martedì 20 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Seconda parte -


I giacimenti auriferi e platiniferi

Nelle regioni interessate dalle concessioni della S.A.P.I.E., si riteneva a ragione, potessero esservi racchiusi dei giacimenti minerari; di questi, l’unico interamente noto e sfruttato in scala semi industriale “sin dal tempo del governo negussita” era quello platinifero di Jubdo, giacimento eluviale (lateriti), sfruttato col sistema del “Ground sluicing” ed arricchimento finale dei concentrati alla batea (Foto 4, 4b e 5).

foto 4

foto 4b

foto 5

Malgrado i diversi tentativi fatti da italiani e stranieri nelle regioni di Neggio, del Baro e del Birbir, non aveva potuto affermarsi nessuna coltivazione aurifera organizzata, né nelle alluvioni né nei giacimenti primari. 
Del tutto trascurati in quegli anni, erano i giacimenti di altri minerali. Mentre il platino appariva legato alla sola regione di Jubdo, si riscontrò una importante disseminazione d’oro alluvionale in tutta la regione; disseminazione già nota agli indigeni e da essi primitivamente sfruttata fin dai tempi più remoti, come provato dal ritrovamento di utensili e pietre lavorate, fatte nel corso delle ricerche, sotto il mantello alluvionale recente ad una profondità di 25-30 metri. Ovunque lo zoccolo cristallino era a nudo, liberato dalla copertura basaltica, si riscontrava la presenza dell’oro. Questa importante disseminazione nelle alluvioni, avrebbe potuto creare delle illusioni sulla possibilità di sfruttamento con mezzi meccanici ma, i tecnici di allora, capirono che la maggior parte delle zone aurifere avrebbero potuto essere sfruttate economicamente soltanto adottando sistemi molto vicini a quelli primitivi utilizzati dagli indigeni. Questi sistemi avrebbero dovuto esse debitamente perfezionati ed organizzati. 
In quegli anni, fu avanzata l’ipotesi di effettuare maggiori studi e ricerche sui giacimenti primari (affioramenti di quarzo) potenti 10-15 metri e lunghi anche qualche chilometro. Queste ulteriori ricerche prevedevano l’esecuzione di trincee, pozzi e sondaggi al fine di stabilire la reale loro potenzialità.
In ogni caso, dall’esame della documentazione dell’epoca, appare che l’interesse nazionale fosse quello di effettuare scoperte quanto mai rapide dando assoluta precedenza ai giacimenti presenti nelle alluvioni e svolgendo solo in fasi successive più complesse indagini sulle rocce madri.
Il piano di ricerche predisposto dalla S.A.P.I.E. fu condizionato dalle esigenze governative e dalla necessità di formare numerosi quadri tecnici nazionali, specializzati in ricerche aurifere, dei quali l’Italia sino a tale data difettava. In un primo tempo fu predisposto lo studio sistematico delle alluvioni e delle eluvioni e solo in una seconda fase, dopo aver acquisito una profonda conoscenza degli aspetti litologici e geominerari, formato il personale sul posto, inviati nuovi uomini e mezzi, iniziarono le ricerche in profondità sui filoni mineralizzati.
Il piano generale delle ricerche della S.A.P.I.E. fu dunque predisposto sulla scorta delle precedenti considerazioni, delle informazioni ottenute grazie alle ricognizioni preliminari e soprattutto, grazie ai dati raccolti durante la prima campagna di esplorazione effettuata dall’ottobre del 1936 all’aprile del 1937. 
Nel piano era previsto un periodo di intervento della durata di 5 anni. La necessità di giungere a rapidi risultati fece sì che, nella prima fase della durata di tre anni riservata alle ricerche nelle alluvioni aurifere, gli ingegneri e i tecnici minerari specializzati nel campo, operassero stabilendo volumi, tenori, condizioni di lavorazione ed individuando i mezzi più idonei da utilizzarsi per lo sfruttamento.
Nello stesso tempo venne eseguito l’inventario e lo studio dei filoni di quarzo a mezzo di lavori superficiali (trincee), campionature, analisi di laboratorio e delimitazioni topografiche. Alla seconda fase si sarebbe proceduto con maggior sicurezza, forti delle conoscenze acquisite, andando ad indagare in profondità nei giacimenti primari rivelatisi più promettenti.
Il programma prevedeva:

