lunedì 7 agosto 2017

La Madonna dell’Olio di Blufi (Palermo)

di Marco Pantaloni

Molti sono i luoghi che, in Italia, richiamano alla mente temi geologico-naturalistici; in particolare, molto diffuso è l’uso del termine “olio” nella toponomastica o nella dedica a divinità.
In passato ci siamo occupati della Fons Olei presente all’interno della Basilica di Santa Maria in Trastevere (http://www.geoitaliani.it/2013/06/38-ac-il-petrolio-roma.html).

Oggi, invece, cerchiamo di capire l’origine del nome del “Santuario della Madonna dell'Olio”. Questo luogo sacro sorge in campagna a circa 660 m di quota, nel territorio del Comune di Blufi, in provincia di Palermo.
Fino al 1972, quando Blufi divenne comune autonomo, il Santuario ricadeva nel territorio del Comune di Petralia Sottana, antichissima cittadina delle Madonie. Il Santuario dista 2 km dal centro abitato di Blufi, 12 km da Petralia, e 115 km da Palermo.
In questa località fin dall'epoca medievale è testimoniata l’esistenza di una piccola chiesa. Le pietre d'altare sembra risalgano al sec. XII, mentre la campana porta la data del 1135.
La denominazione "Madonna dell'Olio" sembra derivare da una vicina sorgente di olio minerale, utilizzato “da sempre” come rimedio per malattie cutanee, anche se non si esclude una più “banale” derivazione dalla presenza di uliveti, già in tempi antichi.

In realtà, a poche centinaia di metri dal luogo sacro, è ubicata una sorgente, scavata nella roccia, di olio minerale. Già Aristotele nel suo “Metereologicorum” parla di una sorgente di liquido salato e acidulo che "Est quaedam, dicunt, aqua in Sicilia Sicanico agro; ibi nempe liquor salsi acidique saporis gignitur, quo ut aceto in quidusdam epularum generibus utuntur". Dubbi rimangono ancora oggi sulla reale posizione di questa emergenza oleosa descritta da Aristotele.

L'olio che fuoriesce da questa emergenza, chiamato "Olio della Madonna", è usato come rimedio per alcune malattie della pelle e come vermifugo.



Nel volume “Manifestazioni e prospettive petrolifere dell’Italia alla luce degli accertamenti dell’ultimo trentennio”, pubblicato col “cortese concorso della Presidenza dell’Azienda Generale Italiana Petroli – AGIP nel 1940, l’Autore Stanislao Zuber descrive la sorgente d’olio di Petralia Sottana:
Petralia Sottana. Sorgente di acqua con abbondante stillicidio di olio che galleggia sull’acqua. Impregnazioni a venette del Flysch brecciato di aspetto scaglioso. Accanto alla sorgente, nota da secoli, trovasi una chiesetta della Madonna dell’Olio, eretta nel Seicento.
La chiesa della Madonna dell’Olio a Petralia Sottana. La chiesetta è stata costruita nel Seicento accanto ad una nota sorgente di petrolio, usato da secoli a scopi curativi, in onore della Santa Patrona delle forze della Natura. Le preghiere del luogo invocano infatti la Madonna quale donatrice dell’olio medicamentoso e delle grazie. Questo culto, unico nel suo genere, si nota pure a Bivona, dove fu eretta un’altra chiesa, anch’essa in onore della Madonna dell’Olio
(tratto da Zuber, 1940)

L'esterno della chiesa della Madonna dell’Olio a Petralia Sottana.
 Nello stesso libro, decisamente originale e molto interessante, Zuber descrive anche la sorgente d’olio di Bivona:
Bivona – “Madonna dell’Olio”. Abbondanti stillicidi si trovano al contatto del Flysch paleogenico a struttura caotica con il Miocene sovrastante. Tipo delle manifestazioni caotico e cioè senza una bene espressa distribuzione stratigrafica.
Per saperne di più:

  • Zuber Stanislao (1940) - Manifestazioni e prospettive petrolifere dell'Italia alla luce degli accertamenti dell'ultimo trentennio. Roma : Italgraf. (disponibile presso la biblioteca ISPRA)
  • Madonna dell’olio. http://web.tiscali.it/Blufi/molio/molio.htm


lunedì 31 luglio 2017

La carta dell’Anfiteatro morenico di Rivoli: "un ornamento come carta murale"

di Marco Pantaloni e Pietro Mosca

Nel lontano 1886 Federico Sacco pubblica a Torino, per la litografia Doyen, una sua Carta dell'Anfiteatro morenico di Rivoli, alla scala di 1:25.000.

Federico Sacco (1864 - 1948)


L'anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, esteso per circa 52 kmq, si trova nella parte centro-occidentale della Provincia di Torino. È costituito da un insieme di rilievi originati dal deposito di sedimenti da parte del grande ghiacciaio che percorreva la valle della Dora Riparia. Queste colline sono poi caratterizzate dalla presenza di massi erratici anche di dimensioni notevoli, dei quali abbiamo già parlato in passato (il masso erratico di Caselette, dedicato proprio a Federico Sacco; il masso erratico di Pianezza, dedicato a Bartolomeo Gastaldi).

La carta prodotta da Federico Sacco venne pubblicata in un periodo particolarmente fertile degli studi in questo settore, gran parte dei quali portati avanti dal produttivo Sacco, che nel corso della sua vita professionale produsse oltre 600 pubblicazioni e carte geologiche a carattere geologico, geomorfologico e stratigrafico.
In quei tempi la stampa quotidiana dedicava maggiore attenzione, rispetto ad oggi, alle notizie di natura scientifica, e sulla Gazzetta Piemontese (“La Stampa” di oggi) venne pubblicato un trafiletto che illustra i caratteri tecnico-scientifici dell’opera di Sacco.
Tra le curiosità che il cronista mette in luce, figurano quella della presenza in carta delle indicazioni altimetriche ma, soprattutto, il fatto che la carta dell’anfiteatro morenico, oltre che utile per fini scientifici, può servire “per un ornamento come carta murale”.



