lunedì 13 febbraio 2017

Dal Grande Torino al Calcio Padova

di Giorgio Vittorio Dal Piaz


GEOITALIANI ospita con grande piacere un inconsueto contributo del professor Giorgio Vittorio Dal Piaz che, fra le molte cose, è anche un membro della primissima ora della Sezione di Storia delle Geoscienze. Su richiesta, reiterata in più occasioni durante gli incontri conviviali che sono momenti fondanti della nostra congregazione, ecco le sue reminiscenze sportive d’infanzia. Ancora una volta è il ricordo del Grande Torino, stavolta in un epico incontro con il Calcio Padova avvenuto pochi mesi prima del disastro di Superga, a dare lo spunto per una contaminazione tra calcio e storia della geologia, che i nostri lettori troveranno tra le pieghe del racconto. Nel nome della comune passione per gli oggetti quasi sferici, come il Pianeta Terra e i palloni di cuoio bruno dei tempi che furono. (A.A.)

Valerio Bacigalupo esce in presa alta
(http://100anni.padovacalcio.it/index.php)

I primi contatti col football - come si diceva allora - li ho avuti a dodici anni, poco dopo la fine della guerra, quando nell’anno scolastico 1947-48 frequentavo la terza media alla Scuola Tre Cancelli di Pavia, assieme ad Antonio Brambati e Guido Devoto (futuri geologi). Ero ospite dei miei nonni materni, Vittorio Gallo e Marina Gallo Brusotti, abitanti in via Bordoni 4. Con l’amico Eugenio Astolfi giocavamo a “tombolini” sul tavolo di casa, gioco del calcio con pedine della tombola, quelle di una volta in legno, su cui incollavamo un cartoncino con il numero e i colori della maglia delle squadre del cuore (Eugenio avrebbe dovuto brevettarlo). Il mio amico teneva per il Genoa F.C., io per il Torino, forse solo perché ero torinese di nascita e non sapevo ancora che a Torino esisteva anche la Juventus: l’avrei saputo da mio padre anni dopo, già divenuta l’odiata geba (befana, vecchia signora). 
A casa di Eugenio ho sentito anche la prima radiocronaca della mia vita: Italia-Inghilterra 0-4, stadio comunale di Torino, 16 maggio 1948, formazione dell’Italia: Bacigalupo, Ballarin, Eliani, Annovazzi, Parola, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Carapellese. Ricordo ancora la cronaca di Carosio: sembrava un crescendo rossiniano, l’Italia attaccava, arrembava, dominava i maestri del calcio (o la perfida albione, secondo i punti di vista), poi l’improvviso silenzio e una voce gelida … è il quarto minuto, ha segnato Mortensen dall’angolo (cross mancato calciando per sbaglio con l’esterno del destro). Seguirono il goal di Lawton (23’) e la doppietta di Finney nel secondo tempo. Fu questo il mio battesimo.

La Gazzetta Sportiva del 17 Maggio 1948

Tornato a Padova, continuai a giocare a “tombolini” con l’amico e compagno di scuola Pino Bottacin (futuro nazionale di rugby) e, dopo la tragedia di Superga, cominciai a seguire il Calcio Padova - il Padova come si diceva comunemente - stimolato e istruito dai miei cugini Mitzi e Camillo Bianchi che già andavano alla partita, loro in gradinata, il padre Angelo (professore di Mineralogia) in tribuna laterale. Purtroppo non mi portarono allo stadio Appiani per l’epico scontro con il Grande Torino (1949), terminato 4-4, e dovetti consolarmi con i loro entusiastici racconti.


Angelo Bianchi (Casalpusterlengo, 1892 - Padova 1970)
al tunnel del Monte Bianco in costruzione
A Torino, nel girone d’andata, il Padova aveva perso 3-1: era andato in vantaggio col centravanti inglese Charles Adcock, venuto in Italia con le truppe alleate, e nel secondo tempo aveva resistito sino a un quarto d’ora dalla fine quando il risultato cambiò con due reti di Ossola e una di Mazzola.
La partita di ritorno si svolse il 20 febbraio 1949. Il Torino, allenato dall’inglese Leslie Lievesley, era quasi al completo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Martelli, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola (mancava solo Grezar), mentre il Padova, allenato da Serantoni e con Tansini in panchina, comprendeva Luisetto, Sforzin, Arrighini, Rolle, Quadri, Zanon, Vitali, Celio, Checchetti, Matè, Fiore (Rolle e Zanon erano studenti di Ingegneria ed è veridica leggenda che avessero superato l’esame di mineralogia e litologia con il prof. Bianchi parlando principalmente di calcio). Il Padova passò in vantaggio dopo una ventina di minuti, con doppietta del centravanti Aldo Checchetti. Il Toro reagì, raggiunse il pareggio con reti di Ossola (36’) e Castigliano (39’), ma poco prima della fine del primo tempo il Padova passò ancora, con goal di Giancarlo Vitali. Il tifo era alle stelle. Iniziato il secondo tempo il Padova segnò il quarto goal con Fiore, la piccola ala, famosa per le sue corse - con e senza palla - lungo la fascia laterale destra. Sul 4-2 il Padova eresse le barricate - eguagliate in seguito solo dal verrou di Rocco - ma al 71’ e all’87’, Menti riportò il Torino sul quattro pari e la partita si concluse con questo risultato.


I giocatori del Torino il 20 Febbraio del 1949 a Padova rendono omaggio alla memoria
di Walter Petron; da sinistra: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin e Valentino Mazzola
(http://100anni.padovacalcio.it/index.php)
L’anno dopo cominciai a seguire alcune partite casalinghe del Padova. Ricordo in particolare la sonante vittoria 5-2 sul Milan del famoso tridente Gre-No-Li, avvenuta il 9 dicembre 1951. Queste le formazioni: Padova: Romano, Matè, Fuchs (svizzero), Beraldo, Sessa, Zanon, Novello, Sperotto, Martegani (argentino), Camporese, Prunecchi, allenatore Frank Soo, inglese di origini cinesi. Milan: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Tognon, Grosso, Burini, Gren, Nordahl, Liedholm, Renosto, allenatore Lajos Czeizler. Segnarono Beraldo (31’) nel primo tempo e, nel secondo, Nordahl (10’), Martegani (20’), Prunecchi (28’), Renosto (rigore 32’), Martegani (45’).


La formazione tipo del Padova 1951-52
https://www.youtube.com/watch?v=yuKXi5kn20Q
La passione salì con l’avvento di Nereo Rocco e del suo catenaccio, raggiungendo il calor bianco durante il campionato 1957-58 in cui il mitico Paròn portò il Padova dei panzer e di Kurt Hamrin al terzo posto (meritava il secondo, ma anche allora la provincia pagava la sudditanza psicologica goduta dalle grandi). 
Ma questa è un’altra storia come quella del Milan di Rocco, seguito dai molti suoi fans padovani di allora.






giovedì 9 febbraio 2017

A proposito de “I Signori delle Miniere”

di Paolo Sammuri


La copertina del libro
"I Signori delle Miniere,
di Michele Curcuruto
Il progetto GEOITALIANI, sin dagli esordi, ha tentato di approcciare il tema della storia delle geoscienze attraverso la descrizione, di volta in volta, di un episodio, di un personaggio, di un luogo specifico o di un fenomeno culturale e sociale legato al rapporto con il territorio. In tal modo si possono individuare molti fili conduttori per ricostruire lo sviluppo delle discipline geologiche in Italia. Con questo spirito pubblichiamo oggi una recensione a cura di Paolo Sammuri, membro della Sezione di Storia delle Geoscienze, dedicata ad un originale volume che racconta l’epopea mineraria sicula, di cui è autore Michele Curcuruto.

