mercoledì 7 dicembre 2016

Maurice e Katia, i “Diavoli dei vulcani”

di Alessio Argentieri




Nell'agosto del 1994, a bordo di una Renault 5, percorsi in 20 giorni più di 8.000 km attraverso la Francia centrale e la Penisola iberica. Quell'itinerario on the road, viaggio post-laurea, portò me e la mia allora fidanzata (oggi consorte) ad attraversare il Massif Centrale, con tappa obbligata nel distretto vulcanico dell’Auvergne (oggi Parco Naturale Regionale) e ascesa al Puy de Dôme.
A seguire, attraversato il Perigord, una sosta a Bordeaux. L’entusiasmo del neolaureato, e una passione per i libri vecchi che ancora non ci abbandona, ci spinsero ad entrare nella tana di un bouquiniste girondino, un negozietto piccolo ma straripante di volumi più o meno ingialliti. Tra di loro ne scelsi uno, che ancora porta a matita sulla prima pagina il prezzo di 25 Franchi. Soldini ben spesi. Si intitola “La Terre une planète vivante!”, éditions Hachette, 1978. Autore di questo trattato divulgativo sulla tettonica delle placche, ancora non pienamente consolidata alla fine degli anni ’70, era Maurice Krafft. Al di là del contenuto, fu una particolarità dell’oggetto a colpirmi. Ma andiamo per ordine.


La copertina del libro.

Per chi è stato studente di geologia non solo in Francia, soprattutto negli anni ’80, il binomio coniugi Krafft dice molto. La celebre coppia di vulcanologi alsaziani Katia (Catherine Joséphine Conrad, 1942-1991) e Maurice (1946-1991) si incontrarono a metà degli anni 1960 all’Università di Besançon, e proseguirono poi il loro percorso formativo a Strasburgo. Da lì in poi, come è noto, ripetute e sempre più temerarie escursioni scientifiche dei “Diavoli dei vulcani”, con i loro berretti rossi e le tute ignifughe, sulle montagne di fuoco di tutto il pianeta, sino all’ultimo fatale incontro ravvicinato, il 3 giugno 1991, con una colata piroclastica del Monte Unzen, sull’isola giapponese di Kyushu.


La IAVCEI (International Association of Volcanology ad Chemistry of the Earth’s Interior)
ha istituito, assieme alla famiglia Krafft, una medaglia in loro memoria,
assegnata dal 2004 con cadenza quadriennale.

Ci sia consentito dire che, diversamente da altre professioni, la scelta di diventare un geologo è quasi sempre guidata da una passione che alle Scienze della Terra ti avvicina sin da bambino: i fossili, i minerali, i vulcani, le montagne, e qualche figura di scienziato avventuroso, come i Krafft.
Chi scrive porta nel cuore le due estati del 1980 e 1981 passate con la famiglia sull’isola di Stromboli e la sensazione mista di paura e fascino provate ascoltandolo brontolare nella notte. Forse le stesse sensazioni di Maurice bambino, che i genitori portarono in vacanza proprio sul Re dei vulcani eoliani nel 1951, e che poi a soli 14 anni si affiliò alla Société Géologique de France.


Sulle pendici dello Stromboli.

Il libro, sfogliato di nuovo a distanza di molti anni, rivela ancora le sue piccole perle che mi fecero e mi fanno sentire ancora oggi un privilegiato nell’aver fatto una piccola, grande scoperta.
In primo luogo la presentazione dello stato conoscenze dell’epoca sulla tettonica globale, impreziosito dalle effigi di alcuni dei protagonisti di tale straordinaria rivoluzione del pensiero scientifico. Quelle immagini riportiamo, a conclusione di questo breve omaggio a Katia e Maurice, a beneficio dei lettori di Geoitaliani. Così come la dedica autografa sul frontespizio a due sconosciuti amici (“Amicalement a Achile et Sabine”), firmata con il loro celebre “logo”: due vulcanetti fumanti e sorridenti.


La prefazione di Xavier Le Pichon

I Fab Four della geofisica mondiale dell’epoca con la didascalia originale:
“Quatre grands de la geophysique aux Etats-Units. De gauche à droite: Frank Press, le géophysicien américain le plus influent actuellement; Beno Gutenberg, specialiste de la propagation des ondes sismisques dans les profondeurs; Hugo Benioff, specialiste de la simicité sous les arcs volcaniques; Charles Richter, enfin, inventeur de l’échelle de magnitude des tremblements de terre qui porte son nom.”

Il frontespizio autografato.





martedì 22 novembre 2016

“Rischio idrogeologico”: Alvaro Valdinucci e Walter Brugner

di Anna Rosa Scalise


Oggi si parla tanto di “rischio idrogeologico”, un termine improprio entrato nell'uso comune con il quale si intende definire i fenomeni e i danni reali o potenziali causati dalle acque in generale. Le manifestazioni più frequenti di tali fenomeni sono le frane, le alluvioni, le erosioni costiere, le subsidenze e le valanghe che rappresentano la naturale evoluzione geomorfologica del territorio italiano e di tutte le regioni interessate dall'orogenesi alpina.

Il “rischio idrogeologico” è fortemente condizionato anche dall'azione dell’uomo. La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano e aumentato l’esposizione ai fenomeni e al rischio stesso. Un dissesto antropico quindi ben più grave del presunto “dissesto idrogeologico”, che il più delle volte non è il frutto della natura cieca e crudele come si intende a far credere ma il risultato di una politica impreparata e superficiale su un terreno rischioso e impegnativo.

A seguito di ogni evento disastroso si è sempre invocata la presenza del geologo sul territorio, ma quando però? Ad evento avvenuto.

La mancanza della figura del geologo era avvertita sin dai tempi dai tempi dell’Unità d’Italia quando Quintino Sella ministro dell’economia fece istituire il Servizio Geologico di Stato, allora i geologi erano ancora considerati una categoria di naturalisti fino al 1963 anno in cui, in seguito a grandi disastri tipo la frana del Vajont, fu varata la legge di istituzione della professione del geologo e successivamente nel 1968 quella dell’Ordine Professionale.

