lunedì 16 ottobre 2017

Tulu Kapi: storia di una miniera d’oro “italiana” in Etiopia

di Fabio Granitzio


(Questo post è la sintesi di un lavoro omonimo
pubblicato nel bollettino dell’Associazione Mineraria Sarda,
che l'Autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare).

Il sito di Tulu Kapi, Wallega, in Etiopia occidentale, ha una lunga storia di estrazione di metalli preziosi, dalla preistoria ad oggi. Una mineralizzazione di oro di modeste dimensioni venne individuata all'inizio degli anni '30 e una società italiana, la SAPIE, ha eseguito scavi a scala semi-industriale nella dorsale di Tulu Kapi per seguire le vene di quarzo aurifero. Il giacimento d’oro di Tulu Kapi è stato estesamente scavato e l'area circostante è stata esplorata da diverse società fino al 1980. Nel 2013 il progetto di scavo è stato acquisito dalla Kefi Minerals Plc, completando uno studio di fattibilità e uno studio minerario. Di seguito viene riassunto la storia della scoperta di Tulu Kapi intrecciata con quella dei prospettori e dei minatori italiani che lavorarono in questa regione dell'Etiopia occidentale.

Tulu Kapi: prime notizie

L’oro è stato ricercato ed estratto nello scudo Arabo-Nubiano (Arabian-Nubian Shield o ANS) per almeno 6000 anni, da centinaia di miniere antiche (Johnson et al., 2011; Klemm et al. 2001; Prasso 1939). A partire dal 3000 a.C. i Faraoni definivano l’Etiopia settentrionale come la Terra di Punt, ricca in risorse preziose come oro, mirra e avorio (Klemm et al., 2001). Non deve quindi stupire se agli inizi del secolo XX questi settori dell’Africa orientale furono al centro di una autentica febbre dell’oro (Maiocchi, 2015; Zaccaria, 2005). Già agli inizi del secolo in Egitto e Sudan erano all’opera numerose compagnie minerarie, mentre in Etiopia nel 1901 si era formata, con un capitale di un milione di franchi, la società Mines d’or du Wallaga con sede ad Anversa e regolarmente quotata in borsa (Zaccaria, 2005).
Da lungo tempo il Wallega (fig. 1) era considerato il paese più ricco in oro dell’Etiopia (Usoni,1952): informazioni a riguardo si trovano nelle pubblicazioni di Cuménge e Robellaz (1898), Citerni e Vannutelli (1899) e Vannutelli (1903).


Fig. 1 - Giacimenti auriferi nella regione del Wallega, Oromia, Etiopia Occidentale (Usoni, 1952).
Le prime fasi di sfruttamento a Tulu Kapi non sono documentate in modo appropriato: Tulu Kapi e Yubdo erano placer attivamente coltivati da lungo tempo per oro e in seguito per platino (Molly, 1959). Nel 1938 A. Pollini, nella sua tesi su Tulu Kapi, cita la presenza di scavi e importanti modifiche della topografia valliva, dovute alle attività di estrazione dell’oro, anche di notevoli proporzioni, attribuite genericamente agli ‘Egiziani’.
E’ quindi da dare per scontato che lo sfruttamento indigeno a Tulu Kapi preceda di molto le fasi di estrazione semi-industriale. È ugualmente probabile che i prospettori italiani abbiano raggiunto queste zone a seguito di indicazioni fornite da missionari nei primi anni del 900. Durante la sua spedizione esplorativa in Etiopia per conto della società Mines d’or du Wallaga nel 1904, il cremasco Arrigo Fadini, non cita mai Tulu Kapi nei suoi accurati diari, e si limita a descrivere le miniere presso Nejo (presumibilmente i giacimenti di Kata), localizzate circa 50 km a nord di Tulu Kapi (Coti Zelati, 2014).
Più recentemente Tulu Kapi è stato menzionato da Danilo Jelenc nel suo libro Mineral Occurrences of Ethiopia del 1966. L’Autore cita la presenza di coltivazioni aurifere a piccola scala in numerosi siti sulla collina di Tulu Kapi (e attorno a essa), attribuendoli alla società italiana SAPIE, che li eseguì nel 1939.