Il libro “I signori delle miniere” del collega geologo Michele Curcuruto è certamente un libro particolare, se non addirittura “anomalo” nel panorama della letteratura mineraria. Perché anomalo? Perché certamente non è il classico libro “tecnico-minerario”- storico, basato sulle descrizioni dei metodi di lavorazione, corredato di antichi piani e piante di miniera, che  illustra macchinari e tecniche; ma al contempo non fa nemmeno parte di quel vasto filone “sociale” in cui si descrivono le dure condizioni di vita ed i rischi dei minatori in sotterraneo, e quindi la nascita delle loro associazioni e le lotte svolte per migliorare le retribuzioni e le condizioni di lavoro. Anzi, Curcuruto cambia completamente prospettiva, e ci apre una nuova finestra antropologica su tutta la “borghesia mineraria”, sia direttiva (direttori di miniera, ingegneri e periti minerari) sia amministrativa (esercenti, gestori ed imprenditori) sia padronale (proprietari, nobili, principi) ed indirettamente sul personale operativo, dai contabile ai capimastri… fino ai “carusi”. Quindi, si tratta di fatti umani, più che tecnici, anche se poi, trattandosi di zona mineraria, inevitabilmente si parla anche di ferrovie, di teleferiche, di autotrasporti, di porti, di incidenti minerari. Interessanti sono molte figure ben tratteggiate di ingegneri minerari stranieri (francesi, inglesi e tedeschi), accanto a quelle di tecnici minerari “continentali”, spesso del nord od agordini, nonché, quelle di due personaggi, esploratori geologico-minerari in Africa, come il ben noto Ignazio Sanfilippo (in Libia) e il molto meno noto Filippo Terranova (in Egitto). Il tutto ruota  attorno alla storia del mondo minerario dello zolfo di Caltanissetta, dagli “anni d’oro” dell’800 e poi ai periodi della società Montecatini, del fascismo, della seconda guerra mondiale ed infine delle ingerenze della mafia. Quindi si parla di miniere, e di minatori che si spostano in varie miniere di zolfo, non solo siciliane ma anche marchigiane, di piriti toscane e trentine, e di valenti tecnici siciliani in miniere “continentali”. Insomma, si tratta di un grande “affresco minerario” a più quadri, che può sembrare a prima vista “disarmonico” ma che forse centra con precisione un bersaglio: mostrare che la miniera non è solo un fatto “in sé” tecnico-economico-sociale, ma penetra nella vita di una comunità in maniera pervasiva, e come di fatto possa influenzare e condizionare  la vita delle persone (non solo quella dei minatori!) che vivono in un territorio.

lunedì 30 gennaio 2017

Orazio Silvestri: un vulcanologo tra Etna e Isole Eolie

di Guglielmo Manitta


La vulcanologia italiana nella seconda metà del XIX secolo ebbe un grande sviluppo grazie a figure di primo piano, come Orazio Silvestri, Arcangelo Scacchi (nota 1) e Giuseppe Mercalli (nota 2), che apportarono notevoli cambiamenti nel metodo di studio dei fenomeni vulcanici e nelle interpretazioni di essi.
Silvestri, a differenza degli altri due vulcanologi, opera prevalentemente sui vulcani siciliani, non solo l’Etna, ma anche con particolare attenzione su Vulcano, di cui studiò l’eruzione del 1888-1890, e sullo Stromboli.

Orazio Silvestri nacque a Firenze il 7 febbraio 1835, da Giovanni e Giuditta Orengo. Nel 1853 si laurea in scienze fisico-chimiche e naturali presso l’Università di Pisa. Un anno più tardi è ammesso, tramite un concorso, alla Regia Scuola Normale Superiore di Pisa. Fu allievo di illustri studiosi del tempo, tra i quali Carlo Matteucci e Ferdinand André Fouqué.
Nel 1859 fu nominato professore di chimica generale nel Regio Liceo di Pisa e nel 1862 divenne assistente della cattedra di Chimica all’'Università di Napoli. Solo nel 1863 diverrà professore ordinario di chimica generale nell'ateneo catanese.
Nel 1869 sposò Angelina Biego, che le darà il figlio Alfredo. Si trasferì a Torino nel 1874 per sostituire il prof. Kopp che aveva lasciato il posto nel Museo Industriale Italiano. Nello stesso anno assistette sull'Etna a un’eruzione laterale sull'alto versante settentrionale del vulcano, definita dallo stesso “abortita”. Infatti, la brusca interruzione di essa fece supporre a Silvestri una futura riattivazione del vulcano sul fianco già squarciato.
Ritornerà a Catania nel 1877 come professore di geologia e mineralogia e come titolare della nuova cattedra di chimico-fisica terrestre con particolari applicazioni all'Etna. Raccoglierà numerosissimi campioni di rocce, progettando il museo di Chimico-Fisica terrestre, mineralogia e geologia sulla Sicilia.
Le raccolte private di Silvestri furono molto apprezzate durante le esposizioni in Italia. Una raccolta fu premiata all'Esposizione Nazionale del 1884 di Torino.
Nel 1879 l’eruzione bilaterale dell’Etna lo terrà occupato negli studi scientifici. In occasione di questo evento eruttivo fece parte, assieme ai professori Gaetano Giorgio Gemmellaro e Pietro Blaserna, di una Commissione Scientifica, nominata dal Governo per lo studio dei fenomeni vulcanici.
In seguito a questa eruzione propose l’installazione di vari strumenti sismici, con l’intento di creare una rete di osservatori sparsi sul vulcano. La costruzione di questa rete sismica occuperà gli anni 1880-82 ed entrerà in funzione nel gennaio del 1883, poco prima dell’eruzione laterale del 22 marzo. 
L’eruzione del marzo 1883 è stata la prima eruzione dell’Etna ad essere prevista con qualche ora d’anticipo tramite l’ausilio di strumenti sismici. Infatti, nelle prime ore del pomeriggio del giorno antecedente, Silvestri comunicava telegraficamente al Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio: 
«Ufficio telegrafico di Roma CentraleEccellenza Ministro Agricoltura Commercio – RomaRicevuto il 21/3 1883 ore 15:30Intiera regione etnea agitata continui terremoti generalmente sussultorj. Popolazioni spaventate temono disastri servizio sismico. Circumetneo applaudito attivissimo. – Silvestri –»
In quegli anni, durante la costruzione della rete sismica etnea, Silvestri proseguiva le osservazioni sismologiche analizzando gli effetti macrosismici, diramando alla stampa nazionale comunicati rassicurativi.
Su La Stampa del 12 marzo 1881, infatti, fu pubblicato il seguente comunicato:
«Catania, 5 marzo – Sul basso versante orientale dell’Etna e specialmente nelle campagne di Bongiardo e Mangano, il dì 27 febbraio ora scorso, dalle 9 ant. alla mezzanotte, il suolo fu a brevi intervalli (da 15 a 20 minuti) agitato da ripetute scosse ondulatorie. Si contarono in numero di 12 quelle più forti o capaci di incutere timore. La popolazione del paese di Bongiardo, più suscettibile dietro gravi disastri sofferti per i terremoti ivi accaduti nel giugno 1879 all'epoca della eruzione etnea, lasciò nella notte dal 27 al 28 febbraio le proprie abitazioni per attendere all'aperto il ritorno della calma. Prof. Orazio Silvestri». (nota 3)
L’idea di un osservatorio per gli studi vulcanologici sull'Etna era tra le idee del Silvestri sin dal 1865. Tuttavia nel 1879 fu edificato l’Osservatorio Astronomico Vincenzo Bellini a Piano del Lago ad una quota di circa 2900 metri. Nel 1880 il Rettore dell’Università catanese chiese la disponibilità di alcuni locali dell’osservatorio per la cattedra che ricopriva Silvestri. L’anno successivo il vulcanologo è nominato direttore del Regio Istituto Vulcanologico Etneo.
L’ultima eruzione dell’Etna che egli osservò fu quella iniziata il 18 maggio 1886. Le osservazioni di campo furono limitate, come indica il telegramma inviato il 23 maggio 1886 dal ministro Grimaldi al vulcanologo catanese:
«Giornali dicono condizioni salute di Lei impediscanle osservazioni sui luoghi fenomeni». (nota 4)
La stessa questione è affrontata in una lettera scritta per il ministro dell’Interno rivolta a quello d’Agricoltura, Industria e Commercio del 23 agosto 1886:
«Aggiunge il Prefetto che eziandio il Comm. Prof. Silvestri lo soccorse con le sue cognizioni scientifiche e gli fu largo dei suoi consigli e sebbene nelle fasi dell’eruzione fosse costretto a rimanere in casa perché affetto da grave oftalmia. Egli pubblicò già una prima relazione ed ora ne pubblicherà un’altra nella quale sulle informazioni avute dai suoi dipendenti farà la storia di questa eruzione che aveva preveduta sin dall'anno 1883».
Per l’aggravarsi della malattia, l’oftalmia, non avrà il tempo necessario per pubblicare gli studi sul fenomeno, che saranno dati alle stampe dal figlio Alfredo nel 1893. Il 19 gennaio 1887 Silvestri aveva comunicato al Ministro d’Agricoltura, Industria e Commercio riguardo alla pubblicazione delle tavole e della relazione tali parole:
«La benemerita Accademia Gioenia di scienze naturali a Catania, quantunque si trovi con limitati mezzi, pure ha assunto l’impegno delle pubblicazioni del testo, decorrono però Lire 3000 per la pubblicazione di 25 tavole (eliotipie, incisioni, diagrammi) che fedelmente rappresentano le manifestazioni vulcaniche nelle loro varie fasi dal principio alla fine del parossismo ed i fenomeni geodinamici dai terribili sconvolgimenti del suolo per effetto di esplosioni, ai terremoti che con maggiore e minore intensità hanno agitato la regione».
Tenne delle lezioni durante la residenza torinese, come quella del 24 gennaio 1875 sui giacimenti solfiferi dell’Italia. Fece parte della Commissione Scientifica, assieme ai professori G. Mercalli, G. Glablovitz, V. Clerici e agli assistenti S. Consiglio Ponte e Alfredo Silvestri, per lo studio dell’eruzione di Vulcano degli anni 1888-1890.
A lui sono dedicati i Monti Silvestri sul medio versante meridionale dell’Etna, formatisi durante l’eruzione laterale del 1892. Fu tra i fondatori della sezione catanese del Club Alpino Italiano. Nel 1876 individuò un nuovo minerale vulcanico, chiamato azoturo di ferro.