dalla Gazzetta Piemontese

Una carta dell’Anfiteatro morenico di Rivoli
Nelle vetrine del libraio Loescher abbiamo veduta esposta in mostra una bellissima carta dell’anfiteatro morenico di Rivoli, sulla scala di 1 a 25.000.
È un lavoro paziente e diligentissimo dell’egregio dott. Federico Sacco, assistente al nostro Museo di zoologia e anatomia comparata, insegnante di botanica e zoologia dell’Istituto tecnico.
Questa carta, pochi forse lo sospettano, ci dà una spiegazione dello immenso sviluppo dei ghiacciai nella valle di Susa prima della comparsa dell’uomo. Vi sono disegnati, in tinte e designazioni grafiche diverse, i terreni quaternari e primari, e vi si osserva perciò una distribuzione geologica delle più interessanti.
A parte le indicazioni geologiche, che possono servir molto per conoscere la natura dei terreni, la carta abbonda di indicazioni topografiche; vi sono indicati i più minuti dettagli, i monti, i corsi d’acqua, le strade, i principali fabbricati, le case industriali, e, cosa importantissima e ricercatissima, le quote altimetriche.
Questa carta può quindi servire tanto pel naturalista, per l’ingegnere, per l’alpinista nelle sue escursioni, quanto per un ornamento come carta murale.
Si dirà che essa abbraccia una troppo angusta regione. Risponderemo che essa è abbastanza vasta per importanti studi, o che vorremmo che ogni regione fosse studiata con altrettanta coscienza come lo è stata questa dal dottor Federico Sacco, il quale merita le più cordiali lodi.
La carta dell'Anfiteatro morenico di Rivoli, di Federico Sacco
(disponibile al download sul catalogo OPAC dell'ISPRA: http://opac.isprambiente.it/SebinaOpac/Opac)

Per saperne di più:






martedì 25 luglio 2017

Studenti tremate: il ‘Sasso di Maxia’ è tornato …

di Marco Romano

"Sei stato pesato sulle bilance e il tuo peso si è rivelato insufficiente …"

Queste le parole scritte da mano invisibile sul palazzo del re Balsassàr, figlio del grande Nabucodònosor, il quale aveva fatto asportare i vasi d'oro e d'argento dal tempio di Gerusalemme. Balsassàr pensò bene di recuperare i preziosi vasi e farli portare alla sua presenza, per farvi bere, in modo sfacciato e senza ritegno alcuno, i sui dignitari, le sue mogli e le sue concubine. L’‘Onnipotente’, come riporta la Bibbia, non deve aver apprezzato particolarmente questo gesto: così Daniele, il ‘deportato dei giudei’, dopo aver declamato a gran voce la scritta sul muro sentenzia in conclusione: “Dio ha computato il tuo regno e gli ha posto fine”. Sei stato pesato, caro re Balsassàr, ma non hai superato l’esame, ci dispiace.

Se è vero che nella vita gli esami non finiscono mai, quante volte ci siamo seduti davanti a una commissione, magari in camicia a maniche lunghe nella canicola impietosa di un luglio romano. E così, grondando di sudore tra una sigaretta e un'altra, trangugiando l’ennesimo caffè della mattinata e mandando a memoria i piani angusti del Carbonifero, “siamo stati pesati sulle bilance”. Sicuramente moltissime volte, come molti, o quasi infiniti, sono gli aneddoti legati agli esami universitari, tra professori burberi, domande improbabili e risposte degli studenti spesso al limite della psichedelia. Ogni dipartimento di Scienze della Terra dello Stivale ha sicuramente la sua memoria storica di aneddoti, situazioni divertenti, leggende e grandi spauracchi; nel mio piccolo, ricordo con piacere (il piacere è solo a posteriori ovviamente) le macchiette del Dipartimento romano, e parte di questo ricordo sarà, dunque, necessariamente personale.
Come dimenticare i sudati calcoli a mano agli esami di Carlo Felice Boni, Bozzano e Scarascia; il cladogramma da costruire con gli euro appena messi in circolazione all’esame di Nicosia, usando 100 lire come outgroup; e ancora, i profili a vista con Bruna Landini e Di Filippo, il metronomo che scandiva il tempo all’esame di anatomia comparata di Cristaldi (Figura 1), il rimpianto Marx nostrano.

Figura 1 - Il Prof di Anatomica Comparata Mauro Cristaldi (il Marx nostrano)
gioca con piedi di teropodi nella stanza ‘ordinata’ di Nicosia.
All’esame di paleontologia ci fu chi parlò una buona mezzora usando sempre il termine “triboliti” al posto di trilobiti; il buon Santantonio, all’orale di rilevamento, si dovette sorbire i famosi “sfilatini sedimentari” al posto dei filoni; secondo uno studente dell’ultimo anno il Sus strozzii del Valdarno era chiaramente uno ‘struzzo’, causando l’implosione del povero Odoardo Girotti all’esame di Geologia del Quaternario. Una volta la Prof. Conti mise ‘15 e lode’ a uno studente che aveva studiato in modo eccelso metà del programma, tralasciando deliberatamente la seconda metà. Quando si bluffa, come a poker, bisogna saper essere assolutamente convincenti…
Negli anni abbiamo visto realmente di tutto. Chi sfidò pubblicamente il Prof. Giacomo Civitelli (“Civitelli Re di Roma”, come recitavano le scritte sui banchi al primo anno) a lezione, pronunciando la sciagurata frase: “io ignorante?, lo vedremo all’esame”. Civitelli (Figura 2) che in escursione riusciva a girarsi una sigaretta con una mano sola, continuando a spiegare con disinvoltura, e martellando con la seconda mano; tutti gli studenti di solito perdevano il filo della spiega, distratti dalla mirabile prodezza. Il buon Lesti sequestrato e chiuso a chiave durante l’orale della temuta Fisica 1, dal noto professore argentino che doveva andare a pranzo; professore che, secondo la leggenda, era scappato in Italia come rifugiato perché dissidente politico.

Figura 2 - Il Prof Giacomo Civitelli durante un momento ‘sigaretta’ all’escursione presso Pietrasecca per gli studenti del primo anno di Scienze Geologiche (foto di Martina Mignardi).
Il Prof. Lucio Loreto di Mineralogia 1, era solito infilzare un ovetto kinder con degli stuzzicadenti (che diventavano magicamente assi di simmetria) per spiegare le simmetrie nei sistemi cristallini. Dopo di che l’ovetto, oramai trasformato in una pericolosa arma pungente, veniva lanciato in aula con un sorrisetto sadico allo studente che indovinava il gruppo mineralogico. La seconda ora di lezione consisteva, essenzialmente, nel montare le sorprese degli ovetti dalle retrovie dell’ultima fila, incuranti del reticolo di Bravais o degli indici di Miller.
Personalmente ricordo con divertimento (sempre a posteriori) il mio esame con il ‘temibile’ Prof. Ernesto Centamore (Figura 3), il leggendario rilevatore, il geologo “pantagruelico” come lo ribattezzò lo stesso Alvarez, nel noto libro sulla sezione del Bottaccione e sul livello anomalo di iridio al limite K-Pg, “T-Rex and the crater of Doom”. Per l’esame si era accompagnati da un professore di supporto (quasi di ‘sostegno’ oserei dire), con cui si realizzava una tesina per rompere il ghiaccio all’inizio del temuto orale.

