domenica 16 aprile 2017

Montagna e letteratura. Francesco Petrarca, “L'ascesa al Mont Ventoux”

di Marco Pantaloni
Giusto di Gand, Francesco Petrarca,
XV secolo,
Galleria Nazionale delle Marche,
Urbino.


Francesco Petrarca (Arezzo, 1304 – Arquà, 1374) è universalmente riconosciuto come uno dei principali autori della letteratura italiana, soprattutto grazie al Canzoniere, considerato modello di eccellenza stilistica.
Nato ad Arezzo, dove la famiglia era stata esiliata da Firenze a causa di problemi politici del padre, fu costretto a trascorrere l’infanzia in diversi luoghi della Toscana (Arezzo, Incisa, Pisa). Nel 1312 Petrarca si trasferì a Carpentras, vicino Avignone. Restò a Carpentras fino all'autunno del 1316, quando Francesco, il fratello Gherardo e l'amico Guido Sette furono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier.

Del suo soggiorno a Carpentras, Francesco Petrarca ci lascia alcuni scritti, e in particolare una lettera conosciuta come “Ascesa al Monte Ventoso”.
La lettera, scritta in latino, è raccolta nelle Familiares, e narra l'ascesa del Mont Ventoux compiuta dal poeta e dal fratello Gherardo tra il 24 e il 26 aprile 1336. Il documento è indirizzato all'amico Dionigi di Borgo San Sepolcro, frate agostiniano che aveva regalato a Petrarca una copia delle Confessioni di Sant'Agostino, opera che influenzò molto il poeta.
Durante l’ascensione, si rivelò il diverso temperamento dei due fratelli: Francesco cercava di trovare scorciatoie, deviando dalla via principale, mentre Gherardo proseguiva diretto verso la cima. Una volta giunti in vetta, Francesco meditò sulla vita che aveva condotto nei dieci anni passati dopo aver lasciato Bologna, avvertendone la vanità ed esprimendo quindi la volontà di cambiare regime. Dopo queste considerazioni, aprì a caso le Confessioni agostiniane che gli aveva donato Dionigi di Borgo San Sepolcro, e lesse la frase:
"Et eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et occeani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos"
(E gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti e i vasti flutti del mare e gli ampi letti dei fiumi e l'immensità dell'oceano e il corso delle stelle, e trascurano se stessi).
Questa lettera testimonia l’immagine del poeta: un intellettuale che si muove tra le spinte delle passioni umane e delle aspirazioni sublimi, consapevole delle proprie debolezze ma anche in grado di elevarle trasformandole in opere letterarie.

Il Mont Ventoux è un massiccio montuoso della Provenza, alto 1.912 m s.l.m. I francesi lo chiamano il "Gigante della Provenza" o anche "Monte Calvo"; si trova a circa 20 km a NE di Carpentras, e appare isolato e lontano dalle altre cime della regione provenzale. La cima del Mont Ventoux, oggi, è raggiungibile in auto, ma nel 1300 salire in vetta non era assolutamente facile. Nella lettera a Dionigi, Petrarca racconta la fatica dell’ascensione e le riflessioni filosofiche e teologiche che il cammino gli suscita. Con questo testo l'andare in montagna diventa fatto letterario.

“L’ascesa al Monte Ventoso” - Francesco Petrarca
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall'infanzia e questo monte, che a bell'agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa».Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani.Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana.


Mont Ventoux
(Di BlueBreezeWiki - Opera propria, CC BY-SA 3.0,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36765218
Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. [...]C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non fosse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell'aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d’attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l’Athos e l’Olimpo nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto ed udito di essi. Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma rompendone, come dicono, le rocce con l’aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. [...]
Il Mont Ventoux visto dalle Gorges de la Nesque

Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi. […]Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa […]Tra questi ondeggianti sentimenti del mio cuore, senza accorgermi del sassoso sentiero, nel profondo della notte tornai alla capanna da cui m’ero mosso all’alba, e il chiarore della luna piena ci era di dolce conforto, nel cammino.
(Malaucena, 26 aprile 1336)



Più prosaicamente, oggi il Mont Ventoux costituisce una delle tappe più suggestive del Tour de France, che spesso propone l'ascensione di questa cima, celebre per le sue difficoltà tecniche dovute alla lunghezza di 15 km e alla pendenza della salita (media 7,7 % fino al 20% max).


Il memorabile il duello Lance – Pantani del 2000,
per la conquista della vetta.
I ciclisti salirono per la prima volta sul Ventoux nel 1951. Tra coloro che si sono fatti onore su questa salita ricordiamo Charly Gaul (1958), Raymond Poulidor (1965), Eddy Merckx (1970), Bernard Thévenet (1972), Eros Poli (1994), Marco Pantani (2000), Richard Virenque (2002) e Chris Froome (2013).
Nel 1967, il ciclista britannico Tommy Simpson morì sulla salita, a circa 2 km dalla vetta, per un arresto cardio-circolatorio causato dall'estrema fatica, da disidratazione e da sostanze dopanti assunte poco prima. Una piccola lapide a bordo strada lo ricorda.

Per saperne di più:
http://books.google.it/books?id=vM5LAAAAMAAJ&pg=PA481&dq=Lettere+di+Francesco+Petrarca+ascesa+al+Mont+Ventoux&hl=it&ei=B6tnTq-qN83vsga8qszXCg&sa=X&oi=book_result&ct=result&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false