Morì a Catania il 17 agosto 1890. Il quotidiano nazionale La Stampa il giorno successivo annunciava così il triste avvenimento:
«Un telegramma da Catania reca il triste annunzio della morte del prof. Orazio Silvestri, avvenuta in quella città nella notte di sabato scorso. Il Silvestri illustre scienziato era professore di mineralogia e direttore del gabinetto vulcanologico di Catania. Nel 1874 dirigeva in Torino il Museo Industriale, conquistando la stima e l’affetto di tutti. Per la morte del Silvestri le bandiere dell’Università e dei gabinetti scientifici di Catania sono abbrunate». (nota 5)
Note:
1) Arcangelo Scacchi (Gravina in Puglia, 8 febbraio 1810 – Napoli, 11 ottobre 1893) è stato un mineralogista, geologo e vulcanologo italiano.
2) Giuseppe Mercalli (Milano, 21 maggio 1850 – Napoli, 18 marzo 1914) è stato un sacerdote, geologo, sismologo e vulcanologo italiano, noto per la scala macrosismica.
3) Prima lettera del fondo sull’eruzione del 1883, Archivio Centrale dello Stato, IV versamento, busta 797, posizione 90, fascicolo 9, sotto fascicolo 3.
4) Archivio Centrale dello Stato, IV versamento, busta 797, posizione 90, fascicolo 9, sotto fascicolo 11.
5) La Stampa, lunedì 18 agosto 1890, pag. 3.

martedì 24 gennaio 2017

Il Museo delle Scienze del Liceo Classico “Torquato Tasso” di Roma

Luoghi della memoria e memoria dei luoghi

di Alessio Argentieri, Simone Fabbi e Marco Romano


Fig. 1 - Il nuovo Liceo Tasso in Via Sicilia
La storia del liceo classico “Torquato Tasso” di Roma comincia negli anni immediatamente successivi all’annessione della città al Regno d’Italia, quando si dovette affrontare il problema di istituire una scuola pubblica, laica e non élitaria, per superare il monopolio nella formazione dei giovani, che, nello Stato Pontificio, era appannaggio esclusivo dei religiosi.
Negli anni settanta del XIX secolo l’istruzione secondaria pubblica contava a Roma su pochi istituti, tra cui primeggiava il liceo classico “Ennio Quirino Visconti”, ospitato in una sede dal grande valore simbolico: il Collegio Romano. Da quella sede erano stati infatti espulsi i gesuiti, che avevano iniziato la tradizione dello studio delle scienze astronomiche, meteorologiche e geofisiche nella Roma papalina.
Nel 1887 venne istituito, con sede distribuita in alcune stanze a Piazza Firenze ed altre a Via Ripetta, un nuovo istituto denominato “Ginnasio IV”, quarto ginnasio liceo pubblico della città dopo il citato Visconti, il Terenzio Mamiani e l’Umberto I. La scuola fu poi trasferita presso Vicolo delle Fiamme (un tratto dell’attuale Via Leonida Bissolati) assumendo il nome di Liceo Tasso.
Finalmente, nell’ottobre del 1908, la scuola si insediò nella prestigiosa e definitiva sede di Via Sicilia (oggi civico 156), progettata dall’ingegnere e architetto Mario Moretti (Roma 1845-1921) e costruita a partire dal 1905 dalla ditta Calderai. Moretti fu Capo dell’Ufficio tecnico comunale dell’amministrazione Nathan, nonché uno degli estensori del Piano regolatore capitolino del 1908 (di cui abbiamo già parlato a proposito dei geologi nell’odonomastica della Città Eterna). Il progetto presentato dall’autore, assieme al Preside Venerio Orlandi, all’Esposizione internazionale di Bruxelles del 1910, risultando vincitore.

