domenica 28 luglio 2013

Geoitalians did it better (ovvero “Del primato italiano nella geologia tra il XVI e il XVIII secolo”)

di Alessio Argentieri e Marco Pantaloni

Seguendo un percorso a ritroso nel tempo, verso le epoche in cui i confini tra le discipline scientifiche erano labilmente definiti, si possono trovare le radici del primato italiano nella geologia: bisogna ritornare tra il XVI e il XVIII secolo, quando gli studiosi erano al tempo stesso medici, botanici, astronomi, geologi, naturalisti, chimici e forse anche un po' stregoni ....

Nella prefazione del volume Four centuries of the word Geology. Ulisse Aldrovandi 1603 in Bologna (2003), che ricostruisce la nascita delle moderne discipline geologiche nell’ambiente culturale bolognese tra il XVI e il XVII secolo, Gian Battista Vai e William Cavazza pongono due fondamentali interrogativi:
  • “Perché il primato italiano nello sviluppo della geologia dal Cinquecento al Settecento- ammirato da Lyell sin dalla prima edizione dei Principles of Geology (1830-1833)- è stato dimenticato dai geologi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e mai preso in considerazione dagli storici della scienza?”
  • “Perché la epistemologia sta diventando riserva di caccia degli umanisti, mentre gli scienziati sono sempre meno consci del loro importante ruolo filosofico e culturale, contribuendo ad allargare il solco fra le due culture?”

A dimostrazione del predominio culturale italiano nell'ambito delle scienze geologiche, Gian Battista Vai (2009) analizza in maniera dettagliata la produzione scientifica italiana nel periodo 1759-1859, verificando la presenza di almeno 40 lavori fondamentali in ambito geologico realizzati, tra gli altri, da Arduino, Targioni-Tozzetti, Soldani, Spallanzani, Marzari-Pencati, Catullo, Pilla, Sismonda, Scarabelli, Gemmellaro.


Lo stesso Vai riporta poi un eclatante case history: l’influenza che la “Conchiologia fossile subapennina” di Giambattista Brocchi ebbe sui “Principles of Geology” di Charles Lyell.




La Conchiologia di Brocchi non è “soltanto” una monografia paleontologica, ma un vero e proprio trattato di geologia regionale che, con linguaggio conciso e stile moderno, conduce alla geologia del 18° secolo. L’obiettivo del libro è ben chiaro: “Lo scopo di quest'opera è di porgere una serie di documenti che tendono a dilucidare l'antica storia del globo” (Conchiologia, Introduzione, pag. 7).
Vai evidenzia la presenza, nei Principles, di almeno 70 pagine frutto di una traduzione diretta o riassunte dalla Conchiologia; più genericamente gran parte delle considerazioni che Lyell sviluppa nel suo trattato derivano da osservazioni da lui compiute in Italia, spesso accompagnato da guide rappresentate da geologi italiani. In generale, il fascino che la cultura italiana esercitava su Lyell era comunque enorme; a riprova di ciò sta la citazione che Lyell fa della Divina Commedia (“Dinanzi a me non fur cose create se non eterne”) e l’affermazione, nell'introduzione della prima edizione dei Principles, che “Geology has been an Italian Science”.


Altro momento esaltante per le scienze geologiche italiane fu la pubblicazione da parte del R. Ufficio geologico della Carta geologica delle Alpi occidentali in scala 1:400.000 (Roma, 1908), di cui furono coautori Secondo Franchi, Ettore Mattirolo, Vittorio Novarese, Augusto Stella e Domenico Zaccagna: il celebre geologo svizzero Emile Argand la definì “opera magistrale del R. Ufficio Geologico”, sancendo con tale apprezzamento il riconoscimento della maturità scientifica raggiunta a livello europeo dalla comunità geologica italiana.

Carta geologica delle Alpi Occidentali (1908)
definita da Emile Argand
"opera magistrale del R. Ufficio Geologico"

Resta da comprendere come e perché questo percorso virtuoso si sia più volte interrotto, segnando battute d’arresto che forse hanno compromesso irrimediabilmente il rapporto tra cultura geologica e società italiana.
Forse una risposta ai provocatorii quesiti di Vai e Cavazza risiede nella naturale, italica tendenza a sacrificare il perseguimento del bene comune privilegiando contingenti interessi di parte (la divisione fa la debolezza!), come acutamente analizzato dallo storico della scienza Pietro Corsi nella nota “The Italian Geological Survey: the Early History of a Divided Community”, pubblicata nel medesimo citato volume del 2003.
Ma proprio in un momento delicato come quello che l’Italia sta attraversando è più che mai necessario mantenere sempre vivo l’impegno della comunità delle geoscienze, per poter continuare a dare un valido contributo alla società, anche in termini di tutela del territorio, prevenzione delle calamità naturali e protezione civile. Proprio alla luce dei recenti drammatici eventi che nel nostro Paese hanno messo in crisi i rapporti tra comunità tecnico-scientifica, organi decisionali e opinione pubblica è necessario riaffermare il ruolo delle Scienze della Terra in Italia per affrontare al meglio il futuro.
E a nostro avviso questo processo non può che ripartire dalla ricerca delle proprie radici, dai giganti sulle cui spalle poggiamo: mutuando l’inossidabile principio dell’Attualismo, "il presente è la chiave del passato", ne "il passato è la chiave del futuro".

Per saperne di più:
AA.VV. (1984) - Cento anni di geologia italiana. Volume giubilare del I Centenario della Società Geologica Italiana, Bologna.
AA.VV. (2003) - Four centuries of the word Geology. Ulisse Aldrovandi 1603 in Bologna (editors G.B. Vai & W. Cavazza), Minerva Edizioni, Bologna.
Accordi B. (1984) - Storia della geologia, Zanichelli, Bologna.
Vai G.B. (2009) - Light and shadow: the status of Italian geology around 1807. Geological Society, London, Special Publications 2009; v. 317: 179-202