giovedì 24 agosto 2017

Geologia e antropizzazione delle grotte di Domusnovas

di Paolo Perini

Le grotte di San Giovanni, site nel comune di Domusnovas (provincia del Sud Sardegna), costituiscono un complesso caso di interazione tra geologia, fenomeni carsici ed attività antropica. Nelle sue vicinanze sono presenti tracce di insediamenti neolitici e strutture nuragiche ben conservate (Sa domu ‘e s’orcu). Infatti, secondo quanto riportato nella planimetria pubblicata da Testa nel 1922 (fig. 1), nella grotta erano presenti manufatti megalitici in blocchi di quarzo, rovine ed una piccola cappella dedicata a San Giovanni; riporta inoltre che Lamarmora nella sua descrizione del 1857, riferiva di mura che chiudevano gli ingressi nord e sud della caverna. Quando nel XIX secolo venne realizzata la strada nella grotta per facilitare il trasporto dei materiali con la più settentrionale area mineraria di Oridda vennero distrutti diversi elementi sia naturali che antropici: la cappella venne ricostruita all’esterno dell’ingresso sud e alcune concrezioni andarono perdute. Di fatto divennero le uniche grotte naturali in Italia che, per un lungo periodo di tempo, sono state percorribili in auto. Successivamente sono state riconosciute monumento naturale e, sottoposte a vincolo istituito ai sensi della L.R. n. 31/1989 con determinazione D.G. n. 2777/1999 dell'Assessorato alla difesa dell'ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, sono state chiuse al traffico ed il percorso stradale riattrezzato per essere percorso solo tramite “mobilità naturale” (percorso pedonale e ciclabile).


Figura 1 – In alto: planimetria della grotta pubblicata da Testa nel 1922.
In basso: l’ingresso meridionale della grotta come si presentava a Maxia nel 1941.
L’area di Domusnovas, esplorata più per l’estrazione dei metalli praticata sin dall’antichità, comincia a destare l’interesse dei geologi nella prime decadi del 1900. Una prima sintesi cartografica (fig. 2) la si deve a Carmelo Maxia (1941, cum bibl.), che si interessò dapprima ad alcuni aspetti legati alla deposizione del cono di deiezione di Domusnovas per poi descrivere l’assetto e l’evoluzione geologica della zona che si estende fino a Vallermosa, effettuata nell’ambito dei lavori di rilevamento geologico del foglio Guspini in scala 1:100.000. La grotta di San Giovanni attraversa i calcari cerulei del Cambriano, interessati da filoni di quarzo messi in posto in seguito all’intrusione granitica ercinica, da cui sono stati estratti i materiali per la costruzione delle strutture megalitiche.


Figura 2 – Stralcio della carta geologica del territorio di Domusnovas (Maxia, 1941).

L’interpretazione attuale dell’assetto geologico del settore, maggiormente complicato dalla tettonica, è sintetizzato in figura 3; le grotte interessano la Formazione di Gonnesa (GNN2) “Metallifero” Auct p.p. del Cambriano Inf. (Stage 4), interessata da una piega con asse orientato est-ovest.

Fig. 3 – Stralcio della carta geologica CARG n° 555 Iglesias in scala 1:50.000
(http://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/555_IGLESIAS/Foglio.html).

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mercoledì 23 agosto 2017

Su Tempiesu, ovvero il culto nuragico delle acque

di Marco Pantaloni

Isolata nel territorio di Orune, in provincia di Nuoro, si trova la fonte sacra di età nuragica di Su Tempiesu.


Scoperta nel 1953 in località Sa Costa 'e Sa Binza dai proprietari del fondo, che videro affiorare alcuni blocchi squadrati in pietra basaltica, del tutto estranei quindi alle litologie affioranti nell'area, costituite da metarenarie e filladi.
Grazie alla conoscenza 'geologica' dei signori Sanna, i proprietari del fondo, fu possibile portare alla luce uno dei monumenti più rappresentativi della Sardegna nuragica: la fonte di Su Tempiesu, dedicata al culto della acque, uno degli esempi più raffinati di architettura religiosa nuragica.
Suggestiva l'idea che un piccolo rivolo d'acqua, nella cultura moderna spesso ignorato, abbia rappresentato per migliaia di anni un luogo di incontro sociale pieno di significato mistico.


La visita al sito di Su Tempiesu è garantita dalla ottima accoglienza della cooperativa L.A.R.Co.


Il sito conserva pienamente gli aspetti religioso-culturali dell'antica civiltà nuragica così come, per i geologi, gli aspetti geologico-morfologici dell'area.
Indimenticabile è l'avvicinamento al sito di Sa Costa 'e Sa Binza, partendo dalla statale 131 e passando per il paese di Orune.


Su Gorropu

di Marco Pantaloni

La gola di Gorropu, ubicata nel Supramonte in Sardegna, segna il confine naturale tra i due comuni di Orgosolo e Urzulei. Il profondo canyon parte dalla punta Cucutos, a quota 888 m, e sprofonda per circa 500 m; il fondo del canyon raggiunge, in alcuni punti, la larghezza di soli 4-5 m. In lingua sarda gorropu, o garroppu, significa burrone, versante scosceso.