La SAPIE (Società Anonima per Imprese Etiopiche)

Nel 1935, l’Italia fascista invase il Regno d’Etiopia, dando inizio a una guerra che si protrasse per vari mesi e che si concluse con l’annessione del paese all’Impero Coloniale Italiano, all’interno del quale rimase fino alla resa delle ultime guarnigioni Italiane a Gondar nel Novembre del 1941. Fin dal 1936 fu istituito un Servizio Minerario Coloniale (SMC) per procedere a una rapida esplorazione dell’Etiopia.
Il settore minerario era infatti strategico per l’autarchia nazionale, anche se in realtà le conoscenze preliminari delle potenzialità dell’Africa Orientale Italiana non davano adito a grandi speranze (Gagliardi, 2016). L’Ispettorato e i vari uffici dell’SMC avevano un proprio corpo di tecnici minerari e ingegneri. Il programma di sfruttamento mirava a un duplice obiettivo: nel breve periodo, valorizzare ciò che già si conosceva, promuovendo uno studio approfondito dei pochi giacimenti noti e riorganizzando le miniere attive; più a lungo termine, avviare la prospezione di tutti gli altri territori dell’Etiopia, delle cui disponibilità minerarie si sapeva poco. Si trattava di un programma di non facile realizzazione, perché richiedeva abbondanti mezzi tecnici e finanziari, prometteva guadagni molto differiti nel tempo e comportava grossi rischi, anche causa dell’instabilità politica della colonia. Il programma prevedeva la realizzazione di un ampio inventario di materie prime potenzialmente utili all’Impero, anche se i settori più promettenti sembravano essere quelli dell’oro e del platino.
A tale scopo lo Stato promosse alcune società deputate all’opera di studio e sfruttamento delle risorse minerarie dell’Africa Orientale Italiana. La valorizzazione delle regioni occidentali dell’Etiopia fu affidata alla SAPIE - PRASSO e alla Società Mineraria Italo-Tedesca (SMIT), frutto dell’accordo tra i due governi per esercitare un permesso di ricerca concesso dal Negus a una compagnia del Reich prima della guerra (Podestà, 2009).
L’infrastruttura operativa della SAPIE aveva una chiara impostazione di stampo militare: i gruppi di prospezione, chiamati colonne, facevano riferimento alla direzione generale delle ricerche, con uffici presso Yubdo, ed erano coordinati da un ingegnere specialista. Sempre presso Yubdo si trovava il laboratorio per le analisi dei campioni raccolti nelle diverse fasi di prospezione. Ogni colonna, formata da circa 35/40 uomini sia italiani che indigeni (SAPIE,1938), scortata da Ascari, si occupava di esplorare un distretto specifico (fig. 2). La SAPIE operò dal 1938 al 1941, percorrendo un totale di circa 30.000 km, esplorando i depositi alluvionali distribuiti lungo circa 3.000 km di corsi d’acqua, scavando oltre 5.500 pozzetti di prospezione ed effettuando lo studio preliminare o sistematico di oltre 30.000 ha di piane alluvionali e eluviali. Furono inoltre iniziate coltivazioni in alcune delle aree risultate più interessanti, scavando tra l’altro oltre 100 km di canali per portare l’acqua ai vari cantieri (Usoni, 1952).


Figura 2 - La mappa illustra la dislocazione delle Colonne di Esplorazione Geomineraria della SAPIE in Etiopia occidentale. Da “Giacimenti Auriferi nell’Uollega e nel Beni Sciangul (SAPIE, 1938). In uno dei passaggi del libro si legge: “Durante le stagioni delle piogge, le colonne di ricerca, ridotte a otto, dislocate: due presso il centro minerario (platinifero) di Yubdo per l’elaborazione dei risultati ottenuti e completamento degli studi di carattere geologico e mineralogico, e le altre sei a Cata, Gordoma, Tullu Capi-Gulissó (Tulu Kapi), Uabera e Burè, per la continuazione dei lavori di ricerca e l’organizzazione di coltivazioni a tipo semi-industriale e a tipo indigeno, sotto la direzione ed il controllo dei tecnici SAPIE, e della raccolta dell’oro prodotto dalle coltivazioni ‘familiari’ indigene”.
Nella zona di Tulu Kapi nel gennaio 1938 era attiva la colonna n. 4, il cui Capo Colonna era il geologo Alberto Parodi (fig. 3). Il suo compito era effettuare prospezioni alluvionali presso la collina di Kapi (e presso Ankori, circa 2 km a est, Komto, Yaven, Buneya) e riattivare la “locale miniera abbandonata”. Come riportato in precedenza, in quest’area fece la sua tesi di laurea il geologo Alfredo Pollini, che come Parodi era un discepolo di Ardito Desio . Laureatosi, Pollini divenne in seguito Capo della Colonna n. 16 (Fadda, 2017).