Nel 1973, quando i Geologi del Reparto di Geologia Applicata del Servizio Geologico d’Italia venivano chiamati ad intervenire nei vari settori geoapplicativi, il prof. A. Jacobacci, direttore del Sevizio Geologico d’Italia, nella relazione di attività annuale scriveva:
“Pur con la nota carenza di quadri che non ha consentito il totale espletamento degli incarichi richiesti da ogni parte d’Italia, il personale di questo reparto ha svolto un non indifferente numero di interventi nei settori geoapplicati. […] Sono stati effettuati 111 sopralluoghi per conto dei Ministeri della Difesa, dell’Interno (Direzione Generale della Protezione Civile), dei Lavori Pubblici, della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle Antichità e delle Belle Arti), dell’Agricoltura e delle Foreste riguardanti: bacini artificiali, idrologia sotterranea, strade, strade ferrate, ponti, viadotti, gallerie stradali e ferrovie, consolidamento abitati e difesa delle frane, idoneità dei suoli di fondazione, piani urbanistici, sistemazione idraulico-forestale, zone terremotate e disastrate in genere commissioni di studio consolidamento palazzo di giustizia, la frana al Lungotevere delle Vittorie”.
Nella relazione alla ricorrenza del centenario del Servizio Geologico (1973), A. Jacobacci riporta ancora che:
“Nel 1951 i geologi di ruolo sono solo dieci”
e nel 1952 l’allora Direttore Beneo, nella relazione dell’attività del Servizio Geologico, scriveva:
“i geologi rilevatori hanno effettuato il maggior numero di interventi di consulenza per lo studio dei movimenti franosi su richiesta degli uffici competenti del Ministero dei Lavori Pubblici. […] Nel 1954” - scrive ancora A. Jacobacci - “i geologi di ruolo erano ventiquattro unità con l’entrata di Walter Brugner e Alvaro Valdinucci e “[…] nel 1955 nella ristrutturazione interna dei settori di lavoro la sezione di Geologia Applicata svolgeva numerose ricerche idrogeologiche in varie parti di Italia. Sempre più numerosi erano gli interventi per le indagini sui movimenti franosi, anche perché questi risultavano essere sempre più preoccupanti man mano che l’interesse antropico si spostava verso aree in precedenza non utilizzate (espansione urbanistica, eccezionale sviluppo della rete stradale, acquedotti, ecc.)”.
Alvaro Valdinucci (a sinistra) e
Walter Brugner (a destra)
Solo nel 1973, a cento anni dalla nascita del Servizio Geologico d’Italia, i geologi in ruolo diventano trenta unità.
Alvaro Valdinucci e Walter Brugner hanno operato per oltre un ventennio presso il Servizio Geologico d’Italia, spaziando nei vari campi della geologia con maggiore interesse alle attività della geologia applicata. Oltre 1000 lavori a testimonianza di un’attività instancabile e appassionata che li ha accomunati e accompagnati in tutta la loro vita lavorativa”
è quello che descrivono in un articolo delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, R. M. Menotti geologo ricercatore del CNR e G. Ventura geologa del Servizio Geologico d’Italia, nel ricordare i due colleghi. E proseguono:
“[…] basta scorrere i titoli delle relazioni inedite oggi conservate presso l’archivio della letteratura grigia del Servizio Geologico d’Italia/ISPRA, per capire come l’attività dei geologi di Stato fosse propedeutica e assolutamente irrinunciabile ai fini della realizzazione di una qualsiasi opera pubblica. In quegli anni in cui non esisteva neanche la Protezione Civile e di cui forse non si sentiva la necessità, era presente un Servizio Geologico d’Italia che comunque garantiva, attraverso interventi capillari su tutto il territorio italiano, la fattibilità di tutta una serie di piccole o grandi opere la cui realizzazione dipendeva dai pareri tecnici rilasciati dai geologi di Stato”.
In questo contesto operavano Brugner e Valdinucci: tra i due era nato un sodalizio fraterno che durerà fino all’ultimo giorno di vita, sodalizio basato sulla comune ambizione di svolgere il proprio lavoro adottando corrette scelte sociali e al servizio della natura. La loro collaborazione all’interno del Servizio Geologico dura fino al 29 settembre del 1976, giorno in cui gravi motivi di salute costringono Walter Brugner al collocamento a riposo anticipato.
Si riporta ancora che:
“All’interno del Servizio Geologico d’Italia hanno promosso e realizzato agli inizi degli anni sessanta la sezione di Geologia Applicata, ne sono stati i pionieri, gli artefici e gli animatori, dedicando tutte le loro risorse agli studi geologico-tecnici in tutte le regioni d’Italia, sempre presenti con il loro apporto di conoscenza ed esperienza nei momenti più tragici che hanno colpito il territorio italiano dal terremoto del Belice, alle alluvioni nel Bellunese, alla Frana del Vajont, al terremoto del Friuli, alla frana di Ancona, alla frana di Orvieto, alla frana di Todi, alle colate di Nerano, ai crolli di Civita di Bagnoregio, al sisma dell’Irpinia, alla frana di Agrigento, ecc.”.
Alvaro Valdinucci (1922-1995)
Una presenza spesso decisiva, quella di A. Valdinucci, come nelle polemiche scoppiate all’indomani della Frana di Ancona del 1982, Egli era stato chiamato per effettuare un sopralluogo nelle stesse aree dove era già intervenuto nel 1970 a seguito di una richiesta dell’Ufficio del Genio Civile di Ancona ed aveva redatto una relazione tecnica su: “Ancona. Sui limiti da imporre allo sviluppo edilizio nel comprensorio denominato “Posatora” ove da tempo è in atto un movimento franoso di considerevoli dimensioni” che concludeva con il divieto di qualsiasi costruzione, su gran parte del versante settentrionale.
Nel 1982, quando la stessa frana si riattiva provocando disastri, il Valdinucci viene richiamato per l’ennesimo sopralluogo. Nessuno aveva tenuto conto dei suoi suggerimenti e a seguito del sopralluogo redige una seconda relazione dal titolo: “Sulla ripresa del movimento in corrispondenza e nota “Frana Barducci in comune di Ancona”.
“L’apporto di A.Valdinucci”- continua il Menotti - “è stato determinante per indirizzare le ricerche applicative e suggerire le soluzioni tecniche in situazioni politiche particolari che hanno portato in più di un’occasione allo scioglimento di Commissioni tecnico-scientifiche costituite ad hoc, come per la frana di Agrigento nel 1978, per il consolidamento di Orvieto e Todi nel 1984, per il consolidamento di Civita di Bagnoregio negli anni novanta. […] Gli studi tempestivi e puntuali di W.Brugner e A. Valdinucci hanno contribuito alla ricostruzione dei centri abitati e delle infrastrutture devastate dai terremoti, alluvioni e frane. Hanno sempre operato “con specchiata rettitudine ed esemplare onestà, concentrando la loro attività nel campo della geologia applicata. […] Essi hanno sempre presentato e difeso le oggettive conclusioni tecniche, frutto di sopralluoghi, studi e ricerche, dimostrando non solo onestà intellettuale ma anche carattere e volontà, doti che hanno portato talvolta i due geologi di stato ad essere più osteggiati che apprezzati“.
Le attività di studi e consulenza di W.Brugner e A. Valdinucci sono state svolte in un arco di circa trent’anni a seguito di richieste effettuate dai vari Enti pubblici di supporto tecnico-scientifico e alla partecipazione di numerose commissione tecniche istituite per le problematiche del Vajont, del Belice, di Agrigento, di Orvieto, di Todi, di Ancona e dell’Irpinia, i loro interventi sono stati incisivi nelle scelte e nelle risoluzioni. Gli studi hanno interessato consolidamenti di movimenti franosi in aree urbane, strade, ponti, sponde di corsi d’acqua, di crolli di cavità sotterranee artificiali e naturali, e, ancora sulle condizioni di stabilità dei versanti e sull’individuazione di nuove aree da adibire a centri abitativi in zone colpite dal terremoto.


Walter Brugner (1920-1994)
Gli interventi puntuali e le consulenze tecnico-scientifiche sono testimoniate dalle centinaia di relazioni presenti nell’archivio della “letteratura grigia”; gli studi e le ricerche svolti nell’ambito del rilevamento dei vari fogli geologici sono documentati da numerose pubblicazioni sul Bollettino del Servizio Geologico d’Italia.
La loro esperienza maturata dallo studio dei movimenti franosi e dei consolidamenti li ha portati ad elaborare uno schema di cartografia tematica relativa alla stabilità dei versanti che ha trovato un’applicazione in un’area campione alla scala 1:50.000 del “Bacino dell’Alpago”.
Il loro contributo è stato prezioso inoltre al rilevamento della Carta geologica d’Italia alla scala 1:100.000 dei fogli n.188 Gravina di Puglia, 144 Palombara Sabina,162 Campobasso, 167/168 Isola Rossa - La Maddalena.



