domenica 18 marzo 2018

La ricerca mineraria italiana in A.O.I. 1937-1941

Questo post è la sintesi di un libro
dal titolo "L'Africa di mio padre"
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare.

di Aurelio Fadda

- Prima parte -

I Geologi: Ardito Desio, Alberto Parodi e Alfredo Pollini in Etiopia 

Al termine della guerra d’Etiopia, le necessità imposte dalla autarchia all’Italia determinarono lo sviluppo della ricerca di risorse minerarie ed in particolare, riprese la ricerca e coltivazione nelle zone già conosciute o indiziate per la presenza di oro e platino.
Numerosi tecnici italiani vennero assunti dalla “Società Anonima Per Imprese Etiopiche” S.A.P.I.E. a partire dalla fine del 1937, per partecipare alla campagna di prospezioni e ricerche minerarie nel Uollega e Beni Sciangul in A.O.I. (con disponibilità ad essere posti in comando alle società consociate PRASSO e S.M.I.T.). La S.A.P.I.E. infatti era azionista di maggioranza delle altre due società: la Società Mineraria Italo-Tedesca (S.M.I.T.) e la Societè Minière des Concession Prasso en Abyssinie (PRASSO); insieme a loro operava nei centri minerari di Jubdo (Uollega) e di Ondonok (Beni Sciangul). 
La S.A.P.I.E aveva sede principale a Roma in Via XX settembre n. 5 e due uffici di rappresentanza in Etiopia rispettivamente: nella capitale Addis Abeba in Viale Regina Elena (poi in Corso V.E. III Re Imperatore n. 185) e nella cittadina di Decamerè sita nel Sud dell’Eritrea. 
A Jubdo la Società possedeva, con la consociata Prasso, una miniera aurifera e platinifera sedimentaria a cielo aperto; un “placer”, dove migliaia di operai di colore, coordinati dai “negradass” o capi operai, smuovevano la terra poi dilavata in appositi canali (slujces) da dove si recuperavano i preziosi metalli. 
Il villaggio (foto 1 e 2) era stato realizzato attorno alla concessione che il piemontese Alberto Prasso aveva ottenuto nel 1905 da Menelik. A lui si deve la scoperta dei ricchi giacimenti auriferi e platiniferi del Birbir e la fondazione con capitali francesi della “Societè Minière des Concessions Prasso en Abyssinie”. Caduto in disgrazia del fascismo, ed inviato al confino, venne estromesso dalle sue miniere in Etiopia e morì poverissimo a Merano il 27 dicembre del 1949. 
Jubdo è distante 538 km dalla capitale Addis Abeba ed è sito ad una altitudine di 1750 m. s.l.m.