1938-1939: trasporto di uomini e materiali; prospezioni
1939-1940: lavori di ricerca mineraria
1941      : determinazione dei tenori medi e delle riserve di minerale sfruttabili industrialmente; costruzione di impianti pilota
1942-1943: ampliamento ed inizio di coltivazioni industriali

Nel quadro generale delle prospezioni, per quanto l’obiettivo principale fossero i giacimenti auriferi e platiniferi, venne presa in esame anche la investigazione di tutte le altre possibilità minerarie quali: lignite, mica, ferro, calcari da cemento, da calce e sorgenti termali; inoltre la ricerca venne estesa ai minerali di rame, stagno, molibdeno, pietre preziose e semi preziose etc.
La direzione generale delle ricerche era formata da un centro sul posto (provvisoriamente ubicato a Jubdo) e da un centro in Italia posti in stretto collegamento. Il centro sul posto aveva funzioni di comando, di rifornimento, di studio e di reclutamento del personale indigeno.
Il personale addetto a Jubdo era formato da un Ingegnere specialista, Direttore Generale delle prospezioni, da un Ingegnere aggiunto, da disegnatori (ufficio studi e rilievi), da meccanici addetti alle riparazioni e conservazione del materiale di prospezione e dal personale amministrativo strettamente indispensabile. Il Direttore Generale delle prospezioni aveva il compito di controllare sul posto i lavori di ciascuna colonna almeno una volta al mese.
Nel centro venne istituito un laboratorio attrezzato per eseguire le analisi chimiche per “via umida”; le analisi dell’oro per “via secca” con forni adatti; saggi di lavaggio dei minerali con macinazione ed amalgamazione; ricerche mineralogiche e petrografiche (Foto 6).

foto 6

Erano adibiti a questi lavori, un Capo laboratorio ed un aiuto chimico. In Italia, il centro di Roma che aveva sede presso l’amministrazione della società S.A.P.I.E., aveva la funzione di reclutamento del personale europeo e di acquisto dei materiali e degli strumenti necessari per le prospezioni e le coltivazioni. 
Essi venivano dettagliatamente informati due volte al mese sui lavori in corso mentre, l’istituto di Geologia della Regia Università di Milano, si occupava della consulenza scientifica ed elaborazione dei dati.

Le colonne di esplorazione

Da fonti varie, fra le quali pubblicazioni tecniche, documentazioni dell’epoca della ditta S.A.P.I.E. e dagli appunti di mio padre Angelo e di Alfredo Pollini, si evince che il personale componente le colonne di esplorazione era formato da europei ed indigeni ed a capo di ogni colonna vi era un ingegnere o geologo specialista in ricerche minerarie. 
Egli aveva a sua disposizione uno o due sotto capi colonna “bianchi” che lo coadiuvavano nei rilievi topografici e nella esecuzione delle prospezioni. Vi erano poi due sorveglianti, capi cantiere “bianchi”, forniti di esperienza mineraria e capaci di dirigere cantieri isolati. Il personale indigeno fisso era formato da uno o più interpreti, da due capi cantiere che sapessero leggere e scrivere l’amarico, da due capi operai pratici di lavaggi alla batea; da due capi operai minatori anch’essi pratici dei lavaggi di cui sopra; da quattro capi operai pratici nello scavare pozzi di ricerca; da un postino; da un maniscalco; da cinque conducenti; da un capo squadra e da alcuni armati Zabagnas (Foto 7).

