domenica 13 maggio 2018

Renato Funiciello, un geologo in campo


di Alessio Argentieri

 
La copertina del volume “Renato Funiciello, un geologo in campo”,
creata da Daniela Riposati (INGV).
 Con l’insonnia, sconosciuta in gioventù, si può cominciare a prendere confidenza con il progredire dell’età. Complice una cena più sostanziosa della media, che in altra epoca sarebbe passata quasi inosservata per un geologo del “rito centamoriano” di cui sono orgogliosamente seguace, stamane sono sveglio da ben prima delle cinque. Il lasso di tempo rubato al sonno è stato però densamente colmato, senza interruzione alcuna, arrivando in un paio d’ore all’ultima pagina, la n. 223, del volume “Renato Funiciello, un geologo in campo” (2018).
L’opera collettanea, curata amorevolmente e pregevolmente dai suoi figli Fabio e Francesca, è pubblicata dall’Editoriale Anicia di Roma. La collocazione nella collana “Teoria e storia dell’educazione” è quanto mai appropriata. Il libro raccoglie infatti numerose testimonianze di amici, colleghi, allievi di Renato, un mosaico di storie di formazione e di scambi profondi e intensi a livello umano e professionale.
La presentazione del libro si è tenuta lo scorso giovedì 10 Maggio, presso lo Stadio degli Eucalipti di Roma, a chiusura della manifestazione sportiva “Trofeo Renato Funiciello”. A condurre l’evento con naturalezza, serenità ed eleganza è stata Francesca, con accanto il fratello Fabio. Un evento denso di cultura, geologia, amicizia e sport, che ha donato beneficio allo spirito dei partecipanti. Per chi non c’era, a compensazione, la piccola galleria fotografica che accompagna questo articolo.
Questa è una “non-recensione” che vuole semplicemente caldeggiarne la lettura del testo, senza relazionare o sintetizzarne i contenuti. In primo luogo a chi non conosce il personaggio e il clima socio-culturale, tra scienza, sport e non solo, di cui Funiciello fu protagonista e figura trainante dalla seconda metà del XX secolo fino agli inizi del nuovo millennio. Ma soprattutto a coloro che hanno intersecato i propri percorsi umani e professionali con quello di Funic; indipendentemente dall’intensità e durata dei rapporti intercorsi, ciascuno scoprirà aspetti sconosciuti di lui (e forse anche di sé stesso), come i suoi figli per primi hanno constatato.

Accogliendo con entusiasmo il cortese invito di Fabio e Francesca a fornire anche un mio contributo (a titolo personale e anche in rappresentanza della Sezione di Storia delle Geoscienze della Società Geologica Italiana, cosa di cui sono grato), istintivamente il pensiero è andato allo spirito goliardico e ironico, tratto caratteriale contagioso di Funiciello, una risorsa preziosa per affrontare la vita. Pensavo di sciorinare la lunga serie di aneddoti divertenti che direttamente o indirettamente ho immagazzinato in memoria, prendendo spunto dalla foto, scattata da Giorgio Vittorio Dal Piaz, che ritrae Renato con corona di lauro, porgente una meravigliosa cartocciata di affettato suino ai congressisti nell’escursione del congresso SGI del 1986 in Appennino centrale. Fu il più eclatante dei suoi coups de theatre, con il quale, assecondando il suo vezzo di “sorprendere il bifolco”, egli a sorpresa riapparse redivivo (e come è noto, non si tratta di un’iperbole) alla comunità geologica nazionale, pochi mesi dopo l’incidente del febbraio di quell’anno e la conseguente near death experience.
 
“Natura viva con luce caravaggesca” ritratta da Giorgio Vittorio Dal Piaz all’escursione
73° Congresso SGI “Geologia dell’Italia Centrale” (settembre - ottobre 1986):
da sinistra: Renato Funiciello, una cartocciata di capocollo, una botticella di vino,
Leonello Serva, Alberto Castellarin e un barbutissimo Domenico Cosentino.


Poi, dopo posata riflessione, ho capito che l’aneddotica non serviva. Chiunque lo ha conosciuto possiede in testa una propria lista di episodi analoghi (molti dei quali naturalmente sovrapponibili con quelli altrui). Ho virato perciò su una vicenda specifica, che chi avrà voglia, sfogliando il libro, potrà leggere.

Con il professor Funiciello l’interazione non era affatto facile, come è normale avvenga con simili personalità. Dava molto e ogni tanto qualcosa toglieva (solo temporaneamente, lo si riesce a comprendere solo con la visione del poi), andando a individuare e sfruculiare i punti deboli dei propri interlocutori, per lasciarli smarriti e privi delle difese che essi istintivamente si erano costruiti. Barriere effimere, che un bravo allenatore ha il dovere di smantellare per aiutare (con fatica e sofferenza) a costruirne di nuove e più solide, superando i propri limiti.
Anche questo, a mio parere, emerge dalle varie testimonianze. Tra di esse, ne menziono una sola che, per il periodo dal 1993 in poi, forse rappresenta e inanella tutte le altre: è il racconto di Letizia Maravalli, storica e preziosa segretaria del nuovo Dipartimento di Scienze Geologiche di Roma TRE. Chiunque abbia partecipato, più o meno a lungo, alla nascita e allo sviluppo di quel polo di formazione spero condivida questa impressione e ci si riconosca.