foto 1

foto 2
Si trattava di un villaggio sperduto nell'altipiano seppure dotato di spaccio, posta, telegrafo e di un ambulatorio medico. Era abitato da circa 50 italiani e diverse migliaia di indigeni.  
Le costruzioni della “Societè Minière des Concessions PRASSO en Abyssinie” stavano in una ampia area recintata assieme alle capanne regolarmente allineate degli operai indigeni. 
Il materiale platinifero si presentava frammisto a terreno argilloso proveniente dalla decomposizione di una roccia assai rara, la Dunite serpentinizzata localmente chiamata “birbirite” (dal fiume Bir Bir), che contiene il platino con un tenore d medio di 0,34 grammi per tonnellata. 
I concentrati minerali di Jubdo contengono circa il 78% di platino e minori percentuali di altri metalli pregiati: oro, iridio, palladio, osmiridio e altri. 
Una cronaca dell’epoca: “l’oro e il platino nell’Impero Italiano” ci riferisce: “I Giacimenti hanno una estensione di settanta chilometri ma la zona attualmente sfruttata non supera i dieci. Lo sfruttamento minerario fu iniziato nel 1924 dalla “Societè Minier Des Concessions Prasso en Abyssinie” – Gruppo Italo-Francese che ottenne dal Negus, con un contributo di mezzo milione di lire annue, di esplorare la zona di Jubdo. Nel 1917 la società divenne prevalentemente Italiana e sotto la guida di capaci tecnici ebbe incrementi rapidi e cospicui con la produzione del platino decuplicata da 20 a 200 kg l’anno. Nel 1935 gli italiani abbandonarono Jubdo per l’inizio del conflitto e gli indigeni non seppero estrarre che 26 kg di Platino nell’intero 1936 contro i 280 estratti sotto la guida italiana”.
Dal libro di Ciro Poggiali si apprende che: “…era usanza degli indigeni recare il metallo (qualche grammo o frazione di grammo) nel fondo di una penna di falco tagliata così da formare un tubetto” …
Con una bilancia da farmacisti si pesava la preziosa polvere che era sempre mischiata ad un po' di limatura di ferro che veniva allontanata con l’uso di una calamita. 
Il giorno della consegna era la domenica ed il guadagno dei minatori era in media di tre - quattro talleri per settimana. Il settore minerario era strategico per l’autarchia nazionale anche se, in realtà, le conoscenze preliminari delle potenzialità dell’A.O.I.  non davano adito a grandi speranze. 
Fin dal 1936 fu istituito un Servizio minerario coloniale per procedere a una rapida esplorazione dell’Etiopia. L’AGIP organizzò una missione scientifica alla ricerca di giacimenti di idrocarburi ma i risultati, nonostante le numerose segnalazioni e le infinite leggende, furono assai deludenti. Nel 1940 l’AGIP si limitava a effettuare delle prospezioni nelle isole Dahlak in Mar Rosso, riprendendo delle vecchie ricerche. 
I settori più promettenti sembravano essere quelli dell’oro e del platino ma si riteneva che lo sfruttamento di questi giacimenti avesse senso solo nell’ottica dell’autarchia perché i costi di estrazione e di gestione erano superiori ai valori di mercato del minerale. 
Lo stato promosse alcune società deputate all’opera di studio e sfruttamento delle risorse minerarie dell’AOI. All’Azienda Miniere Aurifere dell’Africa Orientale (AMAO), fu affidata la riorganizzazione dei giacimenti eritrei, fino ad allora sfruttati con tecniche arcaiche da alcuni privati. 
La valorizzazione delle regioni occidentali dell’Etiopia fu affidata alla S.A.P.I.E. - PRASSO e alla Società Mineraria Italo-Tedesca (S.M.I.T), frutto dell’accordo tra i due governi per esercitare un permesso di ricerca concesso dal Negus a una compagnia del Reich prima della guerra. 
Il compito di intraprendere la prospezione di tutte le aree inesplorate dell’Etiopia fu affidato alla Compagnia mineraria etiopica (COMINA), costituita nel 1937 dalla Montecatini e da altre grandi imprese italiane, siderurgiche e meccaniche. I risultati ottenuti risultarono modesti. 
Nel 1940 la produzione complessiva dell’A.O.I. era  pari a 465 chili d’oro, di cui 387 in Eritrea e 78 nell’ovest etiopico. Più soddisfacente era la produzione di platino, pari a 119 chili nel 1940 (era pari a 200 nel 1934), a fronte di un fabbisogno nazionale di 300. 
La S.A.P.I.E. era titolare di due concessioni di ricerca e coltivazione mineraria situate nell’Ovest Etiopico; la prima nel Uollega si estendeva su una superficie di 36.000 kmq (pari ad una volta e mezzo la Sardegna), lungo le rive del fiume Birbir, dalle sorgenti sino alla confluenza con il Fiume Baro e lungo il Didessa da Cerrà, fino allo sbocco nel Nilo Azzurro. 
La seconda, di minore estensione, si trovava nel Beni Sciangul e si estendeva su di una superficie di 4.000 kmq. I principali fiumi dell’Ovest Etiopico attraversano le due concessioni: il Nilo Azzurro in due tratti per 85 e 40 km circa; il Didessa per 290 e per 40 km; il Baro per 120 km; il Dilla nel Uollega per 60 km; il Tumat nel Beni Sciangul per oltre 60 km. (Carta n. 1).


carta 1
Il Baro, navigabile sino a Gambela da giugno ad ottobre, durante la stagione delle piogge, costituiva una via di accesso alle concessioni.