foto 7

Ad ogni colonna erano assegnati da 15 a 30 muli da basto e da sella ed in totale l’effettivo fisso degli indigeni, di una colonna tipo, era di 35-45 uomini compresi i domestici dei bianchi. Gli operai per aprire le piste di prospezione, per lo scavo dei pozzi e trincee etc. venivano reclutati sul posto e potevano arrivare a 300 unità. Ogni colonna era fornita del materiale di accampamento necessario alla vita del personale lontano dalla base, del materiale di trasporto, degli attrezzi necessari alle ricerche, degli strumenti di precisione occorrenti per i rilievi topografici, del materiale d’ufficio e da disegno, del materiale sanitario e farmaceutico, delle munizioni e dei viveri di riserva. 
Grazie alle ricognizioni effettuate nel 1937, si era in possesso di carte e di itinerari in scala 1:200.000 che fungevano da supporto di base alle colonne e che venivano perfezionati man mano. Il centro di Jubdo provvedeva al reclutamento e formazione dei quadri indigeni di tutte le categorie, all’istruzione degli ascari e del personale ed inoltre, stabiliva la missione per ciascuna colonna. 
Il personale di esplorazione del primo semestre del 1938, arrivò a Jubdo, via Addis Abeba, il 17 dicembre del 1937-XVI. Vennero costituite 7 colonne di esplorazione; una missione di radioestesia (una sorta di ricerca di minerali analoga alla rabdomanzia); una missione geologica e costituito il Centro di Prospezione-Ispezione Generale. In questo primo semestre del 1938 furono percorsi 15.040 km e studiati dal punto di vista geologico, mineralogico, geografico ed economico 27.310 kmq. I chilometri di fiumi esplorati furono 766 e le piane alluvionali esplorate con pozzi e sondaggi furono di 12.483 ettari per un complessivo di 1.568 fra pozzi e sondaggi. Vennero eseguiti 102 diversi rilievi per creare la carta geologica e topografica ed inoltre, vennero rilevate due carte della concessione una al 100.000 ed una al 400.000. Le diverse colonne allestirono 275 accampamenti e tracciarono 435 km di piste in foresta e boscaglia per il lavoro di prospezione. Furono numerosi i campioni raccolti ed analizzati dalle colonne e dai chimici del laboratorio di Jubdo. 
A questa prima campagna di ricerca furono adibiti: 11 fra Ingegneri e Geologi, 7 prospettori minerari, 10 Capi cantiere, 1 Assistente di laboratorio ed 1 Amministrativo per un totale di 30 persone dei quali 25 assegnati alle colonne e 5 al centro ricerche. Vi erano inoltre 766 indigeni dei quali 14 adibiti al centro ricerche. 
Dato il periodo di occupazione italiana dell’A.O.I., non ancora consolidato del tutto e della presenza di popolazioni ostili, si ebbero attacchi e scontri a fuoco che causarono 8 morti (4 ascari e 4 minatori) e 6 feriti dei quali 2 gravi. I risultati in termini minerari ed economici furono di 3.086 kg di oro accertati e quelli di maggior rilievo si ebbero sul fiume Alaltù presso Neggio (già capoluogo dell’Uollega), sul fiume Sari e sul torrente Buba a sud di Jubdo. Inoltre vennero raccolti dati importanti anche su Platino, Lignite, Ferro, Miche e Calcari da cemento; il laboratorio di Jubdo si mostrò capace di effettuare analisi chimiche e mineralogiche su qualsiasi roccia o minerale della zona. Al fine di favorire, facilitare e stabilizzare la mano d’opera in prossimità dei cantieri minerari, vennero istituiti degli spacci per indigeni. 
Il programma per l’anno successivo 1939, prevedeva l’aumento del numero delle colonne d’esplorazione da tenere permanentemente sul terreno e di esplorare la zona del paese Sciangalla, fino ad allora inesplorato, tra Neggio e il fiume Didessa oltre alle zone della nuova concessione nel Beni Sciangul. 
La S.A.P.I.E., prima della interruzione delle ricerche e delle coltivazioni per lo scoppio della guerra, effettuò nell’Uollega, accurati lavori di ricerca nelle alluvioni del Birbir, Alaltù, Dilla ed in vari giacimenti eluviali nelle regioni di Neggio e Jubdo. 
Per queste ricerche furono impiegate sino a diciannove squadre di prospezione, arrivando a circa 40 tecnici nazionali e 1500-2000 indigeni. Per opera della stessa società vennero scoperti giacimenti di lignite e mineralizzazioni di molibdenite, sulla cui importanza non si ebbe il tempo per pronunciarsi. 
La consociata S.M.I.T. eseguì lavori di ricerca in profondità su giacimenti auriferi primari a Ondonok e nelle alluvioni dell’Esc. A tal fine, il 15 aprile del 1939, la S.M.I.T. firmò un contratto della durata di un anno con il “Cagnasmac” Zeno Mohammed di Ondonok. Tale contratto prevedeva la fornitura di 50 operai indigeni, da reintegrare tutti i mesi, al costo di 4 Talleri/uomo oltre a vitto e alloggio a carico della società.
Al Cagnasmac andava in compenso un tallero/mese per ciascun operaio fornito.
Questi lavori consistettero in 1163 m. di gallerie, 672 m. di discenderie e 380 m. di pozzetti. La società mineraria PRASSO, che aveva in concessione il giacimento platinifero del Birbir, agli inizi del 1939 ultimò l’impianto di una laveria per il trattamento del materiale di prima concentrazione proveniente dai cantieri.
Dalle lettere del Signor Gustavo Manca, Capo Ispettore a Neggio, tecnico minerario di valore che aveva lavorato in importanti miniere aurifere, salta fuori che la ricerca del famoso "oro di shangalla" risultava essere un grande bluff.  La cosa era apparsa evidente fin dai primi sondaggi effettuati dopo il suo arrivo, ma le relazioni in tal senso da lui inviate alla SAPIE, non erano gradite. 
La società voleva a tutti costi far credere che li ci fossero grandi giacimenti d'oro in modo che il governo stanziasse ingenti fondi per la ricerca e fossero così giustificate le notevoli spese di gestione.  
La SAPIE lo incalzava perché si costruisse una mega villa in modo da mostrare la disponibilità economica, cosa che Gustavo Manca non fece. Scriveva alla famiglia che l'unico oro che si riusciva a trovare era quello che indigeni provenienti dalla Somalia Britannica scambiavano con il sale, per cui i dirigenti della società si affrettavano a mandare grossi quantitativi di sale dall'Italia con l'ordine di accaparrarsi tutto l'oro possibile con lo scambio. Queste affermazioni, probabilmente non estensibili a tutte le aree esplorate, vengono confermate dal rapporto redatto in data 12/06/1940 dell’Ingegner Luigi Usoni, ispettore minerario sui lavori della consociata SMIT a Ondonok, Beni Sciangul (foto 8).