 
Figure seguenti: la presentazione del volume, a seguire la manifestazione sportiva “Trofeo Renato Funiciello”, presso lo Stadio degli Eucalipti (Roma, 10 Maggio 2018)












martedì 1 maggio 2018

La "Rocca tu Dracu" e i "Caddareddi" di Roghudi

di Marco Pantaloni

Nella Calabria greca, su uno sperone roccioso affacciato sul corso della Fiumara Amendolea, si trova il borgo di Roghudi. La sua posizione isolata ha permesso la conservazione delle usanze e del dialetto dai tipici caratteri neogreci. Il nome del paese, Richùdi o Rigùdi in greco di Calabria, si fa derivare dal termine greco ῥάχῃ (rupe) o ῥαχώδθς (rupestre).




L’abitato di Roghudi vecchio, abitata sin dal 1050, venne abbandonata dopo due fortissime alluvioni avvenute nel 1971 e nel 1973 e l’attivazione di alcune frane. Per circa 18 anni, la popolazione originaria venne distribuita nei paesi limitrofi fino al 1988, quando venne edificata Roghudi nuova, a circa 40 km di distanza dal vecchio centro, lungo la costa ionica in prossimità di Melito di Porto Salvo.
A distanza di qualche chilometro da Roghudi vecchio, ubicata sui versanti dell’Aspromonte, sorge la frazione Ghorio, un piccolo nucleo di case quasi disabitato. Da qui è possibile raggiungere un curioso sito geologico, particolarmente interessante.

Si tratta di un masso conosciuto localmente come “Rocca tu Dracu“ (roccia del drago), un grosso monolite trapezoidale da un vago profilo aquilino, caratterizzato dalla presenza, su un lato, di due cogoli arrotondati che alludono a grandi occhi. In prossimità di questo, si trova poi un affioramento roccioso con evidenti gibbosità sulla superficie, anch'esse dovute a fenomeni erosivi, la cui presenza richiama la leggenda di piccole caldaie contenenti latte (Caddareddhi) che alimentavano un drago custode di un ricco tesoro.


Immagine tratta da: www.calabrianotizie.it
La "Rocca tu Dracu" (Rocca del Drago)
I "Caddareddi" (Le caldaie del latte)



Di Roghudi e dei problemi dei fenomeni franosi del territorio calabrese si occupò il vulcanologo napoletano Venturino Sabatini. Infatti, nel 1908 Sabatini fu incaricato di studiare i fenomeni franosi del territorio calabrese e nel 1909 partecipò ai lavori della Commissione reale per la designazione delle zone più adatte alla ricostruzione degli abitati colpiti dal terremoto di Messina e Reggio di Calabria del 28 dicembre 1908. Dopo i suoi rilievi compiuti nel territorio dell’Aspromonte, pubblicò nel 1909 un lavoro dal titolo “Contribuzione allo studio dei terremoti calabresi”, nel Bollettino del R. Comitato geologico d’Italia, vol. 10, pagine 235-345, nel quale analizzò gli effetti al suolo del sisma e riprodusse, in due figure, le spettacolari forme di erosione che, evidentemente, colpirono la sua attenzione.


Immagine contenuta in:
Sabatini V. (1909) - Contribuzione allo studio dei terremoti calabresi.
Bollettino del R. Comitato Geologico d’Italia, 10, 235-345

L’analisi della Cartografia Geologica d’Italia in scala 1:100.000, pubblicata nel 1885 a cura di Emilio Cortese, riporta il sito di Roghudi e della frazione Ghorio, come costituito da scisti anfibolici, micascisti e gneiss.

Stralcio del foglio 254 Messina - Reggio Calabria
della carta Geologica d'Italia alla scala 1:100.000
(Servizio Geologico d'Italia - ISPRA)

Stralcio della legenda del foglio 254 Messina - Reggio Calabria
(Servizio Geologico d'Italia - ISPRA)

Per saperne di più:



lunedì 23 aprile 2018

Pietro Bruno Celico: Il “Sommo”


di Anna Rosa Scalise e Mario Valletta

A ribattezzare Pietro Celico come “il Sommo” sono stati, intorno alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo, uno degli estensori di questo ricordo ed una comune allieva, Annamaria Castracani. Nomignolo che viene ora conservato, quale ulteriore segno di spirito fraterno e di affettuosa, cordiale vicinanza che ha, da sempre, legato Anna Rosa Scalise e Mario Valletta (da ora in avanti, ARS ed MV) e del rimpianto più amaro e struggente che la Sua scomparsa, assolutamente prematura, ha lasciato nei loro cuori. Ad ARS è dovuto il ricordo delle tappe che hanno contrassegnato la traccia profonda che solo pochissime figure di ricercatore, quale Pietro è stato, lasciano e la Sua carriera accademica; ad MV, alcuni ricordi legati ad un’amicizia fraterna e ad un rapporto personale e scientifico/professionale, che non ha conosciuto, in oltre trenta anni, la minima incrinatura e che, ancora oggi, è vivo e vitale!!