Figura 3 - Un gruppo di foto scattate nel 1938 dai geologi A. Pollini e A. Parodi,
quest’ultimo Capo Colonna della SAPIE a Tulu Kapi.
Le attività della SAPIE presso Tulu Kapi furono focalizzate soprattutto allo sfruttamento del “placer aurifero”. I cantieri principali furono quelli di Kapi, Ankori e Tullu Guduma. Il lavaggio delle alluvioni e del saprolite fu possibile anche grazie alla costruzione di una apposita canalizzazione di lunghezza pari a circa 29 km, denominati canali “Ancori Alto”, “Ancori Basso” e “Facaccia” (Usoni, 1952).
Per raggiungere uno dei corpi quarziferi principali, a giacitura verticale, furono realizzati anche pozzetti esplorativi e almeno una galleria traverso-banco. Gli scavi e la galleria, anche se parzialmente occupati e nascosti dalla vegetazione tropicale, sono tuttora identificabili nella zona sud di Tulu Kapi (fig. ).



Figura 4 - In alto: stralcio dal libro Mineral Occurrences of Ethiopia, riguardante Tulu Kapi. Nel 1939 la SAPIE riportava riserve per 791.000 mc con tenore d’oro pari a 0.9 g/mc, equivalenti a 712 kg di oro “libero” (alluvionale o presumibilmente contenuto nel Saprolite, e 156.000 mc con 2,83 g/mc, equivalenti a 443 kg d’oro nella mineralizzazione primaria.
In basso: l’imbocco della galleria menzionata da Jelenc, resa nuovamente accessibile grazie ai recenti lavori di prospezione.
Nel 1940 la produzione complessiva dell’Africa Orientale Italiana era pari a 465 kg d’oro, di cui 387 in Eritrea e 78 nell’ovest etiopico. Mussolini, che seguiva attentamente i progressi del settore minerario era apparentemente compiaciuto dei risultati ottenuti e riteneva possibile e raggiungere una produzione complessiva di 1000 kg d’oro annui.
Ma i risultati ottenuti furono in realtà’ modesti (Podestà, 2009). Le iniziative di sfruttamento minerario fecero registrare costi di produzione elevati, a causa della remunerazione della manodopera locale, più alta di quella delle zone confinanti, come lo Yemen e il Sudan, del costo elevato dei trasporti, dei combustibili e dell’energia elettrica, della necessità di pagare i diritti il transito attraverso il canale di Suez per il trasporto in Italia. Oltre a essere scarso nelle dimensioni, l’approvvigionamento di materie prime risultò quindi anche poco conveniente e talvolta meno competitivo degli acquisti sui mercati esteri (Gagliardi, 2016). 
A partire dal 1941, in conseguenza di questa situazione e della dichiarazione di guerra, l’attività della SAPIE, e lo sfruttamento italiano di Tulu Kapi, si interruppero. Non vi sono notizie di uno sfruttamento minerario da parte dei liberatori inglesi, mentre è presumibile che l’estrazione dell’oro con metodi artigianali sia continuata indisturbata da parte della popolazione locale.

Conclusioni

La storia della “scoperta” del giacimento aurifero Tulu Kapi è il risultato di diverse fasi di esplorazione, avvenute durante un lungo periodo di tempo. Lo Scudo precambrico Nubiano è noto per ospitare migliaia di manifestazioni aurifere, sfruttate già nell’antichità: questo ha suscitato l’interesse dei primi prospettori italiani. L’alternarsi di conflitti mondiali e locali, in combinazione con fattori economici, ha ritardato la definizione delle riserve aurifere. La lunga storia della "scoperta" ha coinvolto almeno sette entità; SAPIE, UNDP, GSE, Gamma Tan, Minerva, Nyota e Kefi. A distanza di oltre 80 anni dalle prime attività di estrazione gestite dalla SAPIE, la società inglese Kefi Minerals è pronta a avviare su scala industriale e moderna la coltivazione del giacimento. Così come nel passato, i tecnici italiani o italo-australiani, che attualmente agiscono per la società inglese ricoprono un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo giacimento.