Le caratteristiche morfologiche della gola di Gorropu la rendono unica nel suo genere in Europa e nel mondo; oltre che un meraviglioso sito geologico, rappresenta uno scrigno per gli aspetti biologici e naturalistici. L’habitat della gola è caratterizzato da forti correnti d’aria e da zone poco o nulla esposte all’insolazione solare, che causano quindi estremi sbalzi termici. Ciò causa quindi la presenza di particolari endemismi quali, ad esempio, la presenza dell’Aquilegia di Gorropu, o Aquilegia nuragica, che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha inserito fra i primi a rischio di estinzione nel Mediterraneo.
La gola di Gorropu è stata formata dal rio Flumineddu che ha eroso la successione carbonatica del Dogger che costituisce l’ossatura dei rilievi calcarei della Sardegna orientale, e quindi del Supramonte. Nella Sardegna orientale vengono distinti tre cicli sedimentari trasgressivo-regressivi limitati da discontinuità: il primo (Bathoniano – Calloviano inferiore) di facies di piattaforma estesa con barre oolitiche; il secondo (Oxfordiano – Kimmeridgiano sup.) con piccole scogliere circondate da depositi oolitici e bioclastici; il terzo (Portlandiano – Berriasiano) di ambiente di retroscogliera, con tappeti algali e stromatoliti.
Le acque piovane che scendono dai contrafforti del Gennargentu si concentrano nel rio Flumineddu, erodendo, dissolvendo e levigando la roccia carbonatica, creando le gole e numerose cavità sotterranee. In fase di piena le acque scorrono in superficie con un frastuono assordante; in periodo di magra scorrono sul greto o si infiltrano in profondità, riemergendo a valle della gola quando l’unità carbonatica poggia sugli scisti paleozoici.
Su Gorropu rappresenta uno dei più importanti monumenti geologici e paesaggistici della Sardegna e, nello stesso tempo, storico-culturale. In passato il canyon ha ricoperto funzioni strategiche e difensive. Nella cultura locale, nella gola dimorano Sa mama de Gorropu (la madre di Gorropu) e Sos Drullios, creature malvagie che escono dalle grotte e rapiscono animali e uomini del Supramonte.
Leggende affermano poi che, in un punto preciso della gola, a causa delle condizioni di oscurità, sia possibile vedere le stelle anche di giorno. Quest’ultima affermazione può essere verificata percorrendo personalmente le splendide gole: l’accesso alle gole si può effettuare da vari punti. Dalla cantoniera di Genna Sìlana, al km 183 della strada statale 125, un sentiero scende con un dislivello di circa 750 metri fino al corso del Flumineddu; altri accessi sono possibili, partendo da Dorgali e percorrendo la vallata di Oddoene,con una adeguata attrezzatura, percorrendo il sentiero Sedda ar Baccas. Questo sentiero si sviluppa per 12 chilometri, con un dislivello di 200 metri; il tempo di percorrenza è di tre ore.





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lunedì 31 luglio 2017

La carta dell’Anfiteatro morenico di Rivoli: "un ornamento come carta murale"

di Marco Pantaloni e Pietro Mosca

Nel lontano 1886 Federico Sacco pubblica a Torino, per la litografia Doyen, una sua Carta dell'Anfiteatro morenico di Rivoli, alla scala di 1:25.000.

Federico Sacco (1864 - 1948)


L'anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, esteso per circa 52 kmq, si trova nella parte centro-occidentale della Provincia di Torino. È costituito da un insieme di rilievi originati dal deposito di sedimenti da parte del grande ghiacciaio che percorreva la valle della Dora Riparia. Queste colline sono poi caratterizzate dalla presenza di massi erratici anche di dimensioni notevoli, dei quali abbiamo già parlato in passato (il masso erratico di Caselette, dedicato proprio a Federico Sacco; il masso erratico di Pianezza, dedicato a Bartolomeo Gastaldi).

La carta prodotta da Federico Sacco venne pubblicata in un periodo particolarmente fertile degli studi in questo settore, gran parte dei quali portati avanti dal produttivo Sacco, che nel corso della sua vita professionale produsse oltre 600 pubblicazioni e carte geologiche a carattere geologico, geomorfologico e stratigrafico.
In quei tempi la stampa quotidiana dedicava maggiore attenzione, rispetto ad oggi, alle notizie di natura scientifica, e sulla Gazzetta Piemontese (“La Stampa” di oggi) venne pubblicato un trafiletto che illustra i caratteri tecnico-scientifici dell’opera di Sacco.
Tra le curiosità che il cronista mette in luce, figurano quella della presenza in carta delle indicazioni altimetriche ma, soprattutto, il fatto che la carta dell’anfiteatro morenico, oltre che utile per fini scientifici, può servire “per un ornamento come carta murale”.



dalla Gazzetta Piemontese

Una carta dell’Anfiteatro morenico di Rivoli
Nelle vetrine del libraio Loescher abbiamo veduta esposta in mostra una bellissima carta dell’anfiteatro morenico di Rivoli, sulla scala di 1 a 25.000.
È un lavoro paziente e diligentissimo dell’egregio dott. Federico Sacco, assistente al nostro Museo di zoologia e anatomia comparata, insegnante di botanica e zoologia dell’Istituto tecnico.
Questa carta, pochi forse lo sospettano, ci dà una spiegazione dello immenso sviluppo dei ghiacciai nella valle di Susa prima della comparsa dell’uomo. Vi sono disegnati, in tinte e designazioni grafiche diverse, i terreni quaternari e primari, e vi si osserva perciò una distribuzione geologica delle più interessanti.
A parte le indicazioni geologiche, che possono servir molto per conoscere la natura dei terreni, la carta abbonda di indicazioni topografiche; vi sono indicati i più minuti dettagli, i monti, i corsi d’acqua, le strade, i principali fabbricati, le case industriali, e, cosa importantissima e ricercatissima, le quote altimetriche.
Questa carta può quindi servire tanto pel naturalista, per l’ingegnere, per l’alpinista nelle sue escursioni, quanto per un ornamento come carta murale.
Si dirà che essa abbraccia una troppo angusta regione. Risponderemo che essa è abbastanza vasta per importanti studi, o che vorremmo che ogni regione fosse studiata con altrettanta coscienza come lo è stata questa dal dottor Federico Sacco, il quale merita le più cordiali lodi.
La carta dell'Anfiteatro morenico di Rivoli, di Federico Sacco
(disponibile al download sul catalogo OPAC dell'ISPRA: http://opac.isprambiente.it/SebinaOpac/Opac)

Per saperne di più:






martedì 25 luglio 2017

Studenti tremate: il ‘Sasso di Maxia’ è tornato …

di Marco Romano

"Sei stato pesato sulle bilance e il tuo peso si è rivelato insufficiente …"

Queste le parole scritte da mano invisibile sul palazzo del re Balsassàr, figlio del grande Nabucodònosor, il quale aveva fatto asportare i vasi d'oro e d'argento dal tempio di Gerusalemme. Balsassàr pensò bene di recuperare i preziosi vasi e farli portare alla sua presenza, per farvi bere, in modo sfacciato e senza ritegno alcuno, i sui dignitari, le sue mogli e le sue concubine. L’‘Onnipotente’, come riporta la Bibbia, non deve aver apprezzato particolarmente questo gesto: così Daniele, il ‘deportato dei giudei’, dopo aver declamato a gran voce la scritta sul muro sentenzia in conclusione: “Dio ha computato il tuo regno e gli ha posto fine”. Sei stato pesato, caro re Balsassàr, ma non hai superato l’esame, ci dispiace.