Fig. 2 - L’ingegner Moretti e il sindaco Ernesto Nathan (Londra 1848- Roma 1921)
con il Re Vittorio Emanuele III in una cerimonia al Pincio il 21 Aprile 1908
(fonte: rivista URIA n° 4-6/2012)
Presso la scuola si sono formate, nei suoi 130 anni di storia (la ricorrenza cadrà quest’anno), varie generazioni di studenti, molti dei quali hanno rivestito un ruolo di primo piano negli ambiti politici, istituzionali, culturali e scientifici del Paese. Tra di loro anche alcuni personaggi che hanno lasciato il segno nei vari campi delle Scienze della Terra, tra cui rammentiamo: 
Roberto Almagià (Firenze 1884- Roma 1962) figura trainante della geografia italiana nella parte centrale del XX secolo, che conseguì la licenza liceale nell’A.S. 1900-01 e poi divenne allievo di Giuseppe Della Vedova alla Sapienza;


Fig. 3 - Roberto Almagià, geografo

 Renato Funiciello (Tripoli 1939- Roma 2009), che, proprio da studente liceale al Tasso, si avvicinò all’atletica leggera, altra sua grande passione - oltre alla geologia- che abbiamo già rinverdito su queste pagine (qui)


Fig. 4 - Renato Funiciello, futuro geologo, all’ingresso dello Stadio delle Aquile
(oggi intitolato a Paolo Rosi) all’Acqua Acetosa (cortesia di Umberto Risi).
Nel Marzo 2014 è stato inaugurato il nuovo "Museo delle Scienze" al Liceo Tasso, realizzato grazie alla collaborazione tra docenti, genitori e studenti, sotto l’égida del Polo Museale della Sapienza- “Università di Roma. Il progetto ha consentito il riordino di un’ampia collezione di materiale didattico- scientifico (campioni, reperti naturali, strumenti di misura, dimostratori scientifici, ecc.) abbracciante varie discipline: Chimica, Fisica, Biologia, Paleontologia, Mineralogia e Geologia. Il patrimonio storico, raccolto in oltre un secolo di storia dell’Istituto, a partire dal 1890, è oggi visibile nella sua collocazione “naturale”, le storiche vetrine, esse stesse una testimonianza del passato.


Fig. 5 - La targa all’ingresso della scuola
Tra i reperti di carattere geologico, si distinguono due plastici geologici realizzati dal maestro Amedeo Aureli, che, assieme a Domenico Locchi, fu artefice agli inizi del XX secolo di queste opere straordinarie, a metà tra scienza ed arte. I due esemplari, custoditi in altrettante teche nel vestibolo della Presidenza, rappresentano due aree vulcaniche, rispettivamente il Vesuvio (1909) e i Campi Flegrei.


Fig. 6 - La visione della geologia tridimensionale
all’inizio del ‘900: il plastico geologico del Vesuvio.
Altro cimelio degno di nota è sicuramente la “Carta geologica degli antichi ghiacciai dell’Alta Italia nel periodo degli anfiteatri morenici” dell’Abate Antonio Stoppani (tratta da “Geologia d'Italia” - Volume II , 1881).


Fig. 7 - La Carta di Stoppani
Nelle bellissime teche sono poi conservati campioni mineralogici e reperti paleontologici con scatole e cartellini originali. Tra i resti fossili figurano numerosi invertebrati marini, tra cui trilobiti, ammoniti, bivalvi, brachiopodi e crinoidi, provenienti sia dal territorio italiano che da collezioni straniere. Sono testimonianze dell’epoca storica in cui, nel contesto del neonato Regno d’Italia, le discipline geologiche e i geoscienziati godevano, come è noto, di elevata considerazione e rilievo sociale nel Paese: il nuovo Stato Unitario stava infatti fondando sulla conoscenza del territorio nazionale il suo sviluppo, con l’obiettivo primario di reperire e sfruttare le risorse del sottosuolo.


Fig. 8 - Le teche paleontologiche
E’ perciò significativo che, anche nelle scuole di indirizzo umanistico, lo studio delle scienze naturali fosse tenuto in alta considerazione. Nell’opuscolo illustrativo del 1910 il preside Orlandi descrive, tra i fiori all’occhiello del Tasso, anche il Gabinetto di Storia Naturale, corredato da strumenti didattici per la zoologia, l’anatomia, la mineralogia, la botanica e la geologia.


Fig. 9 - Il Gabinetto di Scienze nel 1910
Il corpo docente del neonato Liceo Tasso poteva contare su figure di alta caratura scientifica, molti dei quali autori di pubblicazioni specialistiche o liberi docenti, che transitarono poi nei ruoli accademici. Tra gli insegnanti di Scienze Naturali tra la fine del’Ottocento e i primi del Novecento si succedettero Alfonso Martone, Giovanni Angelini, Lamberto Moschen, Giovanni Angelini e Giovanni Moschen (Staderini, 2001, nel volume curato da Filippo Mazzonis). 
E’ probabilmente grazie alla loro opera, e di chi ne ha raccolto il testimone nei decenni successivi, che la collezione museale si è andata nel tempo strutturando, per esser oggi disponibile per la generazione dei millennials. L’augurio è che essi possano apprezzare queste testimonianze di mondi passati.


Ringraziamenti
A condurci nel breve ma affascinante viaggio nel passato attraverso i corridoi e i laboratori dell’Istituto è stato, la mattina del 25 Marzo 2014, alla vigilia dell’inaugurazione del nuovo Museo, Raffaele Acitelli, storico tecnico del Liceo. L’idea di scriverne un piccolo resoconto, subito condivisa, ha necessitato qualche tempo di sedimentazione per concretizzarsi, come avviene per tutti i processi geologici.
Alla gioia della visita si sono aggiunti, per Raffaele e per il più anziano dei tre coautori di questa breve nota, il piacere e il sollievo reciproco di essersi immediatamente riconosciuti, negli stessi luoghi, a trent’anni di distanza. Rinvenuti perciò altri due reperti in accettabile stato di conservazione…


Fig. 10 - Reperti paleontologici nel loro ambiente di formazione


Per saperne di più:
• http://www.liceotasso.it/
• AA.VV. [2001] Un liceo per la Capitale. Storia del liceo Tasso (1887-2000), a cura di Filippo Mazzonis, Viella editore, Roma, 310 pp.
• AA.VV. [2013] Confronti per il Tasso, a cura di Bruno Conte, Album del Tasso N. 2, Editori Laterza, Bari, 31 pp.
• ISPRA [2012] “I plastici storici del Servizio Geologico d’Italia” (a cura di Myriam D’Andrea)



domenica 15 gennaio 2017

1873: Giuseppe Ponzi e “La scienza del popolo”

di Marco Pantaloni

Risalendo agli anni Settanta del 1800, si assiste alla comparsa di alcuni eventi editoriali che rappresentano un importante momento di svolta nella diffusione della cultura.
Il primo veicolo di questo evento è rappresentato dai romanzi d’appendice, da quelli storici e, più in generale, dalla narrativa popolare. Queste pubblicazioni rappresentano quelli che oggi vengono chiamati best-seller. É interessante notare che le vendite di allora erano, talvolta, superiori a quelle attuali, se rapportate alla popolazione e al grado di istruzione.
Questo interessante fenomeno si verifica negli Stati Uniti (basti ricordare il libro Uncle Tom’s Cabin, del 1852, che vendette 300.000 copie in un anno) ma anche in tutto il continente europeo; in questo caso l’esempio chiave è rappresentato dall’Assommoir di Emile Zola, del 1877.