L’esplorazione geomineraria – Ardito DESIO

In questo periodo di importanti esplorazioni geominerarie del territorio etiopico, il Professor Geologo Ardito Desio (Palmanova, 18 aprile 1897 - Roma, 12 dicembre 2001), esploratore e famoso geologo italiano, dal novembre 1937 al marzo 1938 si reca in Etiopia, tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, per svolgere ricerche minerarie con lo scopo di cercare oro e platino (Foto 3).


foto 3
La situazione dell’Etiopia a quel tempo era piuttosto difficile; le vie che collegavano i villaggi erano spesso percorse da predoni che assaltavano gli stranieri ed era perciò necessario che le spedizioni geologiche procedessero con scorta armata. 
Nel 1937 e 1938, dunque, si aprì una parentesi nell’avventura libica di Desio, grazie alla S.A.P.I.E., società specializzata nel campo della ricerca mineraria, che gli propose un viaggio nell’ovest dell’Etiopia. 
La collaborazione come consulente in campo geologico, con la qualifica di “Capo dei servizi geologico-minerari “, divenne stabile per alcuni anni (il contratto da lui firmato il 29/10/1937 ne prevedeva tre) ma, per i numerosi impegni del Professore, era discontinua (soprattutto a causa della attività universitaria). 
La S.A.P.I.E. avrebbe certamente desiderato accaparrassi la collaborazione stabile di Ardito Desio e pertanto, d’accordo con l’interessato, tentò il passaggio dal Ministero della Educazione Nazionale a quello dell’Africa Italiana; l’operazione non fu possibile e la notizia venne comunicata a Desio con lettera del 08/12/1937, a firma di Antonio Marescalchi, Consigliere Direttore della società (Doc. n.1).


documento 1
Desio effettuò due missioni geologico - minerarie nell’Ovest Etiopico (Uollega e Beni Shangul) fra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, ove trovò giacimenti di oro, molibdenite e mica. La prima avvenne tra la fine del 1937 e il 1938; fu una spedizione avventurosa in cui ci furono anche delle vittime (due dei cinque Italiani) a causa di scontri a fuoco con gli “sciftà”, gli uomini della resistenza etiopica. 
La vita di Desio venne salvata da uno strumento di lavoro, il contenitore delle carte geografiche, che fermò la pallottola a lui destinata. In una lettera del 2 novembre del 1937, indirizzata al Commendator Marescalchi, egli si dice pronto a partire per l’Etiopia ed in attesa dei visti sul passaporto e dei permessi ministeriali. 
In essa accenna ai suoi due discepoli il Dott. Parodi ed il Sig. Pollini (al momento ancora laureando), che avrebbero portato in nave parte del suo bagaglio ed attrezzature. 
In questa prima fase Desio si occupa anche di formare una biblioteca scientifica con l’acquisto di libri geologici e minerari da far giungere al centro minerario di Jubdo “cosa assai desiderata dal personale di sede e dintorni” come scrive il 13 maggio del 1938 alla Direzione S.A.P.I.E. di Roma. 
Dai carteggi del periodo si evince che la S.A.P.I.E. appare un po' delusa dalla scarsa disponibilità del professore e lamenta le maggiori spese ed incertezze che si sarebbero determinate con la sua assenza dalle zone in esplorazione. La società ricorda di sovente al Professore di cercare nominativi di tecnici con esperienza per ruoli direttivi; Desio risponde dicendo di aver cercato invano ingegneri minerari e facendo i nomi di due periti minerari con esperienza: Rodolfo Costa di Agordo e Antonio Bressan di Gosaldo.
Desio, con molte titubanze e difficoltà certamente dovute anche ai fatti accaduti nella precedente missione (ben lamentate e sottolineate dalla corrispondenza con S.A.P.I.E.), torna in Etiopia l’anno successivo nel gennaio 1939, per continuare il rilievo geologico e fare indagini sui filoni di quarzo che possono contenere oro. Una lettera a lui indirizzata a Jubdo dall’Ufficio di Rappresentanza della S.A.P.I.E., il 25/02/1939, ci dice che il Professor Desio si trovava in quella data nella località mineraria e stava per ripartire in aereo alla volta di Addis Abeba il 27 mattina.
La missione in Etiopia si sarebbe dovuta concludere con una terza spedizione l’anno successivo ma lo scoppio della guerra pose fine alle ricerche, ed al rapporto di consulenza con Desio, come attesta una lettera a lui indirizzata il 27 giugno 1940 (Doc. n. 2), sempre a firma del Consigliere Direttore il Gr. Uff. Comm. Antonio Marescalchi.


documento 2

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