Figura 3 - Il Prof. Ernesto Centamore con il suo ex-tesista ‘geoitaliano’ Alessio Argentieri, durante i festeggiamenti per il trentennale del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza.
Scelsi la Prof. Conti come “effetto tampone”, e dedicai due buoni mesi e molto impegno a una bella revisione del margine di Tornimparte e relative rudiste. Il giorno dell’esame il buon Centamore prese la tesina in mano, e iniziò a sfogliarla con in volto quel sorriso sornione romano alla Aldo Fabrizi, che molti conoscono e ricordano. Dopo circa un minuto chiuse la tesina e si rivolse al sottoscritto con la seguente frase scoraggiante:<<Embè, che ce famo co’ le rudiste, la pastasciutta? Parlame un po’ dell’Avanfossa Complessa sensu Ricci Lucci>>. Non so se l’espressione di sconforto peggiore fu la mia o quella della Conti, tuttavia resta un bell’esempio di quando gli esami non erano semplici presentazioni in power point e potevano realmente togliere il sonno per settimane. A chi si sedette al patibolo dopo il sottoscritto non andò di certo meglio. La tesina di Alessandro Mancini non venne neanche aperta: gli venne gentilmente richiesto un profilo speditivo a memoria dal Gran Sasso all’Adriatico. A ogni piccolo nuovo tratto del transetto aggiunto con fatica, il buon Centamore integrava la spiegazione indicando tutte le possibili trattorie e ristoranti della zona, frutto di un esperienza ruspante sul terreno, altro che ‘Trip Advisor’ o “Gambero Rosso” radical chic. Ricordo chiaramente le sue parole al raccordo tra primo e secondo transetto: “ecco vedi, proprio qui dove il Gran Sasso accavalla sulla Laga, c’è un posto dove fanno i cojoni de mulo migliori del centro Italia”.

Tuttavia lo studente, quando messo alle strette, come il topo costretto nell’angolo, si ferma, smette di arretrare, può reagire o addirittura attaccare. Può avere persino l’illuminazione geniale, la ‘luccicanza’, andando a risolvere magari un problema che attanagliava lo stesso professore. Successe sicuramente a Enrico Fermi che, all’esame di ammissione a Roma, risolse un problema che arrovellava da tempo i grandi e chiarissimi luminari della Sapienza. Certo di Enrico Fermi o Majorana se ne contano pochi nel giro di un secolo, ma questa potenzialità dello studente l’aveva afferrata bene, negli anni cinquanta del secolo scorso, il Prof. Carmelo Maxia. Proprio da questo tentativo, quasi disperato, di trovare la risposta a un mistero persino nel ‘povero’ studente, nasce la leggenda: il temibile “Sasso di Maxia”.

Carmelino Maxia (1903-1984), detto Carmelo (Figura 4), è stato un geologo e paleontologo di origine sarda, che ha condotto la prima parte della sua carriera a Cagliari, sotto l’ala protettrice del grande Silvio Vardabasso. Gli anni a ridosso del secondo conflitto mondiale lo vedono impegnato essenzialmente in studi mineralogici, paleontologici e geologici sensu lato dell’isola di Sardegna, compilando anche il primo elenco catastale delle grotte della regione.

Figura 4 - Il Prof. Carmelino (Carmelo) Maxia.
Nel 1938 Maxia lascia l’isola e, come dicono i sardi, viene in continente, ricoprendo il ruolo di assistente nell’Istituto di Geologia e Paleontologia nell’Università di Roma, seguendo essenzialmente il direttore Giuseppe Checchia-Rispoli; quest’ultimo, personaggio di primo piano, aveva già diretto l’istituto di Cagliari, dove un giovane Maxia era cresciuto sul piano accademico. Di questi anni sono i famosi studi sul Mesozoico della campagna romana, con i lavori sui Monti Tiburtini, Prenestini, Cornicolani e Lucretili. Si dedicò tuttavia anche a studi prettamente paleontologici come l’analisi delle malacofaune della Tripolitania e le faune dei depositi pliocenici, osservabili in destra idrografica del fiume Tevere. Seminali sono stati poi i suoi studi estesi sul travertino e sua genesi nella campagna romana, con particolare interesse dedicato al famoso bacino delle Acque Albule. Degli anni cinquanta sono importanti monografie che hanno fatto da riferimento per decenni, tra cui la nota ‘Geologia dei Monti Cornicolani’, di cui conservo gelosamente a casa una rarissima copia personale (come le bobine della ‘Corazzata Potëmkin’ del Dottor Guidobaldo Maria Riccardelli, nel Secondo Tragico Fantozzi).
Una volta conseguita la libera docenza, nel 1954 Maxia divenne direttore dell’Istituto di Roma, prendendo il posto lasciato da Ramiro Fabiani dopo la sua morte (con un altro aneddoto che forse troverà un giorno spazio in queste pagine). Erano gli anni ruggenti della gloriosa “primavera romana” (Figura 5), che sarebbe proseguita poi dal 1960 con l’arrivo successivo di Bruno Accordi e dove, accanto al buon Centamore già menzionato, figuravano personaggi del calibro di Farinacci, Colacicchi, Angelucci, Zalaffi, Sirna, Cocozza, Francioni, Minniti, Devoto, Durante, Ristori, Menichini (da leggersi rigorosamente a voce alta e per terzine, come la formazione del grande Torino di una volta).