Nel 1981, quando sono entrata a far parte del Servizio Geologico ho avuto il piacere di conoscere solo Alvaro Valdinucci. Egli era una persona pacata e seria, sempre sorridente e disponibile che infondeva un senso di serenità. Preso dal suo lavoro e sempre in giro da un sopralluogo ad un altro, non ho mai avuto la possibilità e la fortuna di lavorare con Lui e di apprendere della sua esperienza e del suo sapere. Menotti, che lo aveva conosciuto già dal 1977 nell'ambito del progetto di ricerca sui movimenti franosi e sugli studi e interventi di consolidamento che avevano interessato il Colle di Todi, lo descrive come: “un geologo competente ed entusiasta, un uomo integerrimo, insofferente alla subordinazione di capi non sempre illuminati”.

Sulla frana del Vajont, Valdinucci era intervenuto all'indomani del disastro contribuendo alla scelta dei siti per la ricostruzione dei centri abitati e, al trentesimo anniversario della strage, aveva preparato un documento con la collaborazione di Menotti nel quale si riporta con rigore la ricostruzione dell’accaduto. Tale documento dal titolo: “9 ottobre 1963 - che Iddio ce la mandi buona - La frana del Vajont - Memoria storica di una catastrofe prevedibile”, grazie alla perseveranza di Menotti, e al patrocinio del Consiglio Nazionale dei Geologi viene pubblicato solo nel 2013 al cinquantesimo anniversario. 
Gian Vito Graziano, allora presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, nella prefazione del volume scrive:
“al compianto Alvaro Valdinucci (morto nel 1995) va riconosciuto di aver saputo analizzare e descrivere i fatti, a trenta anni di distanza dall'evento, con la capacità dello storico che attinge alle fonti, dell'uomo di scienza che si avvale della conoscenza, ma anche con l'autorevolezza di funzionario integerrimo del Servizio Geologico di Stato”.
La Memoria è una cronistoria puntuale e completa del Bacino del Vajont, una ricostruzione degli avvenimenti e un’analisi di documenti tramite la quale viene riconosciuta la prevedibilità della grande frana e le pesanti responsabilità di tecnici, imprenditori e politici. La catastrofe, che provocò duemila vittime, poteva essere evitata con uno studio geologico serio e non condizionato utilizzando con una simulazione su modello idraulico opportunamente dimensionato.
La storia professionale di Walter Brugner e Alvaro Valdinucci sono l’esempio del lavoro di due geologi di stato che hanno operato nel passato con competenza e serietà in condizioni diverse da quelle attuali. Oggi i geologi di stato afferenti a vari Enti pubblici sono tanti: solo il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA ne conta 89 unità; non è quindi una questione di carenza della figura del geologo, tranne che in qualche eccezione, se ancora oggi viviamo in un territorio poco controllato e rischioso.

La frequenza di episodi di “dissesto idrogeologico” che hanno spesso causato la perdita di vite umane e ingenti danni ai beni, impongono una politica di previsione e prevenzione non più incentrata sulla riparazione dei danni e sull’erogazione di provvidenze, ma sull’individuazione delle condizioni di pericolo e sull’adozione di interventi per la mitigazione dei rischi.

Con gli anni sono stati presi provvedimenti normativi che hanno imposto la perimetrazione delle aree a rischio, la sorveglianza di alcuni fenomeni, ma tutto questo non è bastato, manca ancora la preparazione di base e la volontà politica a una vera cultura nel rispetto del territorio e alla consapevolezza dei fenomeni naturali.

La scarsa conoscenza delle tematiche geologiche da parte dei cittadini, dei politici e delle Istituzioni, ne impone la divulgazione a una maggiore consapevolezza del ruolo strategico delle Scienze della Terra.
L’educazione ambientale rimane la grande sfida del nostro futuro pertanto tutte le iniziative atte alla sensibilizzazione dei cittadini ai rischi e nel rispetto del proprio territorio rappresentano quindi una finalità primaria per il futuro della società.


Per saperne di più

- BRUGNER W., VALDINUCCI A. (1972) - Schema di cartografia tematica realtiva alla stabilità dei terreni ed esempio della sua applicazione nel territorio dell’Alpago (Provincia di Belluno). Boll.del Serv.Geol. d’Italia Vol.93 pp.189-194 
- BRUGNER W., MENOTTI R.M., VALDINUCCI A.,VENTURA G. (2008) - Walter Brugner (1920-1994) e Alvaro Valdinucci (1918-1995): due geologi al servizio dello Stato. Mem. Descr. Carta Geol. d’It. LXXVII, pp.285-322.
- JACOBACCI A. (1973) - Relazione delle attività svolte dal servizio geologico nell’anno 1973 Boll.del Serv.Geol. d’Ital.Vol.XCIV pp.179-198.
- JACOBACCI A. (1973) - Il centenario del Servizio Geologico Boll.del Serv.Geol. d’Ital.Vol.XCIV pp.3-26.
- MENOTTI R.M., VALDINUCCI A. (1992) - Le frane del Montagnolo in Ancona. Previsione di una “catastrofe naturale” Geol.tecn. & Ambientale, a I, n.2, aprile-giugno, pp.5-30 Roma.
- VALDINUCCI A., MENOTTI R.M. (2013) - 9 OTTOBRE 1963 Che Iddio ce la mandi buona - LA FRANA DEL VAJONT, Memoria storica di una catastrofe prevedibile. ISBN 978-88-909473-9-1.

mercoledì 16 novembre 2016

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) compie 80 anni dalla sua fondazione (15 novembre 1936)

di Franco Foresta Martin


Decreto istitutivo
dell'Istituto Nazionale di Geofisica
Il 15 novembre 1936 (80 anni fa, alla data in cui scrivo queste note), con un decreto firmato da Guglielmo Marconi, allora presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), veniva istituito l’Istituto Nazionale di Geofisica (ING) e contestualmente ne era affidata la direzione al professor Antonino Lo Surdo, titolare della cattedra di Fisica Superiore all’Università La Sapienza di Roma. La sede dell’ING era stabilita nei locali dell’Istituto di Fisica, da poco costruito nella nuova città universitaria.

La ricorrenza dell’ottantesimo anno dalla fondazione dell’ING (diventato INGV con l’aggiunta delle competenze in Vulcanologia dopo la riforma del 1999), mi offre l’opportunità di ripercorrere le ricerche che ho condotto tra il 2007 e il 2010, assieme alla dottoressa Geppi Calcara dell’Archivio Centrale dello Stato, col proposito di ricostruire le complesse vicende della gestazione, della nascita e dei primi anni di attività di questo istituto. Ricerche che hanno portato alla pubblicazione del volume: Franco Foresta Martin e Geppi Calcara, Per una storia della geofisica italiana. La nascita dell’Istituto Nazionale di Geofisica (1936) e la figura di Antonino Lo Surdo. Springer, 2010.