"Lassommoir2" di Ignoto - L'Assommoir (Paris: Charpentier) 1877.
(Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons)

L’Italia non è immune da questo fenomeno e da noi, oltre alla letteratura “tradizionale”, si assiste anche alla grande diffusione di manualistica tecnico-scientifica sia mirata alla diffusione della conoscenza che alla formazione professionale. Tipico esempio è costituito dai famosi “Manuali Hoepli”, pubblicati a partire dal 1875, dedicati agli innumerevoli campi della scienza e delle tecnologie applicate. Tra tutti questi manuali il più famoso, forse, è il Manuale dell’ingegnere, uno dei più importanti long-seller italiani, ancora oggi in commercio nella 83° edizione!
La nostra disciplina non è stata immune da questo fenomeno: nella serie Manuali Hoepli da ricordare quello dedicato alla “Paleontologia” del 1902 redatto da Paolo Vinassa De Regny.


La copertina del manuale Hoepli dedicato alla Paleontologia,
redatto nel 1902 da Paolo Vinassa De Regny.
Paolo Vinassa De Regny (1871-1957)

Proprio Milano, dove la Hoepli ha la propria sede, rappresenta il centro culturale più vivace della seconda metà dell’Ottocento.
Infatti l’editore Treves, sempre milanese, pubblica un’altra serie editoriale dedicata alla divulgazione scientifica dal titolo evocativo: La Scienza del Popolo.
Questa serie, insieme alla collana “Biblioteca utile”, aveva l’intenzione di diffondere la cultura e l’istruzione al popolo, seguendo i programmi del governo italiano. Purtroppo, però, questi manuali divulgativi non trovarono il supporto degli scienziati, piuttosto restii a collaborare.
La serie “La Scienza del Popolo”, piuttosto economica, raccoglieva i testi delle conferenze scientifiche pubbliche, molto in voga nel periodo.
Ad esempio, nel 1874 pubblicò il discorso tenuto dall'abate Antonio Stoppani a Bassano del Grappa per il centenario della nascita di Giovanni Battista Brocchi.

Tra le mani ci è passato uno di questi meravigliosi, semplici volumetti di meno di 30 pagine, intitolato: “Sugli esseri che precedettero l’uomo nelle epoche geologiche”. Il sottotitolo riporta: “Lettura del Prof. G. Ponzi, pubblicato a Milano nel 1873 dalla Fratelli Treves, Editori della Biblioteca utile”. Il fascicolo, il 32° della serie, era in vendita per 25 centesimi di Lira a volume, equivalenti a circa 1 euro attuale.




L’esordio del discorso di Ponzi è commovente, nella sua profondità e nel suo tono austero:
Signori,il sentimento della Natura è innato nell'uomo. Il selvaggio, sia d’indole più mite, sia di feroci tendenze, la prima volta che alzò gli occhi al cielo, al cospetto di quell'immenso spettacolo ne restò commosso, e senza comprenderlo venerò nelle stelle esseri a lui superiori e offrì loro donativi per renderle amiche e benevole.Continua l’incipit del suo discorso stimolando la curiosità dell’uditorio all'osservazione dei fenomeni naturali, alle eruzioni vulcaniche, alle convulsioni terrestri, alle inondazioni, alla conoscenza dei primi abitatori della Terra e alle loro primitive abitudini.Convinto di farvi cosa gradita, o Signori, io feci soggetto della mia odierna lettura un argomento di questo genere “Gli animali che precedettero l’uomo nelle epoche geologiche”.Prima di entrare nel merito della conferenza, tuttavia, ritiene utile parlare del nostro pianeta, per via degli“stretti legami fra esso e i suoi abitatori.
Analizza gli aspetti termici, la perdita del primordiale “calorico”:
E’ oramai cosa provata dalla ragione e dai calcoli dei più insigni geometri, e dopo di essi nessuno osa più mettere in dubbio che la Terra in origine fu un corpo fuso per la quantità di calorico in essa contenuto. [...] Ora se questo globo che noi abitiamo fu così caldo in origine, e se oggi non è più, voi ben vedete che, la Terra altro non è che un corpo raffreddato, ossia un corpo il quale ha perduto una parte di quel calorico, che in principio la tenne in fusione.[...]E’ massima di fisica che colla sottrazione del calorico tutti i corpi si addensano, si contraggono e passano dallo stato gassoso al liquido, e da questo al solido. Se la legge è generale, tutti i corpi della natura devono sperimentarla: laonde ben si comprende che la Terra dovette battere la via della solidificazione, farsi sempre più densa e restringersi specialmente nella sua atmosfera fino a suscitare le chimiche affinità fra gli elementi costitutivi. Così sotto una enorme pressione l’idrogeno poté combinarsi coll'ossigeno, e l’acqua risultante cadendo sulla superficie del copro planetario lo rivestì tutto intiero di uno strato liquido o di un oceano senza confini. Fu allora che l’atmosfera divenne la sede dei vapori sotto forma di nubi trasportate dai venti, e fu allora che le prime pioggie caddero sulla superficie del gran mare.Ma il raffreddamento avanzava, e la massa planetaria perdendo per gradi la propria luce, si venne lentamente offuscando fino a divenire opaca, a causa di un primo incrostamento di materie solidificate nello stesso fondo marino. Formato questo primo strato e rivestito il corpo del pianeta di un primo incrostamento, l’acqua restata esterna, diede principio immediato alle sue deposizioni di roccie stratificate, sotto il peso di una enorme atmosfera, e sotto l’influsso di una temperatura ancora bastantemente elevata.

Bellissimo è l’uso degli avverbi e delle congiunzioni, arcaiche e a volte incomprensibili ad una lettura odierna: laonde, eziandio, avvegnacché, ....


Per saperne di più:



martedì 10 gennaio 2017

Il sasso di Preguda

di Marco Pantaloni
Il sasso di Preguda
(immagine tratta da RivistaNatura.com)

E’ passato del tempo da quando ci occupammo degli erratici, ancora preservati o ormai completamente distrutti o obliterati, presenti in molte zone del territorio italiano.
Oggi vi proponiamo il Sasso di Preguda, che si trova in provincia di Lecco, nel comune di Valmadrera, ai piedi del versante del Moregallo.

Si tratta di un enorme blocco di granito ghiandone proveniente dalla Val Masino, alto circa 7 metri e dalla forma piramidale.

A fianco al masso erratico è stata costruita una chiesa dedicata a San Isidoro. Il masso è classificato “monumento naturale regionale” dalla Regione Lombardia con DGR 38951 del 22 maggio 1984.


La chiesa di San Isidoro, addossata al sasso di Preguda
(foto tratta da www.eccolecco.it)


Antonio Stoppani, l’abate geologo padre della geologia italiana dedicò al sasso di Preguda un breve poemetto:
[...] Sulle acute rocceadagia appena appena il grave fianco,siccome lasso pellegrin che dorma,assiso allato a polverosa via,pronto nuovo cammino, appena il sonnogli avrà rifatta la perduta lena;o com'aquila audace che un istanteraccolga il volo sull'aereo poggio,bramosa di lanciarsi ove si anneraper soverchi seren, l'aere sottile,
coll'immota pupilla incontro al sole.
Stoppani, evidente affezionato al sasso di Preguda, usò la sua immagine nel risvolto di copertina del suo volume di poesie dal titolo “Asteroidi” del 1879.



Stoppani è anche il nome di un asteroide, il “55854 Stoppani”, scoperto nel 1996 e dedicato alla famiglia del famoso geologo: Antonio, Edoardo e Eugenio.


Per saperne di più:




martedì 3 gennaio 2017

duemiladiciassette

La Sezione di Storia delle Geoscienze augura a tutti un felice 2017.
Abbiamo realizzato un calendario da parete per ricordarvi che ....

Anche un viaggio di mille miglia inizia con un piccolo passo...