La Sua figura di “padre fondatore” dell’idrogeologia italiana è stata ricordata in una giornata di studio che si è tenuta il 22 gennaio 2016, da Silvia Fabbrocino, Sua allieva, che ha sottolineato come, sul piano strettamente scientifico: “le sue monografie ed opere cartografiche hanno rappresentato, e tuttora rappresentano, il riferimento fondamentale per la conoscenza idrogeologica del territorio italiano e per la gestione quantitativa e qualitativa delle risorse idriche sotterranee. Basti ricordare la Memoria “Considerazioni sull'idrogeologia di alcune zone dell’Italia centro-meridionale alla luce dei risultati di recenti indagini geognostiche”, pubblicata nel 1979, che ha contribuito fortemente all'avanzamento delle conoscenze sulla circolazione idrica basale degli acquiferi carbonatici, divenendo il punto di partenza per la progettazione dei più grandi sistemi acquedottistici ed infrastrutturali”.

Pietro Celico si laurea in Scienze Geologiche nel 1975, con il  massimo dei voti e la lode, ha prestato la propria opera di Geologo presso la ex Cassa per il Mezzogiorno, svolgendo un'intensa attività per ricerca, captazione ed utilizzazione ottimale delle risorse idriche sotterranee, soprattutto nell'ambito delProgetto Speciale per il reperimento e l'utilizzazione razionale delle risorse idriche superficiali e sotterranee delle Regioni Marche, Abruzzo, Molise, Lazio e Campania (P.S. 29)”: attività che lo vede coinvolto nella programmazione, progettazione, direzione tecnica delle ricerche e lavori di captazione di acque sotterranee, soprattutto di acquiferi carbonatici. E non solo: suoi campi d’azione sono pure indagini finalizzate alla progettazione di importanti dighe; studio di tracciati e siti acquedottistici sia sotterranei che seminterrati; studio della stabilità dei versanti di aree interessate da importanti opere ingegneristiche quali dighe, acquedotti, ecc.
In contemporanea, Pietro Celico svolge un’intensa attività di ricerca scientifica, parzialmente sintetizzata in oltre duecentotrenta pubblicazioni su periodici nazionali ed internazionali: numerosi sono gli elementi di assoluta originalità per la definizione sia dell’approccio metodologico alla ricostruzione dell'idrodinamica sotterranea in acquiferi complessi, con particolare riferimento a quelli carbonatici, che della vulnerabilità degli stessi all'inquinamento e della salvaguardia quali-quantitativa e della gestione ottimale delle risorse idriche sotterranee, comprese quelle minerali.

Nel 1983 pubblica "Idrogeologia dei massicci carbonatici, delle piane quaternarie e delle aree vulcaniche dell'Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise e Campania)", che è il Quaderno 4/2 della Cassa per il Mezzogiorno, che è stato – e continua ad essere - una sorta di “vangelo” per quanti si siano avvicinati e si avvicinano allo studio completo ed integrato di quelle aree. Qui si ricorda solo la svolta significativa che il “Quaderno” ha rappresentato per la conoscenza dei fattori che condizionano la circolazione idrica basale degli acquiferi carbonatici ed i limiti dei bacini sotterranei, con vari elementi di novità nella definizione del comportamento idrogeologico degli elementi strutturali e nella individuazione di serbatoi sotterranei funzionanti “in serie”.

Ma l’intensa attività scientifica è testimoniata pure da una notevolissima produzione cartografica: la Carta Idrogeologica d'Italia, alla scala 1:500.000; la Carta Idrogeologica della Campania alla scala 1: 200.000; la Carta Idrogeologica dell'Italia centro-meridionale alla scala 1:400.000; la Carta Idrogeologica dell'Italia Meridionale alla scala 1:250.000; il F. 186 “S. Angelo dei Lombardi” della Carta Idrogeologica alla scala 1:100.000; la Carta Idrogeologica della provincia di Napoli alla scala 1: 50.000 e la Carta Idrogeologica della provincia di Avellino alla scala 1:100.000.