Istituto di Fisica Università La Sapienza - Roma
Esaminando centinaia di documenti custoditi negli archivi storici del CNR e dell’Istituto Nazionale di Geofisica, la Calcara ed io trovammo delle carte inedite riguardanti Guglielmo Marconi -nella sua qualità di presidente del CNR- e altri accademici come Luigi De Marchi, Giovan Battista Rizzo, Emanuele Soler, Antonino Lo Surdo e Gino Cassinis, i quali, fin dall’inizio degli anni Trenta, tentavano fra mille difficoltà di rilanciare le sorti della geofisica italiana. A quei tempi esisteva già un Ufficio Centrale di Meteorologia e Geofisica, con sede presso il Collegio Romano della Capitale, che avrebbe dovuto occuparsi a tutto campo di queste discipline; ma esso era considerato a tal punto inefficiente, sia sul fronte delle ricerche, sia per la pessima gestione delle reti di sorveglianza, da sconsigliarne persino una riforma, auspicando la sua sostituzione con un altro istituto creato ex-novo. Come scriveva, senza mezzi termini, lo stesso Marconi al ministro delle Finanze Carlo Jung nel 1934: “L’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geofisica […] per un complesso di tristi vicende è in condizioni tali che non si può far altro che formulare l’augurio che sparisca al più presto”.

Guglielmo Marconi (1874-1937)
Per molti Guglielmo Marconi è considerato, tout court, il geniale e metodico inventore della telegrafia senza fili; e poi anche lo scienziato di regime, l’ambasciatore dei successi del fascismo nel mondo. Il suo ruolo di presidente del CNR è rimasto in parte nell'ombra e questi suoi interventi nel campo della geofisica potrebbero oggi destare qualche meraviglia. Ma il premio Nobel per la Fisica (1909), fu anche un eccellente organizzatore della ricerca scientifica. Mussolini ne era ben consapevole, tanto che nel 1927 gli aveva affidato la presidenza del CNR col compito di riorganizzare la scienza italiana, anche al di là dei confini del CNR, e di trasformare l’ente di ricerca in un efficiente organo tecnico al servizio del regime. In questa veste Marconi si era reso conto che la geofisica era una disciplina negletta sia dai ministri sia dalle varie amministrazioni territoriali, nonostante il succedersi di gravi emergenze sismiche con migliaia di morti (Casamicciola 1883, Liguria 1887, Messina 1908, Avezzano 1915, ecc.) e malgrado gli appelli di vari accademici impegnati in quegli studi.
In un primo tempo Marconi aveva pensato di fondare un Istituto di Geofisica autonomo dal CNR, sotto la vigilanza del Ministero della Pubblica Istruzione; ma non riuscendo a ottenere gli ingenti finanziamenti necessari per questa impresa, arrivò a un compromesso col governo: il vecchio Ufficio Centrale, piuttosto che eliminato, sarebbe stato trasformato in istituto di ricerca nel campo della meteorologia agraria; e il nuovo ING sarebbe diventato uno degli istituti operanti sotto l’ala del CNR.
La direzione del nuovo istituto fu affidata a uno scienziato di cui Marconi aveva conoscenza diretta e stima: Antonino Lo Surdo, noto per la scoperta del cosiddetto “effetto Stark - Lo Surdo”, ossia la scissione delle righe spettrali in un campo elettrico. Si trattava di un risultato notevole nel campo della spettroscopia atomica che Lo Surdo aveva conseguito contemporaneamente al fisico tedesco Johannes Stark e in maniera del tutto indipendente, ma che poi aveva tardato a pubblicare. Con la conseguenza che solo Stark aveva ottenuto il premio Nobel per questa scoperta nel 1919.

Antonino Lo Surdo (1880-1949)
Lo Surdo, appena nominato direttore del nuovo istituto del Cnr, si circondò di giovani e brillanti ricercatori, molti dei quali provenienti dalle rinomate scuole di fisica di Roma e di Firenze, riuscendo a dar vita, in pochi anni, a innovativi gruppi di ricerca in sismologia, elettricità atmosferica e terrestre, magnetismo, raggi cosmici, radiazioni solari, ionosfera, radioattività naturale, geologia, meteorologia, idrologia. Nonostante gli sconvolgimenti del periodo bellico e i numerosi danni alle sedi e alle strumentazioni dell’ING, molteplici furono i risultati scientifici conseguiti dall'Istituto nei primi anni di attività, fino alla morte di Lo Surdo nel 1949: la realizzazione della prima moderna rete di sorveglianza sismica in Italia, gli apparati di registrazione dei raggi cosmici, gli esperimenti con le microonde, la realizzazione delle prime stazioni di monitoraggio ionosferiche, gli studi sulla radioattività terrestre.

Nel ricostruire la creazione e le prime ricerche svolte dell’ING, la Calcara ed io ci siamo resi conto che quanti prima di noi avevano trattato le vicende passate dell’Istituto si erano dedicati, più che altro, alla sua storia amministrativa. Un quadro più completo, ai fini di un’equilibrata valutazione dell’attività svolta, richiedeva che fosse presa in esame la produzione scientifica. Per rispondere a questa esigenza ho analizzato quasi duecento lavori pubblicati dai ricercatori dell’ING nei primi 12 anni di vita dell’Istituto (direzione Lo Surdo), classificandoli per temi prevalenti e tentando di tracciarne un bilancio quantitativo e qualitativo. Per fortuna tutte le ricerche intraprese e portate a compimento dall’ING in questo lasso di tempo sono state pubblicate nella raccolta PING (Pubblicazioni dell’Istituto Nazionale di Geofisica), oggi accessibile nella biblioteca dell’INGV di Roma.
I temi sismologici dominano il campo, con 87 lavori su 197 (44,2 %). Si tratta di ricerche sulle caratteristiche dei vari tipi di onde sismiche e delle modalità di propagazione, sulla localizzazione delle sorgenti, sull’analisi di specifiche sequenze sismiche, sulla progettazione e realizzazione di nuovi sismografi e accelerometri. Queste pubblicazioni sono rivelatrici, oltre che dei contenuti delle ricerche, dei loro protagonisti e dell’organizzazione del lavoro. Sotto il coordinamento del “geofisico principale” Pietro Caloi si era formato un gruppo che si occupava di sismologia e fisica dell’interno della Terra: Guido Pannocchia, Francesco Peronaci e Ezio Rosini; successivamente si aggiunsero Domenico Di Filippo, Maurizio Giorgi, Liliana Marcelli, Carlo Morelli e Paolo Emilio Valle.

Stazione sismica all'Istituto di Fisica (1940)
Fecondata dalla fattiva collaborazione fra geofisici e fisici delle particelle (per lo più allievi di Enrico Fermi), la ricerca sui raggi cosmici portò alla pubblicazione di 36 lavori (18,3% del totale) firmati da personaggi come Mario Ageno, Gilberto Bernardini, Bernardo Nestore Cacciapuoti, Giuseppe Cocconi, Marcello Conversi, Bruno Ferretti, Camilla Festa, Ettore Pancini, Oreste Piccioni, Mariano Santangelo, Gian Carlo Wick. Ad alcune campagne di osservazione nel Laboratorio della Testa Grigia sul Pian Rosa all’inizio degli anni ’40 partecipò anche il giovane Edoardo Amaldi, per il quale il direttore Lo Surdo aveva chiesto il rientro dal fronte di battaglia nordafricano allo scopo di portare a compimento “importanti ricerche di fisica nucleare e di geofisica”.