La sezione raffigurata nel calendario allegato è tratta dal manoscritto del lavoro "Studii sulla flora fossile e geologia stratigrafica del Senigalliese" di A. Massalongo e G. Scarabelli Gommi Flaminj, pubblicato nel 1859.
L'originale è conservato presso l'archivio cartografico storico del

Servizio Geologico d'Italia della Biblioteca ISPRA.




mercoledì 21 dicembre 2016

Alessandro Portis: una ricorrenza

di Marco Pantaloni

85 anni fa moriva a Torino Alessandro Portis, un nome importante nella storia della Paleontologia e della Geologia italiana.
Nato a Torino nel 1853, si laureò in scienze naturali e si specializzò in Germania. Libero docente di Paleontologia a Torino, arrivò all'Università di Roma nel 1886 come docente di geologia e paleontologia dell’Istituto di geologia dell’Università di Roma, sulla cattedra che fu di Giuseppe Ponzi.
A Roma trascorse quasi quaranta anni; nel 1908 fu Presidente della Società Geologica Italiana e, in occasione del suo insediamento, pronunciò un memorabile discorso dal titolo "Delle necessarie relazioni ed armonia fra le Scienze geologiche" (Portis, 1908; Pantaloni, 2015).

L'Associazione Pro-Loco Cavour, che qui pubblicamente ringraziamo, in occasione di una nostra ricerca ci ha trasmesso una fotografia che riporta, in calce, un meraviglioso breve ritratto di Alessandro Portis.



Visse tra fiere estinte, tra lor vive tuttora.
L'ossa spolpate e infrante compara e non n'è sazio.
Fumatore indefesso, è avvolto in nebbia ognora.
Scrive gambe di mosca e fa di sassi strazio.







Per saperne di più:

  • Portis A. (1908) Delle necessarie relazioni ed armonia fra le scienze geologiche. Tip. della Pace, Roma, 20 pp. (disponibile al download su opac.isprambiente.it)
  • Pantaloni M. (2015) - geoitaliani, 16 dicembre 2015

mercoledì 7 dicembre 2016

Maurice e Katia, i “Diavoli dei vulcani”

di Alessio Argentieri




Nell'agosto del 1994, a bordo di una Renault 5, percorsi in 20 giorni più di 8.000 km attraverso la Francia centrale e la Penisola iberica. Quell'itinerario on the road, viaggio post-laurea, portò me e la mia allora fidanzata (oggi consorte) ad attraversare il Massif Centrale, con tappa obbligata nel distretto vulcanico dell’Auvergne (oggi Parco Naturale Regionale) e ascesa al Puy de Dôme.
A seguire, attraversato il Perigord, una sosta a Bordeaux. L’entusiasmo del neolaureato, e una passione per i libri vecchi che ancora non ci abbandona, ci spinsero ad entrare nella tana di un bouquiniste girondino, un negozietto piccolo ma straripante di volumi più o meno ingialliti. Tra di loro ne scelsi uno, che ancora porta a matita sulla prima pagina il prezzo di 25 Franchi. Soldini ben spesi. Si intitola “La Terre une planète vivante!”, éditions Hachette, 1978. Autore di questo trattato divulgativo sulla tettonica delle placche, ancora non pienamente consolidata alla fine degli anni ’70, era Maurice Krafft. Al di là del contenuto, fu una particolarità dell’oggetto a colpirmi. Ma andiamo per ordine.


La copertina del libro.

Per chi è stato studente di geologia non solo in Francia, soprattutto negli anni ’80, il binomio coniugi Krafft dice molto. La celebre coppia di vulcanologi alsaziani Katia (Catherine Joséphine Conrad, 1942-1991) e Maurice (1946-1991) si incontrarono a metà degli anni 1960 all’Università di Besançon, e proseguirono poi il loro percorso formativo a Strasburgo. Da lì in poi, come è noto, ripetute e sempre più temerarie escursioni scientifiche dei “Diavoli dei vulcani”, con i loro berretti rossi e le tute ignifughe, sulle montagne di fuoco di tutto il pianeta, sino all’ultimo fatale incontro ravvicinato, il 3 giugno 1991, con una colata piroclastica del Monte Unzen, sull’isola giapponese di Kyushu.


La IAVCEI (International Association of Volcanology ad Chemistry of the Earth’s Interior)
ha istituito, assieme alla famiglia Krafft, una medaglia in loro memoria,
assegnata dal 2004 con cadenza quadriennale.

Ci sia consentito dire che, diversamente da altre professioni, la scelta di diventare un geologo è quasi sempre guidata da una passione che alle Scienze della Terra ti avvicina sin da bambino: i fossili, i minerali, i vulcani, le montagne, e qualche figura di scienziato avventuroso, come i Krafft.
Chi scrive porta nel cuore le due estati del 1980 e 1981 passate con la famiglia sull’isola di Stromboli e la sensazione mista di paura e fascino provate ascoltandolo brontolare nella notte. Forse le stesse sensazioni di Maurice bambino, che i genitori portarono in vacanza proprio sul Re dei vulcani eoliani nel 1951, e che poi a soli 14 anni si affiliò alla Société Géologique de France.


Sulle pendici dello Stromboli.

Il libro, sfogliato di nuovo a distanza di molti anni, rivela ancora le sue piccole perle che mi fecero e mi fanno sentire ancora oggi un privilegiato nell’aver fatto una piccola, grande scoperta.
In primo luogo la presentazione dello stato conoscenze dell’epoca sulla tettonica globale, impreziosito dalle effigi di alcuni dei protagonisti di tale straordinaria rivoluzione del pensiero scientifico. Quelle immagini riportiamo, a conclusione di questo breve omaggio a Katia e Maurice, a beneficio dei lettori di Geoitaliani. Così come la dedica autografa sul frontespizio a due sconosciuti amici (“Amicalement a Achile et Sabine”), firmata con il loro celebre “logo”: due vulcanetti fumanti e sorridenti.


La prefazione di Xavier Le Pichon

I Fab Four della geofisica mondiale dell’epoca con la didascalia originale:
“Quatre grands de la geophysique aux Etats-Units. De gauche à droite: Frank Press, le géophysicien américain le plus influent actuellement; Beno Gutenberg, specialiste de la propagation des ondes sismisques dans les profondeurs; Hugo Benioff, specialiste de la simicité sous les arcs volcaniques; Charles Richter, enfin, inventeur de l’échelle de magnitude des tremblements de terre qui porte son nom.”

Il frontespizio autografato.





martedì 22 novembre 2016

“Rischio idrogeologico”: Alvaro Valdinucci e Walter Brugner

di Anna Rosa Scalise


Oggi si parla tanto di “rischio idrogeologico”, un termine improprio entrato nell'uso comune con il quale si intende definire i fenomeni e i danni reali o potenziali causati dalle acque in generale. Le manifestazioni più frequenti di tali fenomeni sono le frane, le alluvioni, le erosioni costiere, le subsidenze e le valanghe che rappresentano la naturale evoluzione geomorfologica del territorio italiano e di tutte le regioni interessate dall'orogenesi alpina.

Il “rischio idrogeologico” è fortemente condizionato anche dall'azione dell’uomo. La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano e aumentato l’esposizione ai fenomeni e al rischio stesso. Un dissesto antropico quindi ben più grave del presunto “dissesto idrogeologico”, che il più delle volte non è il frutto della natura cieca e crudele come si intende a far credere ma il risultato di una politica impreparata e superficiale su un terreno rischioso e impegnativo.

