venerdì 14 novembre 2014

Alfonso Vinci (1915-1992): geologo, filosofo, alpinista, esploratore

di Andrea Bollati

Alfonso Vinci esplorò montagne e pareti mai salite in Italia e in Sud America, raggiunse remote aree dell'Amazzonia e trovò il giacimento di diamanti più importante del Venezuela; durante le spedizioni entrò in contatto con popolazioni che non avevano mai visto gli "uomini di barba". Dei suoi viaggi ed esplorazioni scrisse diversi magnifici libri.

Alfonso Vinci è nato nel dicembre del 1915 a Pilasco, in Valtellina, e per diversi anni abitò a Como, dove la famiglia si trasferì quando il padre siciliano (Calogero Vinci) avviò un’attività come elettricista.

Gli studi e l’attività alpinistica
Conseguita la maturità classica, nel 1933 Alfonso Vinci si trasferì a Milano dove si iscrisse alla facoltà di Lettere, dove studiò Filosofia. Si iscrisse poi alla facoltà di Scienze Naturali e si laureò con la specializzazione in Geologia nel 1940.
Durante gli anni universitari fu molto intensa la sua l’attività alpinistica e fu allievo di Riccardo Cassin, uno dei più forti alpinisti del ‘900 (che lo ricordava così: "Era il migliore de quii de Com, aveva determinazione e una forza fisica non comune…..” ). Nel 1934 Vinci era già capocordata e ripeteva, con i suoi compagni, le più difficili arrampicate della Grignetta (montagna lombarda e palestra di arrampicata di famosi alpinisti come Emilio Comici, Riccardo Cassin, Walter Bonatti,  ecc.) e quando gli era possibile si recava in Val Màsino e sulle Dolomiti, specialmente in Civetta dove salì, la Via Solleder alla Nord-Ovest e la Tissi alla Torre Trieste.
Nel 1937 fu chiamato nell'esercito e frequentò come allievo ufficiale la Scuola militare di alpinismo di Aosta. Poi continuò gli studi universitari e l’attività alpinistica. Le vie più importanti aperte nelle Alpi furono realizzate dal 1936 al 1939, poi la sua attività fu interrotta dal richiamo alle armi. La sua via sicuramente più conosciuta e ripetuta (oggi una via classica) è lo Spigolo Vinci al Cengalo, un aereo spigolo di 350 m su splendida roccia granodioritica. Altre vie aperte, “minori”, denotano una costante ricerca delle difficoltà e delle tecniche più avanzate. Nel 1939, la salita della remota parete nord ovest del monte Agnér in Dolomiti (alta 1300 m e allora ancora inviolata), gli varrà la Medaglia d'oro al valore atletico.
Nel 1940 fu ammesso al Club Alpino Accademico Italiano e con l’entrata in guerra dell’Italia, fu chiamato alle armi quale ufficiale di complemento negli alpini. Nel 1941 si imbarcò per l’Albania. Tornato lo stesso anno, ebbe l’incarico di istruttore di roccia presso la Scuola militare di alpinismo di Aosta, prima a Madonna di Campiglio, poi al Catinaccio.
Nel 1942-43 si trovava in Francia, a Grenoble, come tenente degli Alpini (nel Battaglione Sciatori Monte Rosa), quando l’8 settembre giunse la notizia dell’armistizio, abbandonò la caserma e partì a piedi per raggiungere Talamona, dove iniziò a organizzare i primi gruppi della Resistenza valtellinese.



La Resistenza partigiana
In Valtellina nell'autunno del 1943 col nome di battaglia “Bill”, raccolse un gruppo di partigiani (di circa 100 unità) che durante l'inverno del 1943-44 aiutò parecchi prigionieri alleati a raggiungere la Svizzera. Vinci diventò dunque capo di stato maggiore della 40a brigata Matteotti, prima e della 1a Divisione Valtellina “Garibaldi” poi, e diede un fondamentale contributo alla resistenza partigiana dell’area, sino alla liberazione di Sondrio che avvenne il 28 aprile del 1945.