Se è vero che nella vita gli esami non finiscono mai, quante volte ci siamo seduti davanti a una commissione, magari in camicia a maniche lunghe nella canicola impietosa di un luglio romano. E così, grondando di sudore tra una sigaretta e un'altra, trangugiando l’ennesimo caffè della mattinata e mandando a memoria i piani angusti del Carbonifero, “siamo stati pesati sulle bilance”. Sicuramente moltissime volte, come molti, o quasi infiniti, sono gli aneddoti legati agli esami universitari, tra professori burberi, domande improbabili e risposte degli studenti spesso al limite della psichedelia. Ogni dipartimento di Scienze della Terra dello Stivale ha sicuramente la sua memoria storica di aneddoti, situazioni divertenti, leggende e grandi spauracchi; nel mio piccolo, ricordo con piacere (il piacere è solo a posteriori ovviamente) le macchiette del Dipartimento romano, e parte di questo ricordo sarà, dunque, necessariamente personale.
Come dimenticare i sudati calcoli a mano agli esami di Carlo Felice Boni, Bozzano e Scarascia; il cladogramma da costruire con gli euro appena messi in circolazione all’esame di Nicosia, usando 100 lire come outgroup; e ancora, i profili a vista con Bruna Landini e Di Filippo, il metronomo che scandiva il tempo all’esame di anatomia comparata di Cristaldi (Figura 1), il rimpianto Marx nostrano.

Figura 1 - Il Prof di Anatomica Comparata Mauro Cristaldi (il Marx nostrano)
gioca con piedi di teropodi nella stanza ‘ordinata’ di Nicosia.
All’esame di paleontologia ci fu chi parlò una buona mezzora usando sempre il termine “triboliti” al posto di trilobiti; il buon Santantonio, all’orale di rilevamento, si dovette sorbire i famosi “sfilatini sedimentari” al posto dei filoni; secondo uno studente dell’ultimo anno il Sus strozzii del Valdarno era chiaramente uno ‘struzzo’, causando l’implosione del povero Odoardo Girotti all’esame di Geologia del Quaternario. Una volta la Prof. Conti mise ‘15 e lode’ a uno studente che aveva studiato in modo eccelso metà del programma, tralasciando deliberatamente la seconda metà. Quando si bluffa, come a poker, bisogna saper essere assolutamente convincenti…
Negli anni abbiamo visto realmente di tutto. Chi sfidò pubblicamente il Prof. Giacomo Civitelli (“Civitelli Re di Roma”, come recitavano le scritte sui banchi al primo anno) a lezione, pronunciando la sciagurata frase: “io ignorante?, lo vedremo all’esame”. Civitelli (Figura 2) che in escursione riusciva a girarsi una sigaretta con una mano sola, continuando a spiegare con disinvoltura, e martellando con la seconda mano; tutti gli studenti di solito perdevano il filo della spiega, distratti dalla mirabile prodezza. Il buon Lesti sequestrato e chiuso a chiave durante l’orale della temuta Fisica 1, dal noto professore argentino che doveva andare a pranzo; professore che, secondo la leggenda, era scappato in Italia come rifugiato perché dissidente politico.

Figura 2 - Il Prof Giacomo Civitelli durante un momento ‘sigaretta’ all’escursione presso Pietrasecca per gli studenti del primo anno di Scienze Geologiche (foto di Martina Mignardi).
Il Prof. Lucio Loreto di Mineralogia 1, era solito infilzare un ovetto kinder con degli stuzzicadenti (che diventavano magicamente assi di simmetria) per spiegare le simmetrie nei sistemi cristallini. Dopo di che l’ovetto, oramai trasformato in una pericolosa arma pungente, veniva lanciato in aula con un sorrisetto sadico allo studente che indovinava il gruppo mineralogico. La seconda ora di lezione consisteva, essenzialmente, nel montare le sorprese degli ovetti dalle retrovie dell’ultima fila, incuranti del reticolo di Bravais o degli indici di Miller.
Personalmente ricordo con divertimento (sempre a posteriori) il mio esame con il ‘temibile’ Prof. Ernesto Centamore (Figura 3), il leggendario rilevatore, il geologo “pantagruelico” come lo ribattezzò lo stesso Alvarez, nel noto libro sulla sezione del Bottaccione e sul livello anomalo di iridio al limite K-Pg, “T-Rex and the crater of Doom”. Per l’esame si era accompagnati da un professore di supporto (quasi di ‘sostegno’ oserei dire), con cui si realizzava una tesina per rompere il ghiaccio all’inizio del temuto orale.