Figura 5 - La famosa ‘primavera romana’ schierata a bella posta nell’autunno del 1961, durante una ricognizione per i fogli da rilevare (tra cui Sora e Frosinone). In seconda fila, a partire da sinistra si riconoscono: Zalaffi, Sirna, Accordi, Francioni, Colacicchi, Angelucci, Cocozza, Centamore (rigorosamente con fiasco di vino rosso in mano), Minniti, Praturlon, Farinacci, Devoto e Menichini; in prima fila da sinistra Durante e Ristori. Sullo sfondo Montecassino. All’epoca l’unico strutturato era Colacicchi, come assistente.
Tra questi anche un giovane Praturlon, che ebbe la fortuna di seguire gli ultimi corsi di Maxia, prima della venuta a Roma del Prof. Bruno Accordi, di cui divenne uno dei primi laureandi romani. Lontani erano i tempi, con l’avvento del nostro casereccio boom economico, della crisi planetaria e dell’immane difficoltà di trovare un lavoro come geologo o ricercatore. Come racconta Praturlon, al suo arrivo da Cagliari rimase stupefatto del vedere le miriadi di annunci di compagnie petrolifere, tra cui anche l’Agip, che tappezzavano l’Istituto in cerca di giovani geologi del terzo e quarto anno, per assistenza ai pozzi nelle penisola: il famoso appello di Enrico Mattei ai giovani. Il partigiano Mattei che, appello o non appello, meno di un decennio dopo precipiterà a bordo dell’aereo di addestramento Morane-Saulnier MS.760 Paris nelle campagne di Bascapè, vittima dell’ennesimo attentato e ‘mistero’ all’italiana. Come l’assassinio passionale farsa di Pierpaolo Pasolini, che, guarda caso, stavo proprio lavorando a un voluminoso libro scomodo dal titolo conciso ed eloquente: Petrolio…

Tornando all’Istituto di Roma anni cinquanta, come consuetudine (e ci siamo passati tutti), parte dell’esame di geologia consisteva, anche all’epoca, nel riconoscimento macroscopico di campioni di roccia, con descrizione del litotipo, possibile genesi e inferenza sull’ambiente di formazione. Ed è in queste occasioni che il ‘perfido’ Maxia tirava fuori di soppiatto dal cassetto il grande spauracchio dello studente di geologia anni cinquanta: il terribile “Sasso di Maxia”. Un campione infido di pochi centimetri, grezzo da un lato, finemente levigato sul lato opposto, dove compariva un’inquietante fitta alternanza di livelli rosso fegato e livelli avana chiaro; veramente una diavoleria per i depositi spesso estremamente monotoni dell’appennino o pre-appennino: la famosa ‘calcaria’ che il grande Gian Battista Brocchi, nel 1822, apostrofava come “sterile roccia, che così nojose fa riuscire le peregrinazioni del mineralogista”. Il povero studente, che balbettava incerto anche su una semplice grovacca, si trovava tra le mani il ‘sasso’ maledetto e, nelle migliori delle ipotesi, manteneva un dignitoso silenzio.

Il sasso della discordia era stato recuperato da Maxia durante le sue peregrinazioni geologiche nell’appennino, in zona “Borgo Collefegato”, oggi conosciuto come Borgorose nella valle del Salto, in Provincia di Rieti. All’epoca lo studio geologico del preappennino e dell’Appennino era in una fase realmente pionieristica; su scala internazionale il nuovo paradigma della tettonica delle placche sarà dimostrato e accettato universalmente (a parte qualche oppositore tardivo russo particolarmente accanito) solo negli anni settanta, e non si aveva ancora un idea chiara di successioni ridotte o condensate e alti strutturali giurassici. Capitava dunque al buon Maxia di imbattersi in litotipi particolari e spesso difficilmente interpretabili: le famose “misteriti”, come quelle di Cottanello, che trovarono una spiegazione grazie agli studi pionieristici della Prof. Anna Farinacci (Figura 6), e successivamente nell’operato della sua scuola romana (scuola, in fin dei conti, riconducibile per via diretta allo stesso Maxia). Così, per semplice divertimento, e sperando veramente nel colpo di genio di uno studente, il Prof. Maxia durante gli esami tirava fuori il suo sasso dal cilindro, sperando nel miracolo…
 
Figura 6 - Anna Farinacci (semplicemente "La Prof.") in una foto dei primi anni sessanta.
Il ‘Sasso di Maxia’ scomparso all’incirca dagli anni settanta, chi vociferava nella sassaiola durante la famosa cacciata del segretario della CGIL Luciano Lama dall’Università, nel febbraio del ’77 (Figura 7), è stato clamorosamente ritrovato quest’anno per caso in Dipartimento, in un cassetto con appunti e sezioni sottili della Prof. Anna Farinacci (Figura 8). Dormiva il suo lungo sonno di quasi mezzo secolo, incurante del mondo che in qualche modo andava avanti, tra guerre del golfo, terrorismo estero e nostrano, fine della prima repubblica, maxiprocessi e 11 settembre. Probabilmente messo in salvo in un cassetto dalla Prof. Farinacci stessa nei momenti di maggior concitazione: a Lama si poteva lanciare di tutto, ma non di certo il ‘Sasso di Maxia’.

Figura 7 - Il segretario della CGIL Luciano Lama tiene il famoso comizio sindacale il 17 febbraio 1977 alla Sapienza, quando tra gli studenti “iniziò a serpeggiare un certo malumore”…

Figura 8 - Il leggendario “Sasso di Maxia” da poco ritrovato tra gli appunti della Farinacci.

La sua posizione attuale è stata segretata, e chissà, in un futuro non troppo lontano, potrebbe di nuovo comparire per magia durante un esame di riconoscimento rocce a Geologia, tra le mani di un “fortunato” studente del primo anno. I miti e le leggende restano tali solo e soltanto se non ne viene svelato l’arcano. Quindi non riveleremo in questa sede la vera natura del leggendario Sasso di Maxia.
Forse perché in fondo non la sappiamo neanche oggi, e speriamo sia già nato lo studente che risolverà il mistero…

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martedì 18 luglio 2017

Affiliazione della Sezione alla International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) della International Union of Geological Sciences (IUGS)

Cari soci e sostenitori,
è con grande piacere che vi comunichiamo che a seguito della votazione che si è tenuta lo scorso mese di giugno, la Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana è stata affiliata alla International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) della International Union of Geological Sciences (IUGS).


Soltanto 9 gruppi nel panorama internazionale hanno ottenuto questo ambìto riconoscimento: l’International History of Earth Sciences Society (HESS); la Comisión Argentina de Historia de la Geología; l’Earth Sciences History Group, Geological Society of Australia (ESHG); l’Austrian Working Group, History of Earth Sciences (AWGHES); il Committee on the History of Geology, Geological Society of China; il Comité Français d’histoire de la Géologie; la Japanese Association for the History of Geosciences (JAHIGEO); la Serbian Geological Society - History of Geology Division; l’History of Geology Group (HOGG), Geological Society of London; la Sociedad Venezolana de Historia de las Geociencias.