A seguito di ogni evento disastroso si è sempre invocata la presenza del geologo sul territorio, ma quando però? Ad evento avvenuto.

La mancanza della figura del geologo era avvertita sin dai tempi dai tempi dell’Unità d’Italia quando Quintino Sella ministro dell’economia fece istituire il Servizio Geologico di Stato, allora i geologi erano ancora considerati una categoria di naturalisti fino al 1963 anno in cui, in seguito a grandi disastri tipo la frana del Vajont, fu varata la legge di istituzione della professione del geologo e successivamente nel 1968 quella dell’Ordine Professionale.

Nel 1973, quando i Geologi del Reparto di Geologia Applicata del Servizio Geologico d’Italia venivano chiamati ad intervenire nei vari settori geoapplicativi, il prof. A. Jacobacci, direttore del Sevizio Geologico d’Italia, nella relazione di attività annuale scriveva:
“Pur con la nota carenza di quadri che non ha consentito il totale espletamento degli incarichi richiesti da ogni parte d’Italia, il personale di questo reparto ha svolto un non indifferente numero di interventi nei settori geoapplicati. […] Sono stati effettuati 111 sopralluoghi per conto dei Ministeri della Difesa, dell’Interno (Direzione Generale della Protezione Civile), dei Lavori Pubblici, della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle Antichità e delle Belle Arti), dell’Agricoltura e delle Foreste riguardanti: bacini artificiali, idrologia sotterranea, strade, strade ferrate, ponti, viadotti, gallerie stradali e ferrovie, consolidamento abitati e difesa delle frane, idoneità dei suoli di fondazione, piani urbanistici, sistemazione idraulico-forestale, zone terremotate e disastrate in genere commissioni di studio consolidamento palazzo di giustizia, la frana al Lungotevere delle Vittorie”.
Nella relazione alla ricorrenza del centenario del Servizio Geologico (1973), A. Jacobacci riporta ancora che:
“Nel 1951 i geologi di ruolo sono solo dieci”
e nel 1952 l’allora Direttore Beneo, nella relazione dell’attività del Servizio Geologico, scriveva:
“i geologi rilevatori hanno effettuato il maggior numero di interventi di consulenza per lo studio dei movimenti franosi su richiesta degli uffici competenti del Ministero dei Lavori Pubblici. […] Nel 1954” - scrive ancora A. Jacobacci - “i geologi di ruolo erano ventiquattro unità con l’entrata di Walter Brugner e Alvaro Valdinucci e “[…] nel 1955 nella ristrutturazione interna dei settori di lavoro la sezione di Geologia Applicata svolgeva numerose ricerche idrogeologiche in varie parti di Italia. Sempre più numerosi erano gli interventi per le indagini sui movimenti franosi, anche perché questi risultavano essere sempre più preoccupanti man mano che l’interesse antropico si spostava verso aree in precedenza non utilizzate (espansione urbanistica, eccezionale sviluppo della rete stradale, acquedotti, ecc.)”.
Alvaro Valdinucci (a sinistra) e
Walter Brugner (a destra)
Solo nel 1973, a cento anni dalla nascita del Servizio Geologico d’Italia, i geologi in ruolo diventano trenta unità.
Alvaro Valdinucci e Walter Brugner hanno operato per oltre un ventennio presso il Servizio Geologico d’Italia, spaziando nei vari campi della geologia con maggiore interesse alle attività della geologia applicata. Oltre 1000 lavori a testimonianza di un’attività instancabile e appassionata che li ha accomunati e accompagnati in tutta la loro vita lavorativa”
è quello che descrivono in un articolo delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, R. M. Menotti geologo ricercatore del CNR e G. Ventura geologa del Servizio Geologico d’Italia, nel ricordare i due colleghi. E proseguono:
“[…] basta scorrere i titoli delle relazioni inedite oggi conservate presso l’archivio della letteratura grigia del Servizio Geologico d’Italia/ISPRA, per capire come l’attività dei geologi di Stato fosse propedeutica e assolutamente irrinunciabile ai fini della realizzazione di una qualsiasi opera pubblica. In quegli anni in cui non esisteva neanche la Protezione Civile e di cui forse non si sentiva la necessità, era presente un Servizio Geologico d’Italia che comunque garantiva, attraverso interventi capillari su tutto il territorio italiano, la fattibilità di tutta una serie di piccole o grandi opere la cui realizzazione dipendeva dai pareri tecnici rilasciati dai geologi di Stato”.
In questo contesto operavano Brugner e Valdinucci: tra i due era nato un sodalizio fraterno che durerà fino all’ultimo giorno di vita, sodalizio basato sulla comune ambizione di svolgere il proprio lavoro adottando corrette scelte sociali e al servizio della natura. La loro collaborazione all’interno del Servizio Geologico dura fino al 29 settembre del 1976, giorno in cui gravi motivi di salute costringono Walter Brugner al collocamento a riposo anticipato.
Si riporta ancora che:
“All’interno del Servizio Geologico d’Italia hanno promosso e realizzato agli inizi degli anni sessanta la sezione di Geologia Applicata, ne sono stati i pionieri, gli artefici e gli animatori, dedicando tutte le loro risorse agli studi geologico-tecnici in tutte le regioni d’Italia, sempre presenti con il loro apporto di conoscenza ed esperienza nei momenti più tragici che hanno colpito il territorio italiano dal terremoto del Belice, alle alluvioni nel Bellunese, alla Frana del Vajont, al terremoto del Friuli, alla frana di Ancona, alla frana di Orvieto, alla frana di Todi, alle colate di Nerano, ai crolli di Civita di Bagnoregio, al sisma dell’Irpinia, alla frana di Agrigento, ecc.”.
Alvaro Valdinucci (1922-1995)
Una presenza spesso decisiva, quella di A. Valdinucci, come nelle polemiche scoppiate all’indomani della Frana di Ancona del 1982, Egli era stato chiamato per effettuare un sopralluogo nelle stesse aree dove era già intervenuto nel 1970 a seguito di una richiesta dell’Ufficio del Genio Civile di Ancona ed aveva redatto una relazione tecnica su: “Ancona. Sui limiti da imporre allo sviluppo edilizio nel comprensorio denominato “Posatora” ove da tempo è in atto un movimento franoso di considerevoli dimensioni” che concludeva con il divieto di qualsiasi costruzione, su gran parte del versante settentrionale.
Nel 1982, quando la stessa frana si riattiva provocando disastri, il Valdinucci viene richiamato per l’ennesimo sopralluogo. Nessuno aveva tenuto conto dei suoi suggerimenti e a seguito del sopralluogo redige una seconda relazione dal titolo: “Sulla ripresa del movimento in corrispondenza e nota “Frana Barducci in comune di Ancona”.
“L’apporto di A.Valdinucci”- continua il Menotti - “è stato determinante per indirizzare le ricerche applicative e suggerire le soluzioni tecniche in situazioni politiche particolari che hanno portato in più di un’occasione allo scioglimento di Commissioni tecnico-scientifiche costituite ad hoc, come per la frana di Agrigento nel 1978, per il consolidamento di Orvieto e Todi nel 1984, per il consolidamento di Civita di Bagnoregio negli anni novanta. […] Gli studi tempestivi e puntuali di W.Brugner e A. Valdinucci hanno contribuito alla ricostruzione dei centri abitati e delle infrastrutture devastate dai terremoti, alluvioni e frane. Hanno sempre operato “con specchiata rettitudine ed esemplare onestà, concentrando la loro attività nel campo della geologia applicata. […] Essi hanno sempre presentato e difeso le oggettive conclusioni tecniche, frutto di sopralluoghi, studi e ricerche, dimostrando non solo onestà intellettuale ma anche carattere e volontà, doti che hanno portato talvolta i due geologi di stato ad essere più osteggiati che apprezzati“.
Le attività di studi e consulenza di W.Brugner e A. Valdinucci sono state svolte in un arco di circa trent’anni a seguito di richieste effettuate dai vari Enti pubblici di supporto tecnico-scientifico e alla partecipazione di numerose commissione tecniche istituite per le problematiche del Vajont, del Belice, di Agrigento, di Orvieto, di Todi, di Ancona e dell’Irpinia, i loro interventi sono stati incisivi nelle scelte e nelle risoluzioni. Gli studi hanno interessato consolidamenti di movimenti franosi in aree urbane, strade, ponti, sponde di corsi d’acqua, di crolli di cavità sotterranee artificiali e naturali, e, ancora sulle condizioni di stabilità dei versanti e sull’individuazione di nuove aree da adibire a centri abitativi in zone colpite dal terremoto.