Figura 3 - Il Prof. Ernesto Centamore con il suo ex-tesista ‘geoitaliano’ Alessio Argentieri, durante i festeggiamenti per il trentennale del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza.
Scelsi la Prof. Conti come “effetto tampone”, e dedicai due buoni mesi e molto impegno a una bella revisione del margine di Tornimparte e relative rudiste. Il giorno dell’esame il buon Centamore prese la tesina in mano, e iniziò a sfogliarla con in volto quel sorriso sornione romano alla Aldo Fabrizi, che molti conoscono e ricordano. Dopo circa un minuto chiuse la tesina e si rivolse al sottoscritto con la seguente frase scoraggiante:<<Embè, che ce famo co’ le rudiste, la pastasciutta? Parlame un po’ dell’Avanfossa Complessa sensu Ricci Lucci>>. Non so se l’espressione di sconforto peggiore fu la mia o quella della Conti, tuttavia resta un bell’esempio di quando gli esami non erano semplici presentazioni in power point e potevano realmente togliere il sonno per settimane. A chi si sedette al patibolo dopo il sottoscritto non andò di certo meglio. La tesina di Alessandro Mancini non venne neanche aperta: gli venne gentilmente richiesto un profilo speditivo a memoria dal Gran Sasso all’Adriatico. A ogni piccolo nuovo tratto del transetto aggiunto con fatica, il buon Centamore integrava la spiegazione indicando tutte le possibili trattorie e ristoranti della zona, frutto di un esperienza ruspante sul terreno, altro che ‘Trip Advisor’ o “Gambero Rosso” radical chic. Ricordo chiaramente le sue parole al raccordo tra primo e secondo transetto: “ecco vedi, proprio qui dove il Gran Sasso accavalla sulla Laga, c’è un posto dove fanno i cojoni de mulo migliori del centro Italia”.

Tuttavia lo studente, quando messo alle strette, come il topo costretto nell’angolo, si ferma, smette di arretrare, può reagire o addirittura attaccare. Può avere persino l’illuminazione geniale, la ‘luccicanza’, andando a risolvere magari un problema che attanagliava lo stesso professore. Successe sicuramente a Enrico Fermi che, all’esame di ammissione a Roma, risolse un problema che arrovellava da tempo i grandi e chiarissimi luminari della Sapienza. Certo di Enrico Fermi o Majorana se ne contano pochi nel giro di un secolo, ma questa potenzialità dello studente l’aveva afferrata bene, negli anni cinquanta del secolo scorso, il Prof. Carmelo Maxia. Proprio da questo tentativo, quasi disperato, di trovare la risposta a un mistero persino nel ‘povero’ studente, nasce la leggenda: il temibile “Sasso di Maxia”.

Carmelino Maxia (1903-1984), detto Carmelo (Figura 4), è stato un geologo e paleontologo di origine sarda, che ha condotto la prima parte della sua carriera a Cagliari, sotto l’ala protettrice del grande Silvio Vardabasso. Gli anni a ridosso del secondo conflitto mondiale lo vedono impegnato essenzialmente in studi mineralogici, paleontologici e geologici sensu lato dell’isola di Sardegna, compilando anche il primo elenco catastale delle grotte della regione.

Figura 4 - Il Prof. Carmelino (Carmelo) Maxia.
Nel 1938 Maxia lascia l’isola e, come dicono i sardi, viene in continente, ricoprendo il ruolo di assistente nell’Istituto di Geologia e Paleontologia nell’Università di Roma, seguendo essenzialmente il direttore Giuseppe Checchia-Rispoli; quest’ultimo, personaggio di primo piano, aveva già diretto l’istituto di Cagliari, dove un giovane Maxia era cresciuto sul piano accademico. Di questi anni sono i famosi studi sul Mesozoico della campagna romana, con i lavori sui Monti Tiburtini, Prenestini, Cornicolani e Lucretili. Si dedicò tuttavia anche a studi prettamente paleontologici come l’analisi delle malacofaune della Tripolitania e le faune dei depositi pliocenici, osservabili in destra idrografica del fiume Tevere. Seminali sono stati poi i suoi studi estesi sul travertino e sua genesi nella campagna romana, con particolare interesse dedicato al famoso bacino delle Acque Albule. Degli anni cinquanta sono importanti monografie che hanno fatto da riferimento per decenni, tra cui la nota ‘Geologia dei Monti Cornicolani’, di cui conservo gelosamente a casa una rarissima copia personale (come le bobine della ‘Corazzata Potëmkin’ del Dottor Guidobaldo Maria Riccardelli, nel Secondo Tragico Fantozzi).
Una volta conseguita la libera docenza, nel 1954 Maxia divenne direttore dell’Istituto di Roma, prendendo il posto lasciato da Ramiro Fabiani dopo la sua morte (con un altro aneddoto che forse troverà un giorno spazio in queste pagine). Erano gli anni ruggenti della gloriosa “primavera romana” (Figura 5), che sarebbe proseguita poi dal 1960 con l’arrivo successivo di Bruno Accordi e dove, accanto al buon Centamore già menzionato, figuravano personaggi del calibro di Farinacci, Colacicchi, Angelucci, Zalaffi, Sirna, Cocozza, Francioni, Minniti, Devoto, Durante, Ristori, Menichini (da leggersi rigorosamente a voce alta e per terzine, come la formazione del grande Torino di una volta).

Figura 5 - La famosa ‘primavera romana’ schierata a bella posta nell’autunno del 1961, durante una ricognizione per i fogli da rilevare (tra cui Sora e Frosinone). In seconda fila, a partire da sinistra si riconoscono: Zalaffi, Sirna, Accordi, Francioni, Colacicchi, Angelucci, Cocozza, Centamore (rigorosamente con fiasco di vino rosso in mano), Minniti, Praturlon, Farinacci, Devoto e Menichini; in prima fila da sinistra Durante e Ristori. Sullo sfondo Montecassino. All’epoca l’unico strutturato era Colacicchi, come assistente.
Tra questi anche un giovane Praturlon, che ebbe la fortuna di seguire gli ultimi corsi di Maxia, prima della venuta a Roma del Prof. Bruno Accordi, di cui divenne uno dei primi laureandi romani. Lontani erano i tempi, con l’avvento del nostro casereccio boom economico, della crisi planetaria e dell’immane difficoltà di trovare un lavoro come geologo o ricercatore. Come racconta Praturlon, al suo arrivo da Cagliari rimase stupefatto del vedere le miriadi di annunci di compagnie petrolifere, tra cui anche l’Agip, che tappezzavano l’Istituto in cerca di giovani geologi del terzo e quarto anno, per assistenza ai pozzi nelle penisola: il famoso appello di Enrico Mattei ai giovani. Il partigiano Mattei che, appello o non appello, meno di un decennio dopo precipiterà a bordo dell’aereo di addestramento Morane-Saulnier MS.760 Paris nelle campagne di Bascapè, vittima dell’ennesimo attentato e ‘mistero’ all’italiana. Come l’assassinio passionale farsa di Pierpaolo Pasolini, che, guarda caso, stavo proprio lavorando a un voluminoso libro scomodo dal titolo conciso ed eloquente: Petrolio…