Apparato di registrazione raggi cosmici (1938)
Al terzo posto degli interessi del neonato ING c’erano le ricerche in elettricità atmosferica e terrestre, sviluppate in prevalenza dal giovane Enrico Medi (futuro direttore dell’ING dopo Lo Surdo) con la collaborazione di Renato Cialdea e Guglielmo Zanotelli.

Osservatorio per l'elettricità atmosferica (Ardeatina)
La limnologia, in particolare lo studio delle sesse (oscillazioni delle acque lacustri) impegnò lo stesso Caloi e il suo gruppo di collaboratori con 14 pubblicazioni (7,1 %).
Rilevante, anche per i suoi aspetti pionieristici, fu l’impegno di ricerca nel campo del sondaggio ionosferico sviluppato da Ivo Ranzi e Antonio Bolle con 11 pubblicazioni (5,6 %).
Stazione Ionosferica all'Istituto di Fisica (1939)
Di minore peso, ma pur sempre indicative di uno studio della geofisica a 360 gradi, furono le ricerche nei campi di: radioattività, radiazione e ottica atmosferica, geologia e geodesia, meteorologia.
Insomma, se Marconi fu il promotore dell’ING, Lo Surdo è stato colui che ha pazientemente edificato, un mattone sull’altro, il primo moderno istituto di geofisica italiano, selezionando scienziati di talento, realizzando la prima rete di monitoraggio nazionale e offrendo opportunità di ricerca a tanti giovani che poi si sarebbero affermati come scienziati di fama nazionale e internazionale.
Nel ripercorrere la storia della fondazione e dei primi anni di attività dell'ING, non abbiamo potuto fare a meno di approfondire le vicende personali di una figura controversa come quella del suo primo direttore. Stimato, oltre che da Marconi, anche dal matematico Vito Volterra e dal fisico Orso Mario Corbino, che lo aveva chiamato in cattedra a Roma nel 1918, Lo Surdo avrebbe dimostrato la parte peggiore del suo carattere quando si profilò all’orizzonte, nel 1926, la venuta a Roma di Enrico Fermi. Secondo i racconti tramandati da Emilio Segrè, uno dei più brillanti “ragazzi di via Panisperna”, Lo Surdo, accecato da gelosia accademica, si oppose inutilmente alla chiamata di Fermi alla cattedra in Fisica Teorica voluta dallo stesso Corbino, dicendo che la considerava “un’offesa personale”; poi sarebbe diventato un “nemico dichiarato di Fermi, che lo ricambiava”. Solo la partenza di Fermi negli Stati Uniti nel 1938 avrebbe messo fine a queste rivalità accademiche che, tuttavia –come abbiamo potuto documentare–, non impedirono lo svilupparsi di proficue collaborazioni fra il neo-direttore dell'ING e la quasi totalità degli allievi di Fermi, alcuni dei quali furono segnalati da quest’ultimo con tanto di lettera di raccomandazione indirizzata al direttore Lo Surdo.
Alla vigilia del conflitto, quando anche in Italia si giunse all'ignominia del Manifesto della Razza, Lo Surdo si trovò nel mezzo di un fuoco incrociato. Per il sol fatto di aver dato ampio spazio, all'interno dell'ING, alle ricerche sui raggi cosmici, bollate come “inutile fisica giudaica” da alcuni fascisti, Lo Surdo fu accusato di essere un “giudeo” annidato nelle istituzioni scientifiche. D’altra parte, volendo applicare la legge che vietava l’accesso agli istituti universitari ai cittadini di razza ebrea, fu accusato di essere un "fascista zelante". Per questo, negli anni della “defascistizzazione” Lo Surdo fu radiato dall'Accademia dei Lincei sotto la presidenza del matematico di origini ebree Guido Castelnuovo; per poi essere reintegrato a pieno titolo con votazione unanime della Classe di Scienze Matematiche Fisiche e naturali con la partecipazione dello stesso Castelnuovo.

Francobollo commemorativo di Antonino Lo Surdo,
nel centenario della nascita
Anche per questo intreccio tra scienza, politica e società, sullo sfondo di avvenimenti drammatici come la dittatura, la guerra e il travagliato ripristino della democrazia, la storia della nascita dell'ING può essere letta come un paradigma della vita italiana, in cui virtù scientifiche e umane debolezze di molti dei protagonisti risaltano con stridente contrasto.

Roma, 15 novembre 2016

Per saperne di più:

Franco Foresta Martin e Geppi Calcara, Per una storia della geofisica italiana. La nascita dell’Istituto Nazionale di Geofisica (1936) e la figura di Antonino Lo Surdo. Springer, 2010.

lunedì 14 novembre 2016

Carmelino Maxia e l’Istituto di Geologia dell’Università La Sapienza negli anni ’60.

di Antonio Praturlon

Ho avuto la ventura di aver seguito a Roma gli ultimi corsi tenuti dal Prof. Maxia.
Ho quindi avuto modo di conoscere l'ambiente scientifico, umano e organizzativo dell'Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica, di cui era Direttore, poco prima della venuta del prof. B. Accordi, con cui poi ho sostenuto la tesi di laurea. In realtà, prima ancora di trasferirmi a Roma dalla Sardegna, dove avevo superato la maturità liceale al Dettori di Cagliari, mi ero affacciato per la prima volta all'Istituto, di passaggio per la Capitale, alla ricerca di monografie sui pesci fossili miocenici.
Li volevo consultare, ovviamente senza alcuna competenza in materia, e vedere se era possibile un prestito, per conto della mia (allora) fidanzata, che stava preparando la tesi sul Miocene di Cagliari sotto la guida della Prof.ssa I. Caria. Fui fatto entrare in una Biblioteca deserta dopo un interrogatorio di terzo grado, ma lì fui poi accolto da una bibliotecario con grande gentilezza. Per la verità, tutto l'Istituto mi era sembrato quasi deserto, anche se confrontato con quello di Cagliari. In quell'occasione mi colpirono in particolare gli avvisi di Agip e altre Compagnie che cercavano studenti di terzo o quarto anno per assistenza ai pozzi per esplorazione petrolifera in corso in Sicilia e in altre parti della Penisola. Più tardi, convinto dal prof. Vardabasso ad iscrivermi al Corso di Laurea in Scienze Geologiche alla Sapienza di Roma, tra i primissimi attivato in Italia poco prima della guerra, mi trovai anch'io senza saperlo a rispondere al famoso appello di Enrico Mattei ai giovani. Chiedeva loro di iscriversi numerosi a quel Corso di laurea, in quanto; il Paese servivano urgentemente geologi.
E così con me si iscrissero un mare di matricole, contro i tre-quattro studenti che frequentavano allora il quarto anno o già erano in Tesi, e che vedevamo girare come fantasmi col camice, in qualità di interni. Di colpo, ricordo, saltò tutto l'impianto organizzativo: all'Istituto mancarono di colpo, drammaticamente, spazi attrezzati, personale, strumenti, risorse, tutto.
Nonostante l'improvvisa alluvione di studenti, l'atmosfera in Istituto era molto serena. Stiamo parlando, credo, del 1956. Era da poco prematuramente scomparso, nel 1954, il Prof. Fabiani, succeduto nel 1947 a Checchia Rispoli, l'insigne paleontologo che aveva indirizzato il giovane assistente proveniente da Cagliari al filone stratigrafico-paleontologico, ritenuto giustamente la base per il rilevamento di dettaglio di aree di interesse geologico, e per la loro corretta interpretazione.