Le spedizioni in Sud America
Nel dopo guerra Vinci concordò con il noto alpinista Giusto Gervasutti di partire per una spedizione in Cile, ma nel settembre del 1946 Gervasutti muore durante un’ascensione al Monte Bianco; Vinci, che aveva già organizzato il viaggio, partì quello stesso mese per il Sud America. Dopo una breve permanenza in Brasile, raggiunse il Venezuela dove fece diverse esplorazioni nella foresta amazzonica del bacino dell'Orinoco, alla ricerca di diamanti (anche se Vinci soleva dire “non vado in giro per cercare diamanti, ma cerco diamanti per andare in giro”); tali esplorazioni lo portarono anche a salire (nel 1949) l'Auyàn Tepui e nel 1950 a scoprire il più ricco giacimento di diamanti del Venezuela nel Rio Avequì, affluente dell'Orinoco.
Dopo questi anni passati a cercare diamanti, tornò in Italia e poi in Venezuela, per dedicarsi alla sua grande passione: l'alpinismo. Nel dicembre del 1950 fece la prima salita al Pico Bolívar  (4.981 m, la più alta montagna del Venezuela) dal ghiacciaio settentrionale, girando anche un film dal titolo “Pico Bolívar, parete Nord”; ma Vinci non venne creduto (la salita del versante nord del Bolìvar era ritenuta impossibile……) e dovette ripetere l’impresa insieme allo svizzero Pierre Kiener nel febbraio del 1951, sotto l’occhio vigile di giornalisti e alpinisti locali. Nei giorni seguenti l’ascensione le prime pagine dei giornali di Caracas furono interamente dedicate a Vinci (“Vinci, venciò. Vinci, vencedor….”) che divenne eroe nazionale. In seguito, insieme a Pierre Kiener, aprì altre due vie nuove sul Pico Bolívar: per la cresta Nord nel febbraio 1951 e per il ghiacciaio dell'Encierro nel marzo 1953.
Nel 1952 organizzò la Spedizione Panandina (Expediciòn Panandina Italiana) che partì dal Venezuela con una vecchia automobile Lincoln il 20 gennaio, attraversando la Colombia, l’Ecuador, il Perù, la Bolivia e arrivando in Argentina il 18 aprile. Durante la spedizione furono scalate alcune cime tra cui il Nevado Alto de Ritacuba (5.330 m) nella Sierra Nevada del Cocuy in Colombia, il Cerro Quilindaña (4.878 m, prima ascensione), denominato “Cervino dell’Ecuador” per via della cima rocciosa, il Nevado Caullarajù (Qiwllarahu, anticima, 5.500 m), poi denominato Nevado Vinci, nella Cordillera Blanca in Perù.
In Venezuela insegnò per tre anni Geologia alla Facoltà di Scienze Forestali di Mérida e organizzò (nell’estate del 1953) una spedizione scientifica all'Aprada Tepui, che con i suoi 2.500 m rappresentava una delle cime più alte della Guayana del Venezuela; con alcuni colleghi universitari (tra cui Alessandro Bernardi, botanico e Pierre Kiener, chimico-pedologo), esplorò l'area, studiando la geologia e raccogliendo esemplari botanici. Il 3 novembre 1953 partì da La Paragua la Spedizione Shiriana con Enrico Middleton Bentivoglio, Arturo Eichler e Jean Liedloff, dove fu esplorata l’area delle sorgenti di alcuni tributari dei fiumi Orinoco (Venezuela) e Rio Branco (Brasile). Durante la spedizione, nel marzo del ’54, Alfonso Vinci si inoltrò con Enrico Middleton in territori inesplorati, dove vivevano le tribù Yanomami, che non erano mai venute a contatto con l’uomo bianco, tra cui i Samatari (appartenenti al ceppo degli Shirishana o Shiriana); questi catturarono i due esploratori che poi riuscirono a liberarsi dopo alcuni giorni.



Nell’ottobre del 1954 Vinci partì con Giovanni Carmine per una nuova spedizione (la Spedizione Guayca) che esplorò l’area delle sorgenti di alcuni tributari dell'Alto Orinoco e del Rio Branco e che si concluse nel febbraio del ‘55.
Nel marzo-aprile 1958 durante la Spedizione Alto Orinoco, Alfonso Vinci (Insieme agli ingegneri Emilio Albani ed Ezio Cattaneo) cercò di raggiungere le alture del Cerro Marahuaca (la cui scalata era stata tentata nelle precedente spedizione), ma senza successo.
Vinci torno in spedizione nel 1978 (insieme all’ingegner Albani e l’agronomo Tealdi), con la traversata del Borneo, da occidente a oriente, esplorando la regione interna dei Monti Müller.