Questo risultato è stato ottenuto grazie al prezioso contributo che i membri della Sezione hanno fornito in questi 5 anni di attività. È stato grazie a voi che è stato possibile organizzare i convegni, le mostre, i seminari, e produrre le numerose pubblicazioni scientifiche sul tema di storia della geologia su riviste nazionali e internazionali che ci hanno permesso di partecipare al ballottaggio.

Siamo certi che questo riconoscimento contribuisca a mettere in luce l’azione della Società Geologica Italiana finalizzata al raggiungimento del principale obiettivo della Società, e cioè “il progresso, la promozione e diffusione delle conoscenze geologiche” nel nostro paese e, in questo caso, nel mondo.

lunedì 10 luglio 2017

Lamberto Pannuzi: geologo del Servizio Geologico d’Italia e pioniere della “Geomorfologia dinamica”

di Anna Rosa Scalise e Mario Valletta

“Nel dicembre del 1960, Lamberto, Carlo Bergomi, Giorgio Stampanoni, Vittorio Manganelli, Silvana Zanfrà, Anna Tilia, Generoso Cestari e io” - rammenta Nicola Zattini - “ fummo assunti nei ruoli del Servizio Geologico d’Italia a seguito della vincita di un bando di concorso per geologi. [..] Ci conoscevamo già da prima, Lamberto e io, sin dai tempi delle attività realizzate insieme nell'ambito del progetto di ricerca sulla lignite svolta in Umbria per conto dell’Enel e poi della Gemina (Geomineraria Nazionale). […] All'inizio del nostro impiego al Servizio eravamo ormai una coppia fraterna e ci occupammo subito del rilevamento dei Fogli geologici alla scala 1:100.000 n. 106 Firenze e poi n. 130 Orvieto”.
Lamberto era un vero geologo di campagna, ed era costantemente impegnato in attività di rilevamento per buona parte dell’anno. Quando rientrava in ufficio ci piaceva scambiare con Lui qualche battuta; ci raccontava le sue avventure e di tutto quello che gli era successo durante la missione di rilevamento. Egli era costantemente critico, borbottava sempre, tanto è vero che era soprannominato “pentola a pressione”; ma oltre a essere una brava persona era anche un bravo geologo.

L’impegno profuso da Lamberto al rilevamento di campagna si realizza ancora nell'area di altri Fogli geologici alla scala 1:100.000: Orvieto, Isernia, Bracciano, Agnone, Campobasso, Terni, Palombara Sabina e Benevento.



Collabora al “Progetto Finalizzato Neotettonica” del CNR nell'ambito dei Fogli Verbicaro, Cetraro, Agnone, Alatri e Sora. Nell'ambito dello stesso Progetto elabora una metodologia per lo studio dei terrazzi marini nel tratto di costa che si estende da Maratea a Paola tra la Basilicata e la Calabria.
Membro del Comitato glaciologico, in rappresentanza del Servizio Geologico d’Italia, partecipa alle campagne in Val Rhemes e sul Rutor. Gli studi sistematici insieme al collega A.V. Damiani sull’evoluzione del glacialismo pleistocenico nell'Appennino centrale si concretizzano nella pubblicazione di note scientifiche nelle quali vengono descritte le evidenze del modellamento glaciale nei Monti Simbruini - Ernici, nei gruppi montuosi della Genzana, del Monte Greco e nell'alta valle dell'Aniene.
Gli interessi nel campo della Geomorfologia sviluppatisi nel corso della sua esperienza, prima di studio e poi lavorativa, in vaste aree del territorio italiano, lo hanno portato in collaborazione con A.V. Damiani, all'elaborazione della metodologia per la realizzazione della Carta Geomorfologica Dinamica e alla pubblicazione dei Fogli Subiaco e Scansano alla scala 1:50.000. In questi Fogli viene sperimentata una rappresentazione cartografica innovativa riconosciuta sia a livello nazionale che internazionale. Partecipa inoltre alla realizzazione della Carta geologica del Parco Nazionale d’Abruzzo alla scala 1:50.000, curandone gli aspetti geomorfologici.



Nel 1990 è grazie a Lui che, nell'ambito del Servizio Geologico d’Italia, si istituisce un settore dedicato alla Geomorfologia del quale rimane il responsabile fino alla fine della sua carriera.
I colleghi E. Chiarini, M. D’Orefice, R. Graciotti, E. La Posta e F. Papasodaro che sin d’allora afferiscono a questo settore proseguono ancora oggi presso il Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia – ISPRA, la ricerca intrapresa insieme a Lamberto riconoscendone “la guida e l’esempio trasmesso per un metodo di lavoro basato innanzitutto sulla conoscenza diretta ed integrale del territorio e su una raccolta dei dati accurata ed il più possibile oggettiva”.





Sempre negli anni Novanta, insieme al suo gruppo pubblica le norme per la cartografia geomorfologica ufficiale alla scala 1:50.000 che nell'ambito del progetto CARG diventano le linee guida per la realizzazione dei Fogli geomorfologici alla scala 1:50.000 Belluno, Anagni, Città di Castello, Monte Etna e Tagliacozzo.
“Altri geologi” - ricorda Mario Valletta – “termine “nobile” ma oramai desueto persino a livello di qualifica (tecnologo: “cù è? Direbbero i colleghi siciliani), che sono stati suoi “allievi” e che, grazie alla sua scuola viva e vitale, continuano ad apportare contributi significativi alla conoscenza dell’assetto e dell’evoluzione geomorfologica di ampi settori della catena appenninica”.
“A me (Mario), non resta che ricordare qualche momento di un sodalizio, nato nella lontana estate del 1961, con una piccola baruffa in attesa dello storico, lentissimo ascensore dell’allora unica sede, quella di Largo di S. Susanna. Sodalizio che si è rapidamente trasformato in amicizia, cementata pure dallo spirito di corpo e dall'orgoglio di appartenere ad una storica e gloriosa istituzione che, senza andare troppo indietro nel tempo, aveva avuto tra i propri ricercatori Francesco Scarsella, Giovanni Merla, Enzo Beneo e ne aveva del calibro di Attilio Moretti, Manfredo Manfredini e Alfredo Jacobacci. Bypasso, volutamente, quelli che erano, allora, i “ragazzi”.