Molto attiva pure la partecipazione a Progetti Finalizzati del CNR, come quello relativo alla Geotermia, con particolare riferimento alla geochimica delle acque sotterranee: in un tale ambito rientrano le ricerche relative alle caratteristiche idrogeologiche della zona flegrea, con specifica attenzione allo studio del bilancio di massa e di energia ed al quello degli effetti delle iniezioni di fluidi nel sottosuolo. Altri momenti importanti sono la partecipazione ai lavori, tra altre, di due Commissioni incaricate, una, dello studio della regimazione delle acque e della sistemazione idraulica del bacino del fiume Liri e, l’altra, dell’utilizzazione ottimale e di una maggiore e migliore protezione delle acque termo-minerali di Castellammare di Stabia, alimentate da un importante acquifero carbonatico.

Nel 1986, pubblica il primo volume di "Prospezioni idrogeologiche" e, nel 1988, il secondo. Si tratta di testi completi e molto ricchi di elementi per lo studio dell'idrogeologia a livello sia specialistico che di corso universitario (ed è questa una delle loro peculiarità), oltre che esauriente guida pratica all'esecuzione di indagini idrogeologiche finalizzate a captazione e gestione ottimale delle risorse idriche.
E’ del 1989 la nomina a componente del "Gruppo di lavoro per la normativa sulla cartografia idrogeologica" del Servizio Geologico d’Italia, incaricato di elaborare linee guida per la redazione della cartografia idrogeologica alla scala 1:50.000.



Negli anni novanta, nell’ambito del GNDCI del CNR, è responsabile dell'U.O. che studia gli aspetti idrogeologici connessi con i problemi di prevenzione e previsione delle piene, che si interessa dello studio sia dell'idrodinamica sotterranea degli acquiferi carbonatici che della vulnerabilità all'inquinamento di quelli complessi. Nel 1993 è nominato membro delle Commissioni di Studio relative al "Corso di aggiornamento e di preparazione agli esami di stato" ed al "Corso di prospezioni dirette e indirette e prove relative alle ricerche idriche", organizzati dall'Ordine dei Geologi della Regione Campania; nell'anno successivo tiene lezioni di Idrogeologia nell'ambito di Corsi di Aggiornamento, organizzati dall'Ordine Regionale di Geologi della Calabria.

Nel 1996 viene chiamato a far parte del Gruppo di Lavoro per la Salvaguardia Ambientale del Torrente Solofrana e, nel 1997, nell'ambito delle iniziative del CUGRI dell’Università di Salerno, è responsabile del settore Falde Acquifere. Nello stesso anno, coordina il programma relativo alle Carte idrogeologiche e della vulnerabilità all'inquinamento degli acquiferi della Regione Calabria. E’ dell’anno successivo la nomina a membro di una Commissione per l'esame della bozza del testo unico sulla tutela delle acque dall'inquinamento.
Tra gli impegni di carattere professionale, è da sottolineare come, negli ultimi anni, si sia dedicato principalmente ai Piani di Tutela delle Acque: nello specifico di quelli della Regione Abruzzo e sia stato Coordinatore Generale, oltre che Responsabile Scientifico delle attività inerenti alla redazione di quelli della Regione Campania.

Concorre, nel 2000, a fondare l'Associazione Italiana di Geologia Applicata (AlGA), della quale sarà membro del Consiglio Direttivo.
Intensa l’attività didattica, iniziata nel 1975 presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Napoli con il Corso di Idraulica per Ingegneria Civile al quale, nel 1977, si è aggiunto quello di Geochimica delle acque. Presso l’Università di Palermo tiene, nell’anno accademico 1984/85, il corso di "Metodi di prospezione idrogeologica in acquiferi carbonatici": sono dello stesso anno i seminari riguardanti le "Relazioni tra dinamica sotterranea e chimismo delle acque negli acquiferi carbonatici", ad integrazione dell'insegnamento di Geologia Applicata, presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Napoli, presso la quale, nell'anno successivo, svolge il Corso di "Idrogeologia dei massicci carbonatici", tema che caratterizzerà pure un corso seminariale sui "Metodi di captazione di sorgenti e falde ed uso degli acquiferi come serbatoi naturali di compenso", presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Palermo. Dell'anno accademico 1986/1987 sono il corso seminariale di "Prospezioni idrogeologiche" tenuto presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Napoli e quella di Ingegneria dell'Università di Salerno, oltre ai "Corsi di perfezionamento in Geologia Tecnica", organizzati dall'Ordine Nazionale dei Geologi.