Il geologo Vinci
Vinci si dedicò all'attività di consulenza nel campo idroelettrico e minerario, prevalentemente in Sud America e sud-est asiatico, negli anni '50 per la ICOS dell'Ingegner Albani, successivamente, dal 1960 in poi, per l'ELC Electroconsult di Milano, come chief engineer. Per questa società (di cui era socio fondatore) fece studi geologici per moltissimi progetti per lo sfruttamento delle risorse idriche, tra cui il Majes in Perù e l'Itaipú al confine tra Brasile e Paraguay.
Tra i libri che scrisse Vinci quello intitolato “Orogenesi - Romanzo geologico” (del 1969) è un chiaro atto d’accusa contro la società che gestiva la diga del Vajont e responsabile del disastro del 1963. Nel romanzo Vinci finge di essere il geologo che assiste il giudice incaricato del processo per la vicenda del Vajont, ma cambiando tutti i nomi dei personaggi e dei luoghi. Vinci in quel periodo lavorava proprio per l'ELC, fondata da un figlio ingegnere di Carlo Semenza l’ingegnere che progettò la diga del Vajont, il quale chiese a Vinci uno studio bibliografico sulla vicenda del ’63 e se voleva partecipare al processo come perito di parte della difesa. Vinci accettò di fare solo la ricerca bibliografica ed ebbe accesso ai documenti, studiando il caso approfonditamente, anche recandosi sul posto. Il libro gli valse la cacciata dall'ELC (che lo reintegrò qualche anno più tardi come consulente).
Continuò l’attività di geologo fino alla fine degli anni ’80, quando sopraggiunse la malattia, in seguito alla quale si spense a Roma il 12 aprile 1992.




Lo scrittore Vinci
Vinci inizio a scrivere libri sulle sue avventure sud-americane grazie anche all’incontrò con Fosco Maraini (nel 1955), che lo spronò a scrivere, e Erich Linder, che poi divenne un famoso agente letterario, che lo mise in contatto con le case editrici. Il primo libro pubblicato fu Samatari (1955), che racconta le vicende delle spedizioni Shiriana e Guayca in cui Vinci venne in contatto con diversi gruppi di indios Yanomami. Il libro descrive gli usi, costumi e idiomi di queste popolazioni, e rappresentò una fonte importante per gli studi etnografici.
Successivamente vennero pubblicati: Diamanti (1956), che narra le vicende legate alla ricerca e alla scoperta dei diamanti degli anni 1947-1950, Cordigliera (1959), che racconta delle ascensioni sulle Ande realizzate tra il 1950 e il 1953, Occhio di Perla (1966) che narra la sua infanzia in Valtellina e a Como.
Nel 1969 è la volta di Orogenesi, romanzo geologico, nel 1973 del L’acqua, la danza, la cenere, libro di viaggi e insieme analisi socio-antropologica delle condizioni umane in America Latina, nel 1982 di Lettere Tropicali, taccuino di viaggio di un esploratore, e nel 1990 dell’ultima opera, L’altopiano del rum, Divertimento andino, un insieme di racconti fantastici, dissertazioni geologiche, sociali, religiose e politiche.
Il libro Samatari è stato tradotto in inglese, francese, tedesco, rumeno e bulgaro, L’acqua, la danza in francese.
Attualmente, i libri di Vinci sono fuori catalogo ma reperibili tramite internet.
Tra i film realizzati da Vinci si ricordano in particolar modo:
Pico Bolivar Parete Nord (Venezuela, 1951), Spedizione Italiana Panandina (Venezuela, 1952) Spedizione Shiriana (insieme a Enrico Middleton, Venezuela, 1953), Acqua Madre (1961-62).
Per l’elenco completo delle opere e dei film di Vinci si rimanda alla pagina di Wikipedia a lui dedicata e curata dalla figlia Ialina Vinci.
Nel 2013, Luisa Mandrino, scrittrice e sceneggiatrice per la televisione e il teatro, ha pubblicato per la collana Orizzonti di Alpine Studio Editore il libro “Vivere come se si fosse eterni”, molto più  che una  biografia di un moderno Ulisse: l’autrice, nel suo volume, racconta storie inedite e affascinanti di un personaggio troppo poco ricordato, che è indubbiamente emblema di  un capitolo della storia italiana dell'esplorazione.