tra questi ondeggianti sentimenti del mio cuore, senza accorgermi del sassoso sentiero, nel profondo della notte tornai alla capanna da cui m’ero mosso all’alba, e il chiarore della luna piena ci era di dolce conforto, nel cammino.
(Malaucena, 26 aprile 1336)



Più prosaicamente, oggi il Mont Ventoux costituisce una delle tappe più suggestive del Tour de France, che spesso propone l'ascensione di questa cima, celebre per le sue difficoltà tecniche dovute alla lunghezza di 15 km e alla pendenza della salita (media 7,7 % fino al 20% max).


Il memorabile il duello Lance – Pantani del 2000,
per la conquista della vetta.
I ciclisti salirono per la prima volta sul Ventoux nel 1951. Tra coloro che si sono fatti onore su questa salita ricordiamo Charly Gaul (1958), Raymond Poulidor (1965), Eddy Merckx (1970), Bernard Thévenet (1972), Eros Poli (1994), Marco Pantani (2000), Richard Virenque (2002) e Chris Froome (2013).
Nel 1967, il ciclista britannico Tommy Simpson morì sulla salita, a circa 2 km dalla vetta, per un arresto cardio-circolatorio causato dall'estrema fatica, da disidratazione e da sostanze dopanti assunte poco prima. Una piccola lapide a bordo strada lo ricorda.

Per saperne di più:
http://books.google.it/books?id=vM5LAAAAMAAJ&pg=PA481&dq=Lettere+di+Francesco+Petrarca+ascesa+al+Mont+Ventoux&hl=it&ei=B6tnTq-qN83vsga8qszXCg&sa=X&oi=book_result&ct=result&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false