Tornando all’Istituto di Roma anni cinquanta, come consuetudine (e ci siamo passati tutti), parte dell’esame di geologia consisteva, anche all’epoca, nel riconoscimento macroscopico di campioni di roccia, con descrizione del litotipo, possibile genesi e inferenza sull’ambiente di formazione. Ed è in queste occasioni che il ‘perfido’ Maxia tirava fuori di soppiatto dal cassetto il grande spauracchio dello studente di geologia anni cinquanta: il terribile “Sasso di Maxia”. Un campione infido di pochi centimetri, grezzo da un lato, finemente levigato sul lato opposto, dove compariva un’inquietante fitta alternanza di livelli rosso fegato e livelli avana chiaro; veramente una diavoleria per i depositi spesso estremamente monotoni dell’appennino o pre-appennino: la famosa ‘calcaria’ che il grande Gian Battista Brocchi, nel 1822, apostrofava come “sterile roccia, che così nojose fa riuscire le peregrinazioni del mineralogista”. Il povero studente, che balbettava incerto anche su una semplice grovacca, si trovava tra le mani il ‘sasso’ maledetto e, nelle migliori delle ipotesi, manteneva un dignitoso silenzio.

Il sasso della discordia era stato recuperato da Maxia durante le sue peregrinazioni geologiche nell’appennino, in zona “Borgo Collefegato”, oggi conosciuto come Borgorose nella valle del Salto, in Provincia di Rieti. All’epoca lo studio geologico del preappennino e dell’Appennino era in una fase realmente pionieristica; su scala internazionale il nuovo paradigma della tettonica delle placche sarà dimostrato e accettato universalmente (a parte qualche oppositore tardivo russo particolarmente accanito) solo negli anni settanta, e non si aveva ancora un idea chiara di successioni ridotte o condensate e alti strutturali giurassici. Capitava dunque al buon Maxia di imbattersi in litotipi particolari e spesso difficilmente interpretabili: le famose “misteriti”, come quelle di Cottanello, che trovarono una spiegazione grazie agli studi pionieristici della Prof. Anna Farinacci (Figura 6), e successivamente nell’operato della sua scuola romana (scuola, in fin dei conti, riconducibile per via diretta allo stesso Maxia). Così, per semplice divertimento, e sperando veramente nel colpo di genio di uno studente, il Prof. Maxia durante gli esami tirava fuori il suo sasso dal cilindro, sperando nel miracolo…
 
Figura 6 - Anna Farinacci (semplicemente "La Prof.") in una foto dei primi anni sessanta.
Il ‘Sasso di Maxia’ scomparso all’incirca dagli anni settanta, chi vociferava nella sassaiola durante la famosa cacciata del segretario della CGIL Luciano Lama dall’Università, nel febbraio del ’77 (Figura 7), è stato clamorosamente ritrovato quest’anno per caso in Dipartimento, in un cassetto con appunti e sezioni sottili della Prof. Anna Farinacci (Figura 8). Dormiva il suo lungo sonno di quasi mezzo secolo, incurante del mondo che in qualche modo andava avanti, tra guerre del golfo, terrorismo estero e nostrano, fine della prima repubblica, maxiprocessi e 11 settembre. Probabilmente messo in salvo in un cassetto dalla Prof. Farinacci stessa nei momenti di maggior concitazione: a Lama si poteva lanciare di tutto, ma non di certo il ‘Sasso di Maxia’.

Figura 7 - Il segretario della CGIL Luciano Lama tiene il famoso comizio sindacale il 17 febbraio 1977 alla Sapienza, quando tra gli studenti “iniziò a serpeggiare un certo malumore”…

Figura 8 - Il leggendario “Sasso di Maxia” da poco ritrovato tra gli appunti della Farinacci.

La sua posizione attuale è stata segretata, e chissà, in un futuro non troppo lontano, potrebbe di nuovo comparire per magia durante un esame di riconoscimento rocce a Geologia, tra le mani di un “fortunato” studente del primo anno. I miti e le leggende restano tali solo e soltanto se non ne viene svelato l’arcano. Quindi non riveleremo in questa sede la vera natura del leggendario Sasso di Maxia.
Forse perché in fondo non la sappiamo neanche oggi, e speriamo sia già nato lo studente che risolverà il mistero…

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martedì 18 luglio 2017

Affiliazione della Sezione alla International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) della International Union of Geological Sciences (IUGS)

Cari soci e sostenitori,
è con grande piacere che vi comunichiamo che a seguito della votazione che si è tenuta lo scorso mese di giugno, la Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana è stata affiliata alla International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) della International Union of Geological Sciences (IUGS).


Soltanto 9 gruppi nel panorama internazionale hanno ottenuto questo ambìto riconoscimento: l’International History of Earth Sciences Society (HESS); la Comisión Argentina de Historia de la Geología; l’Earth Sciences History Group, Geological Society of Australia (ESHG); l’Austrian Working Group, History of Earth Sciences (AWGHES); il Committee on the History of Geology, Geological Society of China; il Comité Français d’histoire de la Géologie; la Japanese Association for the History of Geosciences (JAHIGEO); la Serbian Geological Society - History of Geology Division; l’History of Geology Group (HOGG), Geological Society of London; la Sociedad Venezolana de Historia de las Geociencias.