La cattedra rimase scoperta per anni. Quando frequentai l'Istituto, non c'era nessun "Barone". Il Prof. Maxia, che nel 1949 aveva conseguito la nomina ad Aiuto, era coadiuvato solo dalla impareggiabile Prof.ssa di Paleontologia A.M. Maccagno (Aiuto anch'essa). Si trattava dell'ultima genuina rappresentante della tradizione romana, un indirizzo prevalente, ormai centenario, di studi soprattutto paleontologici sui vertebrati fossili del Lazio e dell'Abruzzo e su altri interessanti temi del Quaternario Laziale. E in questo filone si inserisce a pieno titolo, abbandonando le tematiche coltivate in Sardegna, anche il nostro Aiuto, dopo G. Ponzi, R. Meli, A. Portis, E. Clerici, G. De Angelis d'Ossat. Ma come vedremo più avanti, Maxia aprì altre interessanti strade.
Col solo supporto di un bidello e di un paio di tecnici, con a fianco la fidata Prof.ssa Maccagno, il Prof. Maxia sopperiva praticamente a quasi tutte le esigenze didattiche, scientifiche e amministrative. La Direzione dell'Istituto rimase così per anni affidata a lui, che svolse il suo ruolo e tenne i suoi molteplici corsi fino al 1960, quando fu ternato al concorso per la Cattedra di Geologia di Catania per essere subito dopo chiamato a Cagliari, mentre a Roma saliva in cattedra il Prof. B. Accordi.
La maggior parte dei corsi era allora tenuta fuori Istituto (Chimica, Geochimica, Fisica, Matematica, tutti i corsi minero-petrografici, quasi tutti i complementari), altri erano affidati a docenti esterni incaricati. Nell'Istituto quindi si respirava solo aria di geologia schietta, rivolta soprattutto agli studi di terreno e alle ricerche paleontologiche nelle aree prossime a Roma. Tesi sperimentali di paleontologia e di rilevamento geologico erano pertanto la regola. E anche i corsi erano orientati in quel senso: per l'esame di Paleontologia era obbligatoria una tesina su fossili da raccogliere e classificare personalmente nel Macco di Anzio o nel Cretacico di Rocca di Cave. Per quello di Geologia bisognava presentare anche il rilevamento geologico di un quarto di tavoletta. Qualcuno però deve ancora assolverci per i numerosi peccati in opere ed omissioni, falsi e scopiazzature che tutto ciò comportava per noi poveri studenti.
I laureandi curavano le nostre esercitazioni come meglio potevano. Erano tutti Interni, una figura quasi scomparsa nell'Università di oggi, e nell'Istituto facevano un po' di tutto, dalle pulizie e spostamento dei mobili alle setacciature dei campioni, alle fotografie dei fossili, ai disegni, e così via. Per la loro tesi e per i loro colleghi.



Imparavano un po' di tutto, e tutti avevano diritto ad avere le chiavi dell'Istituto, dall'ingresso principale alla Biblioteca. Un mondo idilliaco, per pochi intimi, sconvolto dall'improvviso salto quantitativo. Vennero in aiuto anche dei neolaureati volenterosi, che si avviavano alla precoce carriera di precari. Erano tanti, e quasi tutti hanno poi fatto strada, nella professione, all'Università, in Enti di Ricerca, al Servizio Geologico.
In mezzo a questi giganteschi problemi strutturali, il nostro Aiuto scelse la via giusta per incanalare quella inattesa e informe massa di energie verso le strade del futuro. Ecco, se a distanza di mezzo secolo dovessi dare un giudizio di merito sull' attività del prof. Maxia, non ricorderei tanto il suo contributo nel riattivare gli studi geologici sulle aree circostanti Roma, in particolare sui Monti Cornicolani, Lucretili e Prenestini, ma soprattutto l'opera da lui svolta nell'avviare a tali studi, con metodologie e visione geologica moderne (come gli studi sulle facies mesozoiche e terziarie, che dagli anni '50 diverranno il tema dominante sia all'Università che al Servizio Geologico, con il quale si instaurò ben presto un prezioso legame scientifico) una schiera di giovani ricercatori: W. Brugner, A. Cortesini, V. Catenacci, V.A. Damiani, A. Farinacci, Leo Lombardi, M. Minniti, V. Molinari, L. Pannuzi, C. Parenti, G.C. Negretti, R. Romagnoli, A. Valdinucci, A. Zappelli, N. Zattini, A. Zuccari Tilia, .......... una intera generazione di bravi geologi, paleontologi, stratigrafi.

E quanti ne dimentico?

Maxia aveva una padronanza non comune della letteratura geologica sull'intero Lazio. Già nel 1943 aveva pubblicato una Bibliografia Geologica del Lazio (che avrà una seconda edizione ampliata nel 1956), accompagnata da una carta geologica d'insieme del Lazio a scala 1:550.000. Nello stesso periodo dava inizio ai suoi primi lavori analitici, dedicati ad un approfondito studio della regione sabina, dapprima con lavori di dettaglio, poi con alcuni lavori d'insieme. Inizia con lo studio delle formazioni liassiche delle due dorsali dei Monti Cornicolani e dei Lucretili, poi si spinge più a Nord, nel Reatino, dove affronta le rimanenti formazioni mesozoiche.
Della geologia dei Monti Cornicolani si occupa a più riprese, fino alla memoria conclusiva del 1954, accompagnata da una carta geologica di dettaglio alla scala 1:30.000. Nel 1953 inizia ad occuparsi del rilevamento dei Monti Prenestini, che impegna numerosi suoi allievi e collaboratori. Ne riferisce in una nota del 1954, in cui sono delineati sinteticamente i rapporti stratigrafici e strutturali tra l'area prenestina e quelle contermini. Nello stesso anno pubblica i rilevamenti, suoi e della sua scuola, dell'intera dorsale, accompagnata da una carta alla scala 1:35.000.
Avendo partecipato di persona ai rilevamenti di estremo dettaglio di quell'area per la nuova Carta Geologica d'Italia (Progetto CARG) in tempi molto recenti, devo rendere un vero omaggio a questo lavoro, e alle intuizioni moderne che ne sono la guida: sui rapporti di facies, sui legami tra tettonica e sedimentazione, sull'evoluzione geodinamica di quell'area rimasta cerniera tra due mondi geologici sia nel Mesozoico che nel Terziario, quello pelagico ad Ovest e quello di piattaforma carbonatica ad Est.
Meritano poi una menzione a parte le ricerche svolte tra il '46 e il '51 sulle formazioni plioceniche e pleistoceniche dell'area a Nord di Roma, in sponda destra del Tevere, spesso accompagnate da importanti ritrovamenti paleontologici. E' il solido contributo di Maxia al tradizionale filone di ricerche romano. Da ultimo vanno ricordati gli studi sui travertini di Tivoli ("Acque Albule"), tuttora considerati la base di partenza per le ricerche tuttora in corso, e le ricerche al di fuori della Campagna Romana e delle alture che la bordano. Tra il '49 e il '53 compaiono infatti lavori sul Soratte, sul Circeo, sulle strutture carbonatiche mesozoiche del Lazio e Abruzzo, dai Lepini- Ausoni-Aurunci ai Simbruini - Ernici, e infine anche ai Monti della Tolfa.
Maxia si spinse fino in Umbria, dove ebbe ad occuparsi dei terreni triassici affioranti nei dintorni di Narni.
Ho un ricordo gradevole del mio docente di Geologia e Geografia Fisica, associato ad aneddoti che tuttora circolano tra i suoi ex-allievi. Ricordo ancora quando si attraversava sul Raccordo Anulare la colata di Capo di Bove, ben esposta, con tufi rossastri al di sotto delle lave fratturate da cui colavano rivoli d'acqua, e ci diceva:
Vedano, vedano le lave leucititiche della colata e i tufi ricotti che gemono ...
O a Gubbio ci faceva notare anche senza bisogno di lenti le Globotruncane della Scaglia: 
Vedano, vedano, le Globotruncane della Scaglia, grosse come buoi ...
O il "metodo Maxia" di sbrigare la posta, che consisteva nel colmare via via nel tempo, con la posta arrivata, un profondo cassetto della bella scrivania di noce che già era stata del Portis, e decidendosi a rispondere alla parte di corrispondenza ancora attuale quando ormai le lettere non c'entravano più, e buttar via il resto.
Al di là di queste reminiscenze del passato, mi piace però sottolineare, col senno di poi, non tanto il pregevole lavoro scientifico svolto dal prof. Maxia durante la sua permanenza a Roma, quanto l'aver egli precorso i tempi nell'individuare le problematiche fondamentali del moderno studio geologico dell'Appennino, ad esempio nell'evidenziare l'importanza dell'analisi di facies, dello studio accurato di terreno, della nascente analisi micropaleontologica, e nell'aver indirizzato tanti giovani studiosi in quella direzione. Quando iniziarono in tutta Italia i rilevamenti della Legge Sullo per la nuova Carta Geologica al 100.000 di tutto il Paese, c'era già attivo a Roma, sia al Servizio Geologico che all'Università, un promettente vivaio da lui improntato, pronto a raccogliere le sfide della geologia moderna.

