mercoledì 17 luglio 2013

La Foresta fossile di Dunarobba


di Marco Pantaloni
La foresta fossile di Dunarobba pochi
anni dopo la riscoperta (foto del 1988)


Sebbene la foresta fossile di Dunarobba sia stata sottoposta a vincolo dal Ministero per i Beni culturali e dalla Regione dell’Umbria solo piuttosto recentemente, sul finire degli anni ’80, i primi ritrovamenti di tronchi fossili nell’area tudina si fanno risalire intorno al 1600.
In particolare, nel 1620, Francesco Stelluti da Fabriano cominciò a studiare i legni fossili ritrovati, che vennero chiamati metallofiti; l’incarico di studio venne conferito a Stelluti dal principe Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei. Alla fine delle sue ricerche, nel 1637 Stelluti pubblicò il suo "Trattato sul legno fossile minerale
nuovamente scoperto" sui tronchi rinvenuti descrivendo, oltre ai caratteri del fossile, anche il sito di ritrovamento.

Nonostante queste progredite descrizioni, dei legni fossili venne pressoché persa memoria, anche da parte degli abitanti dei luoghi, che riscoprirono i tronchi fossili solo dopo la prima guerra mondiale, quando cominciarono ad usarli come fonte di riscaldamento. In seguito alla crescente necessità di combustibile, nel primo dopoguerra venne avviata una serie di ricerche sistematiche in tutto il territorio italiano per la coltivazione di torba e ligniti, che coinvolsero anche l’area di Avigliano Umbro.
Infatti, nel 1929, venne avviato lo sfruttamento industriale dell’area con l’apertura di 3 gallerie nelle quali lavoravano 50 minatori.
Ancora nel 1933, da parte della “Società Anonima Ligniti Dunarobba”, vennero aperti numerosi altri pozzi per la coltivazione in tutta l’area di Avigliano Umbro, dai quali si estraevano torba e lignite e nei quali trovarono impiego più di 600 operai. La maggiore difficoltà che si rinveniva durante gli scavi veniva proprio dai tronchi fossili che conservavano ancora la loro posizione di vita.
L’attività estrattiva si interruppe nel 1952 quando, a scala nazionale, presero il sopravvento nuovi combustibili fossili più redditizi ed efficienti rispetto alla torba e alla lignite. L’attuale foresta di Dunarobba venne riportata in luce verso la fine degli anni ’70 all’interno di una cava per l’estrazione di argilla destinata all’edilizia.



Oggi l’area della foresta fossile di Dunarobba è sottoposta a vincolo paleontologico nazionale e a vincolo ambientale a livello regionale. La foresta comprende circa cinquanta tronchi di alberi mummificati e non fossilizzati. Si tratta di tronchi di diametro variabile tra 1 e 4 metri, con altezze che arrivano anche a 8 m; in realtà alcuni sondaggi riportano la presenza di tronco anche a profondità di 25 m dal piano campagna. L’analisi pollinica, istologica e delle foglie dimostra che si tratta di esemplari del genere Taxodion, una forma di sequoia estinta simile all’attuale Sequoia sempervirens, autoctona della California.





Dalle caratteristiche geologiche del terreno su cui poggia l’apparato radicale degli alberi è possibile datare la foresta di Dunarobba al Pliocene medio – superiore, posizionata in un’area paludosa al bordo dell’antico lago Tiberino che, partendo da Città di Castello, copriva gran parte della regione Umbria arrivando fino a Terni e Spoleto.
La foresta, visitabile, è gestita dal “Centro di Paleontologia Vegetale della Foresta Fossile di Dunarobba”; presso il centro visite è allestita una ricostruzione dell’antica foresta e un museo con malacofauna e resti macropaleontologici.

Nell’aprile del 2000 le Poste Italiane, in una serie dedicata ai siti di interesse geologico-naturalistico, hanno emesso un francobollo del valore nominale di 0,41 euro dedicato alla foresta fossile di Dunarobba.



Per saperne di più:
F. Famiani e F. Landucci, Il geosito di Dunarobba, in Naturamediterraneo Magazine, n. 7, anno 2