mercoledì 16 luglio 2014

La pietra paesina

L'esemplare di
Pietra paesina
appartenente alla
"Collezione Pescetto"
dell'ISPRA
di Marco Pantaloni
 
Cominciamo la descrizione di questa singolare pietra ornamentale con una poesia di Pablo Neruda che, esule a Firenze nel 1951, scrisse:
Macchie arancione … d’ossido
vene verdi sopra la pace calcarea
che la schiuma batte con le sue chiavi
o l’alba con la sua rosa,
son così queste pietre:
nessuno sa se uscirono dal mare o al mare tornano,
qualcosa le sorprese mentre vivevano,
nell’immobilità si spensero
e costruirono una città morta.
Una città senza grida, senza cucine,
un solenne recinto … di purezza,
forme pure cadute
in un disordine senza resurrezioni,
in una moltitudine che perse lo sguardo
in un grigio monastero
condannato alla verità nuda dei suoi dei.
Da un punta di vista litologico, la pietra paesina è un calcare marnoso, derivato dalla litificazione di un fango carbonato ricco in argilla, caratterizzata da un fondo di colore variabile dal giallo al bruno, oppure verde chiaro o grigio. E’ un calcare a grana fine, micritica, laminato, con livelli microfossiliferi.

La pietra paesina è arricchita da mineralizzazioni in ferro e manganese, peculiari di questo tipo di roccia, che producono venature bianche sub-rettilineee di spessore millimetrico (leptoclasi), riempiti da calcite bianca e, talvolta, anche venature brunastre (suture stilolitiche), generalmente più piccole rispetto alle precedenti, riempite di ossidi di ferro. Queste venature si intersecano formando un reticolo che delimita aree sub-rettangolari o trapezoidali che generano il caratteristico aspetto di paesaggio di "case in rovina".
La roccia contiene minerali accessori quali quarzo, magnetite, idrossidi di ferro, minerali argillosi. Esistono differenze chimiche tra diverse porzioni dei letti rocciosi, indice di processi di alterazione di natura atmosferica o legati alla circolazione di acque meteoriche nel sottosuolo.
Contiene inoltre foraminiferi planctonici della famiglia delle Globigerinacee, e l’età attribuita a questa formazione è Eocene - Paleocene; la pietra paesina proviene da diverse aree dell'Appennino settentrionale e centrale, dalla Liguria alla Toscana fino al Lazio. Tra queste, le più note sono la Valle dell'Arno, tra cui anche la città di Firenze, e i Monti della Tolfa. Per questo motivo è soggetta a diverse denominazioni locali: Pietra di Firenze o Mota dell’Arno.
Il litotipo si rinviene spesso in blocchi o ciottoli lungo gli argini fluviali o il litorale marino.
 
Il suo nome deriva dai disegni, derivati proprio dalle mineralizzazioni e dagli ossidi, che simulano curiosi paesaggi: città diroccate, castelli, montagne, vallate, insenature marine.
I disegni sono particolarmente evidenti per il contrasto cromatico dei componenti lito-mineralogici: il bianco-grigiastro del calcare, l’azzurro dell'argilla, il rosso per gli ossidi di ferro, il nero del manganese.
Utilizzato già dagli Etruschi, questo litotipo fu poi una delle prime pietre colorate impiegate dai Romani, sin dal II sec. a.C. (epoca repubblicana). La sua diffusione fu essenzialmente limitata all'Italia centrale (Lazio e Campania). Il maggiore impulso all'utilizzo della pietra paesina si ebbe principalmente ad opera dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, per piani di tavoli intarsiati (XV e XVI secolo) e per basi di dipinti a tema paesaggistico (XVII secolo). L'uso della pietra paesina per tarsie prosegue anche attualmente.
Splendidi esempi vengono illustrati nel sito dei fratelli Gallerini, appassionati estimatori di questa bellissima pietra semipreziosa.

E' conosciutissima a livello mondiale sotto diverse denominazioni: Landscape Stone, Landschaftsmarmor, Florentine Marble, Paésine. Oggi la pietra paesina viene utilizzata anche per la realizzazione di piccole statuine, in genere zoomorfe, a nostro avviso di gusto piuttosto discutibile, che in taluni casi arrivano a ridurre l'eccezionale bellezza di questa pietra unica al mondo.

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