Questo risultato è stato ottenuto grazie al prezioso contributo che i membri della Sezione hanno fornito in questi 5 anni di attività. È stato grazie a voi che è stato possibile organizzare i convegni, le mostre, i seminari, e produrre le numerose pubblicazioni scientifiche sul tema di storia della geologia su riviste nazionali e internazionali che ci hanno permesso di partecipare al ballottaggio.

Siamo certi che questo riconoscimento contribuisca a mettere in luce l’azione della Società Geologica Italiana finalizzata al raggiungimento del principale obiettivo della Società, e cioè “il progresso, la promozione e diffusione delle conoscenze geologiche” nel nostro paese e, in questo caso, nel mondo.

lunedì 10 luglio 2017

Lamberto Pannuzi: geologo del Servizio Geologico d’Italia e pioniere della “Geomorfologia dinamica”

di Anna Rosa Scalise e Mario Valletta

“Nel dicembre del 1960, Lamberto, Carlo Bergomi, Giorgio Stampanoni, Vittorio Manganelli, Silvana Zanfrà, Anna Tilia, Generoso Cestari e io” - rammenta Nicola Zattini - “ fummo assunti nei ruoli del Servizio Geologico d’Italia a seguito della vincita di un bando di concorso per geologi. [..] Ci conoscevamo già da prima, Lamberto e io, sin dai tempi delle attività realizzate insieme nell'ambito del progetto di ricerca sulla lignite svolta in Umbria per conto dell’Enel e poi della Gemina (Geomineraria Nazionale). […] All'inizio del nostro impiego al Servizio eravamo ormai una coppia fraterna e ci occupammo subito del rilevamento dei Fogli geologici alla scala 1:100.000 n. 106 Firenze e poi n. 130 Orvieto”.
Lamberto era un vero geologo di campagna, ed era costantemente impegnato in attività di rilevamento per buona parte dell’anno. Quando rientrava in ufficio ci piaceva scambiare con Lui qualche battuta; ci raccontava le sue avventure e di tutto quello che gli era successo durante la missione di rilevamento. Egli era costantemente critico, borbottava sempre, tanto è vero che era soprannominato “pentola a pressione”; ma oltre a essere una brava persona era anche un bravo geologo.

L’impegno profuso da Lamberto al rilevamento di campagna si realizza ancora nell'area di altri Fogli geologici alla scala 1:100.000: Orvieto, Isernia, Bracciano, Agnone, Campobasso, Terni, Palombara Sabina e Benevento.



Collabora al “Progetto Finalizzato Neotettonica” del CNR nell'ambito dei Fogli Verbicaro, Cetraro, Agnone, Alatri e Sora. Nell'ambito dello stesso Progetto elabora una metodologia per lo studio dei terrazzi marini nel tratto di costa che si estende da Maratea a Paola tra la Basilicata e la Calabria.
Membro del Comitato glaciologico, in rappresentanza del Servizio Geologico d’Italia, partecipa alle campagne in Val Rhemes e sul Rutor. Gli studi sistematici insieme al collega A.V. Damiani sull’evoluzione del glacialismo pleistocenico nell'Appennino centrale si concretizzano nella pubblicazione di note scientifiche nelle quali vengono descritte le evidenze del modellamento glaciale nei Monti Simbruini - Ernici, nei gruppi montuosi della Genzana, del Monte Greco e nell'alta valle dell'Aniene.
Gli interessi nel campo della Geomorfologia sviluppatisi nel corso della sua esperienza, prima di studio e poi lavorativa, in vaste aree del territorio italiano, lo hanno portato in collaborazione con A.V. Damiani, all'elaborazione della metodologia per la realizzazione della Carta Geomorfologica Dinamica e alla pubblicazione dei Fogli Subiaco e Scansano alla scala 1:50.000. In questi Fogli viene sperimentata una rappresentazione cartografica innovativa riconosciuta sia a livello nazionale che internazionale. Partecipa inoltre alla realizzazione della Carta geologica del Parco Nazionale d’Abruzzo alla scala 1:50.000, curandone gli aspetti geomorfologici.



Nel 1990 è grazie a Lui che, nell'ambito del Servizio Geologico d’Italia, si istituisce un settore dedicato alla Geomorfologia del quale rimane il responsabile fino alla fine della sua carriera.
I colleghi E. Chiarini, M. D’Orefice, R. Graciotti, E. La Posta e F. Papasodaro che sin d’allora afferiscono a questo settore proseguono ancora oggi presso il Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia – ISPRA, la ricerca intrapresa insieme a Lamberto riconoscendone “la guida e l’esempio trasmesso per un metodo di lavoro basato innanzitutto sulla conoscenza diretta ed integrale del territorio e su una raccolta dei dati accurata ed il più possibile oggettiva”.





Sempre negli anni Novanta, insieme al suo gruppo pubblica le norme per la cartografia geomorfologica ufficiale alla scala 1:50.000 che nell'ambito del progetto CARG diventano le linee guida per la realizzazione dei Fogli geomorfologici alla scala 1:50.000 Belluno, Anagni, Città di Castello, Monte Etna e Tagliacozzo.
“Altri geologi” - ricorda Mario Valletta – “termine “nobile” ma oramai desueto persino a livello di qualifica (tecnologo: “cù è? Direbbero i colleghi siciliani), che sono stati suoi “allievi” e che, grazie alla sua scuola viva e vitale, continuano ad apportare contributi significativi alla conoscenza dell’assetto e dell’evoluzione geomorfologica di ampi settori della catena appenninica”.
“A me (Mario), non resta che ricordare qualche momento di un sodalizio, nato nella lontana estate del 1961, con una piccola baruffa in attesa dello storico, lentissimo ascensore dell’allora unica sede, quella di Largo di S. Susanna. Sodalizio che si è rapidamente trasformato in amicizia, cementata pure dallo spirito di corpo e dall'orgoglio di appartenere ad una storica e gloriosa istituzione che, senza andare troppo indietro nel tempo, aveva avuto tra i propri ricercatori Francesco Scarsella, Giovanni Merla, Enzo Beneo e ne aveva del calibro di Attilio Moretti, Manfredo Manfredini e Alfredo Jacobacci. Bypasso, volutamente, quelli che erano, allora, i “ragazzi”.



