domenica 9 febbraio 2014

Cowboys nell'Appennino laziale: la geologia nei western all’italiana

di Marco Pantaloni
e Alessio Argentieri

Il western all'italiana è stato un filone cinematografico che ebbe una enorme diffusione nel nostro paese negli anni ’60-’70; essendo di produzione esclusivamente italiana, venne ribattezzato spaghetti western. Protagonisti di questi film erano spesso attori agli inizi della loro carriera e che in seguito acquistarono una fama internazionale. Questo prolifico filone fece in modo che il genere, dopo un breve periodo di decadenza in seguito ai successi dei leggendari western americani, conobbe una assoluta popolarità che durò, all'incirca, un quindicennio. Nuovi fasti ha conosciuto il genere in tempi moderni, grazie all'omaggio tributato dal cinema americano con il recente “Django unchained” di Quentin Tarantino (2012).

Qui non ci soffermeremo sulle capacità e le doti artistiche dei protagonisti quanto sul contributo che le ambientazioni e i paesaggi geologici hanno dato, senza dubbio, per il successo di queste pellicole.
Gli sceneggiatori dell’epoca, per tentare di ricostruire i fondali scenografici del territorio dell’Ovest americano e, nello stesso tempo, per limitare quanto più possibile i costi delle produzioni, hanno ambientato le pellicole in alcuni dei più affascinanti paesaggi del nostro paese, attribuendo quindi loro un valore aggiunto per i geologi-cinefili.

Uno dei film che, più di ogni altro, è rimasto nella memoria collettiva è “Lo chiamavano Trinità …”, western in versione comica del 1970 diretto da E.B. Clucher (pseudonimo di Enzo Barboni), interpretato da Bud Spencer (alias Carlo Pedersoli, napoletano, già nuotatore) e Terence Hill (alias Mario Girotti, nato a Venezia ma originario di Amelia, e soprattutto - elemento rilevante per la nostra storia - fratello minore di Odoardo, professore di Geologia del Quaternario all'Università La Sapienza di Roma, anche lui con un passato da attore in “Viale della speranza” di Dino Risi del 1952). Anche nel caso di Carlo e Mario il tempo è stato galantuomo, come testimonia il David di Donatello alla carriera conferito alla coppia nel 2010.



Il film si apre con alcune riprese girate a poca distanza da Roma, lungo l’autostrada che conduce all'Aeroporto di Fiumicino, in una delle numerose cave di ghiaia e sabbia della zona, dove venne ricostruita anche la “stazione di posta” nella quale Trinità si ferma a mangiare; la stessa ambientazione venne riutilizzata, anni dopo, per girarvi un famosissimo spot pubblicitario di una compagnia telefonica che invitava a usare il telefono perché “una telefonata allunga la vita”.

Buona parte del film è poi girato nella spettacolare piana di Camposecco, una ampia distesa di doline e inghiottitoi circondata dalla faggeta dei Monti Simbruini ubicata tra Camerata Nuova e Vallepietra, compresa nell'area del Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini. Alcune scene furono ambientate lungo i fianchi della valle dove emergono numerosi hum calcarei isolati (hum è un termine di origine serbo-croata che indica i rilievi calcarei residuali non ancora demoliti dalla corrosione carsica marginale).




Le riprese dei protagonisti che, a cavallo, percorrono un alveo fluviale ghiaioso sono state girate, invece, sulle sponde del Fiume Volturno, nel comune di Venafro in Molise .



Un’altra scena significativa del film, l’incontro di Trinità con Sara e Giuditta, le due sorelle “preda del demonio”, è stata ambientata sempre nel Lazio, alle cascate di Monte Gelato nel Parco Regionale della Valle del Treja.



Solo la parte relativa al villaggio western venne realizzata negli studi di posa della Produzione De Laurentiis sulla via Pontina, oggi non più visibile.

A questo film fece seguito, l’anno successivo, il sequel “ … continuavano a chiamarlo Trinità”, diretto ancora da E.B. Clucher e interpretato sempre da Bud Spencer e Terence Hill.
Questo secondo episodio della serie fu ambientato, ancora, nella piana di Campo Secco, mentre altre scene vennero girate a Campo Imperatore, ai piedi del Gran Sasso, in Abruzzo.

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