Figura 5 - In alto: scavi minerari presso il “Monte Kappy” (presumibilmente Tulu Kapi). Da Prasso 1939, ripreso da G. Civinini. 1936: “Sotto le piogge equatoriali, Jubdo, riva destra del Bibir 1º Giugno”.
In basso: cercatori d’oro locali a Tulu Kapi.


Figura 6 - Nella zona di Tulu Kapi il cantiere meglio rifornito d’acqua era quello di Ankori, caratterizzato da eluvioni particolarmente potenti, ma tenori d’oro molto variabili (in genere fra 0.1 e 0.25 gr/m2). Ciononostante ad Ankori si rinvennero nel 1938 alcune grosse pepite, per un peso complessivo di 5 kg, fra cui una pepita di oltre 1,5 kg (Usoni, tav.I, 1952)
Figura 7 - Esecuzione di perforazione tramite utilizzo del cosiddetto “Banca Drill”, finalizzata al raggiungimento della mineralizzazione primaria (vena di quarzo aurifero), durante le campagne di esplorazione SAPIE in Etiopia (SAPIE, 1938).

Figura 8 - Carta geologica schematica della regione di Tulu Kapi (da Pollini, 1938).

Bibliografia citata nel testo

  • Citerni C., Vannutelli L., 1899: L’Omo. Seconda Spedizione Bòttego. Viaggio di esplorazione nell’Africa Orientale. Hoepli, Milano
  • Coti Zelati E., 2014: Un Cremasco alla ricerca dell’oro: Arrigo fadini e i suoi appunti di viaggio da Crema al Wallaga (28 gennaio–17 giugno 1904). Rivista del Museo Civico di Crema. Ed. Insula Fulcheria, pp.178–193.
  • Cuménge E., Robellaz F, 1898: L’or dans la nature. Parigi, Vicq et Dunot.
  • Fadda A., 2017:  L’Africa di Mio Padre. 10 anni di lavoro, guerra e prigionìa fra Africa e India, 1936-1949.
  • Gagliardi A. 2016: La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista. "Storicamente", 12 (2016), no. 3. DOI: 10.12977/stor619 (http://dx.doi.org/10.12977/stor619)
  • Johnson P.R., Andresen A., Collins A.S., Fowler A.R., Fritz H., Ghebreab W., Kusky T., Stern R.J., 2011: Late Cryogenian–Ediacaran history of the Arabian–Nubian Shield: A review of depositional, plutonic, structural, and tectonic events in the closing stages of the northern East African Orogen. Journal of African Earth Sciences.
  • Klemm, D., Klemm, R., Murr, A., 2001: Gold of the Pharaohs – 6000 years of gold mining in Egypt and Nubia. Journal of African Earth Sciences 33, 643–659.
  • Maiocchi R., 2015: Italian Scientists amd the war in Ethiopia. Rendiconti Accademia Nazionale delle Scienze, Memorie di Scienze fisiche e Naturali, Vol XXXIX, Parte II, Tomo I, pp. 127-146.
  • Molly E.W, 1959: Platinum deposits of Ethiopia. Vol. 54, 1959, pp. 467-477.
  • Podestà G.L., 2009: Da coloni a imprenditori. Economia e società in Africa Orientale Italiana. Da “Imprenditorialità e sviluppo economico. Il caso Italiano. (Secc. XIII-XX)”.  Amatori F., Colli A.. EGEA Milano, pp.1069–11094
  • Prasso A, 1939: Raccolta di scritti e documenti relativi ad Alberto Prasso e alle sue scoperte di giacimenti minerari nell’ovest etiopico. Industrie Grafiche Abete, 5 Febbraio XVII.  
  • Usoni L., 1952: Risorse minerarie dell’Africa Orientale: ufficio studi del Ministero dell’Africa Italiana. Jandi Sapi Editori, Roma.
  • Vannutelli L., 1903: L’Uòllega e l’industria mineraria. Bollettino della Società Geografica Italiana, Vol. XXXVII, Roma.
  • Zaccaria M., 2005: L’oro dell’Eritrea, 1897-1914. Africa, LX, 1, pp.65-110