Spirito di corpo ed orgoglio di appartenenza, che hanno rappresentato sia il motore, che ha fatto si che nell'arco di dieci anni fosse completata la Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, nonostante un Comitato Geologico invadente e pretenzioso, sia lo straordinario “cemento” umano che ha amalgamato “ragazzi” di matrici universitarie diverse.



Lamberto ed io abbiamo sempre fatto parte di gruppi operativi di ricerca e di rilevamento diversi, ma ciò non ha impedito che vi fossero scambi frequenti (dei quali spesso era protagonista pure Nicola Zattini che, con Lamberto, ha costituito una coppia storica) di opinioni, di idee, che spesso portavano ad intravedere se non a delineare soluzioni. L’affettuosa, fraterna amicizia che ci ha immediatamente unito è andata via via crescendo e si è protratta sino alla sua scomparsa, senza momenti di pausa, neppure quando, chiamato ad altri incarichi, avevo lasciato il Servizio Geologico. Ed è, anzi, a quel periodo che si riferiscono due momenti ai quali accenno di seguito e che mostrano quale grandezza e gentilezza di animo vi fossero dietro modi talora, ma solo apparentemente, bruschi, sostanzialmente da “gigante buono”: d’altra parte, aveva pure un passato da rugbista! Gigante buono che, letteralmente, si sciolse nel momento nel quale (eravamo insieme in uno dei saloni della biblioteca) lo raggiunse la telefonata che annunciava la nascita della figlia; all'epoca, i padri erano considerati, nel rapporto con la sala parto, alla stregua di cani randagi.
Mi riferisco alla perdita, avvenuta mentre era impegnato in un rilevamento nel Massiccio del Matese, nei rilievi sovrastanti la Conca di Letino, di Carlo Bergomi: accenno appena all'essere Carletto, come Vittorio Manganelli, parte integrante e determinante di quei “ragazzi” che, nei primi anni ’60, arricchirono lo scarno organico del Servizio Geologico.
L’annuncio dell’incidente del quale era rimasto vittima raggiunse molti di noi mentre eravamo impegnati negli ultimi giorni della campagna di rilevamenti del 1977: rientrammo subito in sede, alimentando una speranza che, presto, si rivelò irrealizzabile. Lamberto fu tra i più attivi, proponendo sia che accompagnassimo Carletto nella sua Reggio Emilia, accanto ai genitori, sia che raccogliessimo fondi da destinare ad una iniziativa in memoria. Quest’ultima si tradusse nel dotare l’ambulatorio di Letino (il più vicino all'area dell’evento) di attrezzature e materiale medico di primo soccorso.
Quando, nel decennale della scomparsa, decidemmo di ricordare Carletto dedicandogli due giornate di studio (gli Atti sono raccolti in un volume delle Memorie Descrittive), Lamberto è stato estremamente attivo sia nel collaborare all'organizzazione che a guidare la giornata di campagna svoltasi nell'Appennino laziale. Mi è caro, qui, ricordare che come artefice della seconda giornata, dedicata alla idrogeologia di un settore dei Monti del Matese, sia stato Pietro Celico, straordinaria figura di ricercatore e didatta al quale non può che andare un fraterno, commosso saluto.
Ad informarmi della scomparsa, improvvisa, assolutamente inattesa e prematura di Vittorio Manganelli, fu ancora Lamberto. Vittorio aveva formato, per un lungo periodo, coppia fissa con Carletto e, da pivellini, avevamo iniziato a fare insieme esperienza in Puglia e poi nelle Marche.
Un gruppetto, del quale facevamo parte Lamberto ed io, si era adoperato affinché Vittorio fosse ricordato nell'ambito di iniziative dell’Università di Camerino, presso la quale da qualche anno si era trasferito quale Professore Associato. Il consenso di quell'Ateneo fu immediato e totale ed il ricordo di Vittorio inserito, come elemento integrante, nei lavori di un Congresso; il commosso ricordo, che fu letto da Luigi Salvati, si concludeva con “Non omnis moriar”.
Anche tu, Lamberto carissimo, nel nostro cuore e nei nostri ricordi sei e sarai sempre vivo e vitale!

Per saperne di più:

  • Bollettino del Servizio Geologico d’Italia (1960-1961) - Struttura del Servizio Geologico. Personale del Servizio Geologico (situazione al 31 dicembre 1960). Vol. LXXXII, pp.152-164.
  • Bollettino del Servizio Geologico d’Italia (1962) – Appendice. Personale tecnico del Servizio Geologico (situazione al 31 dicembre 1965). Vol. LXXXIII, pp. 204-222.
  • Chiarini E, D’Orefice M.,Graciotti R.,La Posta E.,Papasodaro F. (2008) - Lamberto Pannuzi: dalla geologia alla geomorfologia. Mem.Descr.Carta Geol. D’Ital. Vol.LXXVII, pp.37-40 figg.3.
  • http://www.isprambiente.gov.it/it/cartografia/carte-geologiche-e-geotematiche/carte-geotematiche-alla-scala-1-a-50000


venerdì 26 maggio 2017

Sulle tracce di James Hutton: geologia e storia nella città di Edimburgo (terza e ultima parte, ovvero “Change is the only constant”)

di Alessio Argentieri, con un contributo di Simone Fabbi

Luoghi della memoria e memoria nei luoghi

 
Fig. 8a

Quarta stazione: Saint James Hill, Hutton’s Memorial Garden
Ora passiamo a vedere i luoghi della dimora terrena, di James Hutton che oggi non esistono più. Lungo la strada chiamata Pleasance, sul rilievo di St. John’s Hill, sorge oggi l'Edinburgh University Sports Centre. Accanto al parcheggio c’è un modesto giardinetto, a dire il vero abbastanza racchio, enfaticamente chiamato Hutton’s Memorial Garden, che però consente una bella vista sulle Salisbury Crags, di cui parleremo oltre. Nell'aiuola sono posizionati massi di scisti con vene intrusive provenienti da Glen Tilt e di conglomerati di Barbush, località studiate da Hutton.

Fig. 8b - Hutton Memorial Garden


Quinta stazione: Hutton Road & Our Dynamic Earth
L’affascinante percorso entra nel vivo discendendo dalla St. James Hill lungo la Holyrood Road, che conduce all'omonima residenza regale. Ecco in primo luogo la Hutton Road, una traversa intitolata al nostro eroe.
 