foto 8

Il rapporto venne inviato al Ministero dell’Africa Italiana che lo trasmise per conoscenza a Maurizio Rava, Presidente della società Italo Tedesca.   
L’Ispettore minerario Usoni descrive i lavori di ricerca effettuati al 31/05/1940 puntualizzando gli aspetti tecnicamente negativi, come la mancanza di idonee attrezzature e delle pompe per andare al di sotto del livello idrostatico; analizza le non corrette tecniche di campionamento ed analisi, i costi sproporzionati alla realtà del giacimento (6 milioni di Lire) e contesta apertamente la capacità tecnica e gestionale del direttore locale. Conclude ritenendo “grandemente esagerate” le manifestazioni minerarie e completamente smentite le “ottimistiche” previsioni su tonnellaggi e tenori a suo tempo formulate con “sorprendente ingenuità”. L’Ingegner Luigi Usoni conclude il suo rapporto proponendo il licenziamento del direttore in quanto oltre tutto colpevole di aver taciuto alla società le reali potenzialità del giacimento di Ondonok. 
Propone la netta riduzione del personale nazionale (28 persone per un costo di 1 milione/Lire annue) e suggerisce le azioni tecniche atte a rilanciare la ricerca e corretta valutazione del giacimento aurifero. 
Lo scoppio della II guerra mondiale impedì il completamento delle ricerche e la realizzazione di questi progetti.

- continua (2/4)