Walter Brugner (1920-1994)
Gli interventi puntuali e le consulenze tecnico-scientifiche sono testimoniate dalle centinaia di relazioni presenti nell’archivio della “letteratura grigia”; gli studi e le ricerche svolti nell’ambito del rilevamento dei vari fogli geologici sono documentati da numerose pubblicazioni sul Bollettino del Servizio Geologico d’Italia.
La loro esperienza maturata dallo studio dei movimenti franosi e dei consolidamenti li ha portati ad elaborare uno schema di cartografia tematica relativa alla stabilità dei versanti che ha trovato un’applicazione in un’area campione alla scala 1:50.000 del “Bacino dell’Alpago”.
Il loro contributo è stato prezioso inoltre al rilevamento della Carta geologica d’Italia alla scala 1:100.000 dei fogli n.188 Gravina di Puglia, 144 Palombara Sabina,162 Campobasso, 167/168 Isola Rossa - La Maddalena.



Nel 1981, quando sono entrata a far parte del Servizio Geologico ho avuto il piacere di conoscere solo Alvaro Valdinucci. Egli era una persona pacata e seria, sempre sorridente e disponibile che infondeva un senso di serenità. Preso dal suo lavoro e sempre in giro da un sopralluogo ad un altro, non ho mai avuto la possibilità e la fortuna di lavorare con Lui e di apprendere della sua esperienza e del suo sapere. Menotti, che lo aveva conosciuto già dal 1977 nell'ambito del progetto di ricerca sui movimenti franosi e sugli studi e interventi di consolidamento che avevano interessato il Colle di Todi, lo descrive come: “un geologo competente ed entusiasta, un uomo integerrimo, insofferente alla subordinazione di capi non sempre illuminati”.

Sulla frana del Vajont, Valdinucci era intervenuto all'indomani del disastro contribuendo alla scelta dei siti per la ricostruzione dei centri abitati e, al trentesimo anniversario della strage, aveva preparato un documento con la collaborazione di Menotti nel quale si riporta con rigore la ricostruzione dell’accaduto. Tale documento dal titolo: “9 ottobre 1963 - che Iddio ce la mandi buona - La frana del Vajont - Memoria storica di una catastrofe prevedibile”, grazie alla perseveranza di Menotti, e al patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi viene pubblicato solo nel 2013 al cinquantesimo anniversario. 
Gian Vito Graziano, allora presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, nella prefazione del volume scrive:
“al compianto Alvaro Valdinucci (morto nel 1995) va riconosciuto di aver saputo analizzare e descrivere i fatti, a trenta anni di distanza dall'evento, con la capacità dello storico che attinge alle fonti, dell'uomo di scienza che si avvale della conoscenza, ma anche con l'autorevolezza di funzionario integerrimo del Servizio Geologico di Stato”.
La Memoria è una cronistoria puntuale e completa del Bacino del Vajont, una ricostruzione degli avvenimenti e un’analisi di documenti tramite la quale viene riconosciuta la prevedibilità della grande frana e le pesanti responsabilità di tecnici, imprenditori e politici. La catastrofe, che provocò duemila vittime, poteva essere evitata con uno studio geologico serio e non condizionato utilizzando con una simulazione su modello idraulico opportunamente dimensionato.
La storia professionale di Walter Brugner e Alvaro Valdinucci sono l’esempio del lavoro di due geologi di stato che hanno operato nel passato con competenza e serietà in condizioni diverse da quelle attuali. Oggi i geologi di stato afferenti a vari Enti pubblici sono tanti: solo il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA ne conta 89 unità; non è quindi una questione di carenza della figura del geologo, tranne che in qualche eccezione, se ancora oggi viviamo in un territorio poco controllato e rischioso.

La frequenza di episodi di “dissesto idrogeologico” che hanno spesso causato la perdita di vite umane e ingenti danni ai beni, impongono una politica di previsione e prevenzione non più incentrata sulla riparazione dei danni e sull’erogazione di provvidenze, ma sull’individuazione delle condizioni di pericolo e sull’adozione di interventi per la mitigazione dei rischi.

Con gli anni sono stati presi provvedimenti normativi che hanno imposto la perimetrazione delle aree a rischio, la sorveglianza di alcuni fenomeni, ma tutto questo non è bastato, manca ancora la preparazione di base e la volontà politica a una vera cultura nel rispetto del territorio e alla consapevolezza dei fenomeni naturali.

La scarsa conoscenza delle tematiche geologiche da parte dei cittadini, dei politici e delle Istituzioni, ne impone la divulgazione a una maggiore consapevolezza del ruolo strategico delle Scienze della Terra.
L’educazione ambientale rimane la grande sfida del nostro futuro pertanto tutte le iniziative atte alla sensibilizzazione dei cittadini ai rischi e nel rispetto del proprio territorio rappresentano quindi una finalità primaria per il futuro della società.


Per saperne di più

- BRUGNER W., VALDINUCCI A. (1972) - Schema di cartografia tematica realtiva alla stabilità dei terreni ed esempio della sua applicazione nel territorio dell’Alpago (Provincia di Belluno). Boll.del Serv.Geol. d’Italia Vol.93 pp.189-194 
- BRUGNER W., MENOTTI R.M., VALDINUCCI A.,VENTURA G. (2008) - Walter Brugner (1920-1994) e Alvaro Valdinucci (1918-1995): due geologi al servizio dello Stato. Mem. Descr. Carta Geol. d’It. LXXVII, pp.285-322.
- JACOBACCI A. (1973) - Relazione delle attività svolte dal servizio geologico nell’anno 1973 Boll.del Serv.Geol. d’Ital.Vol.XCIV pp.179-198.
- JACOBACCI A. (1973) - Il centenario del Servizio Geologico Boll.del Serv.Geol. d’Ital.Vol.XCIV pp.3-26.
- MENOTTI R.M., VALDINUCCI A. (1992) - Le frane del Montagnolo in Ancona. Previsione di una “catastrofe naturale” Geol.tecn. & Ambientale, a I, n.2, aprile-giugno, pp.5-30 Roma.
- VALDINUCCI A., MENOTTI R.M. (2013) - 9 OTTOBRE 1963 Che Iddio ce la mandi buona - LA FRANA DEL VAJONT, Memoria storica di una catastrofe prevedibile. ISBN 978-88-909473-9-1.