Spirito di corpo ed orgoglio di appartenenza, che hanno rappresentato sia il motore, che ha fatto si che nell'arco di dieci anni fosse completata la Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, nonostante un Comitato Geologico invadente e pretenzioso, sia lo straordinario “cemento” umano che ha amalgamato “ragazzi” di matrici universitarie diverse.



Lamberto ed io abbiamo sempre fatto parte di gruppi operativi di ricerca e di rilevamento diversi, ma ciò non ha impedito che vi fossero scambi frequenti (dei quali spesso era protagonista pure Nicola Zattini che, con Lamberto, ha costituito una coppia storica) di opinioni, di idee, che spesso portavano ad intravedere se non a delineare soluzioni. L’affettuosa, fraterna amicizia che ci ha immediatamente unito è andata via via crescendo e si è protratta sino alla sua scomparsa, senza momenti di pausa, neppure quando, chiamato ad altri incarichi, avevo lasciato il Servizio Geologico. Ed è, anzi, a quel periodo che si riferiscono due momenti ai quali accenno di seguito e che mostrano quale grandezza e gentilezza di animo vi fossero dietro modi talora, ma solo apparentemente, bruschi, sostanzialmente da “gigante buono”: d’altra parte, aveva pure un passato da rugbista! Gigante buono che, letteralmente, si sciolse nel momento nel quale (eravamo insieme in uno dei saloni della biblioteca) lo raggiunse la telefonata che annunciava la nascita della figlia; all'epoca, i padri erano considerati, nel rapporto con la sala parto, alla stregua di cani randagi.
Mi riferisco alla perdita, avvenuta mentre era impegnato in un rilevamento nel Massiccio del Matese, nei rilievi sovrastanti la Conca di Letino, di Carlo Bergomi: accenno appena all'essere Carletto, come Vittorio Manganelli, parte integrante e determinante di quei “ragazzi” che, nei primi anni ’60, arricchirono lo scarno organico del Servizio Geologico.
L’annuncio dell’incidente del quale era rimasto vittima raggiunse molti di noi mentre eravamo impegnati negli ultimi giorni della campagna di rilevamenti del 1977: rientrammo subito in sede, alimentando una speranza che, presto, si rivelò irrealizzabile. Lamberto fu tra i più attivi, proponendo sia che accompagnassimo Carletto nella sua Reggio Emilia, accanto ai genitori, sia che raccogliessimo fondi da destinare ad una iniziativa in memoria. Quest’ultima si tradusse nel dotare l’ambulatorio di Letino (il più vicino all'area dell’evento) di attrezzature e materiale medico di primo soccorso.
Quando, nel decennale della scomparsa, decidemmo di ricordare Carletto dedicandogli due giornate di studio (gli Atti sono raccolti in un volume delle Memorie Descrittive), Lamberto è stato estremamente attivo sia nel collaborare all'organizzazione che a guidare la giornata di campagna svoltasi nell'Appennino laziale. Mi è caro, qui, ricordare che come artefice della seconda giornata, dedicata alla idrogeologia di un settore dei Monti del Matese, sia stato Pietro Celico, straordinaria figura di ricercatore e didatta al quale non può che andare un fraterno, commosso saluto.
Ad informarmi della scomparsa, improvvisa, assolutamente inattesa e prematura di Vittorio Manganelli, fu ancora Lamberto. Vittorio aveva formato, per un lungo periodo, coppia fissa con Carletto e, da pivellini, avevamo iniziato a fare insieme esperienza in Puglia e poi nelle Marche.
Un gruppetto, del quale facevamo parte Lamberto ed io, si era adoperato affinché Vittorio fosse ricordato nell'ambito di iniziative dell’Università di Camerino, presso la quale da qualche anno si era trasferito quale Professore Associato. Il consenso di quell'Ateneo fu immediato e totale ed il ricordo di Vittorio inserito, come elemento integrante, nei lavori di un Congresso; il commosso ricordo, che fu letto da Luigi Salvati, si concludeva con “Non omnis moriar”.
Anche tu, Lamberto carissimo, nel nostro cuore e nei nostri ricordi sei e sarai sempre vivo e vitale!

Per saperne di più:

  • Bollettino del Servizio Geologico d’Italia (1960-1961) - Struttura del Servizio Geologico. Personale del Servizio Geologico (situazione al 31 dicembre 1960). Vol. LXXXII, pp.152-164.
  • Bollettino del Servizio Geologico d’Italia (1962) – Appendice. Personale tecnico del Servizio Geologico (situazione al 31 dicembre 1965). Vol. LXXXIII, pp. 204-222.
  • Chiarini E, D’Orefice M.,Graciotti R.,La Posta E.,Papasodaro F. (2008) - Lamberto Pannuzi: dalla geologia alla geomorfologia. Mem.Descr.Carta Geol. D’Ital. Vol.LXXVII, pp.37-40 figg.3.
  • http://www.isprambiente.gov.it/it/cartografia/carte-geologiche-e-geotematiche/carte-geotematiche-alla-scala-1-a-50000


venerdì 26 maggio 2017

Sulle tracce di James Hutton: geologia e storia nella città di Edimburgo (terza e ultima parte, ovvero “Change is the only constant”)

di Alessio Argentieri, con un contributo di Simone Fabbi

Luoghi della memoria e memoria nei luoghi

 
Fig. 8a

Quarta stazione: Saint James Hill, Hutton’s Memorial Garden
Ora passiamo a vedere i luoghi della dimora terrena, di James Hutton che oggi non esistono più. Lungo la strada chiamata Pleasance, sul rilievo di St. John’s Hill, sorge oggi l'Edinburgh University Sports Centre. Accanto al parcheggio c’è un modesto giardinetto, a dire il vero abbastanza racchio, enfaticamente chiamato Hutton’s Memorial Garden, che però consente una bella vista sulle Salisbury Crags, di cui parleremo oltre. Nell'aiuola sono posizionati massi di scisti con vene intrusive provenienti da Glen Tilt e di conglomerati di Barbush, località studiate da Hutton.

