lunedì 13 gennaio 2014

1837: Pietro Manzi e, ancora, l'alabastro di Civitavecchia

di Marco Pantaloni
Le colonne di Alabastro di Civitavecchia
nella Galleria dei Candelabri ai Musei Vaticani


Dopo il post pubblicato il 6 gennaio 2014 (Un prelato prestato alla geologia: Giuseppe Morozzo della Rocca e l’alabastro di Civitavecchia), siamo stati presi dalla passione nella ricerca di questa particolare pietra ornamentale; ci siamo quindi imbattuti in un libro scritto da Pietro Manzi nel 1837: "Stato antico ed attuale del Porto Città e Provincia di Civitavecchia". Anche qui si parla del "nostro" alabastro, motivo di vanto del territorio civitavecchiese.

Oltre all'alabastro vengono descritti i tipi litoidi attraverso una "curiosamente" adeguata terminologia. Bisogna infatti ricordare che Pietro Manzi (1785 - 1839) non era di formazione culturale scientifica, ma che fu un emerito Giureconsulto e un celebre letterato; tradusse dal greco moltissime opere e per i suoi meriti di scrittore fu insignito della Legion d’Onore della Corte di Francia.

Nel volume oggetto della nostra analisi, Manzi illustra la vita economica e culturale della città di Civitavecchia e dei suoi dintorni.
In una parte del volume si dedica all'analisi del territorio sotto l'aspetto geologico, evidenziandone le peculiarità.
Benché il suolo della provincia, e soprattutto dei contorni di Civitavecchia, non differisca generalmente da quello delle altre parti marittime dello stato; presenta egli tuttavia taluni dettagli, e nelle sue alture sì rimarchevoli varietà, che non possono non meritare tutta l'attenzione del geologo. Una continuazione di depositi, che appartengono alle formazioni nettuniane e plutoniane, tragge dal littorale fino ai più alti monti di Tolfa. L'asse geognostico di questo paese lungo il littorale si compone principalmente di grandi e continuate masse di uno scoglio calcare, composto di corpi marini, di breccie, di schisti argillosi, che quì si chiamano scaglie.
Nel successivo brano descrive gli affioramenti di gesso intercalato alle argille mioceniche, nell'immediato entroterra di Civitavecchia:
Correndo le colline di ponente, che si sono formate di schisto marnoso, a man sinistra della strada di Corneto, ove già passò l'antica Aurelia, troverai, entro una materia marnosa, di bellissime seleniti, composte di parti filamentose, lucenti e parallele, e talune eziandio colorite in rosso, come si descrivono le famigerate seleniti della Cina e della Dancalia. E quindi trovi tosto una cava di bianco e tenacissimo gesso, di che si fa uso utilissimo dagli statuarii e dai fabri murarii.
E poi descrive, succintamente ma efficacemente, l'alabastro di Civitavecchia:
Salendo le alture, eccoti altre pietre calcaree formate da deposizioni di acque che hanno nome di alabastri. Questi, ripuliti dallo scarpellino, sono, non si può dire, quanto belli, e quanti scherzi di svariati e lucenti colori presentino.
Continua la sua descrizione salendo verso Allumiere e Tolfa, percorrendo i magnifici versanti di questo settore dell'Appennino, verso i rilievi vulcanici del Complesso tolfetano-cerite.

L'Autore del libro, illustre cittadino di Civitavecchia, viene ricordato nella sua città con una lapide donata dal Comune nel 1839, anno della sua morte, oggi posizionata nella Chiesa dei Cappuccini dedicata a San Felice da Cantalice.

In conclusione di questo post, vale la pena ricordare che la fortuna di questa pietra ornamentale, rara per la sua limitata estensione di affioramento ma preziosa per la sua particolare bellezza, è dovuta soprattutto alla alacre opera di Pio VI, pontefice tra il 1775 e il 1799, che dedicò particolare attenzione al territorio di Civitavecchia restaurando il porto della città, sviluppando i commerci, grazie anche all'incremento dell'estrazione dell'allume e alla scoperta delle miniere di piombo, e all'escavazione dell'alabastro.
Alabastro che lo stesso Papa fece utilizzare nell'ampliamento del Museo Pio-Clementino (Galleria dei Candelabri) e nella costruzione della Chiesa di S. Andrea a Subiaco.




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