Per saperne di più:

Argentieri A. (2008) - Maxia, Carmelino. Dizionario Biografico degli Italiani. http://www.treccani.it/enciclopedia/carmelino-maxia_(Dizionario-Biografico)/
Pantaloni M. (2013) - 1948: il “Ponte sfondato” sul Torrente Farfa. http://www.geoitaliani.it/2013/09/1948-il-ponte-sfondato-sul-torrente.html

martedì 1 novembre 2016

1 novembre 1880: nasce Alfred Lothar Wegener

di Marco Pantaloni

Il 1 novembre di 136 anni fa nacque a Berlino Alfred Lothar Wegener, che nel 1915 pubblicò il suo “Die Entstehung der Kontinente und Ozeane” (La formazione dei continenti e degli oceani).



La copertina del libro “Die Entstehung der Kontinente und Ozeane”
(La formazione dei continenti e degli oceani)

Il volume raccoglieva le sue idee sulla deriva dei continenti, che Wegener aveva già illustrato durante una riunione dell'Associazione geologica nel 1912. La sua teoria fu molto contestata dai suoi contemporanei perché l’Autore venne accusato di avere usato vecchi dati e di non avere fornito giustificazioni sperimentali. Wegener espone la sua teoria utilizzando argomenti e dati tratti dalla geodesia, dalla geofisica, dalla geologia, dalla paleontologia, dalla biologia e dalla paleoclimatologia. Nei capitoli conclusivi Wegener relaziona la deriva dei continenti con la migrazione dei poli e delle forze che producono gli spostamenti continentali. Alla pubblicazione del libro Wegener riceve aspre critiche delle quali tiene conto nelle successive edizioni del libro.


Alfred Wegener

Wegener riteneva necessaria una visione complessiva dei fenomeni per formulare ipotesi e teorie, e fornì dati che aveva raccolto personalmente durante le sue numerose esplorazioni, durante l'ultima delle quali perse la vita.


Alfred Wegener (a sinistra) in Groenlandia insieme all'inuit Rasmus Villumsen

Il contesto culturale e scientifico dell’epoca, però, non era ancora pronto ad accogliere la sua teoria, che troverà solo negli anni ’60 un ampio consenso grazie all’acquisizione dei dati di esplorazione del fondo oceanico.
Recentemente è stato pubblicato un lavoro, redatto da alcuni collaboratori della Sezione di storia delle geoscienze della Società Geologica Italiana, che analizza la reazione degli scienziati e dei geologi italiani alla proposizione della teoria di Wegener.
Alcuni di loro, come Gortani e Fossa Mancini, furono quasi favorevoli alla teoria mentre altri, come Sacco e Vardabasso, assunsero un atteggiamento neutrale o addirittura ostile, a causa dello stravolgimento dell’ipotesi fissista ampiamente accettata in quel tempo.
Il libro di Wegener, tuttavia, costituì un punto di svolta fondamentale, perché riaprì un appassionato dibattito sulle questioni geologiche e geofisiche che venivano considerate paradigmatiche: l’unico vero modo per il progresso della scienza.



Il lavoro citato nel testo (Romano et alii, 2016) contiene un bellissimo disegno originale: "Il grande viaggio di Alfred Wegener", di Laura Galeazzo.

Alfred Wegener, sepolto nella sua tomba di ghiaccio, alla deriva verso ovest di due centimetri l’anno sulla Placca Nord-Americana, convalidando la sua teoria, considerata visionaria nella sua epoca.

Per saperne di più:
Marco Romano, Fabiana Console, Marco Pantaloni & Jörg Fröbisch (2016) - One hundred years of continental drift: the early Italian reaction to Wegener’s ‘visionary’theory. Historical Biology.

giovedì 29 settembre 2016

Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti: una sapiente operazione di geo-marketing di 230 anni fa. Con ben due colpi di scena…

di Marco Romano


Lo sciacallaggio mediatico che segue immancabilmente disastri naturali come terremoti, tsunami o eruzioni non è di certo cosa nuova o legata a eventi calamitosi degli ultimi decenni: diversamente sembra affondare profonde e solide radici nel nostro inconscio, nella nostra società e comunità. L’attaccamento a disastri e tragedie, alle storie umane che vi sono dietro, le necessità morbosa di vedere in diretta il dolore altrui e la distruzione più totale, sono sentimenti atavici e inestirpabili del genere umano. Sentimenti in parte giustificabili, forse dai toni esorcizzanti, ma comunque da sempre cavalcati sapientemente da chi ha saputo intercettare al meglio queste debolezze, per trarne profitti prettamente personali. Lo aveva capito benissimo, più di due secoli orsono, l’autore dell’operetta di sole 20 pagine pubblicata nel 1779 dal titolo accattivante: “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera degli otto d’Agosto 1779 ma (per grazia di Dio) durò poco” (Figura 1). L’operetta è firmata don Onofrio Galeota, auto-definitosi nel testo “Poeta e Filosofo all’impronto”.


Figura 1. Frontespizio dell’opera firmata “don Onofrio Galeota” nelle ristampa del 1825 (Opuscoli burleschi del Giani, in Napoli, presso il Seguin).