A partire dall’Anno Accademico 1987/1988 diviene Professore Associato di Geologia Applicata presso la Facoltà di Scienze MM. FF. e NN. della “sua” Università, la Federico II. Di quel periodo sono pure le lezioni svolte nell'ambito di vari corsi di perfezionamento.
A partire dall'Anno Accademico 1990/1991 è Professore Ordinario di Geologia Applicata e ricopre la Cattedra di Idrogeologia che terrà, con estremo prestigio, sino al collocamento a riposo, avvenuto nel 2011.
Di vari momenti di quel periodo sono pure il corso di Idrogeologia (Facoltà di Ingegneria dell’Università di Salerno) e quello di Idrogeologia ed Idrogeologia Applicata, svolto presso l’Università del Sannio e quella della Calabria.
 Uno degli Autori (ARS) ha conosciuto Pietro Celico nel corso degli incontri del Gruppo officiato di elaborare una normativa per la cartografia idrogeologica. I capelli corvini, perfettamente pettinati, furono il la cifra, il tratto distintivo che, per primi, la colpirono. Ma è stato sufficiente ben poco tempo affinché la Sua personalità, improntata ad una disponibilità totale, pari al carattere posato ed all’altissimo livello scientifico, emergesse con la naturalezza che caratterizza solo personalità straordinarie, fuori dal comune.
Straordinaria la naturalezza con la quale era sempre pronto “dare una mano” nel risolvere le questioni scientifiche e tecniche che di tanto in tanto gli venivano sottoposte: prezioso, un tale “modo di essere”, in occasione dell’emergenza rifiuti nella regione Campania, concretizzato in una collaborazione ed in una serie di suggerimenti dettati dalla Sua altissima cultura e dalla vastissima esperienza professionale.
ARS ricorda ancora, con orgoglio, misto a tenerezza e rimpianto, di essere stata coautrice di una tra le ultime note scientifiche di Pietro Celico relativa al lavoro svolto in collaborazione nell’ambito di un programma di ricerca e studi sulla Valutazione delle risorse idriche sotterranee dell’Italia Meridionale. E ciò non volendo che accennare solamente al lavoro svolto in collaborazione nell’area dei Monti del Matese, della Piana di Boiano-Monte Totila e della Piana del F. Sordo per “sperimentare” le Linee Guida della Cartografia Idrogeologica.
Della sua figura umana, ARS vuole ancora ricordare una persona autentica, ricca di veri sentimenti che, per lei è stato un maestro ed un amico affettuoso.
Il Coautore (MV) ha avuto con il Sommo un rapporto quasi quarantennale, nel quale un affetto che è poco definire fraterno si è coniugato con un costante, sereno confronto di idee e vedute non tanto e non solo per quelli che erano comuni interessi di ricerca e di attività. Nel periodo nel quale Pietro è venuto a mancare, MV “usciva” da una di quelle esperienze di vita che vengono definite difficili. Il non avere da lui, di solito gran signore pure sotto questo aspetto, risposta (il periodo era quello natalizio del 2014) a chiamate telefoniche ed a messaggi vari, avevano fatto intuire un qualcosa di irreparabile ed il tentativo di contattare Fulvio non era andato oltre le prime righe, forse per un rifiuto inconscio nel credere che quanto era accaduto fosse una realtà.
Il ricordo di Pietro meriterebbe pagine, pagine e pagine: quelli che seguono “mescolano” le consuetudini di un meraviglioso rapporto umano con gli insegnamenti che un grande Maestro ha dato a noi tutti.
Pietro è stato - e rimarrà - uno dei pochissimi autentici Maestri che le Scienze della Terra abbiano avuto nell'ultimo cinquantennio, un ricercatore di razza e di altissimo profilo che ha contrassegnato tappe fondamentali nella evoluzione delle conoscenze idrogeologiche di larga parte del nostro Paese. Tappe raggiunte attraverso quello che è sempre stato, rimane e rimarrà, l'unico ed insostituibile approccio, vale a dire un'accurata indagine di campo, effettuata con mente libera da modelli da dover "dimostrare", anche forzando la realtà, come spessissimo è capitato: "mente et malleolo", insomma, secondo la perifrasi di Bruno D'Argenio del classico mente et malleo. E se a quei "principi" (che sono stati, da sempre, la mia guida forse per la "deformazione" mentale connaturata al geologo di quello che fu il glorioso Servizio Geologico) si ispirasse, oggi, chi fa ricerca - in ambito accademico e non - il quadro sarebbe assai meno desolante. E qui mi "fermo", anche perché, al di là di quanto ricordato da ARS, il volere “entrare” in un curriculum così ricco e prestigioso, quale quello di Pietro, richiederebbe pagine e pagine.
Mi fermo anche - se non soprattutto - perché preferisco privilegiare alcuni dei tantissimi ricordi, che abbracciano l'arco di quasi un quarantennio di amicizia fraterna nata nel più naturale e spontaneo dei modi, nel momento nel quale ci siamo conosciuti.
Ricordi preziosi, testimonianza dell'Uomo Pietro e della sua nobiltà d'animo e della sua straordinaria apertura mentale. Come non ricordare, a prova tangibile dell'una e dell'altra, l'immediatezza con la quale (avevo bisogno di notizie per tracciare un sintetico quadro idrogeologico dell'area campana e di parte di quella abruzzese) mi mise a disposizione copia del manoscritto di quello che sarebbe divenuto il "leggendario" Quaderno 4 della Cassa per il Mezzogiorno? E come non ricordare quanto si sia adoperato per contribuire, prima, alla fase organizzativa di un Convegno promosso, insieme al Servizio Geologico, per ricordare Carlo Bergomi nel decennale della scomparsa per un tragico "infortuno sul lavoro" nei Monti del Matese e, poi, quale chairman di quella parte dei lavori dedicata all'idrogeologia, preoccupandosi pure di ottenere i necessari permessi per la visita, da Lui guidata, alle sorgenti Torano e Maretto? E, a proposito delle poche (purtroppo) pubblicazioni che ci vedono coautori, non possono non tornarmi in mente l'estrema cura e meticolosità che poneva in ogni dettaglio: di una di esse, quella relativa al settore meridionale dei Monti del Sannio, ero stato io a curare l'assemblaggio finale. La copia che gli avevo dato per la "benedizione finale" (ottenuta in pieno) mi fu restituita "carica" di richiami in verde - lo ricordo con nettezza - a bordo pagina. Quei richiami si riferivano ad un solo particolare: al mio "vizio" di allora, che mi è "passato", di non rispettare che parzialmente gli spazi. E non può non tornarmi in mente pure un episodio legato all'idrogeologia dei Monti dell'Argentario, area allora assai poco studiata sotto questo profilo. Una coppia di amici, che aveva casa in quella zona, mi lanciò quasi una sfida: che geologo sei se non ci trovi l'acqua? Sulla base degli elementi stratigrafici e strutturali di una pubblicazione della Scuola di Pisa (Mazzanti, se ben ricordo), integrati da osservazioni di campagna, avevo maturato la convinzione che vi potesse essere una falda ospitata in dolomie e calcari dolomitici, localmente sormontati dai depositi di uno degli episodi della falda toscana, prevalentemente pelitici. Chiesi conforto al Sommo ed, insieme, ipotizzammo una profondità dal p.c. di circa 125 metri: sondaggio effettuato e falda a -122 m! Ci scappò l'abbraccio!
Come non ricordare quella che, dal momento del mio ritorno a Roma, era divenuta una cara consuetudine: vederci quando possibile, ma sentirci il più spesso possibile, non solo in corrispondenza di date canoniche, quali il 29 giugno, il 15 agosto ed il 31 dicembre? In uno di questi incontri, gli feci scherzosamente osservare come nel suo nome e nel mio cognome vi fosse una sorta di predisposizione ad occuparci di geologia, mentre era stridente il contrasto tra il cognome di un collega ed il suo modo di essere e di rapportarsi. A distanza di anni ci ridevamo ancora!
Quando gli comunicai, poi, la nascita del più "giovane" dei miei quattro nipoti e l'intenzione dei genitori di chiamarlo Pietro (con la madre, mia figlia Rosa, era nata una reciproca simpatia), innanzitutto inviò al neonato gli auguri più affettuosi, concludendo - tra il serio ed il faceto - che, con quel nome, non poteva che essere il più bello ed intelligente: un classico - nei messaggi o nei contatti telefonici - era divenuto il suo "baci all'omonimo".
E, negli ultimi tempi, avevamo spesso parlato della decisione di trasferirsi a Parma, che lo entusiasmava e che trovò il mio consenso più pieno.
L'amicizia di Pietro rimarrà, per me, uno di quei beni preziosi che accompagnano per tutta la vita.
A Lui, con amore e spirito fraterni, il “Sit tibi terra levis” delle scritte sepolcrali latine.