Fig. 8b - Hutton Memorial Garden


Quinta stazione: Hutton Road & Our Dynamic Earth
L’affascinante percorso entra nel vivo discendendo dalla St. James Hill lungo la Holyrood Road, che conduce all'omonima residenza regale. Ecco in primo luogo la Hutton Road, una traversa intitolata al nostro eroe.
 
Fig. 9 - Hutton Road

Ma il vero omaggio della città a James lo si troverà al’interno dell’attrazione più moderna di quella che un tempo si definiva Auld Reekie (la Vecchia Città Sporca): è lo spazio espositivo dedicato al Pianeta Terra, Our Dynamic Earth. Il museo scientifico dall'elegante e innovativa architettura ben si inserisce, assieme all'adiacente Scottish Parliament Building, nella meravigliosa cornice naturale dominata dal vecchio apparato vulcanico carbonifero, l‘Arthur Seat, e dai Salisbury Crags. Non a caso in questo spazio fu edificato il Palace of HolyroodHouse, nato come monastero nel secolo XII e destinato dal XVI a ospitare teste coronate; religiosi e nobili- ça va sans dire- scelgono per sé sempre i posti migliori del Pianeta.
 
Fig. 10 - I rilievi delle Salisbury Crags fungono da quinte naturali
per le moderne tensostrutture di Our Dynamic Earth

A questo punto della narrazione, nel condividere con le lettrici e i lettori di GEOITALIANI le sensazioni del pellegrinaggio geologico a Edimburgo, è opportuno non rivelare troppi dettagli. Per non guastare l’emozione a ogni appassionato della storia delle discipline geologiche, diremo solo che la prima sala del percorso museale vale l’intero viaggio. L’augurio e l’invito è, prima o poi, a seguire le vecchie tracce che questa breve nota ha voluto rimarcare. Ed è giusto che, in quella sapientemente allestita sala dal sapore antico, sia lui, il protagonista assoluto, a illustrarvi come e dove sia scaturita la scintilla per la comprensione del nostro Pianeta dinamico, ricordandoci che il cambiamento è l’unica costante.
 
Fig. 11 - Comincia il percorso all’interno di Our Dynamic Earth

Sesta stazione: Salisbury Crags and Arthur’s Seat
 
Fig. 12 - Veduta delle Salisbury Crags

All'uscita dal museo è naturale avviarsi all'Holyrood Park e, dopo aver calpestato i verdissimi prati, avviarsi alla salita terrosa verso i Salisbury Crags, che portano sino alla Hutton’s Section, uno dei geositi più importanti del mondo. E’ qui che, osservando il filone ipoabissale (dolerite) che pervade le arenarie carbonifere, Hutton trovò le prove inconfutabili delle intrusioni magmatiche, tagliando la testa alle interminabili controversie tra Plutonisti e Nettunisti.
 
Fig. 13 - Il sentiero delle Salisbury Crags

Il percorso si snoda sull’imponente massiccio, costituito da dicchi e sills (filoni-strato), che culmina nella vetta dell’Arthur’s Seat (251 m s.l.m.), in una dicromia verde-marrone che risalta alla tersissima luce che il Sole discontinuamente concede alla regione dei Lothians.
E giunti alla meta, si potrà trovare appagamento nel ripetere, mentalmente o a voce alta, la più bella frase mai concepita riguardo al Pianeta Terra “We find no vestige of a beginning, no prospect of an end”, gustando il piacere e l’emozione di aver ripercorso, nel nostro piccolo, le tracce di James Hutton, fondatore della geologia moderna.

Fig. 14 - Veduta dell’Arthur’s Seat da Holyrood

Ultima stazione: the sidewalks of Edinburgh
Giunti alla fine dell’inebriante itinerario, ecco un ultimo, significativo particolare che conferma l’intrinseco rapporto tra Edimburgo e la sua geologia. Diceva Jack Pallini (un maestro delle nostre parti e della nostra epoca, più volte ricordato sulle pagine di GEOITALIANI) che un infallibile metodo diagnostico per conoscere le caratteristiche geologiche di una città è osservarne i bordi dei marciapiedi. Con piacere vi proponiamo perciò l’ultima immagine di questa galleria.

Fig. 15 - I marciapiedi di Edimburgo (foto di Simone Fabbi)

Epilogo
Il nostro pellegrinaggio si chiude così, col desiderio inappagato di un'ulteriore sosta sulla costa dei Lothians, a circa 35 miglia da Edimburgo, per vedere la celeberrima Unconformity di Siccar Point sul Mare del Nord. E anche con il rammarico postumo di esser inconsapevolmente passati- in una gita verso Dundee, nella regione dell’Angus- vicino al villaggio di Kynnordy, dove nasceva nell’Anno del Signore 1797 (lo stesso in cui James moriva a Edimburgo, che singolare coincidenza!) un bambino scozzese di nome Charles Lyell.
Chissà che prima o poi questa narrazione non possa avere un seguito…


Per saperne di più:
  • Edinburgh Geological Society (http://www.edinburghgeolsoc.org)
  • Susan Kieffer- blog (www.geologyinmotion.com)
  • Donald B. Mc Intyre & Alan McKirdy (1997) - James Hutton. The founder of modern geology. National Museums Scotland.
  • National Library of Scotland website (http://maps.nls.uk/)
  • James Repcheck (2004) - L’uomo che scoprì il tempo. James Hutton e l’età della Terra. Edizione italiana, Raffaello Cortina Editore.
  • John Whittow (1992) - Geology and scenery in Britain. Chapman & Hall.