venerdì 19 giugno 2015

Sic transit gloria fungi glacialis!

I funghi di ghiaccio descritti da Federico Sacco:
un incontro tra geologia, poesia e ironia

di Fabiana Console
“Percorrendo i nostri ghiacciai alpini talora incontriamo certi curiosi blocchi rocciosi un po’ più elevati […] con una specie di gambo di ghiaccio che li sostiene e solleva […] ; sono uno dei più paurosi spettacoli che offrono le regioni alpine specialmente nelle loro parti più dirupate”.
Così ci descrive nel 1928 Federico Sacco, con la sua ben nota capacità espositiva-divulgativa, i funghi di ghiaccio.
Altro non sono, continua, che
“il prodotto del continuo sgretolamento della montagna compiuto dal gelo e dal disgelo che origina una infinita produzione di materiale”
che disgregandosi dà vita a minuscoli frammenti oppure  a giganteschi massi. Tale materiale, può scendere invece a valle per gravità o perché
“trascinato dalle acque superficiali” e diventa piano piano “ciottolo, ghiaia, sabbia ed infine fanghiglia”.

Ma quando ciò avviene in alta montagna il materiale “di sfacelo” caduto sul ghiacciaio protegge “abbastanza bene” la sottostante massa glaciale contro l’ablazione prodotta sia dai raggi solari che dalla ablazione pluviale. Durante il periodo estivo, quindi, le zone glaciali si “conservano meglio” rispetto a quelle vicine “mancanti di “tale ammanto protettivo”.



Sacco ci restituisce una descrizione quasi antropomorfa del masso ghiacciato che si stacca dalla sua parete originaria in alta montagna “sia che scorra strisciando dal pendio nevoso o glaciale” sia che precipiti giù rotolando con moto accelerato finisce quasi sempre per cadere sul ghiacciaio “dove si adagia sperando di riposare”.
Ma qui si sbaglia!
Perché inizia il suo lungo viaggio “lento e comodo” sul dorso della fiumana glaciale su cui sembra quasi “galleggiare”.
Perfetto il parallelismo geologico-poetico che Sacco ci offre parafrasando le parole della famosa strofa del Natale di Alessandro Manzoni:

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all'impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;
Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica

Solo che invece che giacere immobile là dove cadde questo pezzo di roccia con la sua superficie glaciale subisce durante le ore del giorno – sia in inverno che in estate- una “fusione” da parte dei raggi solari più o meno rapida in base alla temperatura raggiunta.
Il ghiaccio che sottostà alla placca rocciosa rimanendo protetto dai raggi del sole, soprattutto in estate, emerge dal circostante piano glaciale e si fa sostenere da un gambo ghiacciato che la fa assomigliare a un fungo.
Se il blocco è largo e lastroide l’effetto a fungo sarà ancora più visibile ; l’inclinazione della placca sovrastante il gambo invece verso sud è dovuto all’azione del sole dal lato di mezzogiorno. Il sole fonde la placca che si inclina “così che tutta la fungaia assume la figura di una compagnia di buontemponi un po’ alticci col cappello sulle ventiquattro”.


E tale forma pendente aiuta spesso gli alpinisti, di dantesca memoria, sui monti di notte o in condizioni atmosferiche avverse che la retta via era smarrita. Il Fungo si rivela così agli occhi dell’alpinista stanco e smarrito come uno sherpa esperto che è gratuito, “non beve e non parla”.
Ma come è noto “come tutto in questo mondo” ha un ciclo vitale e la loro inclinazione esasperata verso sud dalle alte temperature segna, inesorabilmente, la loro fine perché il gambo si inclina e la placca scivola via ricominciando il suo cammino verso la valle.
Così a poco a poco “come nelle vicende umane” tra alti e bassi così il nostro masso è giunto o all'estremo bordo laterale delle fiumane glaciali e scaricato come blocco isolato costituisce un Masso erratico oppure semplicemente come tanti altri forma un elemento di morena.
Così termina la gloriosa carriera un Fungo di ghiaccio che per anni è servito non solo come orientamento a geologi ed alpinisti ma anche a “proteggere loro contro il sole, la pioggia e le nevicate”.



Ma giunto a valle, il masso, raggiunge pace perpetua? Certo che no perché viene disturbata dal
“cavatore di materiale che per costruzione o dalla spaccapietre per pietrisco stradale” ma soprattutto da “qualche noioso geologo che vuol sapere donde vengono, perché, quando e come seccando, uomini e sassi come fa appunto …… Federico Sacco”.

Bibliografia
Sacco Federico, I funghi di ghiaccio. Estratto dalla Rassegna Mensile Unione Ligure Escursionisti. N° 4. Aprile 1928, Genova, 1928