Per saperne di più
  • Budetta P., Celico P., Corniello A., De Riso R., Ducci D. & Nicotera P. (1994) - Carta idrogeologica della Campania alla scala 1:200.000. Memoria illustrativa, 4° Convegno Internazionale Geoingegneria, Torino, 565-586.
  •  P. Celico, P. De Vita, G. Monacelli, A.R. Scalise G. Tranfaglia (Responsabili Scientifici): Apat e Univ.degli Studi di Napoli Federico II. (2005) - Carta Idrogeologica dell’Italia meridionale (Scala 1:250.000) - Poligrafico dello Stato. ISBN 88-448-0223-6 Program INTERREG IIC “Assetto del territorio e lotta contro la siccità” Sottoprogramma I: Analisi del ciclo idrologico.
  • P. De Vita, V. Allocca, F. Celico, S. Fabbrocino, M. Cesaria, G. Monacelli, I. Musilli, V. Piscopo, A.R. Scalise, G. Summa,G. Tranfaglia & P. Celico. Hydrogeology of continental southern Italy (2018) - Journal of Maps, 14.2, 230-241
  • Celico P .(1979) - Considerazioni sull’idrogeologia di alcune zone dell’Italia centro-meridionale alla luce dei risultati di recenti indagini geognostiche”. Mem. e Note Ist.Geol.Appl., 15, pp.1-43, Napoli.
  •  Celico P. (1983 b) - "Idrogeologia dei massicci carbonatici, delle piane quaternarie e delle aree vulcaniche dell'Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise e Campania)". Quad. Cassa per il Mezzogiorno, 4, 2,225 Roma.
  • Celico P. (1983c) - Carta Idrogeologica dell’Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise e Campania) alla scala 1:400.00. Cassa per il Mezzogiorno, Grafiche Magliana, Roma.
  • Curriculum del Prof. Pietro Bruno Celico. Ordinario di Idrogeologia. Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Napoli, 18 settembre 2009.