Fig. 9 - Hutton Road

Ma il vero omaggio della città a James lo si troverà al’interno dell’attrazione più moderna di quella che un tempo si definiva Auld Reekie (la Vecchia Città Sporca): è lo spazio espositivo dedicato al Pianeta Terra, Our Dynamic Earth. Il museo scientifico dall'elegante e innovativa architettura ben si inserisce, assieme all'adiacente Scottish Parliament Building, nella meravigliosa cornice naturale dominata dal vecchio apparato vulcanico carbonifero, l‘Arthur Seat, e dai Salisbury Crags. Non a caso in questo spazio fu edificato il Palace of HolyroodHouse, nato come monastero nel secolo XII e destinato dal XVI a ospitare teste coronate; religiosi e nobili- ça va sans dire- scelgono per sé sempre i posti migliori del Pianeta.
 
Fig. 10 - I rilievi delle Salisbury Crags fungono da quinte naturali
per le moderne tensostrutture di Our Dynamic Earth

A questo punto della narrazione, nel condividere con le lettrici e i lettori di GEOITALIANI le sensazioni del pellegrinaggio geologico a Edimburgo, è opportuno non rivelare troppi dettagli. Per non guastare l’emozione a ogni appassionato della storia delle discipline geologiche, diremo solo che la prima sala del percorso museale vale l’intero viaggio. L’augurio e l’invito è, prima o poi, a seguire le vecchie tracce che questa breve nota ha voluto rimarcare. Ed è giusto che, in quella sapientemente allestita sala dal sapore antico, sia lui, il protagonista assoluto, a illustrarvi come e dove sia scaturita la scintilla per la comprensione del nostro Pianeta dinamico, ricordandoci che il cambiamento è l’unica costante.
 
Fig. 11 - Comincia il percorso all’interno di Our Dynamic Earth

Sesta stazione: Salisbury Crags and Arthur’s Seat
 
Fig. 12 - Veduta delle Salisbury Crags

All'uscita dal museo è naturale avviarsi all'Holyrood Park e, dopo aver calpestato i verdissimi prati, avviarsi alla salita terrosa verso i Salisbury Crags, che portano sino alla Hutton’s Section, uno dei geositi più importanti del mondo. E’ qui che, osservando il filone ipoabissale (dolerite) che pervade le arenarie carbonifere, Hutton trovò le prove inconfutabili delle intrusioni magmatiche, tagliando la testa alle interminabili controversie tra Plutonisti e Nettunisti.
 
Fig. 13 - Il sentiero delle Salisbury Crags

Il percorso si snoda sull’imponente massiccio, costituito da dicchi e sills (filoni-strato), che culmina nella vetta dell’Arthur’s Seat (251 m s.l.m.), in una dicromia verde-marrone che risalta alla tersissima luce che il Sole discontinuamente concede alla regione dei Lothians.
E giunti alla meta, si potrà trovare appagamento nel ripetere, mentalmente o a voce alta, la più bella frase mai concepita riguardo al Pianeta Terra “We find no vestige of a beginning, no prospect of an end”, gustando il piacere e l’emozione di aver ripercorso, nel nostro piccolo, le tracce di James Hutton, fondatore della geologia moderna.

Fig. 14 - Veduta dell’Arthur’s Seat da Holyrood

Ultima stazione: the sidewalks of Edinburgh
Giunti alla fine dell’inebriante itinerario, ecco un ultimo, significativo particolare che conferma l’intrinseco rapporto tra Edimburgo e la sua geologia. Diceva Jack Pallini (un maestro delle nostre parti e della nostra epoca, più volte ricordato sulle pagine di GEOITALIANI) che un infallibile metodo diagnostico per conoscere le caratteristiche geologiche di una città è osservarne i bordi dei marciapiedi. Con piacere vi proponiamo perciò l’ultima immagine di questa galleria.

Fig. 15 - I marciapiedi di Edimburgo (foto di Simone Fabbi)

Epilogo
Il nostro pellegrinaggio si chiude così, col desiderio inappagato di un'ulteriore sosta sulla costa dei Lothians, a circa 35 miglia da Edimburgo, per vedere la celeberrima Unconformity di Siccar Point sul Mare del Nord. E anche con il rammarico postumo di esser inconsapevolmente passati- in una gita verso Dundee, nella regione dell’Angus- vicino al villaggio di Kynnordy, dove nasceva nell’Anno del Signore 1797 (lo stesso in cui James moriva a Edimburgo, che singolare coincidenza!) un bambino scozzese di nome Charles Lyell.
Chissà che prima o poi questa narrazione non possa avere un seguito…


Per saperne di più:
  • Edinburgh Geological Society (http://www.edinburghgeolsoc.org)
  • Susan Kieffer- blog (www.geologyinmotion.com)
  • Donald B. Mc Intyre & Alan McKirdy (1997) - James Hutton. The founder of modern geology. National Museums Scotland.
  • National Library of Scotland website (http://maps.nls.uk/)
  • James Repcheck (2004) - L’uomo che scoprì il tempo. James Hutton e l’età della Terra. Edizione italiana, Raffaello Cortina Editore.
  • John Whittow (1992) - Geology and scenery in Britain. Chapman & Hall.


martedì 23 maggio 2017

Sulle tracce di James Hutton: geologia e storia nella città di Edimburgo (seconda parte, ovvero “il tempo è un concetto relativo”)

di Alessio Argentieri
Luoghi della memoria e memoria nei luoghi


Fig. 1
  Nel Settembre 2014 abbiamo pubblicato su queste pagine la prima parte di un percorso sulle tracce di James Hutton (Edimburgo 1726- 1797) nella sua città natale (link). Era la vigilia del voto referendario per l’indipendenza scozzese dal Regno Unito che, come è noto, ha visto vincere i “NO”. Gli avvenimenti recenti hanno fatto comprendere come, dopo il prevalere delle ragioni del “better together in the UK”, si preparasse nelle isole britanniche- da milioni di anni indisturbate da ogni fenomeno orogenetico- un nuovo cataclisma: la Brexit.
La prima parte della narrazione si interrompeva con un “to be continued”, prefigurando un’imminente prosecuzione. Questa restante parte, allora già pressoché pronta, è rimasta invece quiescente sino a oggi, quasi tre anni dopo il “pellegrinaggio geologico” compiuto nella Città di Edimburgo sulle tracce di James Hutton. Ma dovendo parlare dell’uomo che rivelò l’immensità del tempo geologico, cosa può contare una manciata di mesi?
Riprendiamo perciò il nostro discorso, secondo un modello temporale a “equilibrio punteggiato”.
Appare superfluo riportare le note biografiche sul celebre personaggio, e si rimanda perciò alle opere citate in coda a questo articolo. Ai lettori di GEOITALIANI si vuole invece suggerire un diverso “camino de Santiago” appresso a quel Giacomo scozzese, laicamente venerato da tutti i geologi del mondo. Ecco la cronaca di quei percorsi nella città di Edimburgo (proposto sia dalla Edinburgh Geological Society e anche da Susan Kieffer, Professor of Geology all’Università dell’Illinois, nel suo blog “Geology in motion”), rivisti, integrati e fotografati dal sottoscritto nel Luglio 2014.