Don Onofrio Galeota (1732-1802) nacque a Napoli nel 1732 e divenne presto un personaggio noto e in voga della città partenopea per la scrittura di noti ‘Opuscoli’ del tutto scellerati e diremo oggi ‘politically incorrect’; brevi testi, nella maggior parte sgrammaticati, dove il nostro ‘poeta’ si lanciava in focose invettive contro i più disparati soggetti umani o classi sociali. Tra i più conosciuti figura l’Opuscolo contro i ‘Pescivendoli’ della città, apostrofati da don Onofrio come “ladri, porci, scostumati… …che svergognano la città di Napoli”. In altri opuscoli l’autore se la prende con i “castagnari”, i “pizzicaroli” e i ladri napoletani professionisti, che, appiccando il fuoco al Largo del Mercato, poterono rubare con calma e in santa pace, mentre le forze dell’ordine e la povera gente erano occupate altrove.
Nonostante il carattere scadente e poco significativo delle sue operette, per un periodo diversi autori napoletani scrissero dei pezzi imitando in tutto e per tutto lo stile del Galeota. Don Onofrio ebbe persino la sfacciataggine di presentarsi in pompa magna presso l’Accademia Reale, con la pretesa di essere ammesso tra le loro fila. Memorabile fu la risposta, in genuino stile partenopeo, ricevuta in tale occasione dal Galeota: “Non te pigli scuorno, vieni persino qua a dire che voi essere accademico, noi non ammettiamo ciucci all'accademia”.
Questa la descrizione che ci da il Benedetto Croce (1912) del nostro poeta, nei suoi “Aneddoti e profili settecenteschi”: “Don Onofrio parla e parla molto; il suo tema favorito sono i <<mali costumi>> di Napoli, e le <<sconnessioni>> che ogni giorno si dicono e si stampano: tutte cose che muovono a indignazione il suo petto di filosofo e di letterato. E da letterato fulmina contro di esse in versi all’improvviso; e da filosofo moralizza nella sua prosa sincera, sebbene infiorata di spropositi d’ogni sorta”. Croce continua affermando come le sue “orribili prose” siano state impresse su carta straccia, dove sul frontespizio campeggia, impavido e senza vergogna alcuna, il suo ritratto: “Vendere i suoi libercoli, ottenere qualche pranzo, scroccare qualche mancia, questi sono i suoi fini; e non c’è umiliazione alla quale non si esponga per raggiungerli” (Croce, 1912, p. 254).

Torniamo ora all’operetta riguardante la ‘spaventosissima’ eruzione del Vesuvio. Il testo ci trasporta con la fantasia nella fiera di mercato di una calda notte partenopea nell’agosto 1779, precisamente sotto la Baracca della Sorbetteria; un pergolato in legno di forma semicircolare costruito per l’occasione, coperto di tela e con asse lungo parallelo al Palazzo Reale. Al centro della struttura campeggiano due sfarzose fontane adornate da obelischi; il pergolato è ulteriormente suddiviso in numerose ‘baracche’, dove si espongono i prodotti migliori dell’industria nazionale: dal caffè, alla sorbetteria, piccoli teatri e immancabili osterie. Giovani o meno giovani donne aristocratiche, incipriate e cosparse di accattivanti nei rigorosamente finti, si aggirano ammiccando nei loro corsetti e busti stretti all’inverosimile, in perfetto stile rococò; al seguito un molesto ronzio di aitanti e giovani virgulti dell’alta borghesia partenopea, tra cilindri, sigari, fazzoletti nel taschino e mustacchi curatissimi. Le più giovani s’avanzano nel parapiglia facendosi largo con scollature prorompenti, impreziosite da fantasie di sgargiante garza o mussolina. Tutto sprizza gioia, voglia di vivere, luccicanza, opulenza, lucentezza; una totale e gioiosa ostentazione di colore e curve, come per lasciarsi alle spalle la pesante fuliggine, cupa e tenebrosa, del trapassato barocco.
Come detto correva l’anno 1779. Il giovane Beethoven cominciava la composizione della sua prima sinfonia, a Parigi veniva ideato e costruito il primo velocipede, mentre la Spagna assediava Gibilterra, dopo aver dichiarato guerra alla Gran Bretagna. A Senigallia, il sei di marzo dello stesso anno, nasceva il celeberrimo Giovanni Battista Bugatti, meglio conosciuto come Mastro Titta, ‘er boja de Roma’, noto e temuto esecutore di numerose sentenze capitali nello Stato Pontificio (Figura 2):

Tutt'a un tempo ar paziente Mastro Titta
j'appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene
un schiaffone a la guancia de mandritta.

«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill'antri che ssò mmejjo de tene»
(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 68, Er ricordo, 29 settembre 1830)

Figura 2. Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, mostra compiaciuto la testa di una donna appena giustiziata nei pressi di Castel Sant'Angelo.

martedì 13 settembre 2016

Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, volume 100: La Cartografia del Servizio Geologico d’Italia.

E’ stato pubblicato online, in concomitanza dell’88° Congresso della Società Geologica Italiana, il volume numero 100 delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, dal titolo “La Cartografia del Servizio Geologico d’Italia”, a cura di Fabiana Console, Marco Pantaloni e Domenico Tacchia.

L’idea di racchiudere in un unico volume la storia, i risultati e gli sviluppi della lunga produzione cartografica del Servizio Geologico d’Italia potrebbe apparire un’impresa ardua, dovuta anche al lungo arco temporale che intercorre dalla fondazione del Servizio, nel 1873, ai giorni nostri.
Lo spirito che ci ha spinto a raccogliere contributi specifici su questo tema è stata la volontà di avere finalmente un volume che racchiudesse gli aspetti storici e i contenuti tecnico-scientifici della cartografia geologica e geotematica prodotta dal Servizio Geologico d’Italia oltre a quella raccolta nel tempo, conservata e resa fruibile al pubblico dalla Biblioteca dell’ISPRA.
L’organizzazione attuale del Servizio Geologico d’Italia, all’interno di un complesso Istituto di ricerca quale è l’ISPRA, vede tutto il personale coinvolto in numerose e diverse attività; abbiamo ritenuto, tuttavia, che la cartografia geologica e geotematica rappresentasse il minimo comune denominatore di tutti i settori tematici nei quali è strutturato il Servizio.
La realizzazione di questo volume ha visto un’ampia partecipazione da parte di tutti i colleghi del Servizio Geologico d’Italia; questo dimostra un profondo legame dei geologi e dei cartografi alla loro quotidiana attività professionale e alla stessa istituzione. Si è voluto, però, dare spazio anche a contributi esterni, a dimostrazione di un radicato spirito di collaborazione con altri Enti ed Istituti sulle tematiche comuni.
L’analisi del materiale documentale storico, lo studio delle biografie delle persone che hanno lavorato presso l’Ufficio e del materiale tecnico-scientifico prodotto da questi scienziati, ci ha permesso di scoprire anche un lato umano che sottolinea l’attaccamento e la passione dei tecnici e dei geologi verso il proprio lavoro e verso le Scienze della Terra.
Il nostro auspicio è che questo spirito di collaborazione e il senso di appartenenza che ne deriva rimangano come esempio per le future generazioni di geologi, cartografi, storici e bibliotecari che si occuperanno di proseguire la cartografia geologica negli anni a venire.

Il volume è disponibile al download sul sito dell’ISPRA al seguente link:
http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/periodici-tecnici/memorie-descrittive-della-carta-geologica-ditalia/la-cartografia-del-servizio-geologico-ditalia