mercoledì 28 marzo 2018

Volume 44 dei Rendiconti online della Società Geologica Italiana - Tre secoli di geologia in Italia

Sul sito della Società Geologica Italiana è stato pubblicato il volume 44 dei Rendiconti online della Società Geologica Italiana, dedicato al tema “Tre secoli di geologia in Italia” edito da Alessio Argentieri, Marco Pantaloni, Marco Romano, Gian Battista Vai.
Questo volume dei Rendiconti Online della Società Geologica Italiana raccoglie in forma di short notes i contributi collegati all'analoga sessione dell'88° Congresso societario, tenutosi a Napoli dal 7 al 9 Settembre 2016 presso l’Università “Federico II”.
I soci della Società Geologica Italiana possono scaricare il volume attraverso il proprio account personale al seguente indirizzo: http://rendiconti.socgeol.it/210/ultima_uscita.html



Questo i contributi presenti nel volume:

  • Argentieri A., Cosentino D., Dal Piaz G.V., Pantaloni M., Petti F.M. & Zuccari A. - Ritratto di un gentiluomo con il papillon: Achille Zuccari, Segretario Generale della Società Geologica Italiana.
  • Battista F., Citton P., Leoncini C., Riti L. & Nicosia U. - The paleontological collection of Egidio Feruglio at MUST.
  • Fabbi S., Cestari R. & Pichezzi R.M. - The “Subiaco stone” and the early studies on the carbonate successions of the Upper Aniene Valley.
  • Laureti L. - The mapping of the Lombard geologists in the XIX Century from Brocchi to Taramelli.
  • Dal Piaz G.V. - Felice Ippolito, il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari e la ricerca di minerali radioattivi nel basamento cristallino delle Alpi.
  • Candela A. - Per una storia sperimentale delle Scienze della Terra: dal documento alla prova sul terreno.
  • Perini P. - Cartografia geologica del confine calabro-lucano alla fine del XIX secolo: il contributo di Giovanni Battista Bruno, “amatore di geologia”.
  • Lipparini L., Bencini R. & Gerali F. - “Sgorga il Petrolio dalla Terra d’Abruzzo”: oil exploration and production history in the Abruzzo region (Central Italy) across the 20th century.
  • Lipparini L., Gerali F. & Bencini R. - “Dighe di pece e di asfalto”: bitumen exploitation history in the Abruzzo region (Central Italy) across the 20th century.
  • Barale L., Mosca P. & Fioraso G. - Il “periodo d’oro” degli studi geologici nelle Alpi Marittime tra il XIX e il XX secolo.
  • Salvador I., Romano M. & Avanzini M. - Gli “apparenti disordini delle leggi fisiche dell’universo”: gli effetti delle eruzioni del Laki (1783) e del Tambora (1815) nelle cronache delle regioni alpine.
  • Abate T. & Branca S. - L’introduzione del colore per la rappresentazione dei prodotti vulcanici: il caso della cartografia geologica dell’Etna nel XIX secolo.
  • Lanzini M. - La geologia e le catacombe romane. Michele Stefano De Rossi (1834-1898), un geologo inventore.
  • Romano M. & Nicosia U. - Tributo a Bruno Accordi: la prima riscoperta e valorizzazione moderna delle ‘gloriose’ radici geopaleontologiche Italiane.
  • Argentieri A., Occhigrossi B.C., Piro M. & Rotella G. - Natural and anthropogenic cavities and sinkholes in Rome metropolitan area: from geological and speleological research to land management.
  • Marchetti L., Petti F.M., Bernardi M., Citton P., Rossi R. & Schirolli P. - On the first description of tetrapod footprints from Italy: re-analysis of the original specimen after 150 years.
  • Console F., Fabbi S. & Pantaloni M. - La cartografia geologica in Calabria nel XIX secolo.
  • Visconti A. - Paesaggi geo-mineralogici e produzione siderurgica in Lombardia tra Sette e Ottocento: un’interconnessione sempre più stretta.


sabato 24 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Quarta e ultima parte -