Prima stazione: National Portrait Gallery
Il nostro pellegrinaggio comincia tra le architetture neoclassiche e georgiane della New Town, edificata a partire dal 1757 e completata in fasi successive nel 1850, quando Hutton già non c’era più da molti anni. Iniziamo in Queen St. con la visita alla National Portrait Gallery, dove incontreremo James più volte. La prima all’esterno, sulla facciata del bel edificio in arenaria rossa, dove campeggiano le statue dei padri della patria scolpite nella pietra: della scelta del materiale più di tutti gli altri sarebbe stato felice Hutton, rappresentato sulla facciata Est all’angolo con North St. Andrews St., con il martello in una mano e un campione di roccia nell’altra. Una rete lo protegge pietosamente dall’oltraggio dei piccioni.


Fig. 2 (a e b) - La statua di Hutton sulla facciata della National Portrait Gallery


Nell’atrio interno, sulle quattro pareti sottostanti la balconata del piano superiore, è dipinta una lunga e affollata teoria di tutti i principali personaggi della storia scozzese, sin dagli albori: sulla parete est, con l’inconfondibile marsina marrone, ancora lui, in secondo piano di profilo, tra il poeta Robert Burns e l’ingegnere/architetto Thomas Telford.

Fig. 3 - Il “Pantheon” dei padri della patria scozzese nell’atrio della National Portrait Gallery
Infine al secondo piano, nella sala dedicata ai protagonisti dello Scottish Enlightment, si trova il famoso ritratto, opera del pittore Sir Henry Raeburn: James seduto, immancabile marsina marrone, accanto ad una tavolo su cui poggia una “natura viva”, i suoi amati campioni di rocce e fossili e un voluminoso manoscritto, sicuramente la sua leggendaria “Theory of the Earth”.

Fig. 4 - Ritratto di James Hutton (Henry Raeburn, olio su tela, dipinto tra il 1785 e il 1790)

Seconda stazione: National Library of Scotland

Muoviamoci ora verso la Old Town per salire al Royal Mile. Il percorso passa per la scalinata denominata Playfair Steps (è forse in onore di John Playfair, epigono ed esegeta di Hutton?) e attraverso i closes, caratteristici cortili tra gli antichi palazzi che fiancheggiano l’arteria principale della Città Vecchia.
La sorte ci regala sul Miglio Reale un inaspettato incontro proprio con Her Majesty Elizabeth II (in visita ufficiale in Scozia, in quel Luglio 2014, col chiaro intento di dissuadere dalle pulsioni separatiste, nell’imminente referendum di Settembre, i suoi pur sempre riottosi sudditi caledonici) a bordo della vettura regale in transito sul rettilineo che dal Palazzo di Holyrood sale all’Edinburgh Castle.
 
Fig. 5 - Fugace apparizione di Elizabeth II, Queen of the United Kingdom,
Canada, Australia and New Zealand.
Un luogo virtuale della memoria lo troviamo in George IV Bridge presso la National Library of Scotland, il cui sito internet ospita il ricordo di illustri scienziati scozzesi, oggetto di un recente sondaggio online sulla popolarità: nel ranking, guidato dal fisico James Clerk Maxwell, Hutton si piazza onorevolmente al settimo posto. Già che ci siete, date un’occhiata al repertorio di cartografie antiche disponibili sul sito del NLS (https://www.nls.uk/).
Lungo il Royal Mile si nota casualmente una targa in metallo, apposta sulle mura di un elegante edificio in arenaria, commemorativa del geologo, naturalista e scrittore Hugh Miller (1802-1856); figura non celeberrima, ma a cui la Città ha voluto dare risalto in un luogo della memoria. Continuiamo a imparare e prendere esempio da chi è più avanti di noi.

Fig. 6 - Targa commemorativa di Hugh Miller

Terza stazione: Greyfriars Cemetery
A poca distanza dalla Library, eccoci alla Greyfriars Church, con annesso cimitero, il cui ospite più famoso è il cagnolino Bobby, rimasto per anni a vegliare la tomba del suo padrone poliziotto, prima di venir sepolto in posizione d’onore- seppur appena fuori dalla terra consacrata-  di fronte al cancello d’ingresso.
Il Cimitero è un luogo affascinante, meta di passeggiate di mamme con bambini, circondato da graziosi edifici d’epoca le cui finestre affacciano disinvoltamente sull’area verde, a testimonianza del sereno rapporto con la morte, senza timore, che l’origine celtica consente agli scozzesi. Si narra che da questo luogo J.K. Rowling abbia preso in prestito alcuni nomi di personaggi, oltre che le atmosfere, per la saga di Harry Potter.
Le spoglie mortali di Hutton riposano nella sezione detta Covenanter’s Prison, chiusa al pubblico perchè ritenuta uno dei luoghi di interesse per gli appassionati di ghost stories. Una modesta lapide è apposta nella cappella scoperta, situata di fronte a quella dove si trova il suo contemporaneo James Black.
Per visitarla, fatevi coraggio palesando la vostra affinità spiritual-geologica con Hutton, e se avrete- come chi scrive- la fortuna di incontrare Jackie, una gentile e bizzarra custode (che sembra uscita da Hogwarts e somiglia anche un po’ a Doby, il folletto amico di Harry Potter), ci riuscirete.

Fig. 7 - Il sepolcro di James Hutton

to be continued


(la terza e ultima puntata, con tutti i riferimenti bibliografici, il prossimo 26 Maggio 2017)