Il Geologo Alberto Parodi

Alberto Parodi era nato nel 1907 a Puno, un paese sul lago Titicaca in Perù, sito ad una altitudine di 3.812 m. S.l.m. dove il Padre Costantino con la famiglia si era trasferito. 
Alberto studia a Puno al collegio “San Carlos” e a 20 anni rientra in Italia per studiare geologia al Politecnico di Milano dove fu discepolo del Professor Ardito Desio. 
Dopo la laurea si trattenne in Italia con residenza a Isola del Cantone (Genova), comune di origine della sua famiglia. Segnalato dal Professor Ardito Desio, come valido geologo, venne assunto dalla S.A.P.I.E.  il 14 ottobre 1937 con contratto a tempo indeterminato, giunse a Jubdo (Etiopia) il 06 gennaio 1938 ed assunse il comando della colonna di esplorazione geomineraria n°4.
Alla stessa colonna e sotto la sua guida, era assegnato il giovane laureando Alfredo Pollini, giunto assieme a lui in Africa, che lo affiancò nella ricerca geologica e mineraria. 
Alberto e Alfredo lavorarono alla prospezione alluvionale della collina di Kapi ed alla riattivazione della miniera abbandonata di Tullu Kapi (Carta n. 2).


carta 2

Effettuarono la prospezione alluvionale del bacino del fiume Bir-Bir e dei suoi affluenti di sinistra presso Jubdo ed analoga esplorazione venne effettuata dalla colonna nel bacino imbrifero dei fiumi Uva e Kobara affluenti di destra del Bir-Bir. 
Nella zona dell’Alaltù Alberto Parodi effettuò lo scavo di circa 400 pozzetti ed esplorò l’altipiano di sinistra della valle del Didessa studiandone gli aspetti geologici (Foto 15, 16, 17, 18).


foto 15

foto 16

foto 17

foto 18
Il 15 ottobre 1939 venne richiamato alla scuola ufficiali di Addis Abeba per l’istruzione militare che, per varie ragioni di studio e lavorative, non aveva potuto completare (Foto 19).


foto 19

Pertanto dovette lasciare, non senza problemi per lui e la società mineraria, il servizio sul campo con la colonna n°4. Terminato il corso allievi ufficiali, venne richiamato in guerra come Sottotenente della artiglieria da montagna nella 140° batteria del LXX° Gruppo di Artiglieria Coloniale in forza alla 70ª Brigata (batterie 139ª e 140ª) (foto 20).


foto 20

Fece la campagna del Somaliland e nel marzo 1941 iniziò con la sua unità il ripiegamento, dapprima sull’Harar, poi nel Galla e Sidama, passando a sud di Addis Abeba. Ridotti all’osso dalle diserzioni delle truppe di colore (al Gruppo erano rimasti solo 70 uomini), dovettero arrendersi prima. 
Alberto venne catturato il 19 aprile 1941 a Dire Dawa e imprigionato ad Eldoret (Campo 356) in Kenya, (P.O.W. 9592), con i colleghi Alfredo Pollini, Mario Maschio, Pasquale Zugno e Giuseppe Puliga (Foto 21).


foto 21

Sembra che liberato dopo la fine della guerra dovette aspettare il rimpatrio in Italia, al porto di Mombasa, per circa un anno. Rientrato in patria alla fine del 1946 si sposò con la professoressa Eugenia Tamini (biologa della Università di Milano), sua fidanzata, che lo aveva aspettato.       
Nel 1947, a causa della crisi lavorativa dell’Italia del dopoguerra, decise di trasferirsi nuovamente in Perù dove divenne professore universitario all'Università San Agustín di Arequipa. 
Era specializzato in Geologia Strutturale e Vulcanologia e in questa università fu Direttore della scuola di Geologia. Anche la Moglie di Alberto insegnò nella stessa università nella cattedra di Anatomia Comparata e Microbiologia. La Repubblica Italiana conferì ad Alberto, in data 02 giugno 1965, con firme di Saragat e Moro l’Onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana (Doc. n. 4).


documento 4

Alberto Parodi era un buon alpinista; tra il 1955 ed il 1965 realizzò assieme ad alpinisti italiani (Piero Gillone e Mario Fantin), diverse ascensioni su almeno 20 vulcani sopra 5.800 m. s.l.m. In particolare studiò “El Misti”, vulcano di Arequipa, scrivendo diverse note scientifiche. 
Scrisse anche sull’osservatorio astronomico di Carmen Alto, raccontando che proprio in prigionia in Kenya, lesse un libro che parlava della scoperta, fatta proprio da quel sito dall’astronomo William Pikering nel 1898, di un nuovo satellite di Saturno (Phoebe). 
Da ultimo, quasi cieco, scrisse un lavoro sul lago Titicaca sulle cui rive (Puno) era nato. 
Fu consulente internazionale per diversi cantieri idroelettrici e rappresentante del Peru al Smithsonian Institute of Vulcanology, presentando molti progetti sull’energia geotermica, fino alla sua morte avvenuta nel 1999. 


Carbonia, marzo 2018

Dott. Geologo Aurelio Fadda
Via Cannas, 23
